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21 Luglio Agosto 2014
Speciale Vita prenatale: Inizio di un viaggio

Notizie dall’Italia

Il Tar: «La pillola del giorno dopo non è abortiva»

1 giugno 2014

Non occorre una laurea in medicina per intuire che un farmaco ideato allo scopo di impedire una gravidanza, se assunto prima di un rapporto sessuale si chiama contraccettivo, ma quando viene assimilato subito dopo diventa per forza di cose potenzialmente abortivo, visto che la sua azione è orientata a impedire l’annidamento dell’ovulo eventualmente fecondato e quindi di causare la morte della vita umana appena sbocciata. Eppure il concetto è tutt’altro che condiviso.
Dopo la modifica del foglietto illustrativo del Norlevo – la «pillola del giorno dopo», definita con un singolare neologismo «contraccettivo d’emergenza» – a opera dell’Agenzia italiana del farmaco, che il 17 dicembre 2013 aveva accolto la richiesta dell’azienda produttrice (la francese Hra Pharma) per togliere dal “bugiardino” l’avvertimento sulla sua potenziale abortività, ora è la magistratura a intervenire affermando che «recenti studi hanno dimostrato che il farmaco Norlevo non è causa di interruzione di gravidanza».

Il motivo dell’intervento è il ricorso al Tar del Lazio per sospendere gli effetti della delibera Aifa (operativa dal 4 febbraio) avanzato il 1° aprile da cinque associazioni d’ispirazione cattolica: Giuristi per la vita, Farmacisti cattolici, Forum delle famiglie, Ginecologi cattolici e Pro Vita. Senza dettagliare quali siano questi «recenti studi», quanto siano autorevoli e soprattutto ignorando altre 119 ricerche di cui erano stati messi al corrente dai ricorrenti con un corposo dossier, i giudici amministrativi hanno deciso giovedì 29 maggio di respingere l’istanza cautelare salvando il discusso foglietto che per anni aveva chiarito che il Norlevo (da assumere entro 72 ore dal rapporto “a rischio” di gravidanza) «potrebbe anche impedire l’impianto» dell’embrione.

«È vero che l’ordinanza del Tar riguarda la fase cautelare del procedimento e che occorre attendere la sentenza – commenta Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la vita –, però questa decisione rischia di apparire come un pesante ostacolo per l’esercizio del diritto di obiezione di coscienza in tema di interruzione volontaria della gravidanza da parte degli operatori sanitari». Le cinque associazioni, aggiunge Amato, «stanno comunque valutando l’opportunità di proporre appello al Consiglio di Stato contro l’ordinanza».

La partita dunque non è finita, ma occorre che i giudici siano disponibili a una valutazione degli esatti termini scientifici della questione, o almeno valutino più attentamente il «principio di precauzione» che, secondo il farmacologo dell’Università di Torino Mario Eandi, dovrebbe valere in un caso come questo nel quale la comunità scientifica è ancora divisa. «Gli argomenti contro l’abortività del farmaco sono discutibili – spiega Eandi –, se non altro perché nessuno può seriamente escludere allo stato delle conoscenze che Norlevo possa essere abortivo vista la sua interazione sul trasporto e l’annidamento della nuova vita nell’utero materno.
Su questioni scientifiche la magistratura dovrebbe essere più prudente, come insegna il caso Stamina». Di «scienza manipolata» parla senza mezzi termini il presidente dei ginecologi cattolici Giuseppe Noia: «L’efficienza del farmaco – aggiunge – dipende dai tempi di assunzione: quanto più ci si avvicina al termine delle 72 ore, e a maggior ragione dopo averle superate, tanto più cresce la probabilità che si registri una gravidanza. Dunque, è persino banale concludere che se c’è stato un concepimento il farmaco è abortivo».

Alla base del nuovo bugiardino c’è però «l’idea che l’inizio della vita non coincida col concepimento ma con l’impianto dell’embrione nell’utero. Per sostenerlo si è fatto ricorso negli anni ad autentiche invenzioni prive di fondamento scientifico, come il pre-embrione e l’ootide, ma la realtà non si può cambiare con artifici concettuali».

Francesco Ognibene
(Fonte: «Avvenire»)

Blocco del traffico. Cnr: «Doveroso ma inutile»

3 giugno 2014

«I provvedimenti legislativi adottati negli ultimi 20 anni in ambito europeo e nazionale in materia di inquinamento atmosferico hanno consentito di migliorare in modo significativo la qualità dell’aria nelle nostre aree urbane. Considerate le peculiarità delle sorgenti di emissioni presenti nelle aree urbane, tra cui il traffico veicolare e il riscaldamento domestico, e le particolari condizioni meteorologiche molte aree urbane, tali misure potrebbero però non bastare per il raggiungimento dei target di qualità dell’aria previsti per legge». Questo il parere di Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto di inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr, che ritiene necessari piani di intervento strutturale sulla mobilità delle merci e delle persone.

«È nelle grandi città – spiega in una nota del Cnr – che il problema del contrasto all’inquinamento si rileva maggiormente», spiega Pirrone, ricordando che «le più penalizzate sono quelle caratterizzate sì dalla congestione del traffico, ma anche da condizioni meteorologiche particolarmente sfavorevoli. La quantità di smog dipende certamente dalle fonti inquinanti – auto, impianti industriali, riscaldamento – ma la presenza o meno delle polveri sottili in atmosfera (pm 10) è condizionata dal vento, dalle precipitazioni e dalla collocazione geografica, per cui per esempio la Pianura Padana è penalizzata rispetto all’area costiera, più ventilata”.

Provvedimenti di carattere emergenziale, come le domeniche a piedi e il blocco del traffico, dunque, tamponano il problema senza risolverlo. «Sono solo misure di carattere amministrativo, obbligatorie in ottemperanza alla direttiva europea che regolamenta l’esposizione dei cittadini alle sostanze inquinanti e impone di non superare i limiti stabiliti per un certo numero di giorni all’anno», continua Pirrone. «Ma è l’esposizione media annuale che ha un reale impatto sulla salute dei cittadini, non i picchi occasionali. Gli amministratori bloccano il traffico per risolvere un problema contingente determinato da una particolare congiuntura meteorologica, ma il pm10 viene emesso da sorgenti primarie sulle quali si dovrebbe incidere in modo strutturale e duraturo».

Servirebbero quindi interventi a lungo termine. «In primo luogo il potenziamento dei mezzi pubblici, che devono garantire un servizio efficiente, l’estensione delle aree pedonali e l’incentivazione del trasporto elettrico, sia pubblico sia privato nonché l’adozione di sistemi innovativi a basso impatto ambientale per il riscaldamento domestico», sottolinea il direttore dell’Iia-Cnr. «Bisogna mettere il cittadino nella condizione di poter lasciare la macchina a casa: solo allora si può sperare in un cambiamento della qualità dell’aria. La situazione è leggermente migliorata con l’aumento degli standard delle auto e dei sistemi di riscaldamento, ma c’è ancora molto da fare».

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Pma. Da metà giugno la fecondazione eterologa sarà accessibile anche in Italia

3 giugno 2014

Com’è noto, da meta giugno per le coppie italiane sarà possibile accedere alla fecondazione eterologa anche nei centri di fecondazione assistita italiani, sia pubblici che privati. Questo grazie alla sentenza della Corte Costituzionale che il 9 aprile scorso ha cancellato il divieto di impianto di ovociti e spermatozoi esterni alla coppia.

In previsione di questa data e in vista del convegno «La tutela della salute per le coppie infertili e sterili dopo le sentenze della Corte Costituzionale», in programma il 5 giugno a Roma nella Sala Aldo Moro di Palazzo Montecitorio le Associazioni Hera Onlus di Catania e SOS Infertilità Onlus di Milano, che organizzano il convegno, fanno il punto in vista del via libera all’eterologa a partire da regole e normative consolidate in altre legislazioni.

E così le due Associazioni hanno elaborato i criteri con cui individuare le coppie che possono ricevere la donazione dei gameti. «Si tratta – sottolinea Rossella Bartolucci, presidente di Sos Infertilità – di regole e normative ormai consolidate in altre legislazioni. L’applicazione di tali criteri consentirà anche in Italia di procedere alla fecondazione eterologa con efficace sicurezza e con ogni garanzia di tutela, superando le obiezioni di carattere giudirico-bioetico e rendendo pienamente effettivo il diritto alla genitorialità».

Queste le indicazioni:

1) I pazienti che ricorrono alla donazione dei gameti non possono scegliere in alcun modo il donatore;
2) Si tiene conto solo delle caratteristiche di razza dei pazienti;
3) I pazienti che ricevono la donazione dei gameti verranno indicati da una condizione di mancanza di gameti propri o da condizioni genetiche dei propri gameti che mettono a rischio la salute del nascituro;
4) Sono compresi fra i riceventi la donazione dei gameti tutti i pazienti oncologici che sottoponendosi a terapie antitumorali hanno perso la capacità riproduttiva, se non hanno preventivamente crioconservato i propri gameti. L’azione dei farmaci contro il cancro danneggia, il più delle volte in maniera irreversibile, la produzione dei gameti di questi pazienti. Ricorrere alla donazione dei gameti in questi casi rappresenta l’unica possibilità per avere un figlio;
5) Sono candidate a ricevere la donazione tutte le coppie in cui le donne presentano una condizione di menopausa precoce.

E ancora:

6) Sono candidate a ricevere la donazione di gameti tutte le coppie che, per motivi genetici o malattie di altra origine, non riescono a produrre embrioni sani, oppure presentano patologie che causano una riduzione nel numero e nella qualità dei gameti (esempio: endometriosi), esponendosi ad uno stato di infertilità con aborti ripetuti o alla sterilità assoluta;
7) La donna ricevente non deve avere superato la soglia di 50 anni, che segna mediamente l’ingresso in menopausa. Ciò è coerente con l’art. 5 della legge 40/2004, nel quale si stabilisce che possono accedere alla procreazione medicalmente assistita coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=20889)

I giuristi: nuove regole per l’eterologa

3 giugno 2014

«Con l’eliminazione del divieto di fecondazione eterologa dal nostro ordinamento, occorrerà rimettere mano alla legge 40 al fine di adeguarla al nuovo scenario disegnato dalla Corte Costituzionale». Sono queste, in sintesi le conclusioni del convegno dei civilisti, esperti di diritto di famiglia, riuniti in un convegno alla Camera per un confronto tra studiosi di alto profilo accademico.

È stata l’occasione per fare il punto sulla fecondazione eterologa dopo la bocciatura della legge 40 sul punto da parte della Consulta, e in attesa delle motivazioni il cui deposito è stato rinviato alla prossima settimana. I problemi sul tappeto non sono pochi, dal punto di vista sia scientifico sia etico, sebbene i promotori dei ricorsi contro il divieto di eterologa sostengano che per l’accesso al figlio in provetta con gameti estranei alla coppia di genitori sia solo questione di giorni (in realtà nessuno può prevedere cosa prescriverà la Consulta).

Dalle relazioni dei docenti, professori ordinari di diritto civile nelle principali università italiane, è emerso che con l’introduzione della fecondazione eterologa in Italia andranno disciplinati i contenuti degli esami di laboratorio richiesti per i donatori, attualmente previsti da una legge del 2010 soltanto per i partner e, dunque, con minore approfondimento sulla loro anamnesi clinica finalizzata a prevenire patologie del nascituro.

Non è difficile neppure immaginare che si apriranno problematiche sui criteri selettivi dei donatori, che dovranno comunque scongiurare forme di selezione a scopo eugenetico, tuttora vietate dall’articolo 13 della legge 40. Quanto alla donazione dei gameti, nel dibattito è stata rilevata l’inadeguatezza della normativa per quanto riguarda la revocabilità del consenso del donatore. Non è chiaro infatti, secondo la legge, se si tratti di un contratto, che però cozza contro la norma ancora vigente sul divieto di commercializzazione dei gameti, o di un atto di disposizione a titolo gratuito, come tale giuridicamente revocabile prima dell’impianto dell’embrione nell’utero della donna.

Si è poi affrontato il tema della fecondazione eterologa con gameti femminili. I relatori hanno rilevato il contrasto tra i principi della legge 40 ed il Codice civile italiano, che fonda lo status del bambino sulla coincidenza tra generazione materna e parto, che la donazione di ovuli invece mina alla radice (per tacere della maternità surrogata), come emerso drammaticamente anche nella vicenda dello scambio di embrioni all’ospedale Pertini di Roma.

C’è anche da considerare il diritto del soggetto nato a conoscere le sue origini biologiche, diritto già sancito dalla Corte Costituzionale nel 2013 e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo l’anno prima. È indiscutibile anche il diritto a sapere di essere stato procreato con tecnica eterologa, situazione che, inevitabilmente, apre il problema sul possibile anonimato del donatore. Quest’ultimo aspetto, come hanno rilevato gli esperti di diritto civile, negli ordinamenti europei è disciplinato da una legge dello Stato e non da principi o provvedimenti giurisprudenziali.

Al convegno hanno svolto relazioni i professori Michele Sesta (Università di Bologna), Enrico Del Prato (Sapienza di Roma), Mauro Orlandi (Università di Roma Tor Vergata), Mirzia Bianca (Sapienza), Enrico Moscati (Roma Tre), Emanuele Bilotti (Università Europea di Roma), Stefania Stefanelli (Università di Perugia) e Alberto Gambino, direttore scientifico di «Diritto mercato tecnologia», rivista giuridica telematica che ha organizzato il convegno.

(Fonte: «Avvenire»)

Disoccupazione record: vola al 13,6% nel trimestre, al 46% tra i giovani

3 giugno 2014

La disoccupazione corre senza soste: nei primi tre mesi del 2014 ha registrato l’undicesimo trimestre consecutivo di crescita dal 2004. E così i dati del periodo, diffusi dall’Istat, sono drammatici: nei primi tre mesi dell’anno il tasso è salito fino al 13,6%, in crescita di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L’indicatore sale per entrambe le componenti di genere, portandosi al 12,9% per gli uomini e al 14,5% per le donne: «Stiamo strisciando sul fondo, non raccontiamoci storielle»,  ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

In effetti si tratta, in base a confronti annui, di un massimo storico, ovvero del valore più alto dall’inizio delle serie trimestrali, partite nel 1977. La situazione, però, è ancora peggiore sul fronte giovanile: il tasso dei senza lavoro tra i 15 e i 24 anni è al 46%. In assoluto, i disoccupati sfiorano i 3,5 milioni, in aumento di oltre 200mila unità rispetto allo stesso periodo del 2013.

Duro il giudizio del leader Cgil, Susanna Camusso secondo cui i dati «sono molto gravi: basta ragionare di tagli, bisogna ragionare di crescita e lavoro». Ad aprile, infatti, il tasso di disoccupazione è rimasto invariato rispetto a marzo al 12,6% ed è salito su anno di 0,6 punti percentuali. Preoccupa, piuttosto, il calo del tasso di occupazione sceso di 0,2 punti percentuali ad aprile al 55,4% (-0,3 punti su anno).

La situazione più drammatica resta nel Mezzogiorno, dove il tasso di disoccupazione vola al 21,7% e tra i giovani arriva al 60,9%: in particolare tra i 15 e i 24 anni sono 347mila i ragazzi in cerca di lavoro (il 14,5% della popolazione in questa fascia d’età).
In particolare, il numero di individui inattivi tra 15 e 64 anni aumenta dello 0,6% rispetto a marzo (+81mila), ma diminuisce dello 0,6% rispetto a 12 mesi prima (-84mila). Il tasso di inattività si attesta al 36,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e in diminuzione di 0,1 punti su base annua.

La fotografia del mercato del lavoro allarma il governo, con il ministro competente, Giuliano Poletti, che spera nel cambio di passo: «L’obiettivo è produrre entro fine anno almeno il cambio di segno», ha sottolineato a un convegno della Fondazione Cariplo. «Teniamo conto – ha aggiunto – che parliamo degli esiti del trimestre in cui il pil italiano è sceso dello 0,1% per cui l’occupazione si è allineata a quel dato». Si è poi concentrato sulla necessità di reperire le risorse per la cassa in deroga: «Le coperture ci sono per la parte ordinaria e straordinaria, per la cassa in deroga sappiamo che c’è un problema di coperture che è derivato dalla precedente legge di Stabilità. È un problema su cui il governo dovrà intervenire, integrando le risorse».

EUROSTAT. Rispetto all’Italia, l’Eurozona è in controtendenza con un lieve calo del tasso di disoccupazione che ad aprile è passato all’11,7% dall’11,8% di marzo, un anno prima era al 12%. Nella Ue è passato al 10,4% da 10,5% a marzo; un anno prima era al 10,9%. Lo rileva Eurostat sottolineando che ad aprile c’erano 25,471 milioni di disoccupati di cui 18,751 milioni nell’Eurozona: rispetto a marzo i disoccupati sono 151mila in meno nella Ue e 76mila nell’Eurozona: rispetto a un anno prima sono calati di 1,167 milioni e 487mila rispettivamente.

(Fonte: «La Repubblica»)

Un decalogo per gestire le migrazioni e un ente per le politiche migratorie proposti dall’Accademia dei Lincei

5 giugno 2014

Un decalogo per gestire le migrazioni attraverso un Ente indipendente è stato proposto dai partecipanti al convegno «Il governo delle migrazioni oltre la crisi» svoltosi all’Accademia Nazionale dei Lincei. In particolare, nel documento finale, che verrà sottoposto all’approvazione della Classe di Scienze Morali dell’Accademia, si legge che «le politiche migratorie debbono scaturire da analisi accurate e indipendenti delle necessità del Paese; della domanda espressa dai datori di lavoro, siano questi imprese o famiglie; delle potenzialità effettive di integrazione. Avvalendosi di un Ente autorevole e indipendente, è opportuno che Governo e Parlamento esprimano piani di lungo periodo circa l’ammontare dei flussi, le loro auspicabili caratteristiche, le modalità di ammissione».

Nella premessa al decalogo, l’assemblea dei partecipanti al convegno ricorda che «l’immigrazione è divenuta componente rilevante e duratura del ricambio sociale della società Italiana, ritiene urgente una riflessione propositiva, orientata al lungo periodo, alla quale il Convegno ‘Il governo delle migrazioni oltre la crisi’ ha offerto un importante contributo. Tale riflessione deve vertere sulle riforme necessarie per rendere il governo dei flussi migratori funzionale allo sviluppo culturale, sociale ed economico del Paese.
La debolezza demografica dell’Italia e l’auspicata ripresa economica – prosegue la premessa – potranno, nel volgere di breve tempo, riattivare flussi migratori importanti che occorre governare al meglio. Lo stock migratorio è oggi molto più numeroso che in passato, ma è anche più stabile, formato da un’alta percentuale di persone regolarmente residenti da lungo tempo. Inoltre, rispetto al passato, è migliorato l’atteggiamento della cittadinanza nei confronti dei migranti. Occorre però rinnovare gli strumenti di governo, oramai obsoleti e inadatti a gestire un fenomeno di tale rilevanza».

L’assemblea dei partecipanti, conclude il documento, «sulla base delle considerazioni sopra espresse, ritiene urgente riportare la questione migratoria tra le priorità del Paese ed approva i principi contenuti nei dieci punti qui di seguito riportati».

I – Il dibattito sulla migrazione deve essere sottratto alla dialettica partigiana, orientata alla ricerca del consenso elettorale, e inquinata da pregiudizi. Esso deve basarsi sulla constatazione che la migrazione genera numerosi benefici per un Paese come il nostro, con un’economia stagnante, una demografia debole, una bassa mobilità, restio a confrontarsi con altre culture, nonostante sia immerso in dinamici processi di globalizzazione. Occorre anche constatare che numerose sono le criticità che inevitabilmente sorgono dall’incontro e dal confronto tra cittadini e migranti, con esperienze personali, condizioni di vita, radici culturali diverse.

II – Vantaggi e svantaggi delle migrazioni vanno governati per aumentare i primi e attenuare i secondi, assicurando che la migrazione sia un gioco a somma positiva. Occorre tener conto della diversità degli interessi in gioco e della pluralità degli attori coinvolti: gli immigrati (lavoratori, familiari, rifugiati e richiedenti asilo, studenti e rentier), le istituzioni (pubbliche, private e del privato sociale) chiamate a interagire con i migranti, le varie articolazioni (famiglie, imprese, collettività di origine immigrata) del corpo sociale e le società e le famiglie dei Paesi di origine.

III – Qualsiasi politica migratoria, a volte in modo esplicito, più frequentemente in forma occulta, contiene elementi di selezione e di scelta dei migranti. La migrazione deve sostenere la crescita della società, mantenendone la coesione, e deve essere a questo adeguata. È necessario ed opportuno che i criteri di scelta siano trasparenti ed espliciti, e bene accetti alla collettività, e siano scevri da criteri discriminatori basati sull’etnia, il genere, la religione, le preferenze politiche, gli orientamenti sessuali. E’ dunque giusto che vengano privilegiati flussi migratori “utili”, orientati a sostenere lo sviluppo culturale e sociale, oltre a quello economico, evitando il depauperamento di specifiche scarse risorse umane nei Paesi di origine. Una politica così orientata è tanto più accettabile in quanto coesista con una generosa politica dell’asilo e della protezione umanitaria, che per sua natura non può procedere a scelte o selezioni, ma deve essere garantita a tutti coloro che ne hanno diritto.

IV – Ogni azione di governo dell’immigrazione deve svolgersi nel pieno rispetto della dignità, dei diritti e delle libertà delle persone, delle regole di convivenza affermate dalla nostra Carta Costituzionale che esprime irrinunciabili diritti e doveri per i cittadini Italiani, nonché dei principi contenuti nelle Convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese.

V – Il governo delle migrazioni deve ispirarsi ad obiettivi di lungo periodo sottraendosi, per quanto possibile, a considerazioni meramente congiunturali. I migranti si spostano spinti da molteplici motivazioni e con programmi e orizzonti temporali che vanno dalla presenza stagionale all’intero ciclo di vita. Gran parte della migrazione è però di lungo periodo, e deve trovare eque e percorribili vie per accedere ai fondamentali diritti sociali, ai diritti politici e alla cittadinanza.
VI – I processi migratori debbono svolgersi rispettando la normativa nazionale e internazionale vigente. La normativa deve essere orientata a minimizzare l’irregolarità, inevitabile in fenomeni di massa, che va gestita nel pieno rispetto dei diritti e della dignità delle persone e dei loro familiari, con soluzioni ragionevoli e, nei limiti del possibile, non costrittive.

VII – Le migrazioni concorrono al cambiamento del Paese; accrescono il corpo sociale; generano nuovi cittadini. Le regole e le azioni che le governano debbono essere condivise e fondarsi su un ampio consenso, democraticamente espresso.

VIII – I processi di internazionalizzazione, e la perdurante crisi, hanno riattivato rilevanti flussi di emigrazione, in particolare di giovani con elevati livelli di formazione. Si tratta di un fenomeno che va seguito con attenzione, accompagnato e tutelato, con l’obbiettivo di ridurne le ricadute negative e di massimizzarne i benefici per la crescita complessiva del capitale umano europeo.

IX – Le politiche migratorie debbono scaturire da analisi accurate e indipendenti delle necessità del Paese; della domanda espressa dai datori di lavoro, siano questi imprese o famiglie; delle potenzialità effettive di integrazione. Avvalendosi di un Ente autorevole e indipendente, è opportuno che Governo e Parlamento esprimano piani di lungo periodo circa l’ammontare dei flussi, le loro auspicabili caratteristiche, le modalità di ammissione.

X – L’Unione Europea esercita prerogative nel campo del controllo delle frontiere, della gestione dell’irregolarità, dell’integrazione, dell’asilo. Non è di sua competenza, invece, l’ammissione degli immigrati, cosicché nella Ue convivono Paesi con politiche migratorie molto diverse. L’Italia deve battersi per una politica migratoria comune ben coordinata; per il mantenimento ed il rafforzamento dello spazio europeo di libera circolazione; per una gestione dell’asilo uniforme e con un’equa distribuzione tra stati degli oneri relativi; per un potenziamento responsabile e coordinato del controllo delle frontiere e dell’irregolarità, nel pieno rispetto dei diritti umani dei migranti; per una politica esterna che integri efficacemente la gestione dell’immigrazione nei piani di cooperazione con i Paesi terzi.

(Fonte: «Accademia dei Lincei»)

L’Italia è il Paese con più badanti

11 giugno 2014

«Siamo l’unico Paese al mondo ad avere circa un milione e mezzo di assistenti familiari: un numero incredibile di cosiddetti ‘badanti’. Rivela il tentativo di apprestare un’assistenza suppletiva per i nostri anziani, fra i più numerosi al mondo, che altrimenti potrebbero contare su un numero insufficiente di letti nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (solo 400mila letti, un record negativo: coprono circa il 3,5% degli over 65, mentre nessun Paese europeo si attesta sotto al 7%), o su prestazioni domiciliari ancora molto inferiori alla media europea (garantiscono servizi a meno del 2% degli ultrasessantacinquenni: nessun Paese in Europa si attesta al di sotto dell’8%)”. Così Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva e Direttore del Dipartimento di Geriatria, Neuroscienze e Ortopedia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Policlinico A. Gemelli di Roma, ha presentato la giornata di confronto che si è svolta l’11 giugno a Roma, e che per la prima volta ha restituito una fotografia aggiornata – anche grazie ai dati presentati dall’Istat e dal Censis – dell’assistenza familiare in Italia.

