«L’uomo occidentale tardo-moderno e la corporeità»

di Roberto Francesco Scalon *
pubblicato il 26 giugno 2017
«L’uomo occidentale tardo-moderno e la corporeità»

Eclisse dell’ideale eroico e affermazione del puerilismo vitalistico

 

Tappe del processo di dissoluzione della civiltà occidentale moderna

Una possibile chiave di lettura per la comprensione del rapporto dell’uomo contemporaneo con la dimensione della corporeità ci viene da un avvincente saggio (del quale qui richiamo alcuni dei passaggi centrali) scritto nella prima metà del secolo scorso, cioè nell’epoca segnata dalla compresenza delle due grandi ideologie totalitarie: il nazionalsocialismo germanico e il comunismo sovietico. Tuttavia, secondo l’autore, queste ideologie rappresentano soltanto due tragiche tappe del processo di dissoluzione della civiltà occidentale moderna, il quale non si esaurirà con esse ma continuerà dopo di esse. Uno dei significati centrali di questo processo può essere individuato nella mutazione radicale dell’ideale eroico, dove proprio la dimensione della corporeità gioca un ruolo fondamentale.

Con la pubblicazione – nel 1935 – del saggio «Nelle ombre del domani. Una diagnosi della sofferenza spirituale del nostro tempo» (La crisi della civiltà, Einaudi, Torino 1962) il celebre storico olandese Johan Huizinga si interrogava sulle caratteristiche della crisi che andava investendo il mondo occidentale. Anche a causa delle idee espresse in questo saggio, egli venne arrestato dai nazisti nel 1942 e detenuto in un campo di prigionia in Olanda, dove morì il 1 febbraio 1945.

Deficit del binomio ragione e libertà; modernità: società del rischio

Nel suo celebre studio Huizinga riconduce la crisi della civiltà occidentale al cedimento dei due pilastri portanti della cultura moderna: la ragione e la libertà. Essi sono anche le condizioni indispensabili per l’esercizio della potenza, che è invece l’esito trionfante di questa epoca: lo sconfinato potere di dominio dell’uomo moderno sulla natura. Da qui il paradosso in forza del quale la modernità avanzata si presenta come «una società del rischio»: nel suo dispiegarsi essa infatti si caratterizza, da un lato, per una crescita esponenziale del potere che si accumula nelle mani dell’uomo e, dall’altro lato, per il progressivo deficit del binomio di ragione-libertà sul quale l’uomo moderno avrebbe dovuto poter contare per mantenere la capacità di fare un uso retto della potenza.

L’ambiguità della nozione di progresso

Questo stato di cose – sottolinea poi Huizinga – giustifica una messa in discussione della nozione di «progresso» – il grande mito moderno – la cui ambiguità balza evidente osservando come tale nozione – «progresso» – consideri ingenuamente soltanto un lato della medaglia, quello della crescita del binomio sapere-potere, conoscenza-potenza, reificandolo, per risolvere in esso ogni discorso sui fini.

Ma in che modo si manifesta il cedimento del binomio ragione/libertà?
La rinuncia all’ideale intellettuale

Il cedimento della ragione assume sostanzialmente la forma della rinuncia all’ideale intellettuale, inteso come tensione continua alla conoscenza mossa dal desiderio del vero, espressione dell’inscindibile rapporto tra verità e ragione. Tale “rinuncia” avviene poi sia sul piano dell’oggetto della conoscenza (come declassamento della verità a valore relativo), sia sul piano del soggetto conoscente, come restringimento della ragione entro i confini della conoscenza scientifica del mondo naturale e della razionalità strumentale.
Da tutto ciò discende poi il paradosso per cui, nelle società moderne, al fenomeno inedito della scolarizzazione delle masse e dell’istruzione obbligatoria, fanno da contrappeso il «generale indebolimento del raziocinio>» e il «tramonto dello spirito critico».

Subordinazione dell’ideale intellettuale – del sapere – al vitalismo

Ma soprattutto, Huizinga sottolinea come la civiltà occidentale, mentre da un lato sembra retrocedere sul piano della fedeltà all’ideale intellettuale, dall’altro lato va invece accordando una sempre più esplicita priorità alla vita e all’azione a discapito del pensiero e del sapere. E ciò nel senso del vitalismo, del culto della vita terrena. Si assiste così in sostanza alla progressiva «subordinazione dell’impulso conoscitivo alla volontà della vita», subordinazione dell’ideale intellettuale – del sapere – al vitalismo come manifestazione di potenza e di dominio insieme al diffondersi di un atteggiamento di ingenuo e infantile ottimismo per il futuro.

