Notizie dal mondo

di Lara Reale *
pubblicato il 15 settembre 2013
Notizie dal mondo

1. Francia, no del Comitato etico a eutanasia e suicidio assistito

2 luglio 2013

La Francia dispone dal 1° luglio di un nuovo argine contro l’irruzione dell’eutanasia e del suicidio assistito nel diritto nazionale. Smentendo la lobby che preme da anni per la depenalizzazione del “far morire”, il Comitato consultivo nazionale d’etica (Ccne) ha pubblicato un’attesa nota in cui ribadisce a maggioranza che il mantenimento del divieto per i medici di «provocare la morte in modo deliberato» protegge le persone in fin di vita. Costituirebbe un pericolo per la società – ribadisce il documento – il fatto che dei medici possano partecipare a «dare la morte».

Era stato in prima persona il presidente socialista François Hollande a consultare il Ccne, nella scia di un recente rapporto sul fine vita firmato dal professor Didier Sicard. Da tempo, i timori di una rapida deriva verso l’eutanasia si erano rafforzati, sulla base di uno degli “impegni” elettorali più ambigui di Hollande: «Proporrò che ogni maggiorenne in fase avanzata o terminale di una malattia incurabile, generatrice di una sofferenza fisica o psichica insopportabile e che non può essere lenita, possa chiedere, in circostanze precise e rigorose, di beneficiare di un’assistenza medica per terminare la sua vita nella dignità».

Fin dall’inizio, non era sfuggito a nessuno che questa formulazione, ricorda il nome del principale gruppo di pressione nazionale pro-eutanasia, l’Associazione per il diritto di morire nella dignità. Inoltre, durante la campagna, l’entourage di Hollande aveva suffragato un’interpretazione nel senso di «un passo verso l’eutanasia». Adesso, la nota del Ccne non potrà essere ignorata dal potere centrale, tanto più dopo l’imponente contestazione dei mesi scorsi (ancora parzialmente in corso) contro le nozze e adozioni gay. Nonostante la sconfitta finale, il “fronte del no” contro la legge Taubira ha nondimeno rivelato la crescente impopolarità di ogni strappo dall’alto all’insegna del relativismo etico.

Il 1° luglio, Hollande ha affermato che ci sarà una bozza di legge sul fine vita «probabilmente alla fine dell’anno». E in proposito, le associazioni di difesa della vita continuano a temere una possibile generalizzazione senza controllo del «diritto alla sedazione profonda», appena difeso nella stessa nota del Ccne. In quest’ultimo ambito, il confine fra il “lasciar morire” (attualmente garantito in nome del divieto dell’accanimento terapeutico) e il “far morire” (perseguito penalmente) diventa talora molto labile. Intanto, la Legge Leonetti in vigore, varata nel 2005 a larghissima maggioranza, finirà forse già in autunno al centro di un dibattito pubblico sul modello degli “Stati generali della bioetica”, secondo quanto ha indicato lo stesso Hollande.

Daniele Zappalà
(Fonte: «Avvenire»)

2. «Vietato trascurare i genitori».L’amore filiale è legge in Cina

2 luglio 2013

Si può imporre la «pietà filiale» per legge? Se si crede agli articoli della normativa cinese entrata in vigore il 1° luglio sì. Il titolo è «Protezione dei diritti e degli interessi degli anziani», che nella Repubblica popolare ora sono 185 milioni, il 13,7 per cento della popolazione. Il nuovo pacchetto di norme introduce l’obbligo per i figli grandi di visitare il padre e la madre «più spesso» e addirittura concede ai lavoratori 20 giorni di permesso per andare a trovare i vecchi genitori che vivono molto lontani. Segue una serie di divieti, dall’abbandono agli insulti, fino agli atti di violenza domestica. Ma questo dovrebbe essere scontato e già previsto nel codice penale.

