Notizie dal mondo

di Lara Reale *
pubblicato il 4 marzo 2013
Notizie dal mondo

1. Unione europea, ancora non cadono le frontiere della ricerca

8 febbraio 2013

Di questi tempi dici Unione europea e pensi subito a concetti come moneta unica, stabilità e sovranità monetaria. Qualcuno si è invece chiesto cosa ne è stato della ricerca scientifica. I tentativi di unificare la scienza e l’innovazione a livello continentale, infatti, sono ben più vecchi dell’euro: già nel 1998 e nel 2000 l’Unione europea avviò iniziative come il Quinto programma quadro e l’Area europea della ricerca, allo scopo di integrare i programmi di ricerca e sviluppo scientifico oltre i confini delle nazioni europee.

Tuttavia, secondo quanto riportano su «Science» dell’8 febbraio i ricercatori dell’Imt (Institutes Markets Technologies) – Institute for Advanced Studies di Lucca, le cose sono andate peggio del previsto: a oggi, dal punto di vista scientifico, l’Unione europea rimane un insieme di Stati debolmente accoppiati, che nella maggior parte dei casi portano avanti i progetti in modo indipendente e separato.

Lo ha spiegato alla rivista «Wired» Fabio Pammolli, uno degli autori dello studio, docente di economia e management all’Imt. «L’attuale situazione della ricerca europea», ha dichiarato Pammolli, «sembra più una collezione di sistemi su base nazionale che non una struttura integrata e transfrontaliera. Dal 2003 a oggi l’integrazione nell’Unione europea è progredita più o meno alla stessa velocità che negli altri Paesi Ocse non europei. È un dato molto significativo, perché in Europa una quota consistente di denaro è stata dedicata a finanziare progetti di collaborazione scientifica e mobilità internazionale, mentre negli altri Paesi Ocse questo non è avvenuto. Eppure, da questo punto di vista, siamo avanzati più o meno allo stesso modo».

Lo studio di Pammolli ha preso in esame 2,6 milioni di brevetti (tutti quelli depositati presso l’European Patent Office nel periodo 1986-2010) e un campione di 250 mila pubblicazioni scientifiche dal database Thomson ISI Web Of Science (nel periodo 1991-2009). «L’analisi dell’evoluzione temporale di questi network», ha detto il ricercatore, «non ha rivelato differenze statistiche significative rispetto a quelli dei Paesi Ocse non europei, il che ci fa dedurre che in Europa l’internazionalizzazione della ricerca non ha compiuto i passi avanti che ci si aspettava».

Secondo il gruppo di Pammolli «i programmi hanno finanziato la collaborazione tra Paesi diversi senza pensare abbastanza alla qualità. Sostanzialmente è stato più un incentivo a mettersi assieme per ottenere i fondi a disposizione, che a collaborare su un progetto ambizioso. Bisognerebbe cambiare logica, andando nella direzione indicata da Helga Nowotny, presidentessa dello European Research Council: finanziare solo i più bravi e rendere i grant portabili all’interno dell’Unione europea».
Altro aspetto rilevato dai ricercatori di Lucca è che, nonostante l’unificazione monetaria, l’Europa continua a essere frammentata: «I concorsi universitari sono autarchici, la mobilità internazionale è ostacolata da barriere del mercato del lavoro (le pensioni, per esempio, su cui ancora non esiste una regolamentazione chiara), i salari sono decisi su base nazionale anziché europea. Sono realtà che vanno a detrimento dell’unificazione della ricerca».

Per accelerare l’integrazione «bisogna aggiornare il sistema universitario e della ricerca scientifica rispetto alle frontiere europee, non a quelle nazionali. E questo non vuol dire semplicemente tradurre in inglese il bando per un progetto di ricerca. La mobilità si agevola anche con l’apertura a una competizione meritocratica estesa a tutto il continente: se uno scienziato bravo si aggiudica un grant ed è in condizioni di muoversi, le università e gli enti di ricerca di tutta l’Europa cercheranno di accaparrarselo».

(Fonte: http://www.sciencemag.org/content/339/6120/650.summary )

 

2. Psicofarmaci ai bambini: l’allarme delle associazioni per la crescita vertiginosa delle prescrizioni

11 febbraio 2013

Lo scorso giugno uno studio dell’autorevole rivista scientifica «Pediatrics» aveva confermato la crescita inarrestabile in tutto lo scorso decennio delle vendite di psicofarmaci per bambini negli Usa: dagli inizi degli anni 2000 al 2010 i numeri confermano un + 46% d’incremento di prescrizioni e quindi del giro d’affari miliardario generato a favore delle case farmaceutiche produttrici.

