Non solo bisturi low cost, in Italia scadenti anche guanti e aghi

di redazione BIoetica News Torino *
pubblicato il 26 gennaio 2016

«Quello del “bisturi che non taglia“‘ è un problema a noi arcinoto, che rende necessarie incisioni ripetute o l’uso di più bisturi nella stessa operazione. Ma, ad esempio, anche per i guanti si crede di risparmiare un 10% acquistando quelli meno cari, poi se ne usano il doppio o addirittura i chirurghi devono metterne due paia insieme. Una cosa incredibile, che aumenta anche il rischio di infezioni per i pazienti». Così il presidente di Assobiomedica, Luigi Boggio, torna sulla denuncia dei bisturi “low cost” e malfunzionanti in molte sale operatorie italiane, fatta dall’Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi).

«Per noi la situazione è molto chiara da tempo, ma ora che una categoria di medici ha deciso di alzare la voce, vuol dire che siamo arrivati a livelli non più gestibili», afferma. «C’è stato anche il caso di alcuni glucometri – racconta Boggio all’Adnkronos Salute – che una Regione italiana ha acquistato al prezzo più basso: si è poi scoperto che questi misuratori di glicemia non erano ben calibrati e hanno dato luogo a esiti alterati creando enormi problemi nella somministrazione corretta dell’insulina a pazienti diabetici. Sono stati acquistati in centinaia di migliaia e poi sono stati ritirati. Un esempio eclatante di falso risparmio».

«Ancora, gli aghi a farfalla o a cannula per pungere una vena e poi infondere il farmaco: capita spesso che l’ago non punga, che la vena non si trovi, che si vada a infierire su pazienti già fortemente debilitati martoriando le loro vene. E si vengono a creare vere e proprie flebiti. Sempre con un risparmio del 10%, occorre un uso doppio degli aghi in dotazione», prosegue. Più grave e delicato ancora il caso «molto recente di protesi mammarie acquistate in una gara regionale al ribasso, da un’azienda che per fortuna ha avuto l’inibizione all’ingresso sul mercato prima che arrivassero i prodotti: si trattava di protesi pericolose, per fortuna non ha portato a danni anche gravi alle pazienti», denuncia.

Secondo Boggio, «la soluzione può essere solo una: dare un valore alla qualità dei dispositivi medici. Le gare centralizzate non sono la causa di tutte i mali: possono essere anche fatte bene, basta che il prezzo non sia il solo criterio da tenere in considerazione. Ma sotto questa spinta al risparmio la qualità spesso non viene misurata in modo oggettivo: a tutti i concorrenti viene assegnata più o meno la stessa valutazione di qualità. E allora si sceglie il prezzo più basso».

«I metodi – assicura il presidente Assobiomedica – ci sono e le procedure anche, occorre che la valutazione della qualità sia una reale volontà. I criteri devono essere fissati dai professionisti sanitari qualificati, che conoscono il processo di trattamento del paziente. Appiattendo questi criteri e dicendo che i prodotti sono più o meno tutti uguali, è un rischio. Occorre pensare che molti prodotti vanno direttamente al paziente, che li deve usare. E lì è un discorso ancora più delicato, perché ogni paziente ha una sua situazione personale, che lo rende compatibile più al prodotto A che a quello B, quindi andrebbe favorita la libera scelta, che fra l’altro è garantita. È un dramma che si guardi solo al prezzo».

Fonte: «Adnkronos»

(*) redazione Bioetica News Torino
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