Bernabei ha proseguito parlando dell’associazione che presiede. «È un fenomeno socio-sanitario, demografico e culturale con il quale siamo a contatto ogni giorno e sul quale, incredibilmente, nessuno fino ad ora aveva proposto una riflessione organica e strutturata. Italia Longeva, che è impegnata a tutto campo sulle problematiche che coinvolgono la terza età, ha quindi pensato di riunire oggi, all’Università Cattolica di Roma, tutti gli attori coinvolti nell’analisi, nel supporto e nella gestione dell’assistenza familiare. Un fenomeno, ripeto, che in nessun altro Paese si presenta diffuso e capillare come in Italia: dalle Alpi alla Sicilia e nella stragrande maggioranza delle nostre famiglie».

«I nonni italiani – ha proseguito Bernabei – nella maggior parte dei casi hanno ancora un’abitazione di proprietà, nella quale i loro figli, anche in risposta alle carenze dei servizi cui accennavo, scelgono di continuare ad assisterli grazie al supporto di un vero e proprio esercito di assistenti familiari, non sempre in regola e non sempre adeguatamente preparati. Riguardato dal punto di vista del sistema è una sorta di servizio socio-sanitario parallelo, garantito da operatori della cui formazione nessuno sembra preoccuparsi abbastanza».

Bernabei rammenta invece che l’Università Cattolica di Roma, attraverso il Centro di Ricerca, Promozione e Sviluppo dell’Assistenza Geriatrica (Cepsag) «ha intrapreso da anni uno sforzo di professionalizzazione della figura dell’assistente familiare: migliaia di ‘badanti’ formati nel cuore del Policlinico A. Gemelli; una goccia nell’oceano a fronte del milione e mezzo di assistenti familiari presenti in Italia, e tuttavia sufficiente a ricordare a tutti che le conoscenze di un semplice collaboratore domestico non possono essere le stesse richieste a una persona impegnata a prendersi cura di un anziano, magari non del tutto autonomo o comunque affetto da diverse cronicità».

C’è poi la questione sociologica e previdenziale. «Che prospettive hanno i ‘badanti’ che lavorano in Italia, non sempre in regola e spesso sprovvisti di un titolo che riconosca e certifichi la loro professionalità?», si chiede Bernabei. Che prosegue: «Torno a sottolineare che parliamo di circa un milione e mezzo di lavoratori, in molti casi stranieri, che quindi impongono una riflessione anche di carattere sociale: quale sarà il destino dei loro figli? E chi assisterà i nostri assistenti familiari, quando a loro volta invecchieranno?».

Per rispondere a tutte queste domande, il convegno dell’11 giugno – «L’assistente familiare in Italia dalla formazione ai problemi sociali e di integrazione» – ha riunito per la prima volta esponenti politici – fra i relatori il sottosegretario al Ministero della Salute, Vito De Filippo -, professionisti sanitari, rappresentanti dei sindacati ed esponenti di associazioni, sorte spontaneamente proprio per far fronte alle tante questioni sollevate dall’assistenza familiare. Un fenomeno tutto italiano, nel quale l’anziano dipende, dal punto di vista delle necessità primarie, dal proprio dipendente: un’iperbole sinora quasi del tutto trascurata, a livello istituzionale, nel nostro Paese, capace di generare problemi complessi, sui quali Italia Longeva ha deciso di stimolare un dibattito costruttivo.

(Fonte: «Zenit»)

Aborto, obiezione e diritto alla salute, sul «Journal of Medical Ethics»

12 giugno 2014

L’annosa questione dell’obiezione di coscienza nei confronti dell’aborto è al centro di un articolo e un editoriale appena pubblicati sul «Journal of Medical Ethics»: Francesca Minerva, vicepresidente della Consulta di Bioetica oggi al Centre for Applied Philosophy and Public Ethics dell’Università di Melbourne, in Australia, descrive la situazione italiana – con un tasso di obiezione di coscienza attorno al 70% – che in marzo ha spinto il Comitato Europeo dei Diritti Sociali a condannare l’Italia per il mancato rispetto del diritto alla salute, ed elabora alcune proposte.

«Come accade in altri  Paesi, i medici di medicina generale potrebbero essere coinvolti nell’aborto nelle prime settimane di gravidanza», propone Minerva. «Gli obiettori di coscienza potrebbero essere scoraggiati in vari modi – per esempio offrendo un salario migliore, o più ferie ai non obiettori. Poiché questi ultimi eseguono attività che la maggioranza dei loro colleghi rifiutano di eseguire, sembra legittimo ricompensarli con alcuni incentivi. Ciascun ospedale, o tutti quelli di una certa area geografica, dovrebbero garantire un rapporto ideale tra obiettori e non obiettori» conclude, indicando in attesa di studi empirici più approfonditi la percentuale ideale del 50%, per raggiungere la quale gli ospedali dovrebbero assumere solo ginecologi che si dichiarino non obiettori.

«Queste strategie funzionerebbero al meglio se si modificasse l’articolo 9 della legge 194 del 1978 spiegando chiaramente quali attività devono essere considerate specifiche e necessarie per un aborto» spiega, sottolineando che a 35 anni dall’approvazione della legge «chi sceglie di diventare ginecologo, infermiere o anestesista sa che l’aborto è un atto medico che gli si potrà chiedere di eseguire durante la propria carriera».

«Quando questioni di coscienza impediscono l’accesso a un determinato trattamento, come l’aborto in Italia, il sistema di sanità pubblica – o in questo caso il Ministero della Salute – deve trovare una soluzione che come priorità salvaguardi e protegga la salute dei pazienti» conclude la bioeticista italiana. L’editoriale di Roger Trigg, della Facoltà di Teologia e Religione dell’Università di Oxford, concorda sulla necessità di affrontare i casi in cui l’implementazione di una politica pubblica approvata rischia di essere compromessa, ma si conclude con un invito a non trascurare il richiamo della coscienza: «Se mettiamo da parte il ragionamento morale di coscienza, la medicina si riduce a una questione tecnica di procedure, senza alcun riguardo per il loro effetto sul superiore bene dell’uomo».

(Fonte: «Doctor 33»)
(Approfondimenti: http://jme.bmj.com/content/early/2014/05/25/medethics-2013-101656.abstract
http://jme.bmj.com/content/early/2014/05/25/medethics-2013-101892.extract)

La Consulta ribadisce: «Il matrimonio è tra uomo e donna»

12 giugno 2014
La vicenda sta circolando da giorni sui media, destando scalpore. Alessandra Bernaroli, quarantunenne bolognese, fino al 2009 si chiamava Alessandro. Poi ha deciso di sottoporsi a un’operazione per “cambiare sesso”, ma dopo aver mutato il proprio nome all’anagrafe si era anche vista sciogliere il matrimonio d’ufficio, per iniziativa del comune di Bologna.
La coppia, nonostante la scelta inedita dell’uomo, ha rifiutato l’idea di non esser più riconosciuta come sposata. Così è ricorsa in tribunale, dove i giudici le hanno dato ragione, poi in appello, dove ha avuto torto, e infine in Cassazione, che ha rimesso il caso alla Corte Costituzionale.

Quest’ultima l’11 giugno ha chiuso il caso. Nel caso di cambiamento di sesso da parte di uno dei coniugi – hanno stabilito le toghe – la loro relazione può trasformarsi, se consenzienti, in un «rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata». Allo stesso tempo però, hanno sancito che in tal caso «non può esistere il vincolo matrimoniale».

«Parole semplici eppure cariche di significati», le ha definite Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari. «Vogliono dire, ad esempio, che il matrimonio e la famiglia sono riservati alle coppie eterosessuali, mentre le unioni tra persone dello stesso sesso sono e devono rimanere una cosa diversa. La Corte rimanda la decisione al Parlamento, che nella sua piena discrezionalità dovrà eventualmente stabilire una disciplina ‘che tuteli adeguatamente i diritti e gli obblighi della coppia».

Belletti fa notare che non si fa riferimento solo a «ipotetici  “diritti” ma anche gli obblighi dei componenti». Perché – prosegue – «ogni unione o è evanescente o si fonda sulla responsabilità e l’impegno reciproco e pubblico».
La sentenza, secondo il presidente del Forum, cela tuttavia «qualche implicazione ambivalente», che «chiederà nei prossimi giorni grande attenzione, anche per evitare qualsiasi strumentalizzazione: da un lato infatti la Corte ribadisce la sovranità del Parlamento sulla regolamentazione delle unioni civili ma dall’altro, superando le proprie recenti pronunce, aggiunge un elemento di novità, ‘pretendendo’ l’introduzione nell’ordinamento delle convivenze registrate. Insomma quella del legislatore diventerebbe una sovranità limitata».

La limitazione della libertà del Parlamento viene però bilanciata, secondo Belletti, dal riconoscimento «che nulla hanno a che vedere con le unioni omosessuali l’art. 29 della Costituzione e gli articoli 8 e 12 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, tant’è che anche la Corte europea ha sempre ribadito la discrezionalità del legislatore nazionale su questi argomenti».
Ciò fa sì che non ci sarà «nessuna autostrada per riconoscimenti automatici del matrimonio tra persone dello stesso sesso, quindi, ma la richiesta di regolare con discernimento le condizioni specifiche, i diritti – e soprattutto i doveri – delle varie forme di convivenza». Belletti conclude chiamando in causa il Parlamento affinché si trovino «soluzioni adeguate a temi così decisivi per l’umano. Senza ideologie».

F.C
(Fonte: «Zenit»)

Il difficile amore tra comunicazione e ricerca

12 giugno 2014

Ricerca e comunicazione possono andare d’accordo? Se ne è discusso alla riunione annuale dell’Associazione Alessandro Liberati (Network italiano Cochrane) che si è tenuta a Milano il 23 maggio scorso, presso l’Istituto Mario Negri. Tema di grande attualità, sul quale la Cochrane Collaboration si sta interrogando da tempo, è infatti insufficiente la capacità di comunicare con efficacia i risultati della ricerca. C’è di fatto un’esigenza concreta e diffusa di saperne di più su come usare i social media, su come sfruttare la popolarità e la fruibilità del format di Wikipedia, su come lasciare che siano le immagini e le infografiche a parlare, su come interagire con un giornalista coscienzioso per metterlo nelle condizioni di raccontare al meglio la ricerca.

Il sociologo Davide Bennato (Università di Catania) – specializzato in digital literacy, e-learning – ha presentato, per esempio, una riflessione su come comunicare la ricerca tramite i social media. Il social network è un territorio instabile in cui si muovono diversi attori, tra cui ricercatori, giornalisti e attivisti. Dunque, quando si comunicano i risultati degli studi bisogna tenere conto del contesto, dei ruoli sociali e del sistema di credenze e valori del pubblico di riferimento.
Comunicare equivale a raccontare una storia: per i ricercatori si tratta di organizzare i dati (raccolti e certificati secondo una procedura che sia legittimata rispetto alla comunità di appartenenza); per i giornalisti si tratta di trovare qualcosa che valga la pena di essere raccontato (disseminando informazioni su un tema specifico con valore divulgativo); per gli attivisti, invece, i risultati di una ricerca possono essere uno strumento per sostenere determinate posizioni in un sistema valoriale specifico, advocacy, ma all’interno di un terreno oggettivo condiviso.

I social media non sono strumenti di comunicazione né canali, ma spazi di sensibilizzazione tramite esperienze, spazi sociali aperti abitati da community. In questo variegato contesto il ricercatore deve sapere adattare, e in alcuni casi anche negoziare, il proprio ruolo a seconda dell’interlocutore. I social media sono potenti mezzi per la comunicazione della ricerca a patto di usare strategie di storytelling che siano congruenti con l’uso sociale dei media digitali.
La complessità dell’ecosistema della comunicazione propone sfide nuove ai ricercatori. La ricchezza dei media e degli strumenti da una parte sembra facilitare il compito di divulgare ma, dall’altra, impone una conoscenza non superficiale dei diversi mezzi e delle opportunità che ciascuno teoricamente offre.

La comunicazione scientifica è un processo e non un episodio, è uno spazio nel quale ciascuno – ricercatori, giornalisti, grafici, editori – deve essere consapevole dei propri punti di forza e disponibile a riconoscere i limiti e discutere i modi per superarli. Solo così si può rispondere ogni giorno al significato civile del proprio agire. In fondo, per comunicare serve conoscenza (bisogna sapere di cosa si parla), tempestività (occorre essere rapidamente disponibili per gli altri), sintesi (è necessario saper distinguere tra cose essenziali e di secondario rilievo) e chiarezza (si deve saper ragionare costruendo immagini che aiutino gli altri a farsi un’idea autonoma).

(Fonte: «Epicentro»)
(Approfondimenti: http://associali.it/
http://www.cochrane.it/it
http://www.slideshare.net/Davide
http://www.pensiero.it/attualita/articolo.asp?ID_articolo=1227&ID_sezione=37
http://www.pensiero.it/attualita/articolo.asp?ID_articolo=1228&ID_sezione=37)

Le donne si ammalano diversamente dagli uomini: serve medicina di genere

12 giugno 2014

Le donne vivono più a lungo, ma si ammalano come e più degli uomini: secondo l’Istat, la disabilità femminile è, in Italia, doppia di quella maschile (6,1% contro 3,3%) e l’8,3% delle donne denuncia un cattivo stato di salute contro il 5,3% degli uomini. Inoltre, le donne si ammalano diversamente, ed è per questa ragione che si rende necessaria una medicina di genere.

Se ne è parlato la scorsa settimana in un congresso tenuto a Firenze, voluto dalla Federazione con il locale Ordine e coordinato da Teresita Mazzei, professore ordinario all’Università di Firenze, che ha precisato: «La medicina di genere non è una nuova disciplina, ma un nuovo approccio che attraversa tutte le discipline mediche. L’approccio alla medicina di genere non può che essere scientificamente globale: ricerca e sperimentazione, genetico, epigenetico, fisiologia, epidemiologia e prevenzione, diagnosi e terapia, effetti collaterali, reazione avverse. Il concetto di salute di genere non può non tenere conto dei determinanti di salute, delle condizioni sociali e culturali».

E per Annarita Frullini, coordinatrice dell’Osservatorio Fnom per la professione al femminile, «è necessario un lavoro di divulgazione perché operatori e cittadinanza conoscano la medicina di genere».

Le patologie forse più allarmanti per le donne sono quelle cardiovascolari, responsabili del 46% dei decessi femminili; mentre il tasso delle morti per questa causa nella popolazione maschile è in costante diminuzione, quello nel sesso femminile è cresciuto del 14,6% dal 1990 al 2002.

A questo proposito, tra i tanti progetti in itinere presentati a Firenze, si segnala quello della Commissione medicina di genere della Regione Toscana, che si propone di effettuare una valutazione del rischio vascolare in donne con pregressa storia di eventi ostetrici negativi. Si tratta di realizzare una prevenzione primaria della patologia cardiovascolare nelle donne apparentemente sane, tenendo conto della storia personale di eventi ostetrici avversi in gravidanza a rischio di complicanze ostetriche placenta-mediate.

Renato Torlaschi
(Fonte: «Doctor 33»)

Medicina narrativa, una risorsa per la pratica clinica. Ecco le linee di indirizzo Iss

13 giugno 2014

Da diversi anni, anche in Italia la medicina narrativa ha cominciato a farsi conoscere tra gli studiosi, nei convegni, in ambito formativo e in contesti meno specialistici. Proprio per fare chiarezza su tale approccio multidisciplinare, che dà importanza alle narrazioni nella ricerca, nella clinica e nell’organizzazione sanitaria, l’Istituto Superiore di Sanità ha promosso nei giorni scorsi la prima Consensus Conference sulle «Linee di indirizzo per l’utilizzo della medicina narrativa in ambito clinico-assistenziale, per le malattie rare e cronico-degenerative», e il 13 giugno, nell’ambito di un Convegno internazionale, è pronta a presentare il documento, frutto del lavoro di un panel multidisciplinare, che accoglierà contributi provenienti sia dalla comunità scientifica sia dalla società civile e sarà indirizzato agli operatori impegnati in ambito sanitario, sociale e socio-sanitario.

«La narrazione è uno strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. Il fine è la co-costruzione di un percorso di cura personalizzato e condiviso», è uno dei presupposti di partenza delle Linee di indirizzo che mirano, in primis, a far luce su “cosa è” e “cosa non èmedicina narrativa in modo che chi voglia utilizzare tale approccio possa orientarsi tra le numerose iniziative sul tema. Quali sono le metodologie e gli strumenti utilizzati nella medicina narrativa? Quale può essere l’utilità e in quali ambiti e contesti? Sono gli altri due fondamentali quesiti a cui le linee di indirizzo cercano di dare risposte. Ecco il documento.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=1672086.pdf
http://www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?articolo_id=22006)

Giornata del creato: messaggio Cei, «educare alla custodia» della Terra

14 giugno 2014

L’inquinamento, gli eventi meteorologici estremi e la mancanza di una vera cultura preventiva sono le tre “aree critiche” individuate nel Messaggio per la 9ª Giornata per la custodia del creato, reso noto dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro e dalla Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei.

La Giornata si celebra il 1° settembre.  «Educare alla custodia del creato, per la salute dei nostri Paesi e delle nostre città» è il titolo del Messaggio, che il 15 giugno sarà pubblicato da Avvenire. «Viviamo con terrore l’inquinamento, che in vaste aree del pianeta si fa sempre più pervasivo – si legge nel testo -. Non sempre le attività produttive sono condotte con il dovuto rispetto del territorio circostante. La sete del profitto, infatti, spinge a violare tale armonia, fino alla diffusione nell’ambiente di veri e propri veleni. Con situazioni estreme, che diventano purtroppo fonte di tumori. Non sempre ci accorgiamo subito di questa violenza contro il territorio. Anzi, spesso è mistificata ed altre volte viene addirittura giustificata». Di fatto, «la consapevolezza davanti a questi comportamenti criminali richiede tempi lunghi. Matura sempre lentamente, spesso solo tramite la dedizione, eroica, di chi, facendo il proprio lavoro con serietà, è come se si immolasse per creare tra la gente una adeguata coscienza della gravità del problema».

Anche gli eventi meteorologici estremi hanno conseguenze disastrose. «La cosa più grave – si osserva – è la carente consapevolezza da parte della comunità civile nazionale circa le vere cause che a monte determinano questi tristi eventi! Restiamo sì addolorati, ma poco riflettiamo ed ancor meno siamo disposti a cambiare, per mettere in discussione il nostro stile di vita!». Inoltre, manca «una vera cultura preventiva davanti ai tanti disastri». Comunque oggi «la coscienza ecologica è in consolante crescita, ovunque» e «questa accresciuta consapevolezza del dono ricevuto da Dio ci spinge a garantire un ambiente sostenibile, per noi e per i nostri figli».

La parola chiave è “custodire”. Anche in vista del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze 2015 attorno al nuovo umanesimo basato su Cristo, il Messaggio suggerisce alle Chiese italiane tre impegni: la coscienza di un impegno culturale; la denuncia davanti ai disastri; la rete di speranza nel futuro. Innanzitutto, «la custodia della terra ci chiede di amarla, vigilando con matura consapevolezza. La terra ci appartiene. Tutti siamo chiamati a questo compito che si fa premura già nelle scuole accrescendo la coscienza ecologica viva tra i giovani». Si tratta di concretizzare quella “conversione ecologica” che ci porta «a ritrovare il gusto per la bellezza della terra e lo stupore davanti alle sue meraviglie».

È necessaria «anche la capacità critica per cogliere le ingiustizie presenti in un modello di sviluppo che non rispetta l’ambiente. Abbiamo cioè bisogno di un’economia capace di generare lavoro senza violare la terra». Si pensi «alla interconnessione tra rispetto dell’ambiente, agricoltura, turismo e benessere sociale. Solo insieme si cresce. Solo insieme saremo competitivi, proprio perché rispettosi della tipicità con cui Dio ha costruito l’armonia dei colori, delle lingue, delle culture e dei volti».

In questo senso è importante il ruolo della catechesi: «Arte e catechesi sono sempre state in stretta alleanza con la liturgia per quel gusto della bellezza che diventa la prima coscienza contro ogni inquinamento e quell’energia vitale che ci permette di ricostruire i territori violati dai disastri ambientali». Ma «la custodia del creato è fatta anche di una chiara denuncia nei confronti di chi viola quest’armonia del creato. È una denuncia che spesso parte da persone che si fanno sentinelle dell’intero territorio, talvolta pagando di persona. Siamo loro profondamente grati, perché ci hanno insegnato un metodo: ci vuole sempre qualcuno che, come sentinella, coglie per primo i problemi e rende consapevole tutta la comunità della gravità della situazione. Specie davanti ai rifiuti. Chi ha tristemente inquinato, deve consapevolmente pagare riparando il male compiuto».

In particolare, si legge nel Messaggio, «va bloccata la criminalità che ha speculato sui rifiuti, seppellendoli e creando occasione di morte, distruggendo la salubrità dell’ambiente. Ma anche le nostre piccole violazioni quotidiane vanno segnalate, quando siamo poco rispettosi delle regole ecologiche». Infine, «siamo chiamati a fare rete lasciandoci coinvolgere in forme di collaborazione con la società civile e le istituzioni. Va maturata insieme una rinnovata etica civile». Per questo è «preziosa la dimensione ecumenica con cui è vissuta la Giornata della custodia del creato. È importante che nessuno resti spettatore, ma tutti attori, vigilando con amore, pregando intensamente lo Spirito di Dio, che rinnova la faccia della terra e accrescendo la cultura ecologica. Matureremo così una vera cultura preventiva, trovando la forza per riparare le ferite in modo fecondo. Solo così, tramite questa rete, potremo andare alle radici profonde dei disastri sociali ed ecologici, superando la superficiale emozione del momento».

Di qui l’invito: «Tanti nostri stili di vita vanno cambiati, per assumere la sobrietà come risposta autentica all’inquinamento e alla distruzione del creato. Del resto, una terra custodita è la prima fonte di lavoro per i giovani!».

(Fonte: «Sir»)

«Non siamo eutanasisti»: lo sdegno degli anestesisti italiani

16 giugno 2014

Non ci stanno gli anestesisti italiani ad essere coinvolti in una generalizzazione che fa di loro dei medici che non solo praticano l’eutanasia, ma in modo diffuso e quasi sistematico. E affidano la loro decisa contrarietà all’etichetta di “eutanasisti” a un comunicato stampa: «Le questioni etiche legate ai delicati temi della ‘fine vita’ – affermano – sono troppo complesse per essere affrontate in questo modo».

Tutto è nato dalla confessione choc dell’ex ordinario di anestesiologia e rianimazione all’Università di Cagliari e alla Sapienza di Roma che a 87 anni ha raccontato ad un quotidiano sardo di aver aiutato a morire un centinaio di persone in gravi condizioni, andando un “po’ oltre” nell’addormentare i pazienti. Per Saba, questo intervento dei medici anestesisti – effettuato con il consenso più o meno implicito degli stessi pazienti o dei loro familiari – non configura “eutanasia” ma “dolce morte“, cioè un modo per evitare ai pazienti ulteriori sofferenze. Si tratterebbe, inoltre, di una pratica «consolidata in tutta Italia e della quale non si dice per ragioni di conformismo».
È proprio questo assunto che vede la contrarietà dei colleghi di Saba. L’Aaroi-Emac (Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – Emergenza ed Area Critica), in rappresentanza di tutti gli iscritti all’associazione, che quotidianamente «prestano la loro opera professionale specialistica nelle sale operatorie e nelle terapie intensive degli ospedali, nonché in tutte le altre attività di assistenza a tutti i pazienti che per patologia acuta o cronica necessitano del loro operato», prende le distanze, si legge in una nota, «da ogni interpretazione strumentale di una recente intervista ad un collega».

L’intervista, secondo gli specialisti, ha avuto come conseguenza «sulla scia di parole gettate a riecheggiare in modo confuso – eutanasia, dolce morte, anestesia letale-, successivi interventi ancor più fuorvianti, che vorrebbero equipararne il significato a quello della ‘desistenza terapeutica‘».

Per desistenza terapeutica, che è un concetto che proviene appunto dall’ambito medico dell’anestesia e rianimazione, si intende l’atteggiamento terapeutico con il quale il medico desiste dalle terapie futili ed inutili nei confronti dei pazienti malati terminali. La desistenza terapeutica ha la sua base nel concetto di accompagnamento alla morte secondo dei criteri bioetici e di deontologia medica stabiliti.