Un problema tutto americano, come a più riprese dichiarato da alcuni sedicenti esperti? Pare proprio di no. Le recenti statistiche sulle prescrizioni di psicofarmaci ai minori in Germania generano allarme anche in Italia: 750.000 bambini tedeschi nel 2011 avrebbero avuto la diagnosi di ADHD (Sindrome da Iperattività e Deficit di Disattenzione), la malattia dei “Gianburrasca”, sempre distratti e in incontenibile movimento. In Germania i bambini “iperattivi” sono prevalentemente maschi (620.000) con maggior diffusione intorno al 10° anno di età. «È ovvio», commenta Alain Goussot, professore di Pedagogia all’Università di Bologna, «dal momento che proprio quella è l’età, specie per i maschietti, di incontenibile movimento e di voglia di stare mai fermi».

Anche in Germania non sono mancate le voci critiche: chi parla di “doping scolastico” e chi – fra medici ed esperti tedeschi – punta il dito sui rischi dell’abuso di psicofarmaci che nel 2011 sarebbero stati prescritti al 7% dei pre-adolescenti tedeschi maschi e al 2% delle loro coetanee femmine.

Luca Poma, giornalista e portavoce nazionale di «Giù le Mani dai Bambini» onlus, comitato per la farmacovigilanza pediatrica in Italia, dichiara: «Non è la prima volta che denunciamo anche in Italia attività promozionali propedeutiche alla commercializzazione di farmaci per l’ADHD, prodotti peraltro neppure ancora autorizzati nel nostro Paese». E, di fatto, dopo Germania, Austria, Svezia e Danimarca, il prossimo obiettivo commerciale parrebbe essere proprio l’Italia. «Le norme europee», prosegue Poma, «rendono molto semplice registrare un farmaco già autorizzato in altre nazioni dell’Ue. Il nostro Paese è il 5° mercato farmaceutico al mondo: un business miliardario, che secondo molti osservatori viene promosso a spese della salute dei più deboli tra noi e cioè i bambini».

(Fonti: http://pediatrics.aappublications.org/content/early/2012/06/13/peds.2011-2879.abstract e www.giulemanidaibambini.org)

 

3. Sì dei medici francesi alla sedazione palliativa e non all’eutanasia

14 febbraio 2013

Il Consiglio nazionale francese dell’Ordine dei medici ha consentito, per la prima volta, alla «sedazione terminale» per pazienti in fine di vita che abbiano fatto «richieste persistenti, lucide e ripetute». Invocando «un dovere di umanità», riserva questa via a «casi eccezionali» che siano stati «identificati come tali, non da un solo medico, ma da una formazione collegiale» e fa l’esempio di «agonie prolungate e dolori incontrollabili». Il testo integrale del provvedimento è contenuto nel documento «Fine della vita, assistenza a morire», reso pubblico il 14 febbraio dal Consiglio stesso.

In Francia vige dal 2005 la Legge Leonetti contro l’«accanimento terapeutico», ma l’eutanasia resta illegale. Questa Legge, scrivono i medici, «risponde alla maggior parte dei casi di fine della vita. Tuttavia – continuano – la legge non offre soluzioni a certi casi di agonie prolungate o con dolori psicologici e/o fisici che, nonostante i mezzi applicati, restano incontrollabili». Queste situazioni, «benché rare, non possono restare senza risposta», scrive il Consiglio, riconoscendo l’esistenza di «situazioni eccezionali non prese in conto» dalla legge attuale. «Una sedazione adatta, profonda e terminale – concludono – praticata nel rispetto della dignità, potrebbe essere immaginata, per dovere di umanità, da un collegio di cui bisognerebbe fissare la composizione e le modalità di appello».

Il documento del Consiglio etico dell’Ordine dei medici francese, commenta l’Associazione «Scienza & Vita», «ripropone una questione complessa che interpella anche nel nostro Paese il dibattito legislativo – rimasto sospeso – sul fine vita. Se la dizione “sedazione terminale”, presente nel testo francese, sembra alludere a una pratica terapeutica volta a determinare la morte del paziente, dunque di tipo eutanasico, la dizione “sedazione palliativa”, che non è una forma surrettizia di eutanasia ma è praticata nell’ambito delle cure palliative come strumento per alleviare il dolore globale proprio di un soggetto terminale, può riportare il dibattito bioetico nel giusto binario».