La presentazione della legge sui giornali ha aperto anche una discussione nell’immenso popolo della Rete (si calcola che SinaWeibo, il Twitter locale, abbia mezzo miliardo di utenti). «L’intenzione sembra buona, ma il metodo è sbagliato. Non si può regolare una questione morale per legge». Chiedersi fino a dove si può spingere lo Stato in questioni di famiglia sembra un dibattito da socialdemocrazia europea e già questo non è male. Ma altri (molti altri) hanno fatto notare come negli articoli della legge manchino le sanzioni in caso di non rispetto degli obblighi da parte di figli e datori di lavoro. Che succede se il capoufficio boccia la richiesta di andare a casa per venti giorni a trovare i genitori ultrasessantenni? E poi che vuol dire «visitare più spesso»?

Uno degli estensori della legge per la protezione degli anziani genitori, il professor Xiao Jinming della Shandong University, si giustifica: «È soprattutto un modo per sottolineare il diritto dei nostri anziani a chiedere sostegno emotivo, noi vogliamo enfatizzare questa esigenza».

Un blogger riassume così i suoi dubbi:«La pietà filiale dovrebbe essere naturale. Questa legge svela la tragedia della nostra generazione». Noi siamo abituati a pensare alla Cina come a una «società confuciana», nella quale il rispetto degli anziani fa parte della cultura popolare, da secoli. Com’è possibile che ci sia invece un disagio tale da spingere i legislatori ad intervenire?La crisi è un altro prodotto dell’industrializzazione accelerata: trent’anni di crescita e di «aperture al mercato» hanno minato la famiglia cinese. Si cambia città per lavorare in fabbriche e uffici, lasciandosi i «vecchi» indietro. Molti giovani, guardando a tutto quello che è stato costruito sotto i loro occhi nelle megalopoli non riconoscono più meriti a nonni e genitori.

E poi, nella seconda economia del mondo, non esiste un sistema di welfare come in Occidente. Questo problema di mancata assistenza sarà enorme in pochi decenni: gli ultrasessantenni, oggi 185 milioni, diventeranno 487 milioni nel 2053, il 35% della popolazione, secondo le proiezioni della Commissione governativa sull’invecchiamento. Con saggezza,Wang Yi, 57 anni, che fa la donna delle pulizie in città e ha due figli a centinaia di chilometri, dice: «Questa legge? Meglio che niente. I ragazzi io li vedo una volta l’anno, due sarebbe meglio… noi cinesi alleviamo i figli perché si prendano cura di noi quando diventiamo vecchi». Non c’è solo la nuova legge che cerca di arginare il disagio.

L’Associazione nazionale per gli anziani che dipende dal ministero Affari civili, ha diffuso 24 «consigli» tra i quali: portare anche moglie e figli a trovare suoceri e nonni; ricordarsi dei loro compleanni e festeggiarli; telefonare. Cose normalissime. Ma nell’elenco ci sono anche suggerimenti che fanno riflettere, come: ascoltare con attenzione i racconti dei genitori, insegnare loro l’uso di Internet, andare insieme al cinema. E ancora, appoggiarli se restano vedovi e decidono di risposarsi, parlare di cose profonde. In mezzo ai 24 punti ce n’è uno per niente scontato (anche nella nostra società del welfare state): «Ricordatevi di dire loro che li amate».

Guido Santevecchi
(Fonte: «Corriere della Sera»)

3. Fecondazione in vitro e lieve aumento ritardo mentale

5 luglio  2013

Un piccolo aumento del rischio di ritardo mentale e niente autismo tra i nuovi nati. Ecco i risultati di uno studio pubblicato su «Jama» che ha confrontato la frequenza di disturbi mentali nel concepimento spontaneo e nella fecondazione in vitro (Fiv) in oltre 2,5 milioni di bambini nati in Svezia. «Tra il 1978 e il 2012, circa 5 milioni di bambini in tutto il mondo sono nati da Fiv» spiega Sven Sandin ricercatore all’istituto di psichiatria del King’s College di Londra e primo autore dell’articolo. Questa tecnica, molto usata in Svezia, dà origine a embrioni che possono essere subito trasferiti in utero o congelati per uso successivo.