«Le questioni etiche legate ai delicati temi della ‘fine vita’ – afferma nella nota il presidente nazionale Aaroi-Emac, Alessandro Vergallo – sono troppo complesse per essere affrontate in questo modo. Il progresso scientifico e tecnologico è oggi molto più rapido di quello sociale e giuridico, ma proprio per questo motivo non può continuare ad essere terreno di scontro di differenti, e spesso individuali, posizioni culturali o religiose, né tantomeno di interventi contraddittori della magistratura, com’è avvenuto in diverse occasioni, per esempio, di recente, nel ‘caso Stamina’».

Gli specialisti di anestesia e rianimazione richiamano ognuno alle proprie responsabilità, evitando confusioni e semplificazioni. «Ai politici, ai giuristi, e agli esperti di bioetica – afferma la nota –, se ne sono in grado, spetti e basti l’ònere di affiancare ai mezzi di cui dispone la scienza medica strumenti legislativi e ordinamentali diversi, e/o migliori, di quelli attuali».
Per quanto riguarda la propria categoria, i medici di Aaroi-Emac rifutano etichette improprie: «Agli anestesisti rianimatori italiani, il cui operato deve attenersi alle norme di legge vigenti e, secondo scienza e coscienza, al codice deontologico, nel rispetto dei pazienti e dei loro familiari – conclude la nota -, non può pertanto, per altrettanto rispetto che è loro dovuto, essere attribuita l’etichetta di ‘eutanasisti’».

(Fonte: «Aleteia»)

Studi in silico, Garattini: non sostituiscono ma riducono animali in ricerca

17 giugno 2014

«Noi difendiamo la necessità di utilizzare gli animali nella ricerca biomedica, perché per ora non abbiamo alternative, ma al tempo stesso cerchiamo di ricorrervi il meno possibile e ci dedichiamo anche allo studio di metodi complementari». È con questa posizione di equilibrio che Silvio Garattini, direttore dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri introduce il convegno internazionale in corso in questi giorni presso l’istituto di ricerca farmacologica milanese.

«Si tratta di studi – aggiunge Garattini – che riguardano la possibilità di stabilire quali sono gli effetti tossici delle sostanze chimiche sulla base di dati già disponibili, guardando alle loro caratteristiche chimiche o fisiche».

Ovviamente, lo strumento fondamentale per poter svolgere queste ricerche è il computer; si parla infatti di “metodi in silico” ed Emilio Benfenati, responsabile del laboratorio di chimica e tossicologia dell’ambiente, presenta a Milano un software innovativo per visualizzare sostanze tossiche raggruppate per famiglie simili. Oltre ai ricercatori, intervengono esponenti di enti regolatori europei per illustrare come avvantaggiarsi di tali strumenti informatici e del mondo industriale per valutare i possibili benefici economici del settore.

Il convegno si svolge al Mario Negri perché è all’avanguardia in questo tipo di studi ed è capofila di un buon numero di progetti europei; come spiega il direttore, «può accadere che il responso di uno studio in silico dia un forte riscontro per l’effetto cancerogeno di una sostanza; se anche gli studi in vitro ne danno conferma, è inutile procedere con sperimentazioni in vivo».

È questo uno dei motivi per cui gli animali utilizzati ogni anno nello stabulario dell’Istituto sono passati dagli oltre 120.000 di qualche decennio fa, a meno di 15.000. «Noi siamo determinati – ribadisce Garattini – a sostenere lo sviluppo di questo ambito di ricerca, al fine di ridurre ulteriormente il numero di animali utilizzati nei singoli progetti di ricerca».

Renato Torlaschi
(Fonte: «Doctor 33»)

Staminali. «Un grimaldello per indebolire il sistema regolatorio». Lo dicono gli esperti su «Nature»

17 giugno 2014
Esiste un movimento transnazionale che vuole ribaltare le regole fondamentali che sono alla base dei processi di approvazione dei farmaci nei Paesi avanzati, cioè l’obbligatoria dimostrazione di evidenze di efficacia e sicurezza come presupposto per l’immissione sul mercato di qualunque terapia. Ne sono convinti Paolo Bianco, esperto di staminali e professore di Patologia alla Sapienza di Roma, e Douglas Sipp, capo dell’Office for Research Communication at the RIKEN Center for Developmental Biology in Kobe, Giappone, che su «Nature» mettono in guardia da nuovi e pericolosi business e da vicende che stanno rendendo le cellule staminali un grimaldello per indebolire il sistema regolatorio allentando le restrizioni dettate dagli enti in questo ambito.

Per Bianco e Sipp si tratta di nuove imprese finanziarie costruite sulla sofferenza umana e che, grazie a movimenti di opinione spesso non competenti, richiamano alla “libertà di scelta” per sollecitare l’immissione sul mercato di terapie in fase precoce e con dimostrazione di sicurezza ed efficacia insufficiente. Insomma, si tratterebbe per gli autori di profitto tratto dalla “vendita di speranza”. Ma per Bianco e Sipp « la sola idea di mettere dei prodotti in vendita e nei corpi dei consumatori sulla base di dati di fase 1 è allarmante» perché esporrebbe i pazienti a rischi. «Studi clinici in fase iniziale rivelano solo se un prodotto è abbastanza sicuro per continuare i test, non per un utilizzo diffuso», sottolineano i due esperti spiegando che di circa l’80% dei prodotti che passano la fase 1 falliscono i test successivi: circa la metà di questi dimostra di essere non sufficientemente efficace e circa un quinto non sufficientemente sicuro.

«Tribunali, scienziati, medici e studiosi di etica hanno dimostrato che i prodotti a base di cellule staminali dovrebbero essere regolamentati come farmaci se sono trattati o se la destinazione del loro comportamento terapeutico è in qualche modo differente da quella prevista nella loro posizione originale», sottolineano Bianco e Sipp, esprimendo infine il timore che, «senza l’obbligo di dimostrare l’efficacia, diminuirebbe anche il bisogno di effettuare ricerca. In questo modo eventuali nuovi trattamenti potrebbero non essere scoperti e sviluppati».

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti:  http://www.nature.com/news/regulation-sell-help-not-hope-1.15409)

Il giardino di Dio. Benedetto XVI e l’ecologia dell’uomo

17 giugno 2014

Papa Benedetto XVI era ben noto per il suo interesse per le questioni ecologiche e una nuova antologia di sue dichiarazioni su questo tema fornisce degli spunti interessanti.
«The Garden of God: Toward a Human Ecology» è stato recentemente pubblicato dall’editoria accademica dell’Università Cattolica d’America ed è una traduzione di un libro originariamente pubblicato in italiano nel 2012 («Per una ecologia dell’uomo» è il titolo dell’edizione italiana). Il libro, di circa 200 pagine, contiene una serie di testi dalle omelie, dalle lettere e dalle varie dichiarazioni di Benedetto XVI.

Il titolo del libro, alludendo all’ecologia dell’uomo, è un’ottima indicazione su come l’interesse del Papa emerito non fosse basato solamente su un atteggiamento benintenzionato per la cura dell’ambiente: l’interesse di Benedetto XVI riguarda anche una considerazione teologica molto più profonda sulla creazione e sull’essere umano.

L’arcivescovo Jean-Louis Bruguès, ai tempi segretario della congregazione per l’educazione cattolica, e ora bibliotecario e archivista per il Vaticano, spiega nella sua introduzione che, seppur di ecologia avevano già scritto e parlato precedenti papi, Benedetto XVI lo ha reso un argomento molto più frequente nei suoi discorsi.
L’arcivescovo identifica cinque principi fondamentali che sono presenti in alcuni degli scritti di Benedetto XVI sull’ambiente:

L’uomo viene prima di ogni cosa e delle buone decisioni ecologiche devono rispettare la dignità e i diritti dell’essere umano. Questo argomento si oppone a quello utilitaristico, per cui i fini giustificano i mezzi.

L’ecologia è prima di tutto una questione etica e l’uomo non può essere dominato dalla tecnologia.

L’ecologia non deve essere fondata su una relazione di potere o di dominazione, ma su una armoniosa relazione fra gli uomini e lo sviluppo. La natura è un dono del Creatore per cui bisogna avere cura e che bisogna coltivare. La natura è anche qualcosa che non è superiore rispetto all’umanità.

La razza umana è una famiglia e le nostre relazioni dovrebbero essere formate dalla solidarietà.

Ci deve essere un cambiamento della mentalità per allontanarsi da un approccio puramente consumista.

I testi di Benedetto XVI coprono un vasto numero di questioni, ma un tema che viene menzionato spesso è che gli uomini non sono semplici creature materiali, ma creature aperte verso l’infinito e Dio. Questo lascia anche un segno nel mondo creato.

Nell’omelia di Pentecoste del 2006, Benedetto XVI spiega che «il mondo non esiste da solo; esso è portato all’esistenza dallo spirito creativo di Dio, dalla parola creativa di Dio».
All’uomo è stata donata la creazione, ha affermato Benedetto XVI in un suo discorso nel 2007, in modo da implementare il piano di Dio. Sarebbe un errore porre noi stessi al centro dell’universo in una ricerca egoistica del nostro benessere.
«Non è vero che un uso irresponsabile della creazione comincia precisamente quando Dio è emarginato o addirittura rinnegato?», ha domandato Benedetto XVI durante un discorso aperto al pubblico nel 2009.
Perdere di vista Dio, ha continuato lo scorso Papa, significa che la materia si riduce ad una egoistica possessione e che lo scopo della nostra esistenza si riduce ad uno sforzo per ottenere il maggior numero di beni.
Mantenere una consapevolezza sul ruolo di Dio, ed essere coscienti dei nostri doveri non solo per coloro che sono vivi oggi, ma anche per le future generazioni, ci guiderà verso una gestione responsabile della creazione invece che ritenerci gli assoluti padroni di essa.
Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2010, Benedetto XVI ha ancora parlato dell’ambiente e ha ribadito un’altra volta che bisogna considerare la creazione come un dono di Dio per tutti. Il Papa ha anche richiesto un “profondo rinnovamento culturale” al fine di identificare quei valori che possono aiutare a costruire un futuro migliore. Sia in questo messaggio che in altre dichiarazioni sulle questioni ecologiche, Benedetto XVI ha esplicitamente collegato il rispetto per l’ambiente con il rispetto per l’inviolabilità della vita umana “in ogni stato e in ogni condizione”. Benedetto XVI ha anche sottolineato l’importanza della famiglia quando impariamo ad amare il prossimo e a rispettare la natura.
Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2007, Benedetto XVI ha esaminato i legami fra i diversi aspetti dell’ecologia. C’è un’ecologia naturale, che significa rispetto per la natura, e anche un’ecologia dell’uomo, che porta ad un’ecologia sociale.
Benedetto XVI avverte che la noncuranza dell’ambiente è foriera di conseguenze negative per la coesistenza dell’uomo. Benedetto XVI ci ammonisce anche di evitare una visione riduttiva della natura umana.
«Possa la luce e la forza di Gesù aiutarci a rispettare l’ecologia dell’uomo, nella conoscenza che l’ecologia della natura ci beneficerà altrettanto, dato che il libro della natura è uno ed invisibile»: con queste parole Benedetto XVI ha concluso il suo appello nel 2010 ai membri del Corpo diplomatico.

La scienza è un luogo di dialogo, ha commentato il Papa in un discorso successivo dello stesso anno, «un incontro fra l’uomo e la natura e, potenzialmente, anche fra l’uomo e il suo Creatore». La cura dell’ambiente, dunque, non va intesa solo come una serie di riparazioni tecniche, ma anche come un impegno basato sulla visione della specie umana e del Creatore.

John Flynn, L.C.
(Fonte: «Zenit»)

Roma. Un nuovo presunto caso di scambio di embrioni al Pertini

18 giugno 2014

Choc al Pertini. Dopo quanto accaduto lo scorso aprile, un nuovo scandalo sembra coinvolgere il nosocomio romano: una donna ha scoperto che il Dna del feto che porta in grembo non è compatibile con il suo. Lo scrive Affaritaliani.it, che ha intervistato il marito della donna: «Abbiamo cercato di aver un figlio per dieci anni, ma ora siamo piombati in un incubo». Trema la voce di Giacomo G. quando racconta la storia della sua famiglia. La coppia è la protagonista di un nuovo clamoroso caso di scambio di embrioni avvenuto all’ospedale Pertini di Roma che segue di pochi mesi quello venuto alla luce lo scorso aprile quando una donna si trovò ad avere in grembo gli embrioni di due gemelli fecondati da un’altra coppia.

«Avevamo sentito parlare di quello scandalo – racconta Giacomo – ma non pensavamo potesse essere successo anche a noi. Invece…». Invece per Giacomo e Maria in un giorno di maggio è arrivata una busta che conteneva una comunicazione che avrebbe loro gelato il sangue. Una coppia come tante che alla soglia dei cinquanta disperava di poter diventare genitori: Giacomo 47 anni, funzionario postale, Maria di quattro anni più giovane, casalinga.

«Io e Maria ci siamo sposati 10 anni fa – racconta – Da allora abbiamo fortemente voluto un bambino, senza riuscirci. Siamo una coppia fortemente religiosa e ci siamo chiesti mille volte se fosse giusto o meno affidarci alla fecondazione assistita, poi a dicembre del 2013 abbiamo deciso di ricorrere all’aiuto della medicina. Il protocollo va a buon fine, l’inseminazione artificiale sembra apparentemente perfetta e dopo qualche giorno abbiamo la conferma che uno degli embrioni si è impiantato con successo nell’utero di mia moglie. Può immaginare la nostra gioia».
Ma lo choc arriva qualche mese più tardi. «Ci viene consigliato di sottoporre il feto all’amniocentesi, data anche la nostra non più giovane età. E così, quasi per caso scopriamo quello che qualsiasi genitore non avrebbe mai voluto scoprire. L’esito dell’esame diagnostico effettuato al San Camillo non evidenziava alcun tipo di malformazione, ma l’esame del liquido amniotico sottolineava un profilo genetico del feto non compatibile con quello della madre. In poche parole, era certo che l’embrione impiantato non era quello frutto della fecondazione dell’ovulo di mia moglie. E se la madre è ignota… Figuriamoci il padre. Ci è stata consigliata una indagine genetica più approfondita, ma non vorrei neppure pensare che il mio seme abbia fecondato l’ovulo di un’altra donna».

«I medici ci hanno messo davanti ad una scelta. Avevamo sette giorni di tempo per decidere se tenere quella che avevamo scoperto essere una bambina, oppure effettuare un aborto terapeutico. Ma abortire ci è sembrato un delitto a tutti gli effetti. Non ci importa di sapere chi siano i genitori, la nostra bambina avrà un padre e una madre che si prenderanno cura di lei».

Avete deciso di fare causa all’ospedale? «Ci siamo rivolti ad una associazione, Agitalia, che già ci seguiva per un’altra causa e ci è stato fatto notare che esiste la possibilità di chiedere un risarcimento milionario per i danni morali, patrimoniali e biologici, sia al nosocomio che alla Asl competente e al Ministero della Salute. Ma non siamo interessati ai soldi, ma se mai la causa dovesse andare avanti siamo intenzionati devolvere i soldi in beneficenza. La bambina si chiamerà Francesca. Siamo profondamente cattolici, immagini solo con quale sforzo morale abbiamo deciso di affidarci all’inseminazione artificiale, eravamo quasi rassegnati. E ora questa bambina, non potevamo che darle lo stesso nome del nostro Papa».

Al momento non esiste una denuncia formale. La Procura prenderà comunque in esame il caso anche se è molto probabile che si andrà verso l’archiviazione perché per fatti del genere non c’è reato.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

La capacità umana, requisito di un buon medico

18 giugno 2014

Nei giorni in cui si approva il nuovo codice deontologico medico, è utile leggere un breve e intenso libro intitolato «Dottori tra le righe» (Ed. Ancora) per imparare cosa il mondo si aspetta dalla medicina. Lo facciamo guidati dall’autore del libro, Giuseppe Banfi, medico che insegna ai medici a fare un passo indietro e a guardarsi come li guardano gli altri – quando si è troppo immersi in un certo mondo è difficile giudicarlo e portare utili cambiamenti -. Gli estensori del nuovo codice deontologico – bello o brutto che ci sembri – avrebbero dovuto leggerlo attentamente.

Anni 2000, medicina-burocrazia: si perde di vista che l’orizzonte del medico non è il puro guadagno o il budget dell’ospedale o un presunto benessere sociale; e che la medicina è un’arte. Le parole per descrivere cosa il medico è tenuto a fare si moltiplicano, e i codici deontologici diventano meandri di cavilli.

Banfi allora ci fa fare il suddetto passo indietro portandoci per mano tra le righe di 52 grandi autori letterari, da Calvino a Tolstoj, per mostrarci come “il mondo non medico” guarda il medico, il suo operare, la sua solitudine, il suo errore. E sorpresa: il mondo non medico vuole sempre e ancora che la medicina sia un’arte, cioè che unisca alla competenza tecnica la capacità umana, proprio il contrario di quello che sembrerebbe apparire sui giornali, cioè un medico-capotreno che stili un contratto col paziente e che sia tenuto a “portarlo da qui a lì” (… al di fuori di questo e oltre questo nulla sembra più richiesto, nulla sembra più dovuto).

Da tutti gli autori riportati nel volume, esce una richiesta pressante di un medico-uomo, ma anche di un medico-padre e un medico-amico, perché sanno che la malattia e la sofferenza sono un fatto chimico ma non solo. Scrive infatti Banfi: “La fiducia è l’elemento cardine del rapporto con qualsiasi professionista, ma in particolar modo col medico. Spesso i pazienti mantengono, in caso di insoddisfazione o di danno, la fiducia nel medico e scaricano la sfiducia e il disprezzo sull’organizzazione».
E partono le citazioni che mostrano l’ampiezza dell’orizzonte medico e i limiti che subisce. «Credere alla medicina sarebbe la più gran follia, se non crederci non fosse una follia ancor più grande», scrive Marcel Proust; e gli fa eco Ernest Hemingway, facendo parlare un ufficiale medico: «Il mio mestiere è quello di curare i feriti, non di ucciderli. Questo spetta ai signori dell’artiglieria». E scrive Jonathan Coe: «Del mio medico non mi fido. A quel che vedo, in questi giorni, impiega tutte le sue energie per pareggiare il bilancio e contenere le spese. Ho avuto l’impressione di non essere presa molto sul serio».

Ma Banfi non si limita a riportare quadri dipinti con le parole da maestri della letteratura, ma attualizza e commenta i quadri stessi, e li contestualizza in un mondo in cui si parla di sfide bioetiche recenti, di innovazioni tecnologiche, di fecondazione, di nascite premature e di cure di fine-vita; e di tanta burocrazia. «L’esterofilia tipica del nostro Paese – scrive commentando un testo di Anne Enquist – non risparmia la sanità e la sua gestione. Abbiamo adottato i DRG degli Stati Uniti, il sistema sanitario nazionale del Regno Unito, qualcuno si affida alla Joint Commission americana, qualcuno alle linee-guida scozzesi, qualcun altro invoca i DRG australiani. Il sistema ospedaliero olandese è costituito da fondazioni no-profit e qualche anno fa ha avuto il suo quarto d’ora di notorietà anche da noi (…) ma speriamo che gli olandesi, che stanno cambiando comportamento sulla droga libera e sulle ragazze in vetrina, che hanno deciso di non abbattere l’albero ormai vecchio e malato che Anna Frank vedeva dalla sua soffitta, cambino anche idea sul trattamento della persona, magari studiando in un altro Paese».

Oppure scrive, commentando l’esame di ammissione alla professione medica descritto ne «La Cittadella» di AJ Cronin: «Lo studente di medicina è troppo occupato a studiare per conoscere la medicina, esce dall’università conoscendo tanti nomi di malattie e di farmaci che dovrebbero servire a curarle; i medici dovrebbero lavorare in gruppo e condividere il loro sapere, studiare realmente le cause delle malattie invece di distribuire boccettine di farmaci». D’altronde, scrive commentando Jonathan Coe,«La gente che lavora nella sanità ha motivazione, ma sente che non vi è un premio e forse anche un interesse per chi lo dimostra».

Ecco cosa dovrebbe esprimere un codice deontologico – bello o brutto che sia quello ora varato -: non mille regole ma il significato della professione. Guardando solo a diritti e doveri, mansioni e budget, si è passati da un giuramento ippocratico di otto righe a un codice deontologico di ottanta paragrafi; perché quando scompare il cuore, il battito della vita, una morale condivisa, una storia comune, il senso di una professione, si può cercare di sostituire tutto questo con delle norme, con tanti paragrafi e cavilli, ma non basta; e i medici, come titolava poco tempo fa il «British Medical Journal», restano infelici.

(Fonte: «Zenit»)

Procreazione, dopo la legge 40 resta il caos. Una coppia su 4 va in un’altra Regione

19 giugno 2014

I soldi non possono fare la differenza davanti al desiderio “incoercibile” di avere un figlio. Lo hanno scritto i giudici della Corte Costituzionale, cancellando il divieto di fecondazione eterologa: negava «l’esercizio di un diritto fondamentale» solo a quelle coppie «prive delle risorse finanziarie necessarie per poter fare ricorso a tale tecnica recandosi in altri Paesi» recita la sentenza pubblicata la scorsa settimana. Ma davvero, caduto il divieto di eterologa, finiscono in Italia le discriminazioni di natura economica tra chi può permettersi la fecondazione e chi no?

Purtroppo non è così. Partiamo proprio dalla eterologa. Quanto costerà? Dove si potrà fare? Le informazioni sono ancora approssimative ma l’antifona è chiara. I centri pubblici si muoveranno con più prudenza in attesa delle linee guida annunciate dal ministero.

E, almeno all’inizio, chi vorrà fare la fecondazione eterologa, senza perdere altro tempo, dovrà rivolgersi ai centri privati, sia pure italiani. A pagamento. Valeva (e vale) per l’eterologa. Vale ancora per la diagnosi preimpianto: nei centri privati costa circa 9mila euro e nessun centro pubblico la fa, mentre il Microcitemico di Cagliari, costretto dal tribunale ha siglato una convenzione con un privato.

Ma il problema è più vasto. In Italia l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita è ancora un Far West. Anche nel pubblico, tariffe, rimborsi, costi a carico delle coppie cambiano, a volte anche da una Asl all’altra. A dieci anni dalla legge 40 del 2004 che doveva riportare ordine, l’unica certezza è che le tecniche di fecondazione non sono state inserite nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), lo Stato non le garantisce. E ciascuna Regione si regola come vuole. Con un divario enorme tra il Sud, dove i centri pubblici sono pochi e le spese in gran parte a carico delle famiglie, e il Nord, dove si concentra la maggior parte di centri pubblici e convenzionati della penisola e la fecondazione è in tutto o in parte rimborsata dal sistema sanitario.

Cittadinanzattiva presenterà al ministero della Salute i nuovi dati dell’Osservatorio sul federalismo sanitario. Un capitolo a parte, curato da Anna Paola Costantini, uno dei legali delle coppie che hanno vinto la battaglia sull’eterologa, riguarda la fecondazione assistita. In questo campo il federalismo è estremo. Una coppia al Sud arriva a pagare anche più di 2mila euro per una fecondazione in vitro in una struttura pubblica, in Toscana spende 500 euro, in Lombardia la fa a spese del servizio sanitario.

Risultato: una famiglia su quattro si mette in viaggio per fare la fecondazione in una Regione diversa da quella di appartenenza. Solo così si spiega come mai, con un Sud così povero di strutture pubbliche, il 64,5% delle fecondazioni in Italia avvenga all’interno del pubblico.

La fantasia delle Regioni che possono permetterselo è tanta. Il sistema più lineare è quello della Toscana, che con una voce specifica ha aggiunto la procreazione assistita alle prestazioni ambulatoriali. La tariffa per quella in vitro è di 1.870 euro: 500 a carico delle coppie, il resto del servizio sanitario.
Altre Regioni sono più creative. Considerano il “prelievo degli ovociti” sotto una voce più generica, “Interventi su utero e annessi non per neoplasie maligne”, già codificata nel tariffario (DRG 359): 1.436 a carico del servizio sanitario. La Lombardia ci aggiunge una seconda voce, “Altri interventi sull’apparato riproduttivo femminile” (DRG 365): 3mila euro circa, la tariffa più alta a livello nazionale. Le soluzioni a rischio di “inappropriatezza” abbondano. La Campania si è inventata la dicitura “Intervento chirurgico con diagnosi di altri contatti di servizio sanitario” (DRG 461), senza dire che si tratta di Procreazione assistita: 2.797 euro.
In Puglia, dove la sanità è commissariata, questo genere di fantasia non è consentito. Una delibera di giugno impone ai centri di registrare tutte le prestazioni finalizzate alla procreazione assistita in una contabilità separata. La tariffa (2.272 euro per la fecondazione in vitro) è a carico delle coppie, la Regione dà un contributo di mille euro a quelle con reddito Isee sotto ai 15mila euro. E il prezzo è tassativo solo per i due centri pubblici, nei nove privati è indicativa.
È così in tutto il Sud. Anche peggio. In Molise non ci sono centri, non si pratica la procreazione assistita. In Calabria ci sono solo 4 centri di secondo livello, nessuno è pubblico. Il Lazio, in attesa del riordino promesso, fa storia a sé: non c’è una tariffa unica per il pubblico e di 7 centri pubblici al momento ne funziona solo uno. Anche in Sicilia i centri sono 40, ma più dell’80% è privato, nessuno è convenzionato e la procreazione non è a carico del sistema sanitario. A febbraio la Regione ha rimodulato tariffe e contributi con un gioco delle tre carte perché i soldi stanziati sono sempre quelli. Comunque ora la fecondazione in vitro costa 2.776 euro: mille a carico delle coppie (che però pagano a parte altri 400 euro per il congelamento, prima incluso), il resto a carico delle casse regionali, che però garantiscono il contributo solo alle donne con meno di 42 anni e fino a esaurimento delle risorse. I 3,8 milioni del Fondo nazionale, prima mai spesi, basteranno per meno di 2mila cicli di fecondazione. La domanda nell’isola è di 5mila cicli l’anno: nel pubblico, al momento, se ne fanno poche centinaia, nel privato 3mila. E il resto? Duemila coppie, ogni anno, vanno altrove.