L’Associazione Scienza & Vita, nel ribadire la ferma opposizione a ogni tipo di eutanasia, si augura che vengano rispettati almeno tre criteri:

1. la correttezza della decisione di sedare (consenso informato e proporzionalità terapeutica)
2. la correttezza tecnica, in ordine alla giusta adeguazione dei farmaci e delle dosi
3. la correttezza relazionale, ossia la capacità di condividere la drammaticità della scelta con il paziente, se possibile, e con i familiari.

(Fonti: http://www.conseil-national.medecin.fr/article/fin-de-vie-assistance-mourir-1302 e www.scienzaevita.org)

 

4. Progetto «Brain Activity Map»: Barack Obama alla conquista del cervello umano

19 febbraio 2013

Trovare finalmente una cura per malattie degenerative fin qui impossibili da battere come Alzheimer e Parkinson, ma anche individuare meccanismi del funzionamento della mente da trasferire nei computer per sviluppare un’«intelligenza artificiale» sempre più simile a quella dell’uomo è  l’ambizioso obiettivo di «Brain Activity Map», un progetto decennale di ricerca per venire a capo dei misteri del cervello che Barack Obama intende lanciare nel 2013.

Un progetto che ha l’ambizione di essere, per la medicina e le tecnologie digitali, quello che l’«Apollo Program» voluto da John Kennedy fu per l’avventura dell’uomo nello spazio negli anni Sessanta: verrà finanziato con fondi federali e metterà insieme istituti di ricerca pubblici e privati, strutture sanitarie e aziende tecnologiche come Google, Microsoft e Qualcomm che, come ha rivelato il «New York Times» il 17 febbraio, hanno già partecipato a una riunione preparatoria tenutasi a metà gennaio in California.

La Casa Bianca non ha voluto confermare ufficialmente le indiscrezioni di stampa, ma lo stesso Obama aveva accennato all’iniziativa una settimana prima: nel discorso sullo Stato dell’Unione si era soffermato sulla necessità di non far mancare fondi alla ricerca pur nella necessaria politica di risanamento del bilancio. E aveva citato esplicitamente il cervello umano come una delle aree di studio nelle quali vale la pena di scommettere.
Parole dirette al Congresso dove i repubblicani, che sono maggioranza alla Camera, non vogliono sentir parlare di nuovi, costosi piani d’investimento del Presidente. Obama ha già messo le mani avanti, notando come ogni dollaro speso per sostenere il progetto di mappatura del genoma ha prodotto 140 dollari di attività economiche. Col cervello la Casa Bianca vorrebbe seguire lo stesso schema, anche se – spiegano gli esperti – il funzionamento della mente umana è materia molto più complessa del dna.

E ci sono già dubbi come quelli sollevati da Gary Marcus, un docente della New York University, secondo il quale la materia è troppo intricata e ha troppi aspetti diversi per essere affidata a un unico piano di studio centralizzato: meglio creare diversi filoni di ricerca indipendenti per decifrare il linguaggio usato dal cervello nell’impartire i comandi, capire come i neuroni sono organizzati in circuiti cerebrali, individuare il modo in cui i geni contenuti nelle cellule influenzano il comportamento.

L’eventuale contestazione del piano del governo, se ci sarà, avrà a che fare più che con i costi con la sua genericità e coi timori relativi allo sviluppo di cervelli elettronici «troppo umani». Difficile, comunque, che il governo Usa possa tirarsi indietro. Anche perché, altrimenti, l’America rischierebbe una fuga dei suoi neuroscienziati verso l’Europa, che sta già investendo in quest’area. Lo «Human Brain Project», varato dalla Ue a fine gennaio 2013 con un stanziamento di oltre un miliardo di euro, segue un percorso diverso: l’obiettivo è costruire una vera e propria simulazione del cervello umano usando silicio e circuiti integrati.

(Fonte: http://www.nytimes.com/2013/02/18/science/project-seeks-to-build-map-of-human-brain.html?pagewanted=all&_r=0)

 

5. Coppie gay, da Strasburgo sì all’adozione di figli dei partner

19 febbraio 2013

Il 19 febbraio la Corte Europea dei Diritti Umani, in una sentenza emessa sulla base di un ricorso presentato da una coppia di donne austriache e dal figlio di una di loro, ha stabilito che nelle coppie omosessuali i partner devono avere il diritto ad adottare i figli dei compagni, cosi come avviene per le coppie eterosessuali non sposate.

