L’umanizzazione come motivazione dell’assistere

di Teresa Audasso *
pubblicato il 1 novembre 2012
L’umanizzazione come motivazione dell’assistere

Etica e benessere organizzativo: se ne è parlato di recente ad un convegno al Fatebenefratelli

Il 17 ottobre scorso, presso il Presidio Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese si è svolto il convegno «Motivazione e soddisfazione nel lavoro: per un’assistenza dal volto umano». È stata l’occasione per riflettere sui temi della salute e della qualità della vita sul posto di lavoro e su come la riflessione etica contribuisca al benessere organizzativo.

Spesso non ci fermiamo abbastanza a riflettere che quando lavoriamo non produciamo solo beni e servizi, ma diamo senso e significato alla nostra esistenza. Tale chiave di lettura ha un significato ancora più pregnante nel mondo sanitario perché si unisce alla constatazione su che tipo di salute individuale e collettiva produce il nostro lavoro di operatori sanitari.

Non a caso la definizione storica della salute coniata dall’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità), parla di un completo stato di benessere fisico, mentale e sociale, in continuità quindi anche con la medicina del lavoro e le tematiche sulla sicurezza che pongono la loro attenzione alla salute dell’uomo in quanto lavoratore.

La riflessione etica sul posto di lavoro tiene conto di questa visione olistica della persona e cerca di tradurla in una realtà lavorativa che non sia solo ricerca di puro guadagno economico, ma un luogo e un tempo in cui ciascuno di noi dovrebbe produrre buona umanità, un buon vivere.

Il postulato di partenza è che la salute delle persone può e deve essere cercata non solo dopo il tempo di lavoro, ma anche al suo interno, coniugando le dinamiche produttive con la ricerca di una vita buona, con un senso di soddisfazione e realizzazione di sé.

Non a caso i padri fondatori della Costituzione hanno posto il lavoro come elemento ontologico della Repubblica: il valore di una qualsiasi civiltà si misura infatti dalla sua capacità di mettere al centro il lavoro come elemento imprescindibile di dignità e realizzazione personale. Il lavoro inteso quindi come ingrediente fondamentale per una buona esistenza e come collante sociale, perché consente a ciascuno di vivere da protagonista il suo ruolo di cittadino.

A cosa aspira dunque la riflessione etica applicata a lavoro? A fornire alle risorse umane e ai sistemi organizzativi un orizzonte valoriale in grado di ispirare quotidianamente l’operato di ciascuno. La parola etica deriva dal greco “ethos” che tra i suoi significati ha quello di “casa”, “rifugio dell’uomo”. L’etimologia ci ricorda che la ricerca del benessere lavorativo ha a che fare con il tentativo di rendere più a misura d’uomo i luoghi di lavoro nei quali passiamo larga parte della nostra esistenza.

Attraverso la riflessione etica ci impegniamo quindi a che il lavoro diventi una dimensione di autentico “ben – essere”, un luogo dove sia possibile realizzarsi, intrecciare sincere relazioni con gli altri, tentare di costruire all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro, una comunità più umana, una società civile più giusta e solidale.

Eppure il vento della crisi economica e finanziaria globale soffia sul mondo della sanità introducendo elementi di conflitto che portano il nome di spending review, tagli, DRG (Diagnosis Related Group), che spesso in un eccesso di burocratizzazione e di spersonalizzazione, perdono di vista la vulnerabilità del malato e la complessità del mondo sanitario nel tentare di rispondere ai bisogni della persona.

Rendendo perciò ancora più complessa la sfida delle professioni d’aiuto, che a questi orizzonti sociali e politici così frammentati, aggiungono una quota fisiologica di rischio di stress per la natura stessa del proprio lavoro, che li espone più di altri, al burn-out professionale.

A condizioni di scarso benessere organizzativo si associano spesso, infatti, fenomeni quali diminuzione della produttività, assenteismo, bassi livelli di motivazione, ridotta disponibilità al lavoro, carenza di fiducia, mancanza d’impegno, aumento della conflittualità nel rapporto con i pazienti e con i familiari.

Che cosa accade infatti in un’azienda quando manca una seria, vera, autentica riflessione etica? Si innescano relazioni meccaniche e strumentali, regna l’assenza di immedesimazione e prevale l’isolamento piuttosto che una visione d’insieme; si lavora nella mancanza di confronto e di coordinamento, con enormi sprechi di risorse e di energia.