Secondo il Registro nazionale della Procreazione assistita, una coppia su quattro in Italia, se ha problemi di sterilità, va a curarsi in un’altra Regione. Sono coppie del Sud in fuga verso il Nord, dove avanza il privato convenzionato e il sistema dei rimborsi a carico del sistema sanitario è più vantaggioso. Ci sono 11.642 pazienti in transito nel 2011 solo per fare la fecondazione in vitro: poco meno di 2500 vanno in Toscana, dove ci sono 7 centri pubblici e 5 convenzionati, e spendono 500 euro, quasi altrettanti vanno in Lombardia, dove ci sono 20 centri pubblici più 10 convenzionati, e la fecondazione è gratuita. Se in Sicilia nel pubblico si fanno 300 cicli di fecondazione in vitro, in Lombardia se ne fanno circa 12mila, in Toscana più di 6mila. Addirittura, secondo dati più aggiornati forniti dal responsabile regionale Marco Menchini, in Toscana i pazienti non residenti sono aumentati oltre quota 3.600 e hanno superando i residenti, che invece sono in calo. La corsa ad accaparrarsi la domanda è forte. Uno dei centri convenzionati più noti della Lombardia ha stretto anche accordi con Alitalia e Italo per attrarre ulteriormente pazienti da fuori.
Ma quello che conviene ai pazienti (al netto delle spese di viaggio e in assenza di alternative), non conviene alle Regioni di provenienza, che si ritrovano a dover coprire le spese sanitarie. Anche qui, in assenza di tariffa unica, la trasparenza scarseggia. La Toscana chiede alle Regioni di provenienza il rimborso dell’intera tariffa di 1.870 euro, a cui non si sottrae ma si somma il contributo di 500 versato dalla coppia. In Lombardia, dove non c’è una tariffa dedicata ma la fecondazione è spezzettata in due codici di ricovero ordinario, il conto raddoppia: il rimborso per i residenti è già di 3mila euro, a carico della sanità lombarda, quello per chi viene da fuori, in base alle tariffe concordate per la mobilità sanitaria, supera i 5mila euro, a carico delle Regioni di provenienza. È il federalismo sanitario. Le Regioni del Sud risparmiano sulla procreazione assistita in casa loro e finanziano l’offerta creativa del Nord. Solo la Sicilia spende per i suoi 2mila “migranti” tra i 6 e i 10 milioni di euro l’anno. «Era così due anni fa, con i provvedimenti adottati dalla Regione non è cambiato nulla: l’esodo continua», assicura il professor Antonino Guglielmino, direttore del centro Hera di Catania.

Gli stessi operatori chiedono di mettere fine a questo sistema assai poco trasparente, inserendo la Procreazione assistita nei Livelli essenziali di assistenza garantiti dal Sistema nazionale. Il Tavolo Stato-Regioni sulla Procreazione assistita, che lavora da tempo ad una soluzione, ha suggerito, almeno, di adottare una tariffa unica: 2.300-2.500 euro, per le tecniche di II livello. Da usare come riferimento anche per i rimborsi da Regione a Regione. Ma a qualcuno, evidentemente, conviene il fai-da-te.

Mariagrazia Gerina
(Fonte:«Il Fatto Quotidiano»)

L’Aifa lancia l’Open Forum: nuova rubrica on-line per l’informazione rigorosa e indipendente

19 giugno 2014

È nata il 19 giugno una nuova rubrica online dell’Agenzia Italiana del Farmaco. L’obiettivo è «supportare l’informazione rigorosa, scientificamente e clinicamente indipendente», spiega l’Aifa che, per inaugurare il nuovo spazio, ha scelto l’appello di un gruppo di medici liguri che chiedono di dire «Basta alla disinformazione sui vaccini».

Ecco il testo dell’appello dei medici liguri:

«Da tempo si assiste ad una campagna denigratoria e talvolta colpevolizzante nei confronti dei vaccini, arrivando a confutare i loro benefici per la salute pubblica. Così come si alimentano, attraverso media (TV e Internet, soprattutto social network) false speranze su terapie di non dimostrata sicurezza ed efficacia quali, solo per rimanere all’ultimo esempio in senso temporale, il cosiddetto caso Stamina.

Riteniamo che non si possa più stare in silenzio ed accettare tutte le notizie distorte che vengono date su questi argomenti di salute, molto delicati, talvolta anche nell’indifferenza del mondo scientifico e, addirittura, di quello delle Istituzioni.
Recenti, e meno recenti, trasmissioni TV ne sono un triste e sconfortante esempio (ultimi in termini di tempo i servizi della trasmissione “Le Iene” sul caso Stamina e sui vaccini, ove viene dato ampio spazio agli anti-vaccinatori, senza un congruo spazio al contraddittorio). Queste operazioni tendono a sfruttare l’innato senso, umano, di compartecipazione al dolore per una malattia. Purtroppo non solo questo; sfruttano anche il senso di colpa che un genitore ha verso il proprio figlio affetto da una malattia non spiegabile completamente dalla scienza medica. I genitori sono vittime, in buona fede, di queste operazioni. Loro non hanno colpe, anzi sono assolutamente da comprendere: è umano aggrapparsi a qualsiasi cosa che possa spiegare quella malattia inspiegabile che ha colpito il loro figlio. Spesso, inoltre, abbiamo l’impressione che non siano solo le trasmissioni TV a “speculare” su questi genitori. E’ dura dirlo ma lo facciamo.

Noi medici, insieme alle Amministrazioni Statali e Regionali, abbiamo l’obbligo ed il dovere della corretta applicazione delle raccomandazioni alla buona pratica vaccinale. Tali raccomandazioni rispondono a precise indicazioni della Medicina Basata sulle Prove (Evidence Based Medicine). Questo impegno comporta l’impiego di risorse finanziare e umane che coinvolgono nella loro attuazione varie professionalità, tutte miranti alla tutela della salute sia dei minori che degli adulti.
Tale attività, sempre maggiore e ancor più significativa in prossimità dell’auspicata sospensione del cosiddetto “obbligo vaccinale”, è oggi seriamente messa in pericolo dalla diffusione, presso la popolazione, di informazioni che possono seriamente minare l’efficacia della prevenzione di malattie evitabili. Spesso ciò avviene da parte di associazioni laiche che si avvalgono di “consulenti” di parte e sempre con l’assenza di un contraddittorio scientifico e che fanno un utilizzo disinvolto della letteratura scientifica, che viene rigettata nella sua quasi totalità, salvo riferirsi ad isolati lavori di scarsa significatività.
Del tutto recentemente, annotiamo addirittura che si parla di “costo” dei vaccini differenziandolo in obbligatori e non obbligatori. Un errore concettuale, oltre che scientifico. Raffrontare il costo dei vaccini suddividendoli in obbligatori e non obbligatori, significa non calcolare il risparmio in termini di spesa sanitaria (ed il guadagno in salute dei cittadini) che si ha non dovendo curare le malattie, e le loro complicanze o gli exitus, combattute dai vaccini.

Per questi motivi chiediamo di supportare gli sforzi formativi e informativi delle Società scientifiche ed, in particolare, riteniamo essenziali i seguenti punti:
1. Valutare gli aspetti deontologici dei messaggi non conformi alla letteratura scientifica, forniti dai medici consulenti.
2. Ad ogni intervento non corretto, sotto il profilo scientifico, di dette associazioni presso i mass media, attivare una pronta e decisa risposta istituzionale attraverso gli stessi canali usati, con la finalità di diffondere una corretta informazione.
3. Invitare le Amministrazioni pubbliche nazionali e locali a non dare alcun appoggio (patrocini, sedi congressuali o altro di propria pertinenza) a dette associazioni».

Firmatari:
• Michele Fiore, Dottore di Ricerca in Scienze Pediatriche, Pediatra di Famiglia, Genova, Federazione Italiana Medici Pediatri
• Alberto Ferrando, Pediatra di Famiglia, Pres. Fed. Regionale degli Ordini dei Medici della Liguria, Ass. Pediatri Liguri (APEL – www.apel-pediatri.org)
• Giorgio Conforti, pediatra di famiglia di Genova, responsabile nazionale della Rete Vaccini della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP)
• Giovanni Semprini, pediatra di Famiglia di Genova, Segretario Provinciale di Genova FIMP, Segretario Nazionale FIMP
• Anna Ruocco, pediatra di Famiglia di Genova
• Giancarlo Icardi, Direttore Dip. Scienze Salute – Università di Genova Presidente SITI, Sezione Liguria
• Franco Giovanetti, Dirigente medico Igiene Epidemiologia ASL Alba Bra
• Stefano Prandoni, Pediatra di Famiglia
• Gino Tripodi, Direttore Servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale IRCCS G. Gaslini – Genova, Direttore f.f. Laboratorio Centrale di Analisi IRCCS G. Gaslini – Genova
• Elio Castagnola, Responsabile f.f. Unità di Malattie Infettive Istituto Giannina Gaslini – Genova

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Vaccinazioni e “spending review”: i costi evitabili delle malattie prevenibili

19 giugno 2014

La cronaca di questi giorni ci informa della decisione del Gip di Torino di accogliere (per ulteriori indagini) l’esposto dell’associazione dei consumatori che sostiene che limitare l’offerta di vaccinazione alle sole immunizzazioni obbligatorie per l’infanzia comporterebbe un notevole risparmio e sarebbe anche più sicura perché ridurrebbe la stimolazione immunitaria.

La notizia rimette in primo piano il dibattito tra vaccinazioni obbligatorie e non, focalizzandosi sui costi del vaccino esavalente, ma glissando sulla valutazione dei costi dei casi di malattia che l’assenza di vaccinazione comporterebbe. Nel caso del L’Haemophilus influenzae di tipo b (Hib) il costo della malattia deve tenere presente la gravità delle infezioni cliniche, invasive, che si verificano nella prima e nella seconda infanzia (specialmente meningite e sepsi tra 3 e 24 mesi, epiglottidite tra i 2 e i 5 anni); l’elevata frequenza degli esiti: 15-20% di sequele neurologiche, tra le quali ipoacusie; incremento della resistenza batterica per l’uso di trattamenti antibiotici. Vale la pena di ricordare che in Italia prima dell’introduzione della vaccinazione estesa si contavano più di un centinaio di casi ogni anno di malattie invasive da Hib. La vaccinazione è stata introdotta dal 1995, ma solo dopo la disponibilità di vaccini combinati con le componenti obbligatorie la sua frequenza d’uso è aumentata da quasi azzerare i casi in Italia.

Anche per la pertosse in epoca pre-vaccinale estesa (primi anni Novanta) si registravano decine di migliaia di casi ogni anno. Ogni caso di pertosse tossisce in modo parossistico per circa due mesi, viene sottoposto a diversi accertamenti e trattamenti e rimane per diverso tempo particolarmente suscettibile a molte infezioni respiratorie. Per i bambini nel primo anno di vita la pertosse può essere fatale. Tutto questo comporta costi economici non indifferenti moltiplicati per il numero di casi nel Paese. Dall’introduzione della vaccinazione, a partire dalla fine degli anni Novanta, la frequenza di pertosse registra una diminuzione del numero dei casi, fino ai minimi storici degli ultimi anni.

La prevenzione vaccinale di fatto è uno strumento di taglio di spese evitabili e non una voce di costo su cui risparmiare. L’idea che la somministrazione di vaccini combinati possa provocare uno choc immunologico è priva di fondamento scientifico (nel sistema immunitario di un bimbo appena nato, che viene a contatto con un mondo di antigeni sconosciuti, non è certo l’aggiunta di uno o due antigeni in più nel vaccino a fare la differenza; inoltre i vaccini di oggi sono in grado di indurre una risposta immunitaria). Sono queste le due certezze di fondo che la sanità pubblica ha per sostenere l’offerta di un vaccino esavalente.

La presenza di un obbligo di legge per alcune vaccinazioni è stata essenziale nel garantire la capillarità e la gratuità della protezione contro importanti malattie ed è stata anche uno strumento potente di lotta alle diseguaglianze sociali. Cercando di superare il divario tra i raccomandati e gli obbligatori si va verso una offerta allargata delle vaccinazioni riconoscendo la stessa importanza anche alle vaccinazioni non-obbligatorie.

Stefania Salmaso – direttore Cnesps-Iss
(Fonte: «Epicentro»)
(Approfondimenti: intervista a Stefania Salmaso (direttore Cnesps-Iss) nell’articolo Vaccini: perché fare l’esavalente quando gli obbligatori sono solo quattro? pubblicato il 17 giugno su «Wired» http://www.wired.it/scienza/medicina/2014/06/17/perche-vaccini-esavalente-codacons/)

Il Pontificio Consiglio per la Famiglia sul tema del gender

20 giugno 2014

Per comprendere in verità tutto ciò che ci appartiene dobbiamo fare una grande ed entusiasmante fatica. Ci vuole infatti la disciplina del confronto serrato e metodico per evitare i luoghi comuni o le posizioni precostituite, ci vuole la pazienza dell’ascolto per imparare e confrontarsi, ci vuole la passione per il bene, il vero, il giusto e il bello.
Con questo stile una trentina di esperti di molteplici discipline si sono trovati, su invito del Pontificio Consiglio per la Famiglia, per una due giorni di studio sul tema de «Il gender nel dibattito internazionale contemporaneo». Non un convegno ma un dialogo serrato tra medici, filosofi, biologi, biblisti, psicologi, genetisti, sociologi; uno accanto all’altro, disposti a farsi provocare dalle competenze altrui e a rimettere in campo le proprie, allo scopo, ben enucleato dal Segretario del Dicastero, mons. Jean Laffitte, nel suo intervento introduttivo, «di identificare un nucleo profondo ed essenziale che costituisca la base comune di verità sull’essere umano su cui far convergere – possibilmente – il consenso del maggior numero di persone possibile, provenienti da culture, fedi e scuole di pensiero pur differenti.»

Moderate dal filosofo Carmelo Vigna, le due giornate sono state animate la prima da alcune brevi comunicazioni di genetisti, medici e biologi, volte a considerare la costruzione dell’identità sessuale dell’individuo dal punto di vista biologico, la seconda da interventi di filosofi e moralisti che hanno presentato l’evoluzione dei “gender studies” e del pensiero della differenza sessuale, emersa come una vera e propria ricchezza dell’umanità.

La fatica del tenere uniti e dialoganti punti di vista e percorsi assai diversi fra loro è stata da tutti molto apprezzata, così come tutti hanno riconosciuto l’emergere di un profondo senso di stupore nel conoscere in profondità il mistero complesso dell’identità umana maschile e femminile. Per questo motivo è stato decisamente ben accolto l’invito che il Sottosegretario, mons. Carlos Simon Vazquez, ha rivolto a tutti i partecipanti alla fine della due giorni di continuare questo confronto, allargandolo anche dal punto di vista internazionale e tenendo conto dell’orizzonte offerto dal prossimo incontro mondiale delle Famiglie di Philadelphia.

(Fonte: «Zenit»)
(Approfondimenti: http://www.familiam.org/famiglia_ita/eventi/00006762_Metti_una_sera_a_cena_un_filosofo_e_un_genetista%E2%80%A6.html)

La “fabbrica dei rifugiati” lavora a ciclo continuo in “sintonia” con le guerre e le dittature

20 giugno 2014

Fuggono con mamma e papà, viaggiano per mesi, hanno in media cinque anni. Sono i bambini siriani, che sbarcano in questi giorni sulle coste italiane. Chissà se anche loro sanno che il 20 giugno si celebra la Giornata mondiale del rifugiato, istituita nel 2000 per ricordare i milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case? Sì, perché la “fabbrica dei rifugiati” lavora a ciclo continuo: più sono le guerre che scoppiano e le dittature che nascono, più lei produce.

I NUMERI DI SAVE THE CHILDREN. Stando al rapporto di Save the Children, «dal primo gennaio al 17 giugno sono arrivati in Italia via mare oltre 58mila migranti, di cui più di 9.000 minori. Quasi tutti i minori accompagnati sono bambini siriani, con un’età media di 5 anni ma anche molto più piccoli, in fuga dal conflitto iniziato 3 anni fa insieme alle loro famiglie o a una parte di esse». Negli sbarchi di quest’anno, infatti, si registra una maggioranza di persone proveniente da Paesi in conflitto, sotto dittatura o con situazioni di grave emergenza. Potenziali profughi, insomma, più che migranti economici.

LE PROPOSTE DELL’UNHCR. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in occasione della Giornata mondiale ha elaborato 10 proposte di riforma. Tra queste: «L’Unhcr propone un Piano annuale sull’asilo dove Governo, Enti Territoriali, società civile e rifugiati pianifichino le attività con l’obiettivo condiviso di garantire standard europei e internazionali». Non solo. Bisogna «andare oltre il sistema dei grandi centri (CARA) e valorizzare la rete dei piccoli progetti nell’ambito del Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). L’esperienza dei CARA ha dimostrato infatti che le maggiori dimensioni dei centri portano a minor qualità in termini di standard di accoglienza». E ancora l’Unhcr esprime «il proprio apprezzamento per l’intenzione del Governo di adottare un Testo Unico sull’asilo che, quando in vigore, doterà per la prima volta l’Italia di una legislazione organica che ponga norme chiare in tema di soccorso, accoglienza e integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati».

L’APPELLO DELL’ARCI. L’Arci ricorda invece che «meno del 50% delle persone arrivate in Italia in cerca di protezione è stato foto segnalato: siamo diventati un Paese di transito ma questo non è affatto un vanto. L’incertezza del diritto, che caratterizza il nostro sistema asilo, fa sì che nessuno voglia imbattersi nella lungaggini delle nostre procedure, nel rischio di rimanere in un CARA per un anno o in un hotel o trattenuto in un CIE o, ma bisogna esser fortunati, in un centro SPRAR. In occasione di questo 20 giugno facciamo appello alle forze politiche, al governo tutto e ai parlamentari, affinché venga immediatamente potenziata la rete di disponibilità degli enti locali e delle organizzazioni sociali, all’interno dello SPRAR, assumendo le responsabilità che competono a un grande Paese, crocevia del Mediterraneo e dei flussi che lo attraversano. Chiediamo inoltre che l’Europa apra canali d’ingresso umanitari, evitando così che le persone in cerca di protezione siano obbligate a imbarcarsi dal Nord Africa rischiando la propria vita e pagando un prezzo troppo caro per sé e i propri cari».

(Fonte: «La Repubblica»)

Vaccino H1N1. Perquisizioni alla Novartis. Ipotesi di truffa aggravata ai danni dello Stato

20 giugno 2014

Novartis nell’occhio del ciclone con l’accusa di truffa aggravata nell’inchiesta della Procura di Siena sulla fornitura del vaccino pandemico anti A(H1N1) al ministero della Salute. A diffondere la notizia e a fornirne i dettagli sono stati il 20 giugno i carabinieri del Nas di Firenze, che con una nota hanno riferito di avere eseguito, su ordine della Procura della Repubblica di Siena, perquisizioni tese a comprovare una truffa ai danni dello Stato nel campo farmaceutico.

«In particolare – spiega la nota – i Carabinieri del NAS di Firenze, Bologna, Livorno, Perugia, Milano e Brescia, unitamente agli ispettori dell’Agenzia delle Entrate – Ufficio Antifrode – e personale della Polizia Postale di Siena e di Milano si sono presentati in Varese presso la sede della Novartis Farma S.p.A. ed in Siena presso la sede della Novartis Vaccines and Diagnostics srl, per eseguire un decreto di perquisizione emesso dal Sostituto Procuratore dott. Aldo Natalini nell’ambito di attività investigativa coordinata dalla Procura di Siena».
L’ipotesi di reato è «truffa aggravata ai danni dello Stato» (artt. 61 n. 7 e 640 c.p. c. 2, c.p.) contestata a G.F., amministratore delegato e legale rappresentante della Novartis Vaccines and Diagnostics srl, società sua volta incolpata per violazione dell’illecito amministrativo dipendente dal reato previsto dagli artt. 5, lett. a) e 24 del D.Lgs 231/2001 (Responsabilità amministrativa delle persone giuridiche).

L’indagine, spiegano i Nas, è «collegata ad un altro fascicolo per reati fiscali a carico della stessa società pendente sempre presso la Procura di Siena» e «ha fatto luce su un accrescimento artefatto dei costi di produzione di due vaccini acquistati in grandi quantità dal Ministero della Salute: il vaccino Focetria, utilizzato per contrastare la pandemia AH1N1 insorta nel 2009, ed il vaccino Fluad, utilizzato contro le influenze stagionali, entrambi contenenti l’adiuvante MF59, componente essenziale dei vaccini».

I Nas spiegano quindi che «per effetto del meccanismo triangolare della sovrafatturazione infragruppo delle spese per l’acquisto del principio attivo MF59, si contesta alla società di aver gonfiato il costo dell’adiuvante del 500% (3.964 euro al litro invece di 660 euro al litro) “spuntando” così un maggior indennizzo ai danni del Ministero della Salute che, in sede di transazione, ha corrisposto oltre 2 milioni e settecento mila euro in più, relativamente al solo vaccino per l’AH1N1, a fronte di un esborso complessivo di quasi 20 milioni di euro a titolo transattivo. Peraltro, lo stesso prezzo pattuito di 7 € a dose risente dell’incremento artificioso del prezzo dell’adiuvante, per cui il danno per l’Erario potrebbe essere di oltre 16 milioni di euro, pari al differenziale tra il prezzo rettificato moltiplicato il numero di dosi acquistate (12.2677.296,00)».
È in fase di accertamento – grazie anche le perquisizioni in corso – la stima per il danno provocato dal sovraprezzo applicato ai vaccini influenzali stagionali.

«La vicendaspiegano ancora i Nas – scaturisce nella primavera dell’anno 2009 quando nel mondo si assiste allo sviluppo di focolai di influenza pandemica del virus AH1N1 che spinge l’Autorità statale italiana, su impulso dell’OMS, all’adozione di un Piano nazionale di Preparazione per far fronte all’emergenza. Viene così istituita un’Unità di crisi presso il Ministero della Salute che dai propri lavori stima la necessità di provvedere alla vaccinazione individuando i soggetti a rischio, conclusioni che vengono fatte proprie dall’allora Governo, il quale con apposite Ordinanze conferisce mandato al Direttore generale della prevenzione sanitaria del Ministero di approvvigionarsi con urgenza del vaccino, sottoscrivendo quindi un contratto con l’azienda Novartis e pattuendo l’acquisito di 24 milioni di dosi di vaccino pandemico per il virus AH1N1 per un ammontare complessivo di € 184.800.000».

«All’inizio del 2010 proseguono i Nas -, scongiurato l’infausto evento pandemico, circoscritto ad un solo caso nel territorio italiano, il Ministero della Salute richiese a Novartis d’interrompere la fornitura di oltre 12 milioni di vaccini, non ancora prodotti, per un controvalore di € 97.615.179. Intentato da Novartis un ricorso al TAR competente, il Ministero avvia la pratica negoziale per una composizione extragiudiziale della questione, conclusasi con la firma di una transazione. La procedura l’indennizzo dovuto alla casa farmaceutica per la mancata produzione delle dosi residue, si conclude nel 2012 con un accordo che fissa il corrispettivo nella misura di € 19.892.254: prezzo comprensivo, per l’appunto, del costo “gonfiato” dell’adiuvante».

L’INDAGINE. «Da una verifica fiscale eseguita dall’Agenzia Entrate nei confronti della società farmaceutica Novartis Vaccines and Diagnostic Srl – spiegano i Nas -, emergono evidenti profili d’illiceità fiscale afferenti un fenomeno di trasfer pricing infragruppo, finalizzato all’accrescimento artefatto dei costi di produzione di vaccini adiuvati con MF59». Sui fatti emersi il Nas Carabinieri di Firenze dava quindi avvio ad un’indagine più approfondita, provvedendo ad acquisire documenti presso il Ministero della Salute «dalla cui analisi emergevano importanti e significativi elementi di prova, prefigurando alla Procura della Repubblica di Siena responsabilità di carattere penale nei confronti della società farmaceutica con inequivocabili condotte decettive in danno del Ministero della Salute, idonee ad incidere sul prezzo del vaccino pandemico Focetria così come probabilmente alla determinazione Aifa del prezzo del medicinale FLUAD».

