L’etica del dono

di Giorgio Palestro *
pubblicato il 1 dicembre 2012
L’etica del dono

Il termine “dono” è espressione complessa che si articola in un ampio spettro di significati: qualcosa in concreto che si dà per pura liberalità, o di cui l’uomo fruisce come frutto, oppure che offre, come avviene nella cultura tribale delle popolazioni arcaiche, alla natura e agli dei; qualcosa di astratto che si offre per concessione disinteressata o abnegazione, ad esempio donare la propria vita alla causa, o che si ottiene per grazia divina, come i doni dello Spirito Santo, o una dote spirituale, come l’ingegno o la bellezza; anche un privilegio o una prerogativa possono essere oggetto di dono.

Lo scambio del dono è un atto che merita attenzione per le finalità che si intendono raggiungere attraverso il dono.

La storia dell’uomo, fortemente influenzata dai cambiamenti dei rapporti di relazione fra gli individui, imposti dalle nuove condizioni di opportunità e di interesse, dalla stratificazione dei livelli economici e dunque dei bisogni, che hanno posto i popoli in competizione, ha trasformato in molti modi il senso del gesto del dono.

Nella cultura del mondo tribale il dono, pur senza escludere un paradigma economico sostanzialmente legato a una trattativa di scambio, è il riflesso di una visione primordiale del rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale, entità viva e attiva, che offre all’uomo doni in abbondanza, pretendendo da lui rispetto, cura e gratitudine. E dunque la filosofia del dono si esprime attraverso un rapporto indissolubile con il cosmo, e il dono stesso costituisce l’elemento centrale intorno a cui ruotano i valori e la percezione del mondo. Un mondo ristretto ai luoghi natii, ma che per i suoi abitanti rappresenta la base della loro sopravvivenza. In sostanza, i popoli indigeni trovano la loro identità collettiva soltanto nello stretto e indissolubile legame con l’ambiente fisico che li ospita e che ne plasma, come sostiene Erica-Irene Daes, referente speciale delle Nazioni Unite, le tradizioni, che conferiscono ai popoli la loro dimensione culturale, economica e politica.

Nelle comunità indigene, come risulta dalle testimonianze di quelle ancora oggi esistenti, ad esempio i Toraja indonesiani, il dono offerto alla natura e agli dei, non esprime soltanto un contratto di scambio fra gli indigeni e gli spiriti dei defunti, o gli dei, in quanto considerati come i veri padroni delle ricchezze del mondo, come una sorta di teoria del sacrificio. In realtà, essi offrono doni e oblazioni per ringraziare Deata (Dio, il Creatore) di tutto quello che hanno. Quindi nel dono, senza escludere il concetto di compiacere agli dei, prevale, tuttavia, l’intenzione del ringraziamento e del rispetto rivolto anche al mondo naturale, alla “stagione”.

La pacifica convivenza, conseguenza di uno status di non dominio all’interno della società, che ha connotato a lungo la vita delle popolazioni indigene, si è trasformata, inevitabilmente in conflitto, non appena gli eventi della storia, attraverso il progressivo restringimento delle distanze fisiche e la globalizzazione dei bisogni, hanno messo a confronto i diversi livelli economici e sociali dei popoli. La necessità di pareggiare le differenze fra i popoli, si è trasformata fatalmente nella necessità, da parte di quelli più poveri, di riscattare la propria condizione. La disparità di queste condizioni, generata in particolare dalle diverse stratificazioni economiche e sociali, non poteva generare altro che conflitti, che con il sempre più sofisticato perfezionamento degli strumenti d’urto, hanno segnato la storia del mondo fino ai giorni nostri.  E come conseguenza, il concetto di ‘dono’ ha subito profonde trasformazioni di significato, assumendo, di conseguenza, forti valenze di opportunità economica e politica.

