Missionarietà a Gambo

di Enza Fruttero *
pubblicato il 13 giugno 2014
Missionarietà a Gambo

 

Care lettrici e cari lettori,

dal 13 dicembre 2013 al 14 gennaio di quest’anno sono stata, per il 17esimo anno consecutivo nella Missione di Gambo, nel sud dell’Etiopia.

Come promisi un anno fa, ho portato aiuti per la ristrutturazione dell’OPD (Out Patient Department), un contributo ai progetti di formazione e alfabetizzazione delle donne avviati dalle suore Missionarie della Consolata e a quelli attivati dalle suore di De Foucault di Shashemane a sostegno dei ragazzi di strada, dei carcerati e dei bambini denutriti.
Tutto questo è stato possibile grazie all’impegno solidale di tutti noi, delle tante persone che con immensa generosità mi hanno sostenuto e hanno accolto le iniziative di raccolta fondi.

Seppure viviamo in un momento difficile a causa di una crisi economica che investe ormai da tempo, come un vento gelido, il nostro Paese e l’Europa, dove ovunque la solidarietà verso i più poveri, gli ammalati e le persone anziane sole, cresce sempre più, posso comunque dire che i gesti di amore per il prossimo non sono venuti meno neanche per noi.

La C.E.I. non ci ha finanziato il progetto dell’informatizzazione che tanto migliorerebbe la gestione anche finanziaria dell’ospedale di Gambo, ma ci ha pensato la Provvidenza e allora il progetto andrà avanti! I nostri cuori ardono di gioia per la buona notizia e, fiduciosi, proseguiamo il nostro cammino: noi abbiamo messo i nostri 5 pani e 3 pesci e il Signore ha moltiplicato i nostri poveri risultati.

Quest’anno abbiamo messo il primo mattone dell’OPD e già altre Associazioni e persone si sono lasciate coinvolgere in questo indispensabile progetto e, se faremo cordata, con l’aiuto dei Signore, concluderemo anche questo! Non lasciamoci rubare la Speranza, come ci ha detto il Santo Padre, e tutto andrà per il meglio. Solo così ci potremo sostenere a vicenda e costruire, ognuno per quel che può, un mondo e un futuro migliore per tutti.

E con questo pensiero vi ringrazio per quanto tutti voi avete fatto e continuate a fare per la nostra Missione.

Vi lascio con alcune esperienze di incontri che ho fatto in Etiopia e che mi sono rimasti nel cuore.

Con affetto,
Enza Fruttero

 

NON VI DIMENTICO

 

Si chiama F., vive a Conchi nel Wollega, attende la morte nella sua capanna. È malata di tubercolosi. Mancano pochi giorni allo sposalizio del quarto figlio e spera di esserci ancora. La suora e una sua amica di Torino le hanno fatto visita e portato delle uova.

Vent’anni fa si era ustionata. Tutti pensavano che morisse e così, com’è tradizione, l’hanno adagiata in fondo alla capanna. Allora non morì, ma non appena cercò di alzarsi non poté far altro che osservare che non riusciva a muoversi. Il corpo era pieno di cicatrici, deformato. I suoi figli erano ancora piccoli, avevano bisogno di essere accuditi. Il marito si risposò. La seconda moglie li ha  cresciuti e si è presa cura anche della loro madre. Man mano che i figli si sposavano andavano  a vivere nelle case costruite attorno alla capanna di famiglia.

Pur vivendo immobile in un giaciglio, questa donna non si è mai sentita sola, tutt’altro, spesso partecipe della vita familiare. Ora, che è vicina alla morte, è serena.

 

Si chiama M., un bambino, probabilmente di 11 anni, morto all’ospedale di Gambo a causa di una grave malattia al fegato, trasmessagli, forse, dalla madre.

Rimasto orfano quando era ancora piccolo, gli zii lo hanno accolto in famiglia. Purtroppo non ha goduto molto dell’affetto di quella famiglia. Si è ammalato presto. Non aveva appetito e stava molto male. Fu messo a riposare  in fondo alla capanna, dove si prendevano cura di lui mentre si attendeva una rapida ripresa. Invece la sua situazione peggiorò tanto che gli zii dovettero portarlo all’ospedale. Lì con le cure migliorò, guarì dalle piaghe che aveva sulla schiena e sulle gambe dovute allo stare troppo tempo a letto.  Riprese a mangiare. Ha vissuto ancora bene per alcuni mesi, poi è morto.

 

Si chiama A., un bambino di circa 8 anni, l’ultimo di sei figli, tutti sani eccetto lui che è morto di Hiv contratta dalla mamma. Ha vissuto assieme agli altri fratelli con i nonni, dopo la morte dei genitori. Spesso si ammalava e spesso veniva portato all’ospedale di Gambo, dove fu ricoverato anche per lungo tempo. Era troppo debole e la febbre non gli passava mai.

Quando era in ospedale non mangiava  carne perché era musulmano, ma i missionari non gli facevano mancare le lenticchie rosse che tanto preferiva.

A lui piaceva tanto studiare. Gli comperavano matite e quaderni. Frequentava la scuola, che era vicina. Sapeva scrivere, disegnare e fare i conti. Si divertiva molto lavarsi e farsi asciugarsi dai raggi caldi del sole. Le notti invece sono molto fredde a 2300 mt, ma lui non soffriva il freddo perché aveva un bel letto e delle coperte.

Man mano che il tempo passava, faceva sempre più fatica  a reggersi in piedi, non riusciva  a camminare. Si era pensato di comprargli un mulo perché potesse continuare ad andare a scuola. Purtroppo la morte ha vinto sul tempo. Chissà se sarà nel Paradiso dei cristiani o dei Musulmani, ma certamente starà bene.

(*) Dr.ssa Enza Fruttero
Associazione & Bioetica Onlus
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