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Eterologa, sentenza esecutiva ma tante le questioni aperte

20 giugno 2014

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è divenuta esecutiva la sentenza n. 162/2014 con cui, il 9 aprile scorso, la Corte Costituzionale ha cancellato gli articoli della Legge 40 che vietavano la fecondazione eterologa. Prontamente, l’associazione Luca Coscioni si è mossa per rivendicare la piena e immediata operatività della decisione. «Da oggi nei nostri centri si potrà nuovamente effettuare la fecondazione con utilizzo di gameti donati», ha affermato Filomena Gallo, secondo cui vi sarebbero migliaia di richieste in attesa, da soddisfare subito perché «non c’è vuoto normativo». Anche per Elisabetta Coccia, presidente dell’associazione Cecos Italia, non ci sarebbero particolari difficoltà: «Si sono avviate le procedure per la selezione delle coppie che hanno fatto richiesta di fecondazione eterologa, ed entro la fine di luglio verranno effettuati i primi interventi ».

In realtà la questione è tutt’altro che semplice. Per ammissione della stessa Coccia infatti, vi sono «aspetti tecnici da applicare» relativi al recepimento della normativa europea «che riguardano in primo luogo le modalità per lo screening dei donatori, la verifica dell’età e aspetti relativi ai controlli medici». Dal punto di vista legale comunque, ha precisato, «se i Centri si assumono la responsabilità di dare piena applicazione alla norma Ue, possono avviare l’iter per gli interventi di fecondazione eterologa».

Ma dagli umori già raccolti tra gli operatori del settore, la maggioranza dei Centri non è così propensa a dare immediato seguito alla sentenza. L’incertezza non riguarda tanto la capacità tecnica, quanto la mancanza di regole chiare che riguardano le modalità di donazione dei gameti e l’anonimato dei donatori. Stante la situazione giuridica nebulosa, alla prova anche nella drammatica vicenda di scambio di embrioni avvenuta alcuni mesi fa, senza norme che circoscrivano i rischi (e non solo di rivalsa economica), è improbabile che qualcuno si voglia assumere una responsabilità così elevata.
La questione della donazione dei gameti è così delicata e complessa che la strada che i promotori dell’eterologa rapida vorrebbero percorrere passa per l’uso degli ovociti già prodotti. A tal fine, ha spiegato la presidente Cecos, «vari Centri stanno contattando le donne che hanno abbandonato o hanno ovociti in sovrannumero». Non si è invece «ancora pronti ad accogliere le donatrici volontarie», poiché ciò «presuppone una serie di altre questioni a partire dalla gratuità della donazione, che vanno precisamente definite ».

In relazione a queste evidenti criticità, si sono mossi venti senatori che hanno presentato una mozione bipartisan dove chiedono di aggiornare con urgenza le linee guida in materia di procreazione medicalmente assistita «per consentire in sicurezza e trasparenza l’eterologa anche nel nostro Paese» e l’inserimento delle tecniche di Pma nei Livelli essenziali di assistenza (Lea). Non solo. Nella revisione della normativa va istituito un archivio/data base nazionale «che consenta la tracciabilità dei donatori e dei riceventi garantendo così l’efficiente funzionamento di un sistema che assicuri la piena gratuità della donazione ». «Va esclusa ogni forma di commercializzazione», ha ribadito la senatrice Laura Puppato (Pd), che sollecita la precisazione di «protocolli medico-sanitari per garantire la dovuta sicurezza per la salute dei pazienti nell’effettuare le donazioni», in particolare tutelando «il rispetto dei requisiti medico-sanitari del donatore di cellule riproduttive».

Emanuela Vinai
(Fonte: «Avvenire»)

«Faccio il bene, dunque sono». Le Neuroscienze continuano a studiare l’origine delle nostre azioni

22 giugno 2014

Belle o brutte che siano, chi ci fa compiere le azioni? Per il filosofo Hume quella del “libero arbitrio” era la più controversa delle questioni. Anche per De Caro, Mori, Spinelli, i curatori del nuovissimo testo Libero Arbitrio. Storia di una controversia filosofica (Carocci, Roma), si tratta di una questione complessa, ed ancora senza risposte certe. La ricchezza di questi saggi – ognuno dei quali meriterebbe una recensione a sé – evidenzia come per la filosofia non ci sia “una sola questione del libero arbitrio”, bensì molte.

In effetti, scrive Carola Barbero sull’inserto cultura de «Il Sole 24 Ore» dello scorso 8 giugno 2014, «come conciliare quella libertà di cui ci sembra di essere dotati con il determinismo delle leggi di natura? Se davvero le nostre azioni, in quanto parte del mondo naturale, sono determinate, possiamo essere considerati liberi di scegliere? E se invece le nostre azioni non sono determinate da alcunché non dovremo forse ammettere che esse siano del tutto casuali?». Credo che si tratti di questioni di pertinenza non soltanto dell’etica, della filosofia del diritto, ma anche della filosofia della mente, della filosofia della scienza, nonché delle teorie dell’azione e della conoscenza.

Le definizioni stesse di “coscienza”, “volontà”, “libero arbitrio” risultano essere molto problematiche, e sono tuttora lontane dall’essere esaustive. «Le nostre scelte si situano in quadri complessi», spiega nell’articolo Carola Barbero, aggiungendo che «quello che scegliamo spesso ha conseguenze non trascurabili su di noi e sugli altri. Non da ultimo, veniamo spesso considerati responsabili delle nostre scelte, in base all’assunto che siamo soggetti liberi».

Insomma, la volontà è sotto esame. Sempre da Il Sole 24 Ore arriva un’altra interessante riflessione, firmata da Arnaldo Benini, e contenuta nella recensione all’ultimo lavoro del filosofo Mark Balaguer Free Will (Mit Press, London): «Le scienze dimostrano che ogni evento della coscienza (quindi anche una decisione o una scelta) è preceduto da una modificazione di aree ben precise della corteccia cerebrale. L’attivazione altamente specifica (le aree sono diverse, ad esempio, se si intende aggiungere o sottrarre una cifra) è verificabile prima che la decisione sia cosciente».
Mark Balaguer, docente all’Università della California di Los Angeles, contesta l’identificazione dell’attività corticale, che precede la coscienza della scelta, con la scelta stessa: «Si vede che l’area corticale è attiva, ma da ciò non si può dedurre il contenuto della sua attività, e quindi se essa preceda veramente ciò che la volontà sembra scegliere». Non lo si può dedurre, ma nemmeno escludere, per cui Balaguer sostiene che il problema della libera volontà, in termini naturalistici, non è risolvibile.

Se la scienza non riesce ancora a definire che cosa siano volontà e libero arbitrio, il giornalismo continua a descrive i fatti messi in campo proprio dalla volontà e dal libero arbitrio. Questa volta sono quelli – più che meritevoli – di Adele Teodoro, la ginecologa delle carceri. Una cella per ambulatorio, un ecografo preso a rate e una vocazione di volontaria. A Genova, dal 2011, Adele Teodoro, originaria di Napoli, presta così la sua opera di volontaria fra le detenute del carcere di Pontedecimo, ad una quindicina di chilometri a nord dal centro del capoluogo. In questa casa circondariale, che contiene 159 detenuti, fra cui 77 donne in gran parte non italiane, Adele Teodoro è arrivata per caso tre anni fa. Così si racconta a Emanuela Zuccalà sull’ultimo numero (7 giugno) di «Io Donna» del Corriere della Sera: «Volevo dare di più, fare qualcosa di utile per puro volontariato, ma non sapevo in che modo».
L’idea arriva quando incontra l’allora direttrice di Pontedecimo, Maria Milano d’Aragona. «E insieme s’inventano un progetto pilota di prevenzione sanitaria unico in Italia: un ciclo di visite ginecologiche alle detenute, con screening, pap-test, ecografia transvaginale e diagnosi precoce», scrive la giornalista Zuccalà, alla quale la dottoressa Teodoro spiega che «la prevenzione serve, perché la popolazione carceraria è a rischio sanitario».

E ancora: «Io ho incontrato ex prostitute, tossicodipendenti… Durante le primissime visite ho diagnosticato ben tre tumori alla cervice dell’utero, che sono stati asportati con interventi in day hospital. E poi vaginiti, cisti ovariche ed endometriosiche: disturbi facilmente curabili se scoperti in uno stadio pre-clinico, ma che, se trascurati, possono diventare emergenze ginecologiche».
Per esercitare in carcere da volontaria, Adele Teodoro fonda un’associazione e la chiama “Gravidanza Gaia”: un omaggio alla sua professione, ed anche a sua figlia Gaia.
Un esempio concreto di come possano esprimersi, al meglio, la nostra volontà, ed il nostro libero arbitrio, anche se non sappiamo in quale modo il cervello ce li metta a disposizione, e non a tutti in eguale misura.

Luisella Daziano
(Fonte: «Zenit»)

Dna e schedature, la privacy e la riservatezza perdute

22 giugno 2014

Che fine hanno fatto – viene da chiedersi – la privacy, il diritto alla riservatezza, la presunzione di innocenza, il diritto a “non sapere” nei giorni dominati dalla cronaca nera e dall’arresto del presunto assassino della piccola Yara Gambirasio, individuato dopo lungo, complesso lavoro di raccolta di indagini genetiche nelle placide valli bergamasche? Nessuno sembra essersene dato il minimo pensiero. Non il ministro dell’Interno Alfano che – alla faccia del garantismo e con un’iniziativa senza precedenti nella storia giudiziaria italiana – ha, incautamente, annunciato in un trionfante tweet che «l’assassino» della ragazzina di Brembate era stato assicurato alla giustizia. Né se ne sono preoccupati i tanti magistrati e le forze dell’ordine che hanno diffuso immagini e fatto trapelare un’enorme quantità di dettagli e informazioni, dati in pasto all’opinione pubblica con un accanimento informativo che ha pochi precedenti.

E pazienza se a essere coinvolti sono stati minori e individui solo indirettamente implicati nella vicenda giudiziaria, ma di cui sono stati rivelati gli aspetti più intimi tanto da determinare irreparabili danni alla vita familiare e di relazione: i figli del padre biologico, il padre legittimo, la madre, la sorella gemella, i figli piccoli del muratore (non più “ignoto 1”, sembrerebbe), incensurato e insospettabile. Non un “mostro” forestiero, un alieno, materializzatosi per incanto maligno nel corpo della comunità di Brembate di Sopra, ma un “uomo nero” che viveva a poca distanza da quella palestra da cui Yara è uscita prima di scomparire nel nulla, a metà di un pomeriggio autunnale qualunque, vestita come tutti i suoi coetanei, piumino, felpa, e quei leggins su cui è rimasta l’impronta genetica del presunto assassino.

Bene ha fatto il Garante della privacy a denunciare la leggerezza con cui sono stati dati in pasto all’opinione pubblica dati personali, richiamando i media alla necessità di prestare attenzione alla diffusione di informazioni e particolari «di natura sensibile e addirittura genetica», non giustificata dall’interesse pubblico all’informazione. Ci voleva un caso come questo – destinato a fare epoca – per farci riflettere sulla delicatezza dell’informazione genetica e sull’attenzione da dedicare a dati sensibili come quelli riguardanti il Dna. Le nostre caratteristiche sono scritte nei geni, cioè nel Dna delle cellule che i genitori ci hanno trasmesso. Con i dati di un genoma, si possono conoscere le caratteristiche biologiche di una persona, ricostruire genealogie – come si è visto in questo caso – stabilire relazioni familiari, origine etnica, condizioni mediche e predisposizione genetica alla malattia.

Per questo è da considerare con qualche preoccupazione la possibilità di una schedatura genetica di ogni cittadino del Belpaese che sta avanzando da più parti. Al momento, in base alle regole stabilite dall’Unione Europea con il cosiddetto Trattato di Prum, contro il terrorismo, la criminalità e la migrazione illegale, esiste nel nostro Paese, anche se non è ancora operativo, l’Archivio nazionale dei Dna, di competenza del Ministero dell’Interno che (a quanto pare) raccoglierà e schederà dall’anno prossimo come un unico grande raccoglitore i profili genetici di tutti i soggetti detenuti, imputati o indagati, oltre ai Dna prelevati sui luoghi dei delitti e su cadaveri non identificati. L’accesso sarà riservato esclusivamente alle forze di polizia e delle autorità giudiziarie.

Diverso sarebbe il discorso nel caso di una schedatura genetica generalizzata che creerebbe enormi problemi di natura etica. A chi sarebbe concesso l’accesso ai dati che legano l’identità degli individui all’identikit sanitario, all’intera storia familiare. Con la genetica c’è poco da scherzare. Abbiamo visto in questo caso quanto sia incombente e forte la minaccia alla privacy: la società ha la responsabilità di chiedere ogni garanzia che la segretezza delle informazioni codificate nel Dna degli individui sia convenientemente tutelata.

Eugenia Tognotti
(Fonte: «La nuova Sardegna»)

«Adozioni più facili». La Chiesa in campo

23 giugno 2014

«Oggi l’adozione e l’affido sono pratiche troppo complicate e le prime vittime di percorsi tanto tortuosi sono i bambini senza famiglia, che hanno bisogno di cure più adeguate». Al termine della Settimana estiva di formazione, che si è chiusa il 23 giugno a San Giovanni Rotondo (Foggia), il direttore dell’Ufficio famiglia della Cei, don Paolo Gentili, lancia la proposta di una «rinnovata alleanza» tra tutti i soggetti in campo (famiglie, associazioni, Tribunali dei minori, servizi sociali, psicologi, Governo), per snellire le pratiche e rendere più facile il percorso verso l’adozione e l’affido.

«Le testimonianze di questi giorni – sottolinea don Gentili – ci hanno mostrato la fatica cui sono sottoposte le famiglie che vogliono aprire il proprio cuore e la propria casa a piccoli senza mamma e senza papà e, invece, si scontrano con una burocrazia implacabile che rende tutto molto più complicato e difficile. Crediamo, allora, che ci sia la necessità di creare un luogo comune di incontro dove tutti gli attori si possano confrontare e cercare, insieme, di rendere i percorsi più lineari e brevi. L’Ufficio famiglia si offre come luogo di incontro, per costruire questo sguardo unitario, fare sentire meno sole le famiglie e indicare nuovi orizzonti di speranza».

Una prima, importante risposta positiva è arrivata direttamente alla Settimana di San Giovanni Rotondo, a cui ha partecipato, tra gli altri, anche la presidente della Commissione adozioni internazionali, Silvia della Monica, che ha manifestato interesse e disponibilità verso la proposta: «È un progetto che condividiamo, per costruire percorsi di accompagnamento e accoglienza delle coppie che scelgono di aprirsi all’adozione e all’affido».

Sulle difficoltà, non soltanto burocratiche ma anche relazionali cui vanno incontro le coppie che scelgono la via dell’adozione, si è soffermata, durante la Settimana, anche Ina Siviglia, docente di Antropologia teologica a Palermo. «Del figlio, o dei figli adottati, soprattutto se non sono molto piccoli, se sono stranieri, se parlano un’altra lingua, si conosce molto poco – ha detto –. A volte non si riesce a sapere nulla della loro storia, dei loro affetti negati, delle loro esperienze negative in istituti per bambini abbandonati, delle loro relazioni significative lacerate. Tutto rende difficile l’armonizzazione e l’integrazione in una famiglia e in una rete parentale, completamente diverse dalla realtà vissuta precedentemente». Di fronte a questi problemi, molto spesso la famiglia (non soltanto quella adottiva o affidataria) non trova sostegno nelle istituzioni, come ha ricordato il presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, Stefano Zamagni. «Ancora oggi – ha sottolineato l’economista – l’Italia destina alla spesa per maternità e famiglia poco più dell’1% del Pil, la quota più bassa tra tutti i Paesi dell’Unione Europea. Come a dire che la famiglia, in quanto tale, non è un soggetto che è destinatario in via prioritaria di politiche e dunque di risorse nel nostro modello di welfare. Non solo, ma quasi completamente assente è l’equità orizzontale nei confronti delle famiglie con figli a carico e ciò nonostante la Costituzione esplicitamente riconosca la rilevanza sociale e economica delle funzioni svolte dalla famiglia».

Alla luce di queste considerazioni, non stupisce, quindi, il continuo calo delle nascite, anche recentemente certificato dall’Istat (quasi 20mila nati in meno nel 2013 rispetto al 2012) e ricordato alla Settimana della Cei dal demografo dell’Università Milano-Bicocca, Gian Carlo Blangiardo. Entro il 2031, ha anticipato lo studioso, «le coppie senza figli aumenteranno notevolmente fino a raggiungere i 6,4 milioni, mentre le coppie con figli diminuiranno di 400mila unità». Tanti buoni motivi in più per preparare strade meno tortuose a quelle che, generosamente, vorranno aprirsi all’adozione o all’affido di bambini senza genitori.

Paolo Ferrario
(Fonte: «Avvenire»)

Abusi sui minori: spesso il pediatra li sospetta ma non li segnala

23 giugno 2014

Secondo un’indagine condotta su 300 pediatri dall’osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidoss), presentata in anteprima durante l’International Pediatric Workshop svoltosi a San Pietroburgo dal 5 al 7 giugno, un pediatra su cinque ammette di aver avuto, nel corso della carriera, il sospetto che un proprio paziente fosse vittima di abusi, ma di non aver segnalato la cosa nel timore di sbagliare. La segnalazione degli abusi arriva in un caso su due dalla scuola o dal pediatra, in uno su quattro dai servizi sociali o da uno dei genitori. Il 43% dei pediatri di famiglia intervistati ha segnalato maltrattamenti su minori coinvolgendo anche i servizi sociali, ma il 62% degli intervistati teme di non essere tutelato delegando ad esperti i dati raccolti.
Dai dati raccolti da Paidoss, tuttavia, emerge anche che il 90% dei pediatri vorrebbe essere maggiormente aggiornato su cause, diagnosi e cure del maltrattamento minorile, che l’80% non si ritiene competente e non conosce bene le leggi al riguardo e che il 70% pensa di avere poco tempo a disposizione per una valutazione corretta. I sintomi dei maltrattamenti sono svogliatezza, demotivazione e scarsi risultati scolastici che arrivano magari dopo periodi di ottimo rendimento. Ma ci sono anche strani incidenti: fratture, lividi, escoriazioni all’interno della bocca, bruciature.

In Italia bambini e adolescenti presi in carico dai servizi per i maltrattamenti sono circa 100.000, ma si stima che ve ne siano almeno altri 700.000 non denunciati: in otto casi su dieci responsabile è la madre, e il padre nel 10%. Spiega Giuseppe Mele, presidente Paidoss: «L’infanzia dovrebbe essere protetta dai genitori e da chiunque ruoti attorno al bambino ma spesso, purtroppo, non è così e i casi di abusi, incuria e maltrattamenti non sono così rari come si potrebbe pensare: l’1% dei bambini e degli adolescenti è stato preso in carico da servizi per il maltrattamento e quasi il 10% viene considerato a rischio».

(Fonte: «Pediatria 33»)
(Approfondimenti: http://www.paidoss.it/)

Maternità, quanto costa alle imprese

23 giugno 2014

L’ISTITUTO DELLA MATERNITÀ
L’astensione obbligatoria dal lavoro per maternità e gli altri riposi consentiti alla madre nei primi anni di vita del bambino hanno lo scopo di proteggere la salute della lavoratrice e del bambino. In Europa, negli Usa e in altri paesi sono perciò previsti speciali diritti e garanzie per le madri che lavorano, con durata e forme differenti. () I criteri con i quali sono finanziate queste tutele hanno conseguenze economiche. Qui mi limito a considerare il caso italiano.

La legge italiana prevede l’astensione obbligatoria dal lavoro (il cosiddetto congedo di maternità) e successivamente riposi giornalieri e altri periodi di astensione facoltativa dal lavoro, finché il bambino non supera gli otto anni. Durante il congedo, l’Inps eroga alle lavoratrici l’80 per cento della retribuzione, con i corrispondenti contributi figurativi. Alcuni contratti collettivi pongono a carico dell’impresa il restante 20 per cento. Il periodo di congedo è computato «nell’anzianità di servizio a tutti gli effetti, compresi quelli relativi alla tredicesima mensilità, alla gratifica natalizia e alle ferie» (articolo 22, comma 3, legge 151 del 2001). Di conseguenza, durante il congedo per maternità la lavoratrice riceve il salario intero, in parte pagato dall’Inps e in parte, quando previsto dal Ccnl, dal datore di lavoro, che inoltre provvede interamente alla tredicesima, all’eventuale gratifica e al periodo di ferie, come se la lavoratrice non si fosse assentata dal lavoro.()

Ma la maternità impone all’impresa anche costi indiretti organizzativi. Prima dell’inizio del congedo di maternità, è necessario assumere un altro lavoratore e addestrarlo. Una parte dei compiti della dipendente assente è poi suddivisa fra i lavoratori più anziani che possiedono le competenze necessarie, ai quali vanno però pagati gli straordinari. Riorganizzare il lavoro per un’assenza per maternità ha dunque un costo per l’azienda, soprattutto per le competenze professionali che vengono a mancare.

UNA STIMA DEL COSTO PER LE IMPRESE
Ho calcolato il costo per il congedo di maternità di una lavoratrice. Nel 2008 il “costo” (in senso ampio) di un lavoratore era pari in media a 39.647 euro.(3)  Non è possibile distinguere il costo per un uomo da quello per una donna. Peraltro, nel 2010, nelle imprese e istituzioni con almeno dieci addetti (esclusa la Pa) il differenziale salariale fra femmine e maschi era del 5,3 per cento. (4Supponendo tredici mensilità, sei rappresentano il costo di servizi lavorativi prestati, cinque sono pagate dall’Inps per l’80 per cento, una è relativa alle ferie e la restante alla tredicesima. Con questi dati, il costo sostenuto da un’impresa per un congedo di maternità nel 2008 era pari a 5.822 euro. In più, vi sono i costi per i riposi giornalieri e le astensioni facoltative dal lavoro, e quelli organizzativi.

Non sono costi irrilevanti e le imprese, a parità di produttività e salario, tendono a scegliere un uomo per coprire un posto di lavoro invece di una giovane donna. In Italia i costi della maternità sono una causa non trascurabile dei bassi tassi di occupazione delle donne fra i 25 e i 44 anni e della maggiore precarietà del lavoro femminile, fenomeni che a loro volta riducono il capitale umano delle donne. Con un contratto stabile, infatti, le imprese hanno convenienza a fornire maggiori competenze professionali al personale e il lavoratore si impegna di più per acquisirle.

COME FINANZIARE L’INDENNIZZO?

Una soluzione del problema è indennizzare completamente le imprese per i costi della maternità delle lavoratrici con contratto a tempo indeterminato. Al 1° gennaio 2012, la popolazione femminile italiana della classe di età 15-44 anni era di 11.114.903 unità, mentre le donne della stessa classe di età con un lavoro dipendente a tempo indeterminato erano 3.569.000. (5) I nuovi nati, sempre nel 2012, sono stati 534.186.(6) Supponendo che i nati riguardino la popolazione femminile fra i 15 e i 44 anni e che si distribuiscano fra le lavoratrici con un contratto stabile di lavoro come fra le donne della stessa classe di età, i neonati con madre lavoratrice stabile sono stati 171.474. Nel 2008 il costo sostenuto dall’insieme dei datori di lavoro per il congedo di maternità era di poco inferiore a un miliardo di euro. Restano da calcolare i costi per le altre astensioni dal lavoro retribuite e i costi organizzativi della maternità, per la cui approssimazione mancano le informazioni necessarie.

Per il finanziamento del sussidio considero tre possibilità, tenendo conto che in Italia vi sono minimi salariali e disoccupazione femminile. Con la prima, ai datori di lavoro è fatto pagare un contributo per la maternità proporzionale al numero delle dipendenti stabili, secondo lo schema delle assicurazioni sociali. Per le imprese il costo unitario del lavoro femminile rimane uguale ma è eliminata l’incertezza sul costo della maternità. Molte imprese (soprattutto quelle piccole) sono avverse a questo tipo di rischio e l’indennizzo aumenta la convenienza ad assumere stabilmente personale femminile.
Con la seconda possibilità, il contributo per la maternità è fatto pagare per tutti i dipendenti, maschi e femmine, stabili e precari, come avviene ora in Italia. Si ha lo stesso effetto del caso precedente; in più diminuisce il costo del lavoro femminile stabile e cresce quello degli altri lavoratori. Si riducono la domanda di lavoro maschile e quella di lavoro femminile precario, mentre aumenta in misura maggiore la domanda di lavoro femminile stabile. In questo secondo caso, supponendo un indennizzo complessivo di un miliardo e mezzo di euro (per il congedo di maternità, gli altri costi diretti e i costi organizzativi) e tenendo conto che il numero dei dipendenti nel 2012 era 17.214.000, si avrebbe un costo medio aggiuntivo per dipendente di circa 87 euro all’anno. Se l’indennizzo fosse invece finanziato con la fiscalità generale, si produrrebbero meno distorsioni nell’economia. In quest’ultimo caso, trascurando gli effetti del prelievo fiscale, si avrebbe un aumento della domanda di personale femminile stabile.