L’introduzione dell’iniezione intracitoplasmica di sperma (Icsi), avvenuta nel 1992, con gli spermatozoi iniettati direttamente negli ovuli, ha permesso di trattare anche l’infertilità maschile. «Alcuni studi hanno dimostrato che la Fiv con o senza Icsi è generalmente sicura, ma può aumentare il rischio di disturbi neurologici come la paralisi cerebrale», riprende il ricercatore. Pochi dati tuttavia, sono disponibili su autismo e ritardo mentale, due delle più gravi malattie dello sviluppo. Da qui l’idea di uno studio prospettico di coorte, progettato per verificare i legami tra le procedure di fecondazione in vitro e l’aumento di autismo o ritardo mentale nella prole.

Così Sandin e i colleghi del Karolinska Institutet in Svezia e della Mount Sinai School of Medicine di New York hanno individuato sui registri sanitari nazionali svedesi i nati tra il 1982 e il 2007, seguendoli per un’eventuale diagnosi di disturbo autistico o ritardo mentale fino al 31 dicembre 2009 e verificando l’incidenza di Fiv classica o con Icsi. Gli autori hanno anche annotato se gli embrioni erano freschi o congelati e, nel caso di Icsi, se lo sperma era eiaculato o estratto dal chirurgo. Un totale di 2.541.125 bambini hanno partecipato allo studio. «L’analisi dei dati indica che, rispetto ai concepimenti spontanei, la FIV non provoca disturbi autistici, ma si associa a un piccolo aumento del rischio di ritardo mentale, che peraltro sfuma esaminando i parti singoli», dice Sandin. Ma tra le righe i numeri dicono che autismo e ritardo mentale si legano, anche se in modo blando, soprattutto alla Icsi per infertilità paterna.

E in un editoriale Marcelle Cedars, ricercatrice dell’University of California-San Francisco, commenta: «I dati spronano a continuare gli studi sulle implicazioni della stimolazione ovarica, della coltura degli embrioni, e del trasferimento di embrioni multipli. Il numero di bambini nati da fecondazione in vitro aumenterà ancora e resta molto da imparare sulle implicazioni a lungo termine, dove comprendere ed eliminare un rischio, anche se piccolo, di malattia neurologica cronica è già un obiettivo importante».

In Italia il numero delle coppie sottoposte a fecondazione assistita è passato dalle 17.125 del 2003 alle 63.840 del 2009, e il numero di bambini nati con la Fiv ha superato nel 2008 i 10.000, raggiungendo nel 2009 i 10.819 nati (nel 2005 erano 4.940). Fino al maggio 2009 la legge 40 impediva la crioconservazione, ma dopo di allora una sentenza della Corte Costituzionale ha permesso di fecondare più di 3 ovociti, permettendo nuovamente di ottenere embrioni in soprannumero da congelare per ulteriori tentativi o una seconda gravidanza.

(Fonte: www.doctor33.it)
(Approfondimenti: http://jama.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=1707721)

4. La salute online mette a rischio la privacy

10 luglio  2013

Chi cerca sul web informazioni gratuite sulle malattie rischia che i propri dati finiscano senza consenso a terzi per fini pubblicitari personalizzati, almeno secondo una lettera di ricerca pubblicata su «Jama Internal Medicine» da Marco Huesch, esperto di economia sanitaria alla University of Southern California, Los Angeles.

«I pazienti usano sempre di più Internet per accedere a notizie gratis sulla salute, e i siti web raccolgono informazioni su chi naviga per inviare annunci pubblicitari. Ma questo business maschera un quadro più complesso», spiega l’economista. Chi scorre un sito web per la salute su un argomento dovrebbe essere sicuro che la sua indagine è anonima; e che, se non lo è, i suoi dati non dovrebbero essere comunicati a terzi. «Ma non è così: l’anonimato è minacciato dalla visibilità dell’indirizzo Ip del computer o dalla configurazione del browser web. La riservatezza è minacciata dall’invio di informazioni a terze parti tramite codici sui siti web come iframe, pixel di conversione, social media plug-in o inseriti nei computer come i cookie» sottolinea il ricercatore. Molte terze parti usano le informazioni solo a fini di pubblicità, ma molti altri le utilizzano per monitorare i consumatori, offrendo pubblicità legate ai loro interessi, età, sesso e comportamenti online.

