«L’uomo fragile. La condizione umana tra resistenza e resa» Introduzione

di Giorgio Palestro *
pubblicato il 13 dicembre 2013
«L’uomo fragile. La condizione umana tra resistenza e resa» Introduzione

Che cosa significa “fragile” ce lo insegna il latino dall’espressione “frangere”: spezzarsi, rompersi. Si dice che qualcosa è fragile quando questo qualcosa ha strutturalmente la caratteristica di rompersi.

Ma nel nostro mondo le cose fragili, in genere, sono anche le cose belle, come ricorda il professore Andreoli, ad esempio un pregiato vetro di Murano o un cristallo di Boemia, un fiore, etc. sono tanto belli, eleganti quanto fragili.

Due aspetti della fragilità umana

La condizione di fragilità coinvolge fatalmente ogni cosa che vive e, dunque, per eccellenza, l’uomo vivo.
Occorre però distinguere due aspetti della “fragilità umana”, quelli che incombono sulla precarietà dell’esistenza e quelli che si riferiscono alla fragilità delle caratteristiche psico-fisiche individuali.

1.Il primo aspetto è quello che riguarda il concetto di fragilità esistenziale, in cui si ritrovano tutti gli esseri viventi, così come l’uomo.  Ciò che infatti rende fragile la natura umana è il suo rapporto con la vita stessa, come ci ricorda il salmo 90 con il richiamo alla caducità, alla sofferenza, all’invecchiamento, al cammino inevitabile e irreversibile verso la morte.

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2. Nel secondo aspetto domina la storica contrapposizione tra fragilità e forza.  E l’uomo è stato classicamente rappresentato in entrambe le versioni:

a. Il modello dell’uomo “forte” sembrerebbe indicare solidità, resistenza fisica agli insulti esterni, stabilità morale, capacità di sopire le paure, forza competitiva e di governo anche autoritario. Il concetto è chiaro: rigidità, rocciosa staticità, sono condizioni assai poco idonee alla sopravvivenza dei propri sistemi, come insegnano i cataclismi che hanno fatto scomparire dalla scena della vita gli esseri viventi più forti, grandi e potenti come i dinosauri.

Il concetto del frangar non flectar, fuori da ogni considerazione riguardante principi morali, è infatti fortemente indicativo di una condizione non adeguata ad assorbire i complessi meccanismi di interazione o di interferenza non solo tra l’identità complessiva della persona e le condizioni ambientali in cui essa vive, ma anche, e soprattutto con gli aspetti di relazione con gli altri, dove e quando gli altri diventano ostacolo alla affermazione del proprio potere e alla difesa del proprio privato.

b. Al contrario, l’uomo “fragile” sembrerebbe segnato da un attributo che intenderebbe definire in modo negativo aspetti fisici o psicologico-caratteriali, o entrambi, come ad esempio la predisposizione ai cedimenti fisici, alle malattie, nonché la debolezza morale, la timidezza, la paura, etc.

Esiste certo un aspetto debole della fragilità. Ma esiste un’altra fragilità, quella che si combina con la capacità di emozione, con la percettività sensibile, con la flessibilità che consente di mantenere gli equilibri fra le varie componenti fisiche e psichiche.

Come ci insegna la fisiopatologia: “l’uomo è stabile perché labile”.  E la labilità è un concetto che si lega alla fragilità; in realtà è il principio del flectar non frangar, cioè della flessibilità, dell’elasticità, della plasticità   che genera capacità di adattamento e quindi “disponibilità” al cambiamento.

L’ossimoro “fragile” ma “resistente” è tale solo in apparenza

È allora intuitivo immaginare come più probabile la distruzione di un sistema robusto, ma rigido che non l’estinzione di un sistema la cui fragilità si combina con una flessibile adattabilità e si converte così in una maggiore stabilità e resistenza.

Dunque, l’ossimoro “fragile” ma “resistente” è tale solo in apparenza. In questa prospettiva, la fragilità consente all’uomo la corretta misura di se stesso, della propria finitezza. È questo il passaggio essenziale che consente di poter comprendere i limiti degli altri, di acuire la sensibilità di percezione anche delle loro fragilità, che è la via attraverso cui passa la capacità di comprensione e di pietà.

La fragilità rifà l’uomo (Andreoli)

Per usare un’espressione proprio del professore Andreoli: «la fragilità rifà l’uomo». Significa che gli consente, cioè, di prendere coscienza dei propri limiti, dei propri difetti, delle proprie miserie e dunque di dirigere i propri comportamenti sotto la guida della più importante delle virtù umane, che è “l’umiltà”.

Gesù ha accettato entrambi i tipi di fragilità: quella esistenziale, accettando la vita umana e la morte più tragica e quella condizione di “fragilità” umana flessibile, diventata strumento indispensabile per esprimere la sua divina sensibilità  e capacità di percezione, la cui forza è servita a riscattare la “nostra” fragilità e a donarci la vita eterna.

(*) Giorgio Palestro
Presidente Centro Cattolico di Bioetica - Torino
Professore Ordinario Emerito di Anatomia e Istologia Patologica
Università degli Studi di Torino
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