Giuseppe Cusin (ha insegnato Economia politica, Economia del lavoro e Economia internazionale nell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato di recente “Economia del lavoro”, Cafoscarina Editrice, Venezia, 2009).
(1) Talvolta sono previste anche per il padre astensioni dal lavoro, retribuite e non retribuite, che qui però non considero.
(2) Per maggiori dettagli, si veda M. Gasbarrone, Maternità: pagano anche le imprese, Genere, 10.2.2012.
(3) Istat, La struttura del costo del lavoro in Italia. Anno 2008, Report, 8 settembre 2011, p. 2. L’indagine dell’Istat è quadriennale, ma i dati relativi al 2012 non sono stati ancora pubblicati.
(4) Istat, La struttura delle retribuzioni. Anno 2010, Report, febbraio 2013, tavola 14.
(5) I dati riportati sono tratti rispettivamente da Istat, Annuario statistico italiano 2013, Istat, Roma, novembre 2013, p. 33; e da I.Stat, Occupati, livello ripartizionale, nel maggio 2014.
(6) Istat, Natalità e fecondità della popolazione residente. Anno 2012. Report, Istat, Roma, 2013, p. 1.

Giuseppe Cusin
(Fonte: «lavoce.info»)

Doping/1: positivi ai controlli del Ministero 39 atleti su 1.390. Quattro le donne

23 giugno 2014

Pubblicato dal ministero della Salute il report sui controlli antidoping predisposti nel corso dell’anno 2013, dalla Commissione per la Vigilanza ed il controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive (CVD), con il supporto dei NAS Carabinieri su 317 manifestazioni sportive. I controlli (28 non sono stati portati a termine) hanno riguardato sia le manifestazioni delle Federazioni Sportive Nazionali (FSN) e delle Discipline Sportive Associate (DSA), che quelle degli Enti di Promozione Sportiva (EPS). Nel corso di questi eventi e dei controlli fuori gara sono stati sottoposti a controllo antidoping 1.390 atleti, di cui 916 maschi (65,9%) e 474 femmine (34,1%).

Dai risultati delle analisi di laboratorio è emerso che dei 1.390 atleti controllati 42 sono inizialmente risultati positivi ai test antidoping. Gli accertamenti sugli atleti risultati positivi, tuttavia, hanno permesso l’archiviazione di 3 casi: tre atleti positivi al budesonide che hanno poi presentato idonea documentazione. Da segnalare la presenza di 18 atleti con un Profilo steroideo anomalo (rapporto T/E maggiore di 4) ma con IRMS negativo. Si sono inoltre registrati due casi di atleti con profilo hCG anomalo: poiché tale alterazione potrebbe essere determinata da particolari condizioni fisiologiche o da specifiche patologie, gli atleti sono stati invitati a consultare il proprio medico di fiducia ovvero uno specialista endocrinologo.
A conti fatti, complessivamente sono risultati positivi 39 casi, pari al 2,8% degli atleti sottoposti a controllo. Di loro, quattro erano donne.

La percentuale degli atleti risultati positivi ai controlli antidoping che ha assunto una o due sostanze vietate è stata pari all’87,2%. In particolare, il 74,4% degli atleti è risultato positivo ad una sola sostanza, mentre il 12,8% di essi a due sostanze. Due atleti sono risultati positivi a tre sostanze, mentre 3 atleti sono risultati positivi a quattro, cinque o sei sostanze differenti.
Il 47,8% degli atleti è risultato positivo agli anabolizzanti; nel 26,1% dei casi agli ormoni e sostanze correlate e nel 13% agli stimolanti. Nessun atleta è risultato positivo ai cannabinoidi e ai β2-agonisti.

Interessante osservare come i dati illustrati nel report evidenzino delle differenze di genere rispetto al consumo da parte degli atleti di sostanze vietate per doping. Le atlete non sono mai risultate positive agli ormoni e sostanze correlate, ai diuretici, ad agenti mascheranti e agli stimolanti: per contro, le quattro atlete risultate positive hanno assunto un agente anabolizzante, un cannabinoide, un corticosteroide ed un β2- agonista. Gli atleti di sesso maschile sono risultati positivi soprattutto agli agenti anabolizzanti (35,7%) ed agli ormoni e sostanze correlate (19,6%).

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=5813609.pdf)

Alcol. Dalla prevenzione alla terapia: l’importanza di un approccio integrato

23 giugno 2014

In Italia circa 8 milioni di persone sono consumatori di alcol a rischio e circa 1 milione sono soggetti alcoldipendenti, con problemi di salute fisica e psichica. Tuttavia soltanto una minoranza fruisce di adeguati trattamenti, mentre la maggior parte non riceve aiuto dal Ssn e quindi non viene curata. Un problema che ha costituito l’argomento di dibattito e confronto del convegno «Dalla prevenzione alla terapia: un approccio integrato per combattere il fenomeno dell’alcoldipendenza», svoltosi presso Palazzo Marini a Roma e promosso dalla Fondazione Charta.
«Quasi 17.000 decessi nel 2010 – ha osservato Emanuele Scafato, presidente della Società italiana di alcologia e vice presidente Eufas, European federation of addiction societies – sono dovute a cause totalmente o parzialmente attribuibili al consumo di alcol». Si stimano in 22 miliardi l’anno i costi sociali e sanitari causati dall’alcol in l’Italia.  «Costi che paga la società – ha proseguito Scafato– e che potrebbero essere in gran parte risparmiati se si attivassero strategie e policy di valorizzazione dell’identificazione precoce e di intervento breve, ampliando contemporaneamente l’offerta di trattamenti adeguati sia in termini di qualità dell’assistenza che di obiettivi realistici, intermedi e di lungo termine, da concordare per ciascun caso, calibrandone tempi e modalità alla luce delle più recenti evidenze scientifiche. Il problema principale è che siamo in presenza di un fenomeno largamente sommerso».

Nel 2012, solo poco più di 69mila persone, delle circa 850.000 che richiederebbero un intervento da parte di un medico, si sono rivolte alle oltre 450 strutture di cura e riabilitazione del Ssn presenti sul territorio. «Le ragioni di questo squilibrio – ha evidenziato Scafato – sono molteplici e spaziano dall’incapacità della persona e anche del medico di riconoscere il problema, alla difficoltà soggettiva di richiedere sostegno o indirizzare una richiesta d’aiuto, dall’influenza dello stigma che riguarda l’alcolista, all’esclusione sociale. Ma, spesso, anche la mancanza di valorizzazione e coordinamento delle risorse disponibili e di una rete formalizzata di competenze tra medicina di base, strutture specialistiche alcologiche e ospedale può essere discriminante».

Scafato ha poi lanciato un appello affinché in Italia «venga ripristinata la “Consulta nazionale alcol“, poiché si tratta di un servizio utilissimo e a costo zero. Altro vettore su cui puntare con decisione è la prevenzione, che purtroppo vede il nostro Paese assai indietro. Solo un medico su tre, infatti, rivela di conoscere gli strumenti per effettuare screening verso i propri pazienti. Questo avviene perché scontiamo enormi lacune in termini di formazione, tema che ci vede fanalino di coda in Europa. Un’inversione di rotta su questi aspetti ci permetterebbe, invece, importanti risparmi: basti pensare che, a causa dell’alcoldipendenza, ogni anno bruciamo 7,8 milioni di euro per la sola spesa farmacologica. E, invece, a un aumento degli alcolisti che accedono ai servizi corrisponde una diminuzione del tasso di ospedalizzazione».

Ma l’abuso di alcol tira in ballo una gamma di rischi e problemi enorme e multiforme. «Basti pensare ai pericoli legati alla violenza sessuale e alle gravidanze indesiderate. A ciò bisogna aggiungere che il 62% dei crimini coinvolge persone alterate dall’alcol – ha messo in guardia Claudio Mencacci, direttore di Neuroscienze al Fatebenefratelli di Milano e PastPresident della Società italiana di psichiatria – Il profilo dei soggetti dipendenti indica una prevalenza di uomini, che molto spesso manifestano una personalità fragile, scarsa autostima, difficoltà di integrazione e un’inclinazione a seguire passivamente le logiche di gruppo».

Ma a incidere fortemente sono in particolare «i fattori genetici e il contesto ambientale. In questo senso è essenziale il riconoscimento precoce di malattie psichiche che troppo spesso restano silenti». È infatti assai frequente la concomitanza tra disturbi di natura psichiatrica e alcoldipendenza: come hanno messo in evidenza numerosi studi epidemiologici, la comorbidità tra alcol e patologie psichiatriche va dal 20 al 45%. E una persona alcoldipendente è 3,6 volte più esposta a sviluppare un disturbo dell’umore rispetto a una persona non alcoldipendente.

La percentuale di soggetti che chiede un trattamento è assai bassa e ciò deriva anche dalle molteplici lacune che caratterizzano la rete dei servizi. Un problema accentuato dalla comorbilità, cioè la coesistenza di due o più patologie diverse nello stesso individuo. «Si tratta di un aspetto più diffuso nelle aree urbane che in quelle rurali – ha spiegato Massimo Clerici, presidente della Società italiana di psichiatria delle dipendenze – La comorbilità è spesso la principale causa di errori diagnostici e rappresenta un fenomeno che impone una maggiore e migliore integrazione tra le varie tipologie di Dipartimenti di salute mentale. Servono infatti trattamenti integrati a più livelli, mentre allo stato attuale almeno la metà dei casi è gestita esclusivamente dai servizi di salute mentale. E questo è un aspetto da correggere assolutamente».

Un ruolo fondamentale sui territori è svolto dai Sert, su cui «però c’è ancora pochissima informazione: si tratta di strutture di cui si sa poco e male – è l’amara constatazione di Fausto Pietro D’Egidio, presidente nazionale Federserd – Le rilevazioni sull’argomento sono carenti e anche le relazioni in Parlamento hanno spesso trascurato questo capitolo». Il numero medio di utenti per Sert è 670, per un totale di oltre 277mila soggetti, di cui 70mila per alcoldipendenza. Il profilo medio mostra: età 43 anni, maschio nel 77% dei casi, nel 55% con occupazione, nel 51% con licenza media inferiore. La durata media del trattamento è di 342 giorni, quella dell’alcolismo pregresso è di 10 anni. Nel 30% dei casi si tratta di pazienti epatopatici e nel 16% sono stati inviati dai reparti ospedalieri. Interessante anche un’altra sfaccettatura del problema: sono abusatori di alcol il 37,8% dei giocatori d’azzardo patologici, il 43,6% dei cocainomani e il 29,1% degli eroinomani.
Le difformità geografiche che accompagnano l’assistenza sul territorio italiano «riguardano purtroppo anche l’organizzazione dei servizi per le dipendenze – ha ricordato Alfio Lucchini, segretario generale Assodip – A ciò si aggiunge un grosso gap medio tra la domanda di cura e l’effettiva erogazione dell’assistenza. Per migliorare l’accessibilità è fondamentale sottolineare e diffondere l’idea che l’alcolismo è una malattia come tutte le altre e, contestualmente, garantire un solido continuum ospedale-strutture intermedie-territorio”.

Sotto il profilo dell’intervento terapeutico, «una strategia efficace deve evitare di inseguire in eterno l’andamento della malattia che in genere è costituito dall’alternanza ciclica tra la fase di intossicazione e quella di disintossicazione – ha ragionato Icro Maremmani, presidente della Società italiana delle tossicodipendenze”. La frequente inefficacia è infatti «dimostrata dal fatto che i due terzi dei pazienti disintossicati non riescono a superare un anno senza tornare all’abuso. E i costi sociali di questo dramma sono enormi: in Italia si attestano a circa 22 miliardi l’anno. I soli soggetti alcoldipendenti in carico ai servizi pubblici sono circa 69mila». Un’importante novità terapeutica può essere rappresentata «dalla riduzione del consumo di alcol, da intendersi come nuovo paradigma di trattamento. Riduzione e astensionismo non vanno, infatti, interpretati come due elementi in conflitto tra loro, ma possono essere entrambe parti di un continuum terapeutico, con la prima che funge da tappa intermedia verso il secondo. Questo dimostra l’importanza e la validità dell’approccio integrato».

Gennaro Barbieri
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Ministri, Csm e medici: basta silenzi su Stamina

23 giugno 2014

Un altro giudice, di Venezia questa volta, e un’altra ingiunzione a continuare le infusioni. L’Asl di Brescia dovrebbe individuare nel giro di due settimane un anestesista e un medico in Italia per riprendere il trattamento con le cellule di Stamina. Quello per cui altri medici dovranno rispondere di associazione a delinquere e truffa, per via delle indagini del procuratore Guariniello, in quanto quei preparati non rispondono ai requisiti di legge. Non solo: «Iniettare quei preparati non è solo inutile, è pericoloso», scrivono gli esperti della commissione del Ministero.

Ma quel parere non vale, sentenzia il Tar del Lazio, perché quegli esperti si erano già espressi contro Stamina. Chi la sbroglia, una matassa così? Il ministro della Giustizia tace. Quello della Sanità anche. Il Csm non interviene. Gli Ordini dei medici aspettano.

Domandiamoci se tutto questo potrebbe accadere un giorno anche in Germania, in Francia o in Inghilterra. No, non può succedere. Se cerchiamo di capire perché, forse troviamo anche il modo di uscirne. In nessun altro Paese dell’Europa, un professore di psicologia si sognerebbe di mettere a punto un trattamento che comporti l’impiego di cellule staminali e, se lo facesse, non si troverebbe un solo medico disposto ad assecondarlo. Da noi quelli di Stamina medici ne hanno trovati e anche più di uno, ma bastava che l’Ordine dicesse «no» in base al Codice deontologico (nessuno di noi può praticare terapie segrete e non approvate dall’autorità regolatoria) perché finisse tutto subito.
Per praticare quelle infusioni, serve il parere di un comitato etico che in qualunque altro Paese avrebbe detto «no» perché non c’era nessuna ipotesi scientifica a sostegno di quel trattamento e nessuna prova di efficacia.

E la Turco-Fazio, quella delle cure compassionevoli? Quella legge prevede che in casi davvero eccezionali si possa fare terapia cellulare anche senza l’avallo delle autorità regolatorie, purché ci siano dati che ne giustifichino l’uso, pubblicati su accreditate riviste internazionali e a condizione che, quel che s’infonde, sia allestito in laboratori autorizzati nel rispetto dei requisiti di qualità previsti dalla legge.

Stamina non risponde a nessuno di questi requisiti. Vuol dire che il comitato etico ha violato la legge? Proprio così (anche perché, per legge, serve il consenso degli ammalati dopo che sono stati informati sul «rapporto favorevole fra i benefici ipotizzabili e i rischi prevedibili del trattamento»: chi può dirlo, nel caso di Stamina?).

Meglio del comitato etico ha fatto il giudice Ciocchetti del tribunale di Torino, che ha respinto la domanda dei genitori di un bambino con una grave malattia del sistema nervoso perché «i preparati di Stamina non risultano conformi alle norme europee di fabbricazione dei medicinali e nemmeno alle disposizioni del decreto del ministero della Salute del 2006». Impeccabile e soprattutto coerente con la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 28 maggio: «Non è un diritto dei pazienti quello di ricevere terapie che non hanno prove scientifiche». Ma tutto questo, ai giudici che invece continuano a ordinare che a Brescia si proseguano le infusioni di Stamina, dev’essere sfuggito.

Certo, in un altro Paese nessun giudice prescriverebbe una cura, tanto che il «Lancet» a proposito di Di Bella scrisse dell’Italia prendendo un po’ in giro medici e giudici: «Più giudizio clinico, meno giudici clinici». Loro, i giudici del lavoro, dicono che non prescrivono, dispongono solo che si dia seguito alla prescrizione di un medico; però dovrebbero poter giudicare che quel che il medico prescrive sia «prescrivibile», se no che giudici sono?

Ma possibile che nessuno abbia fatto il suo lavoro con competenza e responsabilità, in questa storia? L’hanno fatto i Nas e l’Aifa con l’ordinanza di blocco, e in qualunque altro Paese dell’Europa sarebbe bastato a fermare tutto. Come uscirne adesso? E cosa possono fare il ministro della Salute e quello della Giustizia? È vero che si dovrebbe cambiare la legge sulle cure compassionevoli? No, basta farla rispettare (aggiungendo, se mai, che non si può fare mai, per nessuna ragione, nessun trattamento di cellule che non sia autorizzato da Aifa e Istituto superiore di sanità). E la nuova commissione? Serve solo per stabilire se dar corso al decreto Balduzzi che però ha chiesto che si sperimentasse qualcosa che per legge non si può sperimentare; questo in Francia o in Inghilterra non succede mai.

Una cosa potrebbero fare subito il ministro della Salute e quello della Giustizia: una lettera rispettivamente ai presidenti degli Ordini dei medici e ai giudici del lavoro, in cui richiamano i dispositivi di legge in casi come quello di Stamina, chiedendo di rispettarli e di sanzionare chi non lo fa. Alla lettera ai giudici del lavoro si potrebbe allegare l’ordinanza, documentatissima, del loro collega Vincenzo Ciocchetti; chi non avesse avuto tempo o voglia di approfondire la materia, troverebbe lì tutti i riferimenti per deliberare in sintonia con le disposizioni vigenti, le norme europee e le ragioni della scienza. Che ha un obiettivo solo, quello di proteggere gli ammalati.

Giuseppe Remuzzi
(Fonte: «Corriere Sera»)

Stamina non è un caso isolato

23 giugno 2014

La rivista scientifica inglese «Nature», tra le più diffuse al mondo, nel suo numero del 19 giugno ha concesso ben tre pagine a Elena Cattaneo, biologa e senatrice a vita, e a Gilberto Corbellini, storico della medicina, perché commentassero la vicenda Stamina e il tentativo di imporre una terapia senza basi scientifiche.

I due sono italiani e la vicenda Stamina è italiana (stavamo per scrivere, tipicamente italiana). E tuttavia, ammoniscono Cattaneo e Corbellini, attenzione a considerarla un’esclusiva del Bel Paese. Perché il fenomeno ha già travalicando i monti (da due anni Stamina è sbarcata in Svizzera) e i mari (da quest’anno Stamina è approdata a Capo Verde). Potremmo aggiungere alcuni tentativi esperiti in Florida e l’origine ucraina. Insomma, questo è l’appello alla comunità scientifica internazionale di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini: teniamo alta la guardia, perché non si tratta di folclore italico.

«Nature» dà credito all’allarme. E non solo perché gli ha offerto molto spazio e grande visibilità. Ma anche perché, nel medesimo numero, il settimanale ospita un altro commento, firmato da un altro italiano Paolo Bianco, biologo esperto di cellule staminali, e da Douglas Sipp, capo dell’Office for Research Communication presso il RIKEN Center for Developmental Biology di Kobe, in Giappone.  E i due ci dicono che Stamina non è affatto un caso isolato. Ma l’espressione – magari estrema, magari sfuggita di mano – di un processo più generale e più profondo che potremmo definire con una sola parola: deregulation. Una parola inglese che evoca una stagione politica (quella di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli Usa) che è stata anche una lunga e profonda stagione culturale che non si è ancora conclusa. E che ora cerca di estendere il suo abbraccio anche alla biomedicina. Persino alla clinica medica. E ha nell’utilizzo delle cellule staminali la sua avanguardia.

L’idea della deregulation in ambito medico – che è già pratica in molti Paesi – è semplice: meno lacci e laccioli. Più (apparente) libertà. L’introduzione di nuove tecnologie mediche (siano esse farmaci o altro), rilevano i fautori della deregulation, è lunga e costosa. Prevede quattro estenuanti fasi (negli Usa ne è stata introdotta di recente una preliminare, chiamata fase 0). E impegna investimenti insopportabili e, in definitiva, impedisce l’innovazione. In nome della libertà di cura e della domanda di innovazione, consentiamo che, chi lo voglia, possa accedere a tecnologie mediche (farmaci o altro) che non abbiano superato ancora le quattro fasi canoniche. Che magari abbiano superato solo la fase I: quella che dimostra, su piccoli campioni di persone sane o anche di pazienti (da 20 a 80 soggetti), che la tecnologia non sia tossica o dannosa.
Basta dimostrare che la nuova tecnologia medica non sia palesemente dannosa e chiunque, a suo rischio e pericolo e previo consenso informato, la può usare. In questo modo si abbattono i tempi e i costi. E se i fruitori mettono a disposizione i dati sull’effetto della tecnologia, ecco che la deregulation diventa un grande esperimento di massa e consente di portare a termine in tempi brevi e a basso costo anche le canoniche fasi II, III e IV dei clinical trials, degli studi clinici.

Paolo Bianco (che, lo ricordiamo ai nostri lettori, si è battuto contro l’applicazione del metodo Stamina dimostrando con Michele De Luca la sua insussistenza) e Douglas Sipp riportano un dato ripreso dal ClinicalTrials.gov, il database dei National Institutes of Health degli Stati Uniti dove sono riportati gli studi clinici condotti su persone in tutto il mondo e finanziati con fondi pubblici o privati: in questo momento non c’è solo Stamina, ci sono oltre 360 tentativi di applicazioni con cellule staminali mesenchimali (le stesse di Stamina). Ebbene, nessuno di questi studi ha ancora prodotto un risultato. O, almeno, nessuno ha prodotto un risultato pubblicato.

L’idea della deregulation, dunque, è tanto semplice quanto, sostengono Paolo Bianco e Douglas Sipp, pericolosa. Perché trasforma i pazienti in cavie. Per di più paganti. E riporta indietro le lancette del progresso scientifico in medicina. Quanto al principio su cui l’idea si basa, la libertà di cura, è una falsa libertà. Perché un paziente che ha (o crede di avere) poche speranze di vita o anche solo di guarigione, non ha scelta e si aggrappa a qualsiasi maniglia.
E, tuttavia, il problema esiste. Come ottenere nuove tecnologie cliniche e in tempi rapidi, in grado di soddisfare le domande insoddisfatte dei pazienti? La risposta che danno Paolo Bianco e Douglas Sipp è probabilmente l’unica possibile. Non è possibile abbassare gli standard di sicurezza ed erodere la prassi scientifica. Occorre, piuttosto, modificare il modello, essenzialmente privatistico, su cui oggi si fonda – in Occidente, ma non più solo in Occidente – il processo di innovazione nel campo delle tecnologie mediche. Occorre che siano gli Stati a farsene carico. Sono solo gli Stati che possono mettere in campo le risorse necessarie e garantire ai ricercatori l’altrettanto necessaria serenità per produrre autentica innovazione.

D’altra parte è da sempre che l’innovazione viene garantita con fondi pubblici. In un libro di qualche anno fa («The Truth About the Drug Companies: How They Deceive Us and What to Do About It», Edizioni Random), il medico americano Marcia Angell, prima donna a dirigere (per dieci anni) «The New England Journal of Medicine», una delle più autorevoli riviste mediche del mondo, ha dimostrato che almeno l’80% delle formule davvero nuove e innovative in farmacologia vengono prodotte con progetti di ricerca finanziati da fondi pubblici.
È solo (o, almeno, è molto più probabile) che nuove idee nascano in ambienti sereni e privi di interesse immediati. In ambienti dove la creatività può correre libera e nessuno ti alita sul collo perché tu produca un risultato qui e ora.

Ma a ben vedere era proprio questa l’idea – solo lo Stato può finanziare la ricerca libera, primum movens dell’innovazione – di Vannevar Bush quando, nel 1945, rese pubblico il rapporto «Science: the Endless Frontier». Un rapporto che ha inaugurato e informato di sé la moderna politica della ricerca negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Non dimentichiamo la lezione di quel grande matematico che, sia detto per inciso, collaborava col democratico Franklin Delano Roosevelt, ma era politicamente un conservatore.

Pietro Greco
(Fonte: «Scienza in Rete»)

Quei 1900 bambini che la burocrazia non fa adottare

24 giugno 2014

Ci sono 1900 bambini italiani o nati in Italia che potrebbero essere adottati, se la burocrazia non bloccasse tutto da anni. Per loro ogni giorno in più di attesa è un giorno in meno di vita in una famiglia; per la burocrazia sono solo numeri. È quanto emerge dalla lettura del 7° Rapporto su «I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia» a cura del Crc, Gruppo di lavoro che si occupa di sviluppare la convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Il rapporto contiene diverse denunce sui servizi inefficienti in particolare in Calabria dove solo il 2,5% dei bambini ha accesso al nido e in Campania dove la percentuale è del 2,8%. Ma contiene soprattutto un dato allarmante: i bambini adottabili ancora presenti nelle strutture di accoglienza temporanea sono 1.900, il 59% si trovano in una comunità, il 41% in affidamento familiare. Tutti dovrebbero invece da tempo avere una famiglia e invece più della metà si trovano in questa condizione da oltre due anni.