Ma nonostante la richiesta di una legislazione sulla riservatezza on-line, queste minacce alla privacy sono poco conosciute per la  natura tecnica della raccolta dei dati on-line. Così Huesch ha navigato tra dicembre 2012 e gennaio 2013 in 20 siti web sulla salute sfogliando su ognuno 10 pagine a caso in cerca di contenuti su tre parole chiave: depressione, herpes e cancro. «Durante la navigazione ho usato strumenti per la privacy liberamente disponibili come DoNotTrackMe e Ghostery per rilevare intrusioni di terze parti. Ho anche acquistato software come Charles per intercettare il traffico nascosto dal mio computer a siti web di terze parti».

I risultati? Tutti i siti avevano almeno un elemento di terze parti, con una media di sei o sette. Tredici dei 20 siti web avevano uno o più elementi di monitoraggio, assenti invece sui siti legati a gruppi professionali medici o sanitari. Utilizzando lo strumento di intercettazione, l’economista ha scoperto che i dati delle sue ricerche venivano inviati a enti di monitoraggio di terze parti da sette siti su 20. Conclude Huesch: «Finché non sarà disponibile una legislazione sull’argomento, i pazienti dovrebbero stare attenti al loro anonimato e alla riservatezza delle loro informazioni quando navigano su siti relativi alla salute».

(Fonte: www.doctor33.it , Jama  intern med 2013. Pubblicato online 8 luglio 2013)  

5. Culle vuote per la recessione così nella vecchia Europa i giovani non fanno più figli

11 luglio  2013

L’anno scorso in Italia sono nati 12 mila bambini in meno rispetto al 2011. L’anno precedente il calo era stato di 6 mila bebè. Dal 2009 il leggero aumento delle culle iniziato nel 2001 si è arenato, eppure in Europa possiamo dirci fra i più fortunati. In tutto il continente infatti non c’è un singolo paese in cui le nascite siano aumentate dal 2008 a oggi.

Se Francia, Austria, Svizzera e Germania mantengono le posizioni, in Spagna, Grecia, Irlanda e Lettonia la curva del tasso di fecondità disegna un vero e proprio crollo. La tendenza è particolarmente sentita nella fascia d’età tra 20 e 24 anni. E se tutti questi indizi puntano verso un unico colpevole – la crisi economica – è perché la responsabile è proprio lei. Incertezza sul futuro e disoccupazione ci hanno fatto precipitare di nuovo in quella crisi della natalità da cui l’Europa si stava stancamente risollevando dall’ingresso nel nuovo millennio. Dai 5,6 milioni di bambini nati nel continente nel 2008 si è scesi ai 5,4 del 2011. Alla recessione sono dunque imputabili 200 mila culle rimaste vuote ogni anno. 

Gli effetti della “grande recessione” sulla fecondità in Europa sono stati pubblicati l’11 luglio sulla rivista «Demographic Research». I ricercatori del Max Planck Institute di Rostock, in Germania, hanno incrociato i dati sulla disoccupazione con quelli delle nascite nell’ultimo decennio. E l’effetto è subito apparso lampante in ognuno dei 28 paesi presi in considerazione (solo la Russia fa più figli rispetto al passato).

«Il declino della natalità nel sud Europa è evidente. Soprattutto in Spagna, un po’ meno in Italia» conferma Massimo Livi Bacci, demografo dell’università di Firenze. «Se mi si perdona il paragone, fare figli in questo momento è come comprare una macchina. Si rimanda a momenti migliori. Ma è ancora presto per dire se si tratta di un effetto congiunturale o di lunga durata».

«Il rapporto fra condizioni economiche e fertilità è uno dei temi più dibattuti in demografia» spiegano i ricercatori tedeschi guidati da Michaela Kreyenfeld.  «Ma la crisi finanziaria iniziata nel 2007 ha colpito l’Europa nel momento in cui il tasso di fecondità stava registrando timidi progressi, bloccandoli». Lo studio del Max Planck conferma una serie di ricerche che negli ultimi anni hanno legato depressione e crisi delle nascite. E che fanno notare come quella odierna sia la prima grande recessione con mezzi di contraccezione affidabili e diffusi universalmente. 