La sentenza, definitiva perché emessa dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo, riguarda l’Austria, ma i principi valgono per tutti gli altri 46 Stati membri del Consiglio d’Europa. Nella sentenza la Corte afferma che l’Austria ha violato i diritti dei ricorrenti perché li ha discriminati sulla base dell’orientamento sessuale dei partner, visto che in Austria l’adozione dei figli dei compagni è possibile per le coppie eterosessuali non sposate.

Il caso in questione è nato da un paradosso: la concessione dell’adozione alla partner avrebbe fatto perdere i diritti alla madre naturale, sua compagna. Alquanto singolare la motivazione della sentenza. I giudici di Strasburgo hanno affermato che il governo austriaco non è riuscito a dimostrare che la differenza di trattamento tra coppie gay ed eterosessuali è necessaria per proteggere la famiglia o gli interessi dei minori. Tuttavia la Corte ha nel contempo sottolineato che gli Stati non sono tenuti a riconoscere il diritto all’adozione dei figli dei partner alle coppie non sposate.

Il caso su cui è intervenuta la Corte riguarda due donne che vivono da anni in una relazione stabile e il figlio che una di esse ha avuto da un uomo con cui non era sposata. Nel 2005 le donne hanno concluso un accordo di adozione per creare un legame legale tra il minore e la compagna della madre. Ma quando si sono rivolte al tribunale per far riconoscere l’accordo, questo ha opposto un rifiuto. In base l’articolo 182.2 del Codice civile austriaco la persona che adotta «rimpiazza» il genitore naturale dello stesso sesso, interrompendo quindi il legame con quel genitore. Nel caso in questione quindi l’adozione non avrebbe creato un nuovo legame o rimpiazzato quello con il padre, ma avrebbe reciso quello con la madre naturale del bambino.

«Ancora una volta le sentenze della Corte di Strasburgo vanno a decostruire modelli antropologici fondamentali per la società e che sono radicati nella memoria e nel presente», ha affermato Paola Ricci Sindoni, vicepresidente vicario dell’Associazione «Scienza & Vita», a margine della sentenza sulle adozioni ai gay.
«In questo momento particolare, in Italia si confondono le richieste degli adulti con i diritti dei bambini, buttando in pasto alla campagna elettorale argomenti complessi, senza che vi sia un adeguato dibattito all’interno del Paese. Ristabiliamo un confronto sereno e privo di ideologie, restituendo alla società civile ciò che è della società civile e che viene prima delle sentenze dei tribunali e delle diatribe parlamentari: un bambino ha bisogno di un padre e di una madre, senza interpolazioni surrettizie».

(Fonti: «Avvenire» e www.scienzaevita.org

 

6. I vescovi tedeschi e spagnoli: dopo lo stupro solo farmaci non abortivi

22 e 27 febbraio 2013

È stato il cardinale Karl Lehmann, arcivescovo di Magonza, in qualità di presidente della Commissione dottrinale, a delineare sulla base delle conoscenze scientifiche circa la disponibilità di nuovi farmaci la valutazione morale della cosiddetta «pillola del giorno dopo». Dando la priorità all’accoglienza della donna che ha subìto violenza, resta il giudizio di illiceità morale delle pillole che provocano la morte dell’embrione. Non solo: i vescovi ribadiscono che il farmaco somministrato non deve essere usato come un mezzo anticoncezionale o di pianificazione familiare.

La Conferenza episcopale tedesca è convinta che nelle strutture sanitarie cattoliche di proprietà delle diocesi ogni decisione relativa a un trattamento efficace sia fatta sulla base dei requisiti morali e teologici di riferimento, fermo restando il rispetto della volontà e decisione della donna. Da ultimo, l’assemblea riconosce la necessità di approfondire la tematica ed effettuare le necessarie distinzioni grazie al confronto con medici, esperti e donne.