È strano immaginare che ci siano 1.900 bambini adottabili che nessuno vuole in un’Italia che è al secondo posto per la quantità di adozioni nel mondo, e che ha oltre 31mila coppie disposte ad adottare. Qualcosa non torna e si tratta della «banca dati per le adozioni» che mette in rete i dati dei bambini adottabili e delle coppie disposte ad adottare in tutt’Italia e quindi permette alla domanda di unirsi all’offerta, invece di andare avanti come si sta facendo ora con un sistema legato al territorio che non permette a una coppia di Biella di sapere che a Siracusa c’è il bambino che vorrebbero adottare.

Il via è arrivato nel 2013, tredici anni dopo la legge che la istituiva. Per ottenere questo risultato è stata necessaria una condanna da parte del Tar del Lazio e comunque è arrivato con un mese e mezzo di ritardo rispetto alla scadenza imposta dai giudici al ministero di Giustizia. Inspiegabilmente da quel momento si sono susseguiti alcuni atti burocratici minori e null’altro, la banca dati è ancora ferma al Dipartimento di Giustizia Minorile del Ministero. E con lei le sorti dei bambini che potrebbero essere adottati.

Flavia Amabile
(Fonte: «La Stampa»)

Meno divorzi. Nozze in chiesa tengono di più

24 giugno 2014

Si arresta la crescita delle separazioni e il matrimonio religioso è più solido di quello civile. Pur in un contesto ancora molto problematico (con 484 tra separazioni e divorzi ogni mille matrimoni celebrati nel 2012), l’annuale rapporto dell’Istat sulla tenuta delle nozze in Italia riserva anche dei dati in controtendenza. Dopo molti anni, l’Istituto di statistica osserva un calo di separazioni (- 0,6%) e divorzi (-4,6%), rispetto all’anno precedente. In numeri assoluti, le separazioni sono state 88.288 e i divorzi 51.319. La durata media del matrimonio è di 16 anni al momento della separazione e di 19 quanto interviene il divorzio.

I ricercatori dell’Istat hanno però osservato il costante aumento della rottura di unioni anche pluridecennali. Tra il 1995 e il 2012, mentre la fine del legame matrimoniale entro i 4 anni dalle nozze è rimasta sostanzialmente invariata, con circa 12mila casi ogni anno, le separazioni dopo i 25 anni di matrimonio sono quasi triplicate, passando dalle 5.912 del 1995 alle 18.515 del 2012. Il momento più critico per gli sposi è ancora il fatidico settimo anno, come certifica anche l’Istat, ma non per tutte le coppie. Quelle che si sposano in chiesa tengono di più rispetto a quelle unite con rito soltanto civile.

«Mettendo a confronto i matrimoni del 1995 con quelli del 2005 – si legge nel rapporto – si osserva come la propensione a separarsi nei matrimoni celebrati con il rito religioso sia molto inferiore e molto più stabile nel tempo rispetto a quella nelle nozze civili. Dopo sette anni i matrimoni religiosi sopravviventi sono praticamente gli stessi per le due coorti di matrimonio considerate (rispettivamente 933 e 935 su 1.000). I matrimoni civili sopravviventi scendono a 897 per la coorte del 1995 e a 880 per quella del 2005».

Al di là del rito impiegato, un dato accomuna la maggioranza delle separazioni e dei divorzi: coinvolgono un numero sempre maggiore di figli, anche molto piccoli. Nel 2012, il 73,3% delle separazioni e il 66,2% dei divorzi ha riguardato coppie con figli; 112.253 sono stati quelli coinvolti nella separazione e 53.553 nel divorzio dei genitori. In quasi la metà (48,7%) dei casi di separazione, i figli coinvolti erano minorenni, così come nel 33% dei divorzi. Nelle separazioni, inoltre, il 54,5% dei figli coinvolti aveva meno di 11 anni, quota che scende al 32,1% nei divorzi, sentenza che arriva generalmente quando i figli sono un po’ più grandi. In caso di separazione con figli, infine, la modalità più ricorrente (89,9% dei casi) è quella dell’affido condiviso, previsto dalla legge 54 del 2006, che, commentano dall’Istat, ha segnato una «netta inversione di tendenza rispetto al passato», quando i figli erano affidati per oltre l’80% dei casi alla madre. Secondo la legge 54, invece, entrambi i genitori ex-coniugi conservano la potestà genitoriale (che prima spettava esclusivamente al genitore affidatario) e devono provvedere al sostentamento economico dei figli in misura proporzionale al reddito.

«Fonte: «Avvenire»»

Lazio, stop agli obiettori nei consultori familiari

25 giugno 2014

Il Lazio forza la mano contro i medici obiettori di coscienza. La giunta di Nicola Zingaretti impone ai medici obiettori – pur non coinvolgendoli direttamente nell’interruzione di gravidanza – la prescrizione della “pillola del giorno dopo”, l’inserimento della spirale contraccettiva, la redazione delle certificazioni e autorizzazioni che precedono l’aborto. Una decisione che inevitabilmente scatena polemiche.

Il 25 giugno un’interrogazione in Consiglio regionale della consigliera Olimpia Tarzia: «Va revocata perché vìola la 194». La pesante modifica arriva col decreto «Rete per la salute della donna, della coppia e del bambino: ridefinizione e riordino delle funzioni e delle attività dei Consultori familiari regionali». L’intervento, secondo l’allegato 1 del decreto, sarebbe motivato con l’obiettivo di contrastare il diffuso ricorso dei ginecologi – ma anche di anestesisti e personale non medico – all’obiezione di coscienza, che secondo l’ultima relazione 2013 al Parlamento sulla 194 – citata nel decreto – è del 69,3% come media nazionale del 2011 (80,7 la percentuale nel Lazio). Nell’allegato si sostiene dunque come l’obiezione di coscienza «riguardi l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza ». E si sostiene che «il personale operante nel consultorio familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e accertazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare» l’aborto.

Non solo: «Per analogo motivo, il personale operante nel consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici, vedi I.U.D (Intra uterine devices) ». Cioè dispositivi intrauterini come la spirale, che provoca nell’utero condizioni sfavorevoli all’impianto degli ovociti fecondati. Netta la reazione di Olimpia Tarzia, presidente del movimento Per (Politica etica responsabilità) e vicepresidente della commissione Cultura, eletta nella Lista Storace. «Il personale obiettore operante nel consultorio familiare, pur non essendo coinvolto materialmente nella pratica dell’aborto, è obbligato comunque – afferma Tarzia – a partecipare alla redazione delle certificazioni e delle autorizzazioni che la precedono. Altrettanto inquietante – aggiunge – è la parte del decreto in cui si afferma che il personale medico obiettore del consultorio è tenuto alla prescrizione delle varie pillole abortive e all’applicazione di sistemi meccanici, quali la spirale anch’essa abortiva ».

Per il consigliere non ci sono dubbi: «Siamo di fronte ad un provvedimento che si pone in aperto contrasto con la legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, che, pur essendo una legge ambigua e, a mio giudizio, profondamente ingiusta, sul tema dell’obiezione di coscienza è molto chiara ». All’articolo 9 stabilisce infatti che «”il personale sanitario non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 (dove si disciplina il processo di certificazione e autorizzazione che precede l’aborto stesso) e agli interventi per l’interruzione della gravidanza, qualora sollevi obiezione di coscienza” e ciò vale, evidentemente – ribadisce – per “analogo motivo” anche per la prescrizione di sostanze o sistemi meccanici che procurano l’aborto».

Quindi il decreto del presidente della Regione Lazio, «oltre che calpestare un fondamentale diritto, giuridicamente fondato, di singoli medici-cittadini, quale quello di sollevare obiezione di coscienza, si pone illegittimamente in contrasto con una legge nazionale». La consigliera annuncia quindi per il 25 giugno un’interrogazione in Consiglio per «evidenziare i profili di illegittimità presenti nel decreto e chiederne l’immediata revoca».

Luca Liverani
(Fonte: «Avvenire»)

Scienza, 55 italiani tra le menti più brillanti: «D’ispirazione per gli altri»

25 giugno 2014

L’Italia che non si arrende alla sconfitta parla il linguaggio della scienza. Ci sono anche 55 scienziati italiani, di cui 5 donne, fra i 3.200 studiosi più citati del mondo, divisi in 21 campi di ricerca, nel decennio 2002-2012. A indicarlo la classifica internazionale delle “Beautiful mind”, le menti più brillanti del nostro tempo in campo scientifico, stilata dall’Istituto Thomson Reuters.

«Se sono riuscito a vedere più lontano degli altri è perché sono salito sulle spalle dei giganti». Sembra ispirata alla frase di Isaac Newton la scelta dell’Istituto Reuters, secondo il quale, il merito degli studiosi selezionati è che «stanno influenzando la futura direzione dei loro settori di ricerca». La prestigiosa classifica si basa su due parametri: pubblicazioni scientifiche e numero di citazioni ricevute dai lavori di ogni scienziato, che ne attestano la rilevanza nei differenti settori di studio. Per loro l’Istituto ha preparato uno speciale “Bollino di qualità”, come i marchi Doc, una sorta di coccarda con la scritta “Highly cited”, i più citati, che ciascuno dei premiati potrà pubblicare sulla propria pagina Web.

Gli Italiani rappresentano il 2% delle più brillanti menti del globo, ma in alcuni settori occupano un ruolo di rilievo. Su tutti spicca il settore delle scienze mediche, con 15 presenze, tra le quali c’è anche Michele Baccarani, dell’Università di Bologna, presidente del Comitato scientifico chiamato dal ministero della Salute a pronunciarsi sulla controversa vicenda Stamina. I ricercatori italiani – che lavorano in diverse università, ed enti di ricerca come l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) e l’Agenzia spaziale italiana (Asi) – sono in buona posizione anche in farmacologia, sette complessivamente le presenze, scienze agrarie e spazio, con 5 e 4 nomi rispettivamente.

«La rappresentanza italiana ha il 10% di donne che, tutto sommato, è abbastanza vicino al numero delle donne che occupano una posizione apicale – osserva Patrizia Caraveo, una delle cinque protagoniste italiane, direttrice dell’Istituto di astrofisica spaziale e fisica cosmica di Milano, parte dell’Inaf -. Quello che emerge – prosegue la studiosa milanese – è che sono stati premiati lavori che richiedono anni di sforzi e che alla fine sono considerati pietre miliari, come i cataloghi». «Un risultato – le fa eco Roberto Battiston, presidente dell’Asi – che conferma quanto l’astrofisica italiana sia un’eccellenza a livello mondiale».

Unica anomalia di questa classifica internazionale, la mancanza di un settore importante come quello della fisica delle particelle, in cui l’Italia vanta una scuola e una tradizione d’eccellenza, il cui valore è riconosciuto in tutto il mondo. Basti pensare al ruolo dei fisici italiani al Cern di Ginevra. La Thomson Reuters ha, infatti, deciso di escludere le pubblicazioni frutto di collaborazioni vaste, che comprendono più di 500 ricercatori, come appunto gli esperimenti che hanno portato alla scoperta del bosone di Higgs, ad opera della grande macchina acceleratice ginevrina. L’unico italiano premiato per la fisica è Massimo Inguscio, fisico quantistico cofondatore del laboratorio Lens (European laboratory for non linear spectroscopy) dell’Università di Firenze e recentemente nominato presidente dell’Istituto italiano di ricerca metrologica (Inrim), che si dice «Un po’ sorpreso di essere il solo perché – spiega – sono numerosi i fisici italiani attivi sulla scena internazionale».

Davide Patitucci
(Fonte: «Il Fatto Quotidiano»)

Un “linguaggio delle intenzioni” nascosto nei movimenti delle persone e comune a ogni essere umano

25 giugno 2014

Genova e Torino, XX 2014 – Un uomo è in piedi sul marciapiede e solleva la mano destra. Semplicemente guardando quell’uomo, senza altri indizi, saremmo in grado di capire cosa intende fare? In accordo con una posizione dominante nell’ambito della ricerca neuroscientifica e della psicologia cognitiva, avremmo dovuto rispondere a questa domanda con un secco no. Inoltre, avremmo dovuto specificare che, in assenza di informazioni contestuali – quali ad esempio la presenza di un taxi in arrivo – è impossibile capire cosa una persona stia per fare semplicemente osservando come si muove.

Tuttavia, una recente ricerca condotta dai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e dell’Università di Torino mette in dubbio questa posizione, aprendo un nuovo scenario: secondo i risultati dello studio, descritti nell’articolo «Intentions in the Brain: the Unveiling of Mister Hyde» pubblicato sulla rivista internazionale «The Neuroscientist», il significato che attribuiamo a un’azione compiuta da un individuo dipende dal modo in cui essa viene eseguita più che dal contesto in cui si svolge, perché l’intenzione è “nascosta” nel movimento stesso.

Nell’esempio iniziale, quindi, il modo in cui l’uomo alza la mano sarà diverso a seconda della ragione ultima che lo ha spinto a farlo. Non solo, se ci trovassimo ad assistere alla stessa scena in una stanza vuota, saremmo comunque in grado di cogliere questa ragione ultima – come, appunto, chiamare un taxi – poiché siamo sensibili all’intenzione sottesa al tipo di movimento eseguito da quell’uomo.
Nel loro lavoro, i ricercatori dell’IIT e dell’Università di Torino partono dall’analisi delle più recenti ricerche nel campo delle neuroscienze, focalizzate sull’interpretazione dei movimenti che gli esseri umani compiono per raggiungere uno scopo.
«Tradizionalmente il problema della comprensione delle intenzioni è stato impostato come un problema di accesso agli stati mentali ‘nascosti’ nella mente delle altre persone» spiega Cristina Becchio, professore associato dell’Università di Torino e ricercatore presso l’Istituto Italiano di Tecnologia. «Le evidenze che abbiamo raccolto mostrano tuttavia come le intenzioni siano visibili nella cinematica, in altre parole, nelle caratteristiche specifiche del movimento».

Ogni gesto, cioè, porta con sé il proprio significato e questo significato è strettamente legato all’intenzione sottesa nel movimento. Ne segue che esisterebbe una sorta di “linguaggio delle intenzioni” che è incorporato nel movimento stesso e che è comune a tutte le persone.
Per capire come le intenzioni diventino “visibili” nei movimenti, uno degli esperimenti condotti dai ricercatori ha riguardato l’analisi cinematica del movimento di persone cui veniva richiesto di afferrare uno stesso oggetto, ma per scopi diversi. In particolare si trattava di afferrare una bottiglia o per bere, o per versare il suo contenuto in un bicchiere, o per passarla a un’altra persona. Le variazioni nel movimento dell’afferrare nei diversi momenti, ha mostrato i segni delle differenti intenzioni.
«Quando le persone osservano gli altri compiere azioni, sono sensibili a differenze molto piccole nella cinematica del loro movimento», spiega la dott.ssa Caterina Ansuini, ricercatrice presso l’Istituto Italiano di Tecnologia, «E appaiono anche in grado di utilizzare queste differenze per capire con quale intenzione l’azione osservata è stata eseguita».

La scoperta apre nuovi scenari nella comprensione delle interazioni sociali e delle patologie che comportano un’alterazione della capacità di interazione, come per esempio l’autismo. L’ipotesi, infatti, è che alcune patologie portino all’alterazione del vocabolario azione-intenzione che utilizziamo normalmente, rendendo le persone non in grado di leggere gli scopi del movimento altrui.

(Fonte: Università di Torino e IIT)
(Approfondimenti:
Ansuini C., Cavallo A., Bertone C., Becchio C. (in press). “Intentions in the brain: The unveiling of Mister Hyde”. The Neuroscientist: http://nro.sagepub.com/content/early/2014/04/28/1073858414533827.abstract)

«La Chiesa si curi delle famiglie in crisi»

26 giugno 2014

«L’annuncio del Vangelo della famiglia è parte integrante della missione della Chiesa», e «la diffusa crisi culturale, sociale e spirituale costituisce una sfida per l’evangelizzazione della famiglia, nucleo vitale della società e della comunità ecclesiale». È quanto si legge nella premessa dell’Instrumentum laboris del Sinodo sulla famiglia, diffuso il 26 giugno in vista dell’Assemblea generale straordinaria, prima tappa del primo Sinodo convocato da Papa Francesco, che si svolgerà ad ottobre.

«Offrire sostegno e accompagnamento» e proporre «stili di vita» all’insegna della “misericordia”, come esorta a fare il Papa fin dall’inizio del pontificato: questo l’obiettivo principale del documento, che raccoglie le testimonianze e i suggerimenti inviati dalle Chiese particolari, in risposta al questionario del Documento Preparatorio, reso pubblico nel novembre scorso.

Il testo dell’Instrumentum laboris è strutturato in tre parti e riprende le otto tematiche proposte nel questionario: la prima parte è dedicata al Vangelo della famiglia, la seconda tratta «le varie proposte di pastorale familiare, le relative sfide e le situazioni difficili» e la terza «è dedicata all’apertura alla vita e alla responsabilità educativa dei genitori, che caratterizza il matrimonio tra l’uomo e la donna, con particolare riferimento alle situazioni pastorali attuali».

Oggi c’è «molta resistenza agli insegnamenti della Chiesa circa la morale familiare», dovuta alla «mancanza di un’autentica esperienza cristiana, di un incontro personale e comunitario con Cristo, che non può essere sostituito da alcuna presentazione, sia pur corretta, di una dottrina». È l’analisi contenuta nell’Instrumentum laboris del Sinodo sulla famiglia, in cui si lamenta «l’insufficienza di una pastorale preoccupata solo di amministrare i sacramenti, senza che ciò corrisponda a una vera esperienza cristiana coinvolgente». Di qui il «crescente contrasto tra i valori proposti dalla Chiesa su matrimonio e famiglia e la situazione sociale e culturale». In particolare, è il concetto di “legge naturale” ad essere diventato «assai problematico, se non addirittura incomprensibile». Sotto accusa è la “gender theory”, secondo la quale «il gender di ciascun individuo risulta essere solo il prodotto di condizionamenti e di bisogni sociali». In questo modo, «ciò che è ‘naturale’ tende ad essere definito tale soltanto dall’individuo e dalla società, divenuti gli unici giudici per le scelte etiche. La relativizzazione del concetto di ‘natura’ si riflette anche sul concetto di ‘durata’: oggi, un amore è considerato ‘per sempre’ solo in relazione a quanto possa effettivamente durare».

«Una delle grandi sfide della famiglia contemporanea consiste nel tentativo della sua privatizzazione». È la denuncia contenuta nell’Instrumentum laboris, in cui si parla del contrasto tra la «legge morale naturale, universalmente accettata di fatto dai fedeli», che «nutrono il desiderio di mantenere l’unione tra uomo e donna», e la «pratica massiccia del divorzio, della convivenza, della contraccezione, delle procedure artificiali di procreazione, delle unioni omosessuali». In quasi tutte le risposte del Questionario, si registra inoltre «il numero crescente di casi di famiglie ‘allargate’, soprattutto per la presenza di figli avuti da diversi partner». Anche le famiglie monoparentali “sono in netta crescita”, e molto numerosi sono ormai «i casi in cui i figli, oltre che con genitori separati o divorziati, risposati o meno, si trovano pure con i nonni nella medesima situazione». In Asia, ad esempio, si registrano unioni “multipersonali”, «tra individui di orientamenti e di identità sessuali diversi, basate solo sui propri bisogni e sulle singole e soggettive necessità». Insomma, la famiglia «si trova in un momento molto difficile», e la missione della Chiesa è di “accompagnare” tali famiglie “come sono nella realtà”, con le loro “storie e sofferenze complesse, che necessitano di uno sguardo compassionevole e comprensivo”.

«È necessario che la Chiesa si prenda cura di famiglie che vivono in situazioni di crisi e di stress che la famiglia sia accompagnata durante tutto il ciclo della vita». È quanto si legge nell’Instrumentum laboris del Sinodo sulla famiglia, in cui viene lanciato un appello a sostenere la domanda del “desiderio di famiglia”, in primo luogo da parte della parrocchia, “famiglia di famiglie”, chiamata ad essere «il centro di una pastorale rinnovata fatta di accoglienza e di accompagnamento, vissuto nella misericordia e nella tenerezza». In particolare, la parrocchia deve «accompagnare situazioni in cui i legami familiari sono minacciati dalla violenza domestica, con interventi di sostegno atti a risanare la ferite subite, sradicare le cause che le hanno determinate».

«Dove dominano abuso, violenza e abbandono non può esserci né crescita né percezione alcuna del proprio valore», l’ammonimento del documento, in cui si fa notare che «l’accompagnamento della coppia non si deve limitare alla preparazione al matrimonio. Serve «una formazione più costante e articolata, biblica, teologica, spirituale, ma anche umana ed esistenziale», che abbia anche «una dimensione intergenerazionale» in grado di coinvolgere «attivamente i genitori nel percorso d’iniziazione cristiana dei propri figli».

La “violenza psicologica, fisica e sessuale”, gli abusi «commessi in famiglia, i danni in particolare delle donne e dei bambini, un fenomeno purtroppo non occasionale, né sporadico»: “Il terribile fenomeno del femminicidio, spesso legato a profondi disturbi relazionali e affettivi, e conseguenza di una falsa cultura del possesso», «un dato davvero inquietante, che interroga tutta la società e la pastorale familiare della Chiesa». Sono alcune delle «situazioni critiche interne alla famiglia», passate in rassegna nell’Instrumentum laboris.

La «difficoltà della relazione e comunicazione in famiglia», con «tensioni e conflitti tra i coniugi», la «debolezza della figura del padre»: queste le difficoltà più ordinarie delle coppie, all’interno di una «frammentazione e disgregazione di tante realtà familiari», causa di divorzio e di separazione, di famiglie “allargate” o monoparentali, di unioni di fatto e unioni omosessuali. C’è poi la “massiccia diffusione” dell’aborto, segno di «una cultura di morte rispetto alla vita nascente», di «una cultura dell’indifferenza di fronte alla vita nascente», promulgata anche da «legislazioni che favoriscono l’individualismo». Altra piaga, quella del turismo sessuale e della prostituzione, all’interno del «dramma del commercio e dello sfruttamento di bambini».

I media hanno un “impatto negativo” sulla famiglia, «dovuto in particolare all’immagine di famiglia veicolata e all’offerta di anti-modelli, che trasmettono valori errati e fuorvianti». È la denuncia contenuta nell’Instrumentum laboris, che tra le diverse «situazioni critiche interne alla famiglia» segnala «le dipendenze da alcool e droghe, ma anche dalla pornografia, talvolta usata e condivisa in famiglia, così come dal gioco d’azzardo e dai videogiochi, internet e social network».

«Televisione, smartphone e computer – si fa notare nel testo – possono essere un reale impedimento al dialogo tra i membri della famiglia, alimentando relazioni frammentate e alienazione», visto che «anche in famiglia si tende sempre più a cominciare attraverso la tecnologia», con il rischio di vivere “rapporti virtuali” sostitutivi di quelli reali. Senza contare l’“overload” informativo, dove la quantità dell’informazione tende a sopravanzare sulla qualità.

Tra le “pressioni esterne” alla famiglia, l’Instrumentum laboris del Sinodo segnala «l’impatto dell’attività lavorativa sugli equilibri familiari». «I ritmi del lavoro – si legge nel documento in uno spaccato di vita domestica – sono intensi e in certi casi estenuanti; gli orari spesso tropo lunghi, talvolta si estendono anche alla domenica: tutto questo ostacola la possibilità di stare insieme». «La crescente precarietà lavorativa – la denuncia contenuta nel testo – unitamente alla crescita della disoccupazione e alla conseguente necessità di spostamenti sempre più lunghi per lavorare, hanno ricadute pesanti sulla vita familiare, producendo tra l’altro un allentamento delle relazioni, un progressivo isolamento delle persone con conseguente crescita di ansia». «In dialogo con lo Stato e gli enti pubblici preposti», ci si aspetta allora dalla Chiesa «un’azione di concreto sostegno per un dignitoso impiego, per giusti salari, per una politica fiscale a favore della famiglia, così come l’attivazione di un aiuto per le famiglie e per i figli». Spesso, infatti, mancano «leggi che tutelino la famiglia nell’ambito del lavoro e, in particolare, la donna-madre lavoratrice».

Gli “scandali sessuali all’interno della Chiesa”, la pedofilia in particolare, ma anche in generale «un’esperienza negativa con il clero o con alcune persone» sono “contro-testimonianze” nella Chiesa. È quanto si legge nell’Instrumentum laboris del Sinodo sulla famiglia, in cui si fa notare che «soprattutto in America del Nord e in Europa Settentrionale, si denuncia una rilevante perdita di credibilità orale a causa degli scandali sessuali». A ciò «si aggiunge lo stile di vita a volte vistosamente agiato dei presbiteri, così come l’incoerenza tra il loro insegnamento e la condotta di vita». Nel documento viene stigmatizzato anche «il comportamento di quei fedeli che vivono e praticano la loro fede ‘in maniera teatrale’, venendo meno a quella verità e umiltà, che sono richieste dallo spirito evangelico». Tra le contro-testimonianze, rientra anche «la percezione del rifiuto nei confronti di persone separate, divorziate o genitori single da parte di alcune comunità parrocchiali, così come il comportamento intransigente e poco sensibile di presbiteri o, più in generale, l’atteggiamento della Chiesa, percepito in molti casi come escludente, e non come quello di una Chiesa che accompagna e sostiene».