Schiavitù dell’uomo ai suoi istinti atavici di conquista e sopraffazione

Ora è proprio in questa chiara fuga in avanti vitalistica che si consuma il cedimento del secondo grande pilastro della civiltà occidentale, quello della libertà, ed è qui che si assiste al tramonto della polis, nella sua accezione classica di comunità politica mossa al perseguimento del bene comune. Questo «culto della vita», questa lotta per la vita che segna il ritorno al «regna regnis lupi», si accompagna infatti a una banalizzazione della vita dell’uomo, la quale in ultima istanza ha come esito la schiavitù dell’uomo ai suoi istinti atavici di conquista e di sopraffazione del debole ad opera del forte. Ciò appunto contribuisce al progressivo venir meno della polis come ordinamento politico della vita associata, fedele all’ordine morale per cui la forza della legge è posta a protezione del debole dal sopruso del forte.

Come chiari esempi di questo processo nella modernità Huizinga indica almeno quattro fenomeni, che a ben vedere consistono in altrettante profanazioni: la profanazione dell’eroe, dell’educazione, della fede e infine della scienza.

Profanazione dell’eroe

1. Quello della degenerazione dell’ideale eroico è un processo che comincia nella storia della civiltà occidentale con il tramonto dell’ideale cavalleresco e l’avvento del Rinascimento. Avviene così che l’ideale eroico comincia progressivamente a staccarsi dall’attributo della virtù (e quindi anche della santità) e dal suo esercizio come servizio al bene comune, come sacrificio dell’”uomo superiore” – perché al contempo forte e virtuoso – finalizzato alla difesa del più debole, se necessario fino al prezzo della vita. Al suo posto subentra l’ideale eroico tardo-moderno, cioè la rappresentazione del soggetto umano individualizzato proteso nello sforzo per la propria autodeterminazione.

Profanazione dell’educazione

2. Il puerilismo è il nome con cui Huizinga indica il fenomeno della profanazione dell’ideale educativo-pedagogico. Egli lo descrive come «l’atteggiamento di una società che si comporta infantilmente, una società che invece di allevare il ragazzo innalzandolo a uomo, abbassa se stessa ai comportamenti della puerizia» (p. 109).
Il puerilismo come «contaminazione» e «confusione tra il gioco e la cosa seria» è tipico dell’epoca moderna nel tempo della sua crisi, e anzi «è uno dei più notevoli sintomi della malattia odierna». Il tramonto dell’ideale intellettuale, l’indebolimento del raziocinio e dello spirito critico, generando il «rilassamento di quelle inibizioni che derivano da un forte convincimento morale», costituiscono la condizione ideale per il sorgere di questo «atteggiamento di semiserietà [che], diventato ormai generale, rischiara improvvisamente lo stretto contatto tra eroismo e infantilismo. Il gioco della vita nelle società occidentali avanzate ha ormai per protagonista un eroe puerile ed egocentrico, che con atteggiamento individualistico non è più capace di prendere «interamente sul serio le cose serie: lavoro, dovere, destino, vita», mentre attribuisce «un’alta serietà a certe occupazioni che un sano giudizio qualificherebbe bambinate e trastulli» e, soprattutto, tratta «di cose veramente gravi con gli istinti e i gesti del gioco». La rinuncia all’ideale intellettuale soffoca il desiderio del bene (comune) e alimenta la spasmodica ricerca del benessere (individuale ed egoistico); l’azione (insieme al tempo e il denaro) è ordinata al soddisfacimento del capriccio, al perseguimento dell’effimero, alla realizzazione dell’eroe banale. Il senso di responsabilità tramonta insieme a ciò che lo alimenta, vale a dire il giudizio puro della ragione e il suo desiderio di conoscenza del vero.

Profanazione della fede

3. Il terzo fenomeno – che manifesta il cedimento della fedeltà all’ideale intellettuale a vantaggio del progressivo affermarsi di una fuga in avanti vitalistica – viene ravvisato nel ritorno prepotente della superstizione nelle società occidentali. Si tratta tuttavia di una forma inedita, che è tipica del tempo moderno, per cui la superstizione moderna «sta proprio nella sfera del pensiero razionale e della fiducia nella scienza e nella tecnica» (p. 120). Essa per Huizinga consiste nella fede cieca che gli strumenti messi a disposizione dell’uomo dalla scienza e dalla tecnica siano in tutto conformi al soddisfacimento anche dei più intimi e urgenti bisogni dell’uomo. Come a dire che – facendo il verso a Hegel –: «se ci sono delle domande alle quali la scienza e la tecnica non sono in grado di rispondere e dei problemi che esse non possono risolvere, ebbene ciò significa che quelle domande sono mal poste e che questi problemi non sono reali».