Il pronunciamento nasce dal doloroso caso di stupro avvenuto a dicembre 2012 ai danni di una ragazza di Colonia. A seguito della violenza la donna si era recata in due ospedali cattolici, che fanno capo alla diocesi di Colonia, per chiedere la pillola del giorno dopo, che le era stata rifiutata. La vicenda è stata resa pubblica sui media tedeschi solo un mese dopo, aprendo un acceso dibattito all’interno della nazione. Malgrado una fortissima pressione mediatica, l’arcivescovo di Colonia, il cardinale Joachim Meisner, aveva deciso di riflettere e documentarsi per un mese intervenendo poi il 31 gennaio con un comunicato stampa nel quale si affermava quanto ribadito nel documento del 21 febbraio: ossia che un ospedale cattolico deve garantire assistenza a una donna che abbia subito una violenza sessuale e che, all’interno del sostegno umano e psicologico, è necessario offrire anche le diverse possibilità di scelta, riservandosi di rifiutare di fornire le procedure non compatibili con la morale cattolica e indicando un’altra struttura cui rivolgersi.

Relativamente alla pillola del giorno dopo, al centro del caso, il cardinale Meisner aveva operato una distinzione sui princìpi attivi dei diversi farmaci oggi disponibili, affermando chiaramente che sono inaccettabili sia i farmaci che uccidono l’embrione sia quelli che ne impediscono l’annidamento, effetto equivalente a un aborto precoce. Sempre riferendosi al solo caso di una donna vittima di violenza sessuale, è invece considerato in linea di massima accettabile il principio attivo che si limiti a impedire la fecondazione, perché non si è ancora in presenza di una nuova vita e non c’è azione dannosa sull’embrione. In questo senso, concludeva Meisner (e l’assemblea dei vescovi l’ha confermato il 21 febbraio), anche un ospedale cattolico potrebbe somministrare il prodotto contraccettivo, sebbene esclusivamente in questo specifico contesto, e cioè di una violenza sessuale appena consumata.

«Lo stupro è un atto di violenza e un’ingiustizia», per questo è «legittimo impedire la fecondazione, ma non abortire». Così si è espresso il 27 febbraio il segretario generale della Conferenza episcopale spagnola, Juan Antonio Martinez Camino, a una settimana di distanza dalla dichiarazione dei vescovi tedeschi. Ma quale farmaco è in grado di impedire il concepimento e, allo stesso tempo, non ha «effetti abortivi», dal momento che i normali contraccettivi sono anche abortivi? Ancora Martinez, che è anche vescovo ausiliario di Madrid: «Se in Germania esiste una pillola che ha queste caratteristiche, noi però non la conosciamo». Il dibattito resta aperto.

(Fonti: «Avvenire» e http://www.tempi.it)

 

7. I virus “rubano” i sistemi immunitari

28 febbraio 2013

Anche i virus si difendono e, per farlo, ricorrono ad armi che hanno rubato dai loro ospiti, ritorcendole contro di loro. Un’équipe di scienziati dell’Howard Hughes Medical Institute, coordinati da Andrew Camilli, ha infatti dimostrato che un particolare virus, detto batteriofago o più sbrigativamente fago, è in grado di “rubare” il sistema immunitario dei batteri e riadattarlo alle proprie esigenze per sopraffare il batterio ospite e riprodursi. La scoperta, che rappresenta la prima evidenza sperimentale di questo meccanismo, è stata pubblicata su «Nature» a fine febbraio.

Finora, gli scienziati pensavano ai fagi come una sorta di particelle primitive di dna o rna, e che mancassero completamente di un sistema immunitario adattativo, cioè in grado di rispondere a una varietà infinita di attacchi esterni. Mentre non è lo stesso per i batteri. In genere con “sistema immunitario” si intende il complesso insieme di cellule e molecole che difendono l’essere umano da qualsiasi cosa sia estranea agli organismi; anche i batteri, nel loro piccolo, hanno qualcosa che gli si avvicina. È l’apparato molecolare Crispr/Cas, un sistema immunitario con cui si difendono da materiale genomico estraneo, soprattutto da quello dei fagi.

Ogni tipo di fago, da buon parassita, è accoppiato a una classe specifica di batteri: l’équipe di Camilli si è concentrata sul fago del Vibrio Cholerae, il responsabile delle epidemie di colera negli esseri umani. Analizzando sequenze di dna di fagi prelevati da feci di pazienti affetti da colera, gli scienziati hanno identificato dei geni associati a un sistema immunitario adattativo (quelli Crispr, appunto), finora mai individuati in altri virus, e invece presenti in alcuni batteri e nella maggior parte degli organismi della classe Archaea. Ma si trattava di un apparato funzionale?