Sono sempre di più quelle coppie che convivono “ad experimentum”, cioè “senza alcun matrimonio né canonico né civile e senza alcuna registrazione”. È uno dei dati contenuti nell’Instrumentum laboris. Soprattutto in Europa e in America, questo “periodo di prova” si trasforma in “una forma stabile di vita”. Talvolta, il matrimonio «avviene dopo la nascita del primo bambino, in modo che nozze e battesimo si celebrino insieme». «Politiche familiari inadeguate a sostenere la famiglia; problemi finanziari; disoccupazione giovanile, mancanza di un’abitazione»: sono queste le “ragioni sociali” che provocano «la tendenza a dilazionare il matrimonio», in cui gioca un ruolo anche «il timore circa l’impegno che comporta l’accoglienza dei figli». Le convivenze, “molto spesso”, corrispondono «a unioni libere di fatto, senza riconoscimento civile o religioso», e «la società ormai non vede più questa situazione problematica». Sull’aumento delle convivenze, incidono «il mancato aiuto da parte dello Stato, per il quale la famiglia non ha più un valore particolare»”, una falsa «idea di libertà, che considera il legame matrimoniale una perdita della libertà della persona», ma anche i media, che «promuovono ampiamente questo stile di vita tra i giovani»: con la convivenza e le unioni libere, «i giovani tendono a prolungare la loro adolescenza e pensano che il matrimonio sia troppo impegnativo».

La Chiesa è chiamata a “prendersi cura” dei separati e divorziati risposati, realtà «rilevante in Europa e in tutta l’America, molto meno in Africa e in Asia». È quanto si legge nell’Instrumentum laboris, che mette l’accento anche su un’altra questione: i figli dei separati e dei divorziati, sui quali «ricade il peso dei conflitti matrimoniali». Ci sono poi i divorziati e i separati che restano fedeli al vincolo matrimoniale, definiti “nuovi poveri” che richiedono «un’attenzione per la loro situazione che spesso è vissuta in solitudine e in povertà». Non ultime, le ragazze madri che «si prendono cura da sole dei figli» ed hanno alle spalle «storie molto sofferte, non di rado di abbandono». Di fronte a tutte queste situazioni, la Chiesa «non deve assumere l’atteggiamento di giudice che condanna, ma quello di una madre che sempre accoglie i suoi figli e cura le loro ferite in vista della guarigione», si legge nel documento. In linea con lo stile di Papa Francesco, «con grande misericordia», la Chiesa «è chiamata a trovare forme di compagnia con cui sostenere questi suoi figli in un percorso di riconciliazione». «Con comprensione e pazienza», è importante spiegare ai divorziati risposati che «il non poter accedere ai sacramenti non significa essere esclusi dalla vita cristiana e dal rapporto con Dio».

«Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia», ma ciononostante «gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza». Nell’Instrumentum laboris, sulle unioni gay si ribadisce la posizione tradizionale della Chiesa. «Tutte le Conferenze episcopali – si rende noto – si sono espresse contro una ‘ridefinizione’ del matrimonio tra uomo e donna attraverso l’introduzione di una legislazione che permette l’unione tra due persone dello stesso sesso». Di fronte alla politica del “gender”, la “grande sfida” per la Chiesa «sarà lo sviluppo di una pastorale che riesca a mantenere il giusto equilibrio tra accoglienza misericordiosa delle pene e accompagnamento graduale verso un’autentica maturità umana e cristiana».

Le risposte al Questionario, inoltre, si pronunciano «contro una legislazione che permetta l’adozione a bambini di persone in unione dello stesso sesso», perché a rischio c’è «il bene integrale del bambino, che ha diritto ad avere una madre e un padre». Tuttavia, se queste persone chiedono il battesimo per il bambino, quest’ultimo deve essere accolto con «la stessa cura, tenerezza e sollecitudine che si ha nei confronti degli altri minori».

(Fonte: «Avvenire»)
(Approfondimenti: http://www.avvenire.it/Chiesa/Documents/INSTLABORIS.pdf)

«Tutti i popoli possano godere dei benefici della scienza». Il Papa alla Scuola di Astrofisica della Specola Vaticana

26 giugno 2014

È un lavoro “arduo e affascinante” studiare l’universo, che è “dono prezioso del Creatore”. È il lavoro che svolgono i giovani astronomi partecipanti al Corso estivo organizzato dalla Scuola di Astrofisica della Specola Vaticana, ricevuti il 26 giugno dal Papa in Vaticano.

“Galassie vicine e lontane, giovani e vecchie” è il tema dell’incontro della scuola internazionale, che riunisce professori e alunni provenienti da ben 23 Paesi, e vede l’impegno anche di diversi “fratelli gesuiti”. “Durante quasi un mese – ha sottolineato il Papa nell’udienza – voi vi siete dedicati non solo allo studio delle galassie, guidati da professori esperti in questo campo, ma avete anche condiviso le vostre tradizioni culturali e religiose, dando una bella testimonianza di dialogo e di convivenza in armonia”.

Oltre alle “collaborazioni scientifiche” sono i “legami durevoli di amicizia” uno dei frutti più preziosi sbocciati nel corso di queste settimane di studio. “Vedendo i vostri volti, mi sembra di ammirare un mosaico che comprende popoli di ogni parte del mondo”, ha osservato il Santo Padre rincuorato, perché è “giusto che chiunque, in ogni parte del mondo, possa avere accesso alla ricerca e alla formazione scientifica”. L’auspicio è quindi “che tutti i popoli possano godere dei benefici della scienza”. Una sfida, questa, “che ci impegna tutti, specialmente gli scienziati”, ha detto Bergoglio.
E ha sottolineato come, in quest’ottica, la Scuola di Astrofisica della Specola Vaticana diventa luogo in cui “i giovani del mondo dialogano, collaborano e si aiutano a vicenda nella ricerca della verità, che si concretizza in questo caso nello studio delle galassie”. L’iniziativa estiva, “semplice e concreta”, mostra dunque “come le scienze possano essere uno strumento adatto ed efficace per promuovere la pace e la giustizia”.

Anche per questo – rimarca il Pontefice – “la Chiesa è impegnata nel dialogo con le scienze a partire dalla luce offerta dalla fede, poiché è convinta che la fede può allargare le prospettive della ragione, arricchendola“. E “in questo dialogo con le scienze, la Chiesa si rallegra del mirabile progresso scientifico, riconoscendo l’enorme potenziale che Dio ha dato alla mente umana, come una madre si rallegra ed è giustamente orgogliosa quando i suoi figli crescono «in sapienza, età e grazia»”.
Prima di concludere, Papa Francesco ha infine incoraggiato i partecipanti al Corso “a condividere le conoscenze acquisite sull’universo con la gente dei vostri rispettivi Paesi”, dal momento che “solo una piccolissima parte della popolazione mondiale ha accesso a tali conoscenze, che aprono il cuore e la mente ai grandi interrogativi che l’umanità da sempre si pone: Da dove veniamo? Dove andiamo? Che senso ha questo universo di centomila milioni di galassie?…”. “La ricerca di risposte a queste domande ci predispone all’incontro con il Creatore, Padre buono”, ha concluso il Santo Padre. E rivolgendosi a Lui, “Dio onnipotente e misericordioso, che conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome”, ha invocato la pace e la benedizione su tutti i presenti.

(Fonte: «Zenit»)

Doping/2. Gli atleti “grandi” consumatori di farmaci legali: dai fans agli integratori. La Relazione al Parlamento

27 giugno 2014

Dopo il report pubblicato lo scorso 23 giugno, il Ministero della Salute ha inviato al Parlamento la relazione sullo stato di attuazione della legge di contrasto al doping nonché sull’attività svolta dalla Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive per l’anno 2013.

Dall’analisi dei dati relativi alle preparazioni galeniche dichiarate dai farmacisti nel 2013, è risultato un aumento delle preparazioni allestite in farmacia e comunicate al Ministero della salute. Risulta confermato come, anche nel corso del 2013, le sostanze maggiormente prescritte siano quelle appartenenti alla classe dei diuretici ed agenti mascheranti (S5), a quella degli agenti anabolizzanti (S1) ed alla classe degli stimolanti (S6). Queste classi di principi attivi rappresentano da sole circa il 75% del totale delle dichiarazioni rilasciate dai farmacisti. Tra questi principi attivi, i più utilizzati nel periodo 2007-2013 sono stati il deidroepiandrosterone ed il testosterone (agenti anabolizzanti).

Le regioni con il maggior numero di prescrizioni risultano essere il Lazio, la Lombardia e la Toscana.

La Commissione, attraverso il sistema informativo Reporting System Doping Antidoping, realizzato in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità, ha poi svolto anche per il 2013 una elaborazione dei dati sull’uso dei farmaci consentiti, in base alle dichiarazioni rese dagli atleti sottoposti ai controlli antidoping. I dati riferiti hanno confermato la tendenza dei praticanti l’attività sportiva ad assumere grandi quantità di farmaci non vietati per doping e di prodotti salutistici. Infatti, il 69,4% degli atleti sottoposti a controllo ha dichiarato di aver assunto prodotti farmaceutici (compresi prodotti omeopatici) e prodotti cosiddetti salutistici (vitamine, sali minerali, aminoacidi, integratori). Fra i primi, si conferma che la categoria di farmaci più usati e dichiarati sono i Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei (FANS) con una percentuale del 40,9% dei casi. Fra i secondi, i prodotti maggiormente utilizzati sono gli integratori (62,3% dei casi) ed i Sali minerali (13,6 % dei casi).

Questa assunzione di farmaci risulta “raramente giustificata da valide motivazioni e indicazioni terapeutiche”. “Esiste in ogni caso il rischio di comparsa di reazioni avverse, soprattutto quando tali sostanze vengono assunte con modalità e dosaggi diversi da quelli terapeutici o consigliati – si legge nella relazione – considerato anche che durante lo svolgimento di una attività atletica agonistica è spesso presente un aumento della frequenza cardiaca, respiratoria, nonché del metabolismo endogeno, oltre a possibili condizioni di disidratazione. Infatti, l’impegno sportivo determina risposte fisiologiche acute, cardiovascolari, respiratorie, metaboliche ed eventuali condizioni di disidratazione, che possono alterare gli effetti dei farmaci (farmacodinamica) e il loro percorso nell’organismo (farmacocinetica)”.

La Commissione ha avviato anche specifiche iniziative finalizzate alla formazione attraverso corsi indirizzati. In particolare ha stipulato una convenzione con l’Istituto superiore di sanità per lo svolgimento di un Corso Master FAD Antidoping “La tutela della salute nelle attività sportive e la prevenzione del doping” al fine di formare i professionisti sanitari su tematiche inerenti la prevenzione del doping e la tutela della salute nelle attività sportive. Il Corso Master è stato rivolto a Medici di Medicina Generale (MMG), Medici specialisti di Medicina dello Sport tesserati della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) e a Medici dello Sport del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Complessivamente sono state ricevute le iscrizioni di 1.083 partecipanti (719 medici di medicina generale e 364 medici dello sport): di questi, 618 (57%) hanno superato il test di valutazione conclusiva (il 48% dei medici di medicina generale ed il 74% di medici dello sport). Gli iscritti al Master FAD antidoping sono stati in prevalenza medici di sesso maschile (74%), sebbene al termine del Corso i medici che hanno superato il test di valutazione finale si sono egualmente distribuiti tra i due generi (56,4% di uomini vs. 58,5% di donne). Le classe di età prevalente tra gli iscritti è stata quella compresa tra i 50 ed i 59 anni (49,3% alla fine del corso), mentre quella meno rappresentata è stata quella di medici di età inferiore ai 30 anni (1,3% alla fine del corso). Il master FAD ha ricevuto richieste di iscrizione da tutte le regioni italiane, con un massimo di adesioni dalla regione Lombardia (11,5%) ed un minimo dalla regione Valle d’Aosta (0,09%). Non è stato registrato alcun iscritto dalla regione Calabria.

Giovanni Rodriquez
(Fonte: Quotidiano Sanità
Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=1019817.pdf)

Rapporto Bes 2014. Italiani sempre più longevi. Ma c’è allarme per il “malessere psicologico”

27 giugno 2014

Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e l’Istituto nazionale di statistica (Istat) hanno presentato il 26 giugno a Palazzo Chigi la seconda edizione del “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile” (Bes 2014) che riprende l’analisi degli elementi fondanti del benessere e del progresso in Italia e nei suoi territori.
Nella sua continuità, il Bes aspira a diventare un punto di riferimento per i cittadini, la società civile, i media e la politica, al fine di avere un quadro complessivo dei principali fenomeni sociali, economici e ambientali che caratterizzano il nostro Paese.

SINTESI DEL CAPITOLO DEDICATO ALLA SALUTE
Migliorano le condizioni di salute fisica, permangono le disuguaglianze. Gli indicatori del dominio salute sono stati costruiti tenendo conto di tre dimensioni fondamentali: le condizioni di salute, le principali cause di morte nelle varie fasi della vita, i fattori di rischio della salute derivanti dagli stili di vita.

L’Italia presenta condizioni di salute in miglioramento e livelli di speranza di vita tra i più elevati a livello internazionale (79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne). Ciò rappresenta uno dei risultati più positivi dell’andamento del benessere della popolazione e un patrimonio fondamentale da salvaguardare. L’indicatore della speranza di vita in buona salute testimonia il miglioramento delle condizioni di salute degli italiani: tra il 2009 e il 2012 il numero medio di anni vissuti in buona salute aumenta di 2,1 anni per gli uomini e di 2,2 anni per le donne.

Si registrano miglioramenti anche per alcuni indicatori di mortalità. La mortalità infantile si riduce negli ultimi anni, passando da 34,2 decessi per 10.000 nati vivi nel 2009 a 30,9 nel 2011.
Anche la mortalità da tumori tra gli adulti continua a diminuire (9,9 decessi per 10.000 residenti nel 2006; 9,1 nel 2011). Nello stesso tempo, sembra attenuarsi il trend in crescita del tasso di mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso, nonostante l’aumento dell’invecchiamento della popolazione. Al contrario, si arresta il trend positivo della riduzione della mortalità per incidenti da mezzi di trasporto.

Nel 2012 si riduce il benessere psicologico. L’indice di stato psicologico passa dal punteggio medio di 49,8 del 2005 a 49 del 2012, con un peggioramento soprattutto per la popolazione adulta e i giovani uomini (tra i 18 e i 24 anni l’indice passa da 53,4 a 51,7 per i maschi).

Sono ancora molto diffusi nella popolazione comportamenti che costituiscono rischi per la salute. L’eccesso di peso non accenna a diminuire – nel 2013 è in sovrappeso o obeso il 44,1% delle persone di 18 anni e più – così come la sedentarietà, che riguarda una consistente quota di popolazione (41,3% delle persone di 14 anni e più). Il consumo di frutta e verdura resta invece inferiore alle quantità raccomandate.
L’abitudine al fumo e la diffusione di comportamenti a rischio nel consumo di alcol confermano un trend in diminuzione negli ultimi anni. La quota di fumatori passa dal 23,3% nel 2010 al 21,3% nel 2013 mentre la quota di popolazione che presenta almeno un comportamento a rischio nel consumo di alcol scende dal 16,7% nel 2010 al 13,8% nel 2013.

Permangono disuguaglianze territoriali e sociali. Nel Mezzogiorno, oltre ad una vita media più breve, si vive per più anni in peggiori condizioni di salute o con limitazioni nelle attività quotidiane.
Inoltre, molti dei comportamenti a rischio sono più marcati tra le persone di bassa estrazione sociale.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=1993188.pdf)

Yara e il Dna, i genetisti: «Non può essere unica prova, ma il test non sbaglia»

29 giugno 2014

Può permettere di risolvere un delitto anche a distanza di anni. A pista fredda. Come per il giallo dell’Olgiata, vittima la contessa Alberica Filo della Torre, uccisa il 10 luglio 1991, il cui assassino, il domestico Manuel Winston, ha confessato 20 anni dopo. O, come dimostra la cronaca di questi giorni, per l’omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate di Sopra, il cui presunto assassino, Massimo Giuseppe Bossetti, è stato fermato a distanza di quasi quattro anni dai fatti.

In questi gialli c’è un protagonista comune, il test del Dna, la tecnica che permette di accertare l’appartenenza a una persona di tracce anonime di tessuti o liquidi biologici. La cosiddetta prova regina, in grado di risolvere un giallo.
Ma è davvero così? Basta il solo Dna per dichiarare un sospetto colpevole e a farlo condannare? Come funziona questo esame e quanto è attendibile? Lo abbiamo chiesto ad alcuni scienziati, Andrea Ballabio, dell’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Napoli, Edoardo Boncinelli del San Raffaele di Milano e David Caramelli dell’Università di Firenze, che utilizzano quotidianamente le stesse metodiche, ma per studiare le nostre origini o scoprire i responsabili di una malattia anziché di un delitto ancora irrisolto.

IL DNA? “NON PROVA COLPEVOLEZZA, MA ASSOCIA INDIVIDUO AL CRIMINE”. “Il test del Dna ci dice tante cose – afferma Boncinelli -. Ci spiega se due profili genetici appartengono alla stessa persona, ma serve anche a individuare una parentela, com’è avvenuto per il presunto assassino di Yara, che si è scoperto non essere il figlio biologico dell’uomo di cui portava il cognome”. “Nel caso di un test di paternità padre/figlio – sottolinea Ballabio -, o quando sia necessario confermare o escludere la parentela biologica tra individui di sesso maschile, si fa ad esempio un’analisi del cromosoma Y, sempre trasmesso dal padre ai figli maschi. Se è necessario, invece, ricostruire rapporti parentali per linea materna, si analizza il Dna dei mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, sempre trasmesso dalla madre a tutti i figli. Qualunque risultato del test del Dna, però – spiega il genetista napoletano – non costituisce prova, ma è un elemento, sia pure molto importante, da valutare nel contesto degli altri elementi”.

“Solo nei telefilm – aggiunge Boncinelli – una volta che si ha la prova del Dna, il caso è chiuso. Il test associa un sospettato alla scena di un crimine, o alla vittima, ma un bravo avvocato potrebbe in teoria trovare una spiegazione diversa dei fatti. Sarà interessante capire come Bossetti spiegherà la presenza del suo Dna sugli indumenti intimi di Yara. Secondo me, – sottolinea Boncinelli – potremmo essere di fronte a un altro caso Franzoni (la donna che sta scontando una condanna a 16 anni per l’omicidio del figlio Samuele, avvenuto a Cogne nel 2002, ammessa nei giorni scorsi alla detenzione domiciliare dopo sei anni di carcere, ndr) in cui l’individuo accusato di un crimine si autoconvince di non essere stato lui”. “Da scienziato – gli fa eco Caramelli – posso solo dire che il Dna di una certa persona è stato trovato sugli slip della ragazza, sono gli investigatori che devono poi ricostruire come è potuto finire lì. Certo – sostiene lo studioso fiorentino – è improbabile che la questione sia casuale”.

“STESSO PROFILO PER DUE INDIVIDUI? PROBABILITA’ QUASI ZERO”. Dopo tre anni d’indagini e 18mila campioni analizzati, il procuratore di Bergamo Francesco Dettori si è detto convinto dell’individuazione del responsabile dell’omicidio di Yara: “La nostra è una certezza processuale basata su prove scientifiche praticamente prive di errore. Allora, crediamo o non crediamo alla scienza?” È davvero così? In fondo la genetica ha dimostrato che, poiché l’Homo Sapiens discende dall’Africa, tra due individui qualsiasi esiste una differenza nel Dna inferiore all’1%. “Nella scienza – spiega Boncinelli – la parola impossibile non esiste. Ma la probabilità che due persone possano condividere lo stesso profilo genetico è prossima allo zero, come vincere più volte di seguito la lotteria. È vero che due abitanti qualsiasi del Pianeta condividono più del 99% del proprio Dna, ma – chiarisce il genetista del San Raffaele – in quell’1% scarso esistono tantissime differenze, pari a 4, dal numero di possibili lettere in cui è scritto il libro della vita, elevato a 1000. Il Dna è, infatti, un testo molto lungo, fatto di tantissime parole. Occorrerebbero 40 anni per leggerlo tutto a voce alta”.

Quindi, basta cercare le parole giuste. Ma quali sono queste parole e quante ne occorrono per identificare con certezza una persona? “Si tratta di brevi sequenze di Dna ripetute più volte, definite marcatori. Fino ad alcuni anni fa – spiega Boncinelli – ne bastavano 9 per identificare un sospetto, oggi si è saliti a 11-13. Nel caso del presunto assassino di Yara i marcatori sono ben 21”. “Quello che varia tra gli individui – aggiunge Ballabio – è il numero delle ripetizioni. Ognuno di questi marcatori è confrontato con tutti gli altri noti, e denominato secondo regole internazionali. Con 16 marcatori, ad esempio – chiarisce lo studioso di Telethon – la probabilità di trovare due individui identici è una su mille miliardi di miliardi, 1 seguito da 21 zeri”. “E nel caso di Yara – sottolinea Boncinelli – c’è anche un allele raro della madre biologica dell’accusato. Un tratto di Dna più lungo degli altri, la cui individuazione ha rappresentato un vero e proprio colpo di fortuna. Per cui non si può proprio sbagliare”.

“PROVE DEGRADATE? STUDIAMO ANCHE I NEANDERTHAL”. E se dovesse trascorrere molto tempo, il Dna non rischierebbe di degradarsi o contaminarsi? La traccia rinvenuta sui leggins e gli slip di Yara, ad esempio, ha resistito alle intemperie, poiché il corpo della 13enne è stato trovato tre mesi dopo la scomparsa, in un campo di Chignolo d’Isola. Come può preservarsi nel tempo e dare ugualmente risultati attendibili? “Qualora il Dna fosse degradato – chiarisce Ballabio – non darebbe segnale”. “Il test del Dna è attendibilissimo – afferma Caramelli -. Per quanto riguarda eventuali contaminazioni, è un fatto che può accadere, ma non con i marcatori genetici che sono stati utilizzati per ricostruire il profilo. Questi, infatti, se si escludono i gemelli monozigoti, sono unici per ciascun individuo. Eppoi – aggiunge lo studioso di Dna antico – ormai riusciamo ad analizzare il Dna dei Neanderthal e quindi in questo caso è sicuramente più semplice”.

“La molecola di Dna è tutt’altro che fragile – aggiunge Boncinelli -, perché si tratta di una doppia elica. Se non è soggetta a stress violenti, come elevate temperature, può mantenersi integra a lungo. Quanto alla riproducibilità dell’esame, è garantita da una tecnica, la cosiddetta reazione a catena della polimerasi (Pcr), che consente di amplificare esponenzialmente il Dna, duplicandolo numerose volte”. Come una fotocopiatrice molecolare che permette, a partire da piccoli campioni iniziali, di avere materiale a sufficienza per ripetere il test, anche in sede dibattimentale? “Proprio così – conferma il genetista lombardo -. Si tratta di una tecnica utilizzata quotidianamente nei laboratori in cui si lavora sul Dna, e la procedura è la stessa nelle analisi forensi”.

E I FALSI POSITIVI? “RISULTATI UGUALI IN 4 LABORATORI DIVERSI”. Ma in cosa consiste questa procedura, come si ottiene un profilo genetico? “Una volta isolato, il Dna, sia quello del sospetto che il campione estratto dalla scena di un crimine – spiega Boncinelli – è spezzettato attraverso delle forbici molecolari, dette enzimi di restrizione, che tagliano in punti specifici differenti da un individuo a un altro. I vari frammenti di Dna sono poi separati, sotto l’effetto di un campo elettrico, all’interno di una sostanza gelatinosa. Si dispongono, quindi, a diverse altezze nel gel, sottoforma di piccole bande che si colorano, se illuminate da raggi Uv. In questo modo, i due gel con i relativi profili genetici, possono essere confrontati. Se le bande sono in analoghe posizioni – sottolinea lo studioso del San Raffaele – allora si tratta del Dna dello stesso individuo. Se sono diverse per metà, siamo di fronte a un caso di parentela. Se, viceversa, differiscono del tutto, allora i profili genetici corrispondono a individui distinti”.

Ma non c’è il rischio di un falso positivo, dovuto ad esempio a un errore dell’operatore, o a una contaminazione esterna? “Il rischio c’è sempre – aggiunge Boncinelli – Come si dice, il diavolo ha le corna. Per questo nelle nostre ricerche quando dobbiamo fare un esperimento importante lo ripetiamo più volte. Per lo stesso motivo, le analisi sui campioni trovati sul corpo di Yara sono state ripetute separatamente da quattro diversi laboratori. E – conclude lo scienziato – hanno dato tutte un identico esito positivo”.

Davide Patitucci
(Fonte: «Il Fatto Quotidiano»)

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