Profanazione della scienza

4. A fare da corollario all’avvento della nuova superstizione, ecco, infine, quello che lo storico olandese chiama il fenomeno della scienza profanata. Esso è decisivo in quanto esito finale dalle conseguenze nefaste per la vita delle società moderne. Se nella prima metà del ’900 attraverso l’ideologia e la mistificazione propagandistica, si è cercato di usare una pseudo-scienza per avvalorare i totalitarismi, secondo Huizinga sarà dall’abuso della vera scienza che in un futuro ormai imminente (cioè nel secondo Novecento e nel terzo millennio), deriveranno per l’umanità dei rischi ancora peggiori:

ci troviamo ad aver a che fare con una scienza approssimativa, insinuatasi al posto di quella vera per servire una “volontà di potenza”. Ma questa volontà dominatrice trova uno strumento molto più vigoroso e serio nella vera scienza, impiegata a escogitare e mettere in vigore mezzi di dominio. La scienza, ove non sia retta da un principio superiore, cede senza resistenza i suoi segreti alla tecnica smisuratamente cresciuta e animata da spirito commerciale; a sua volta la tecnica, meno ancora della scienza frenata da un superiore principio atto a promuovere la civiltà, coi mezzi che la scienza offre crea tutti gli strumenti che l’organismo inteso a potenza le richiede (p. 58)
Il corpo è «organismo inteso a potenza»?

Quest’ultima espressione usata da Huizinga esprime bene la principale direttrice lungo la quale va sviluppandosi il rapporto dell’uomo occidentale contemporaneo con la dimensione della corporeità e, più in particolare, con il proprio corpo, vale a dire: «organismo inteso a potenza». L’affermazione vitalistica sì esprime nei termini di tensione emancipatrice dai vincoli naturali e da qualsiasi legge morale che comporti una limitazione della creatività e dell’arbitrarietà nelle quali un individuo radicalmente egocentrico e autocentrato – “individualizzato”, cioè sempre più disarticolato rispetto alle appartenenze ai vincoli comunitari e di solidarietà – può dare sfogo alla propria soggettività elevata a criterio assoluto e indiscutibile. Due esempi efficaci in questo senso, con particolare riferimento al mondo giovanile, si possono individuare tanto nel fenomeno per lo più statunitense dei cosiddetti “snowflakes”, quanto in quello più prettamente tipico dell’Europa occidentale della cosiddetta “Erasmus generation”.

Diritti soggettivi: le pretese dei soggetti forti

In questo quadro il compito della politica diventa progressivamente quello di conferire a ogni desiderio soggettivo la dignità di “diritto”, impegnando di conseguenza lo Stato nella tutela e affermazione di sempre nuovi diritti, siano essi reali, presunti o pretesi (Possenti V., 2017). Ma in questo modo si avvia il processo che trasforma lo Stato razionale di diritto – che tutela i diritti oggettivi dei deboli dai soprusi e dalle pretese dei forti – in uno Stato emotivo dei “diritti”, il quale invece si piega facilmente a riconoscere come “diritti soggettivi” quelle che spesso sono le pretese arbitrarie (peraltro non di rado bizzarre) dei soggetti forti. Sono “forti” quei soggetti che vantano uno status sociale mediamente elevato, cioè un grado relativamente alto di ricchezza, potere e prestigio sociale; nella misura in cui sono protesi nell’affermazione incontrollata di ciò che identificano come loro benessere individuale, essi sono in grado di decidere in tutto o in parte l’agenda della politica, orientando a proprio vantaggio l’azione e i bilanci delle potenti burocrazie statali, spesso a discapito delle più elementari e legittime prerogative dei soggetti deboli.


Bibliografia

HUIZINGA J., La crisi della civiltà, Einaudi, Torino 1962, [1935]

SCALON R.F., “Polis genetica”. Sapere e potere nel tempo della crisi moderna, «Salute e società» 2010; IX:3, 221-238

POSSENTI V., Diritti umani. L’età delle pretese, Rubbettino, Soveria Mannell (Cz), 2017

(*) Docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi
Ricercatore presso l'Università degli Studi di Torino
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