Per verificarlo, gli scienziati hanno usato un fago privo di sistema immunitario per infettare un ceppo di batteri del colera resistente al virus. In questo caso i virus non riuscivano a infettare e uccidere i batteri, ma ripetendo la stessa operazione con il fago immunizzato – che portava in sé i geni associati al sistema di difesa batterico – i ricercatori hanno osservato il suo rapido adattamento e l’uccisione totale dei batteri del colera. In pratica il virus si è mostrato capace di “requisire” il sistema immunitario per superare le difese montate contro di lui.

Secondo gli autori della scoperta, il lavoro è particolarmente importante per lo sviluppo delle terapie basate sui fagi per il trattamento delle infezioni batteriche. «Il nostro studio dà credito alla controversa idea che i virus siano creature viventi», sostiene Camilli, «e rafforza la possibilità di usare trattamenti basati sui batteriofagi per trattare le infezioni batteriche. Soprattutto quelle resistenti alle attuali terapie antibiotiche».

(Fonte: http://www.hhmi.org/)

 

8. I genitori peggiori? Quelli che amano troppo

1 marzo 2013

Li chiamano «helicopter parents» e non possono fare a meno di sorvolare in tondo sopra i loro figli, anche quando iniziano a essere grandi.  Adesso uno studio pubblicato sul «Journal of Child and Family Studies» lo dice ufficialmente: interessarsi troppo della vita dei figli fa male ai genitori e fa male ai figli, che rischiano di diventare adulti insicuri e depressi.

Se una ricerca precedente, condotta dallo stesso gruppo di ricercatori, aveva già mostrato che le madri e i padri molto attenti a stimolare i loro bambini (di 0-6 anni) – portandoli al cinema e a teatro, leggendo tutto sulle teorie educative – sono a rischio depressione (e dunque, infine, compromettono anche la serenità dei loro figli), questo nuovo studio ribadisce il concetto anche per i figli più grandi. Anche quando i risultati a scuola iniziano davvero a preoccupare, le amicizie creano dubbi e le uscite si fanno sempre più frequenti, è bene fare un passo indietro.

Ad esempio, telefonare ai loro professori per avere chiarimenti su un voto, cercarli al cellulare o spedirgli sms più volte al giorno, farseli amici su Facebook sono tutti comportamenti che compromettono la capacità dei giovani di affrontare i problemi e di cavarsela da soli. Insomma, lasciarli uscire dal nido, ma poi pretendere controlli quotidiani non è il comportamento più adatto per crescere una generazione sicura di sé.

«I genitori mandano involontariamente un messaggio ai loro figli: non sei in grado», commenta Holly Schiffrin, capo del gruppo di ricerca all’Università di Washington. «Le abilità di problem-solving si maturano con la pratica, a partire dalle piccole cose».

Durante lo studio sono stati analizzati 297 ragazzi sopra i 18 anni, con domande tipo: i tuoi genitori si interessano della scelta dei tuoi corsi? Hanno mai contattato i tuoi docenti? Intervengono nelle questioni tra te e i tuoi compagni? In parallelo, gli studenti dovevano rispondere a domande sul grado di soddisfazione della loro vita e su quante volte capita loro di sentirsi depressi o ansiosi.Altre domande hanno riguardato la «self-determination theory», che si basa sul principio che ogni persona abbia tre necessità fondamentali per sentirsi felice: a) sentirsi autonomi, b) sentirsi competenti c) intrattenere rapporti con gli altri. Tutte le risposte hanno confermato che, all’aumentare dell’interessamento dei genitori nelle loro vite, diminuiva proporzionalmente il loro senso di autonomia, di competenza e di relazione. Di conseguenza, era più probabile per loro cadere in episodi di depressione.

«Nonostante le migliori intenzioni – continua Schiffrin – e come dimostra anche il precedente studio, un alto livello di interessamento è stressante per i genitori e non dà alcun beneficio ai figli: anzi, fa solo male».
«Io stessa mi sento in colpa ogni volta che non sto pensando ai miei figli o facendo qualcosa per loro», ammette Schiffrin. «Ma dobbiamo diventare più critici rispetto a quello che diamo per scontato, non seguire l’esempio degli altri genitori, e incoraggiare noi stessi, quando ci freniamo, pensando: lo sto facendo per il suo bene».

(Fonte: http://journals.uvic.ca/index.php/ijcyfs)

(*) Dott.ssa Lara Reale
Giornalista scientifica
Dottore in Scienze della Comunicazione
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