Due anni fa ad esempio l’Accademia delle Scienze austriaca aveva osservato come l’aumento delle nascite sbocciato in Europa negli anni Sessanta sia stato interrotto dalla recessione del 2008, mentre negli Stati Uniti l’inversione di tendenza demografica era iniziata un anno prima. Dai 4,3 milioni di bambini nati negli Usa nel 2007 si era arrivati ai 4 tondi del 2010. E se, fino al 2008, 26 dei 27 paesi europei registravano un tasso di fertilità in aumento, a partire dall’annus horribilis della finanza mondiale la tendenza si è ribaltata. Tredici paesi si sono ritrovati con un calo dei nuovi nati e altri quattro con dati stagnanti. «Le crisi economiche – prosegue Livi Bacci – hanno spesso dato risposte equivoche sul piano della demografia.

La recessione degli anni Trenta per esempio è stata seguita da una netta ripresa. Il fenomeno del baby boom nasce proprio da quella crisi e dalla guerra. Ma il problema europeo oggi è che i dati economici colpiscono una situazione già compromessa, con tassi di natalità bassissimi in partenza». I primi a soffrire sono proprio gli immigrati che mantengono a galla la popolazione europea. I dati di Eurostat pubblicati all’inizio dell’anno dimostrano che il calo della fecondità si fa sentire di più fra le coppie straniere, le prime a essere espulse dal mercato del lavoro e le ultime a essere inserite nei programmi di assistenza sociale.

Elena Dusi
(Fonte: «la Repubblica»)

6.  Francia: i vescovi chiedono l’apertura di un dibattito pubblico sugli embrioni umani

12 luglio  2013

Mentre continua in Francia l’iter legislativo della legge che vuole liberalizzare la ricerca sull’embrione umano, i vescovi chiedono l’apertura di un dibattito pubblico sulla questione che «conduca serenamente alla soluzione migliore». La richiesta è stata formulata da mons. Pierre d’Ornellas, responsabile per le questioni di bioetica nella Conferenza episcopale, in una nota diffusa il 10 luglio alla vigilia della ripresa dell’esame della proposta all’Assemblea Nazionale.

L’obiettivo del provvedimento, già approvato in prima lettura dal Senato, è di modificare la Legge sulla bioetica del 2011 affinché la ricerca sull’embrione, oggi vietata anche se con alcune deroghe, venga autorizzata come principio e a condizioni meno restrittive. Nella nota mons. d’Ornellas osserva che quanto accaduto in questi ultimi mesi in Francia conferma quanto sia importante il dibattito pubblico su questioni che riguardano la vita della società. Il presule ricorda la positiva esperienza in questo senso degli Stati Generali della Bioetica convocati nel 2009 dall’allora Governo Fillon. «Ci sono solide ragioni – rileva – per cui tale dibattito si è risolto nel 2011 con la decisione di mantenere il divieto della ricerca sull’embrione umano e sulle cellule staminali embrionali». Oggi alcuni vogliono che questa ricerca sia autorizzata, anche se regolamentata, «ma – sottolinea la nota – la posta in gioco è maggiore: con tale autorizzazione per la prima volta nel nostro ordinamento sarebbe legale usare l’essere umano!».

Questa è la ragione per la quale nel 2011 il Legislatore ha ritenuto necessario precisare che qualsiasi modifica legislativa sulla bioetica debba essere preceduta da un dibattito nella forma di Stati Generali. «Perché questa disposizione non dovrebbe applicarsi alla ricerca sugli embrioni umani?», si chiede l’arcivescovo di Rennes, ricordando che la Chiesa, consapevole delle implicazioni sociali della bioetica, è sempre stata aperta al dialogo.  «Il progresso – continua quindi la nota – non è mai tale se l’etica e la scienza non camminano insieme» e l’etica riconosce che l’embrione umano condivide la nostra umanità, «perché nessuna persona è tale senza essere prima stata un embrione». Non rispettare questo «ecosistema umano», ammonisce in conclusione il presule, «finisce prima o poi con il ritorcersi contro di noi».