Ma, fuori dalle contaminazioni culturali prodotte dalla storia umana, è possibile riconoscere, nel concetto originario di “dono”, una radice che si annidi nella profondità antropologica dell’homo sapiens et spiritualis? Come nasce nell’uomo l’idea del dono? Nel confronto tra egoismo e altruismo, le due componenti sostanziali che dominano nell’uomo, stando all’insegna dell’innatismo, parrebbe dover prevalere l’individualismo egoistico. Tuttavia, la nostra identità non si realizza soltanto nel contesto dell’ego, ma, come afferma lo psicologo Ugo Morelli:

È nel rispecchiamento con gli altri che costruiamo la nostra identità, fin dalle origini più elementari del nostro essere e della nostra esperienza; […] siamo esseri sociali che fin dalla più elementare costruzione di sé devono ciò che sono alle relazioni che vivono e all’educazione […] Un accesso alla gratuità e al dono è una delle possibilità di favorire le relazioni rispetto all’individualismo e la reciprocità rispetto all’utilitarismo.

È tuttavia innegabile che la società moderna, peraltro sempre più economica e tecnologica, è contrassegnata da uno spiccato individualismo, con tutte le varianti egoistiche, narcisistiche e utilitaristiche che ne derivano. E una società siffatta mette seriamente in questione la gratuità del dono: esiste ancora il dono veramente gratuito, cioè il dono in cambio di “niente”, senza contraccambio e senza tornaconto? Quel tipo di dono che Enzo Bianchi definisce “l’arte del donare?”

È certamente vero che  «l’economia del dono – come afferma l’antropologo Giuseppe Scandurra – si contrappone all’economia tradizionalmente intesa, definita economia di mercato, la quale si basa sul valore di scambio o valore commerciale». E a prima vista sembrerebbe che la seconda abbia costretto la prima ad abdicare, cedendo il posto a un’intricata serie di perversioni del dono, sia da parte di chi dona, ad esempio, il dono per perseguire un tornaconto, per esercitare pressione sul destinatario, il dono corruttore, arrogante e prevaricatore, così come anche da parte di chi riceve il dono, come l’accettazione indifferente o addirittura il rifiuto del dono. Ma fortunatamente, esistono anche aree sociali e culturali in cui si tende a praticare una economia di ”comunione”,  che ricalca da vicino quella del “dono” (Scandurra).

Ancora, bisogna distinguere la categoria del dono come gratuità da quella del dono come regalo, che per lo più riflette un’intenzione quanto meno di compiacimento. Nella cultura civile dominante, come afferma l’economista Stefano Zamagni:

L’economia di mercato vive di presupposti, fiducia, simpatia, reciprocità, che essa stessa non è in grado di produrseli da sola. Deve allora importarli da altri ambiti della vita associata, da quegli ambiti dove il dono come gratuità è non solamente apprezzato, ma favorito ed aiutato ad espandersi. Per troppo tempo gli economisti hanno ritenuto che l’unica matrice etica che la scienza economica potesse “sopportare” fosse quella dell’utilitarismo. Ma non è così […] Si tratta allora di persuadere gli studiosi e agenti dell’economia che l’etica delle virtù è una matrice assai più robusta per dare alla scienza economica quelle ali di cui ha bisogno per tornare a essere la “scienza della felicità pubblica” come fino alla fine del XVIII secolo veniva chiamata.

Concludo con le parole di Enzo Bianchi 

Donare significa, per definizione, consegnare un bene nelle mani di un altro senza ricevere in cambio alcunché […] Donare appare dunque un movimento asimmetrico che nasce da spontaneità e libertà. Perché? [ … ] io credo che il donare sia possibile perché l’uomo ha dentro di sé la capacità di compiere questa azione senza calcoli: è capax boni, è capax amoris, sa eccedere nel dare più di quanto sia tenuto a dare. È questa la grandezza della dignità della persona umana: sa dare se stesso e lo sa fare nella libertà!

Come dice san Paolo,  “c’è più gioia nel donare che nel ricevere.”
Nella visione cristiana, la forma etica più profonda del dono è quella che trascende l’oggetto concreto del dono, per riferirsi, soprattutto, all’atto concreto del donare, la cui forma più naturale è quella del dono gratuito della propria disponibilità, che, nella forma più semplice, si traduce nel dono della “parola”, in una forma più alta, nel dedicare parte del proprio tempo, cioè parte della propria “vita”, alla compassione, a rispondere alle necessità e ad alleviare la sofferenza degli altri, per raggiungere la forma di dono più elevata nel dare senso alla propria vita spendendola per gli altri, fino all’estremo atto dell’offerta fisica.

(*) Prof. Giorgio Palestro
Presidente Centro Cattolico di Bioetica -Torino
Professore emerito di Anatomia Patologica dell'Università degli Studi di Torino
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