A concorrere al raggiungimento di un’assistenza di qualità non contribuiscono solo i principi di efficacia e di efficienza: occorre radicare il lavoro su una solida piattaforma etica in grado di orientare le scelte professionali e i comportamenti personali.

La maggior parte delle decisioni non sono infatti frutto di un mero processo razionale, ma coinvolgono idee, speranze, timori, aspirazioni, spesso in contraddizione tra loro. Ed è proprio questa conflittualità che alimenta la riflessione etica, poiché abitua a confrontarsi con vissuti personali ed opinioni diverse.

In un mondo sempre più complesso, il risvolto etico sarà sempre più presente nelle fasi decisionali ed ogni operatore sanitario è chiamato quotidianamente a confrontarsi con pazienti, colleghi e familiari ispirati da molteplici valori culturali e religiosi, diversi dai suoi.

Anche per questo, nessuna identità organizzativa può sperare di sostituire con dichiarazioni d’intenti o slogan “precotti” la maturazione di una personale visione etica, frutto di esperienza, di maturazione, di libera adesione.

Non c’è dubbio infatti che riconoscimento economico, sicurezza, buone relazioni costituiscano aspetti fondamentali per la soddisfazione lavorativa. Ma accanto a questi l’uomo ha bisogno di sistemi di senso. È importante aiutare chi lavora a trovare un equilibrio tra le istanze organizzative e i propri valori personali.

Fra Pierluigi Marchesi, pioniere dell’umanizzazione in sanità, soleva ripetere spesso ai suoi collaboratori «ci vuole più cuore in quelle mani» a testimoniare l’importanza di un gesto terapeutico che non fosse slegato dalla capacità empatica ed umanizzante di relazionarsi con il paziente. Il processo di umanizzazione infatti aiuta la relazione perché attiva non solo il canale comunicativo, ma soddisfa anche il bisogno di essere riconosciuti in quanto persone portatrici di una propria narrazione esistenziale.

L’umanizzazione inoltre aiuta l’operatore sanitario nel difficile compito di accettare le sconfitte e i limiti dell’agire professionale, perché riconduce ad una visione limitata, non miracolistica, più umana appunto, della possibilità di aiutare gli altri.

L’umanizzazione costituisce una palestra di fatto dove allenarsi alla disponibilità, al confronto, dove si pratica il rispetto dell’altro, dove si fa crescere una comunità di incontro capace di riconoscere la diversità e praticare la reciproca ospitalità.

Umanizzare le cure e i rapporti con gli altri significa sviluppare non solo le abilità e le competenze professionali, ma esercitare un’intelligenza emozionale capace di incanalare assertivamente le conflittualità, di gestire i rapporti alimentando risposte empatiche ed un ascolto attivo.

La virtuosità di questo percorso sta nel fatto che umanizzando il nostro agire, umanizziamo anche il nostro stile di vita, alimentando l’autostima, la conoscenza e la cura di sé, acquisendo maggior equilibrio e maturità, fattori preventivi e protettivi dallo stress correlato al lavoro. Come ci ricorda fra Marchesi

[…] essere più capaci, più attenti, più puntuali, più persona e meno ruolo. Faremo in noi stessi la riscoperta che “essere” con il malato è più importante che “fare” per il malato.[…]. A questo punto e solo a quel punto, noi avremo la risposta. E sarà tale da qualificare la nostra professionalità, dando senso alla parola assistenza e soprattutto riconoscendo valore alla persona nella sua interezza.

Non è una ricetta buona per tutte le stagioni, ma un impegno programmatico per ogni professionista della salute che cerchi nell’umanizzazione un nuovo orizzonte etico verso cui orientarsi.


Bibliografia in breve

Marchesi Pierluigi Oh, Per umanizzare l’ospedale, edizioni Centro Stampa Fatebenefratelli, 1981

Guardanti Marisca, Forum sulla non autosufficienza, Bologna 3-4 novembre 2010, Obiettivi individuali e obiettivi organizzativi: una possibile integrazione per il benessere, in www.nonautosufficienza.it

Peretti Alberto, Forum sulla non autosufficienza, Bologna 3-4 novembre 2010, L’etica lavorativa come motore di salute e ben essere, in www.nonautosufficienza.it

(*) Dott.ssa Teresa Audasso
Responsabile Ufficio Medicina Preventiva
Presidio Ospedaliero Riabilitativo “Beata Vergine della Consolata”
Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese
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