Lisa Zengarini (a cura)
(Fonte:  «Radio Vaticana» 11.07.2013;  agg. 12 luglio 2013
http://it.radiovaticana.va/news/2013/07/11/francia:_i_vescovi_chiedono_l%E2%80%99apertura_di_un_dibattito_pubblico_sugl/it1-709386  ) 

 7. Irlanda, il primo sì all’aborto scatena la bufera

13 luglio  2013

Se fossero soltanto i numeri a parlare, il risultato – 127 sì e 31 no – con cui, nella notte tra l’11 e il 12 luglio, è stata approvata in seconda e ultima lettura la Protection of Life During Pregnancy Bill, che di fatto legalizza l’aborto, apparirebbe come una vittoria schiacciante dei sostenitori dell’interruzione volontaria di gravidanza e del governo guidato da Enda Kenny, che l’ha definita «una legge necessaria».

In realtà i numeri non spiegano la spaccatura, anche politica, che il testo ha creato e le polemiche destinate a portarsi dietro. La seconda votazione, dopo la prima del 2 luglio (138 voti a favore, 24 contrari), è arrivata alla fine di un dibattito-fiume al Dáil, la Camera bassa del Parlamento di Dublino, cominciato il 10 luglio pomeriggio, protrattosi fino alle cinque del mattino dell’11 e ripreso lo stesso giorno, sempre di pomeriggio, per concludersi poco dopo la mezzanotte del 12 luglio.

Nel frattempo, la politica irlandese ha messo in scena tutta la sua spaccatura bipartisan, “incarnata” dal ministro di Stato per gli Affari europei, Lucinda Creighton, che ha votato contro, si è dimessa dalla carica ed è stata espulsa dal Fine Gael, il partito della coalizione di governo assieme al Labour Party. Creighton già nel pomeriggio del 10 luglio aveva dichiarato la sua contrarietà a sostenere una legge «fondata sulla sabbia». Lei, sostituita da Paschal Donohoe, va ad aggiungersi agli altri quattro deputati “ribelli” (Peter Mathews, Brian Walsh, Billy Timmins e Terence Flanagan) che avevano votato contro il testo già il 2 luglio, e per questo avevano subito la sua stessa sorte: espulsione immediata e divieto a ripresentarsi alle elezioni tra le file della formazione. Una linea durissima, che ha portato al premier non poche critiche. E anche tra i laburisti ci sono stati momenti di tensione quando un loro deputato, Michael McNamara, ha votato contro l’emendamento sulle anomalie fetali fatali: il Labour Party si è affrettato a dire che si è trattato di un «errore», ma intanto il caso era scoppiato.

Il 15 luglio comincerà il dibattito al Seanad, la Camera alta (Senato), non elettiva e con meno poteri rispetto al Dáil, dove il testo dovrebbe essere approvato senza divisioni, anche se pure lì non si escludono clamorosi no, e c’è attesa soprattutto per il voto di Paul Bradford, marito di Lucinda Creighton anche lui membro del Fine Gael. Tra i punti più controversi del testo, che non poche perplessità ha suscitato anche tra i sostenitori della legge, c’è la “clausola-suicidio”: l’aborto diventata legale quando è in pericolo la vita della donna e, tra questi pericoli appunto, c’è la minaccia della gestante di suicidarsi.

Tutti i movimenti pro-life, non soltanto quelli legati alla Chiesa cattolica, hanno sottolineato che non vi è alcuna correlazione tra la gravidanza e l’istinto a togliersi la vita. Anche nell’intervento riportato da Avvenire, l’11 luglio, di Caroline Simpson, esperta legale di Pro-Life Campaign, veniva ribadito che non ci sono prove «scientifiche» che leghino le due cose. Ora c’è attesa per la mobilitazione delle anime del movimento pro-life, tra cui la Chiesa cattolica, che in queste settimane si è organizzata con veglie di preghiera e diffusione di materiale informativo.

Il dibattito sull’aborto in Irlanda è stato riaperto dopo la sentenza del 16 dicembre 2010 della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), relativa al caso “A, B and C v Ireland”, che ha condannato il divieto all’interruzione di gravidanza. Il tribunale di Strasburgo ha stabilito che non deve essere modificata la Costituzione di Dublino, ma che l’esecutivo deve fare «chiarezza» sulle circostanze in cui l’aborto è legale. Ma la legge, per ora, più che chiarire divide.

Simona Verrazzo
(Fonte: «Avvenire»)

8.  Aborto, il Texas sfida la Corte suprema

14 luglio  2013

Il Texas sfida la Corte Suprema sull’aborto. Grazie al voto favorevole del Senato, il Parlamento del Texas approva la legge americana più dura contro l’interruzione della gravidanza. Due le ragioni: l’aborto diventa vietato dopo la ventesima settimana e può essere praticato solo in sei specifici centri di chirurgia, situati nelle maggiori città.

La sfida alla Corte Suprema di Washington è nel limite delle 20 settimane perché la sentenza «Roe contro Wade» del 1973, che legalizzò l’aborto negli Stati Uniti, ne prevede 24. Ma la discrepanza non è un caso. I repubblicani del Texas, guidati dal governatore Rick Perry, sono determinati a diventare la punta di lancia di un nuovo movimento anti-abortista che, su scala nazionale, si propone di riprendere l’iniziativa sulle questioni etiche dopo le sconfitte subîte sul terreno delle nozze gay.

D’altra parte le recenti leggi anti-abortiste approvate in Mississippi, Ohio, Oklahoma, Alabama, Kansas, Wisconsin e Arizona testimoniano che negli Stati a guida repubblicana la volontà di attaccare i liberal su questo fronte è in crescendo. Rick Perry si è affrettato ad assicurare che firmerà la legge texana, per la necessaria promulgazione, con un’enfasi politica destinata a rafforzare le voci che lo vogliono intenzionato a candidarsi alla Casa Bianca nel 2016. «Oggi i legislatori del Texas hanno compiuto un passo storico per la difesa della vita», ha detto Perry.

Sul fronte democratico la sconfitta nel Parlamento di Austin ha il volto della senatrice Wendy Davis che, all’inizio del mese, era riuscita ad impedire l’approvazione della legge con una solitaria maratona oratoria di 11 ore, indossando abiti casual e scarpe da ginnastica, senza sedersi mai. Ma la combattiva senatrice non si dà per vinta e preannuncia ricorsi alla Corte Suprema di Washington per difendere i diritti delle donne che risiedono «a grande distanza da uno dei sei centri chirurgici con l’esclusiva sugli aborti». La sua tesi è che in Texas, lo Stato più esteso degli Usa, tale limitazione geografica comporta una discriminazione ai danni di chi risiede nei piccoli centri più isolati «fino al punto da far sorgere rischi per la salute in casi di emergenza».

Dietro la determinazione di Davis c’è la convinzione nelle fila del partito democratico che il duello sull’aborto potrebbe giovare a strappare i voti delle donne in occasione delle elezioni del 2014 per il rinnovo del Congresso. E, assieme a quegli degli ispanici irritati per le resistenze repubblicane al Congresso nei confronti della riforma dell’immigrazione, potrebbero fare la differenza in una roccaforte repubblicana finora ritenuta inattaccabile.

Maurizio Molinari
(Fonte: «La Stampa»)

 9. Per un uso della tecnologia responsabile ed etico

15 luglio  2013

Di seguito, in traduzione italiana, l’intervento tenuto il 4 luglio 2013 a Ginevra, in Svizzera, dall’Arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e Istituzioni Specializzate a Ginevra, durante il Segmento ad alto livello 2013 del Consiglio economico e sociale:

Signor Presidente,

la comunità internazionale sta cercando nuovi modelli di sviluppo, capaci di combattere con maggiore efficacia la povertà e migliorare la qualità di vita. In questa importante sessione dell’ecosoc, «Scienza, tecnologia e innovazione, e il potenziale della cultura per promuovere uno sviluppo sostenibile» sono stati scelti come strumenti per una riforma sistemica e come modo nuovo per avanzare. Non vi è alcun dubbio che la scienza, la tecnologia e l’innovazione (Sti) sono elementi chiave delle conquiste generali dello sviluppo umano. Hanno aiutato molte aree del mondo a crescere considerevolmente e a occupare il proprio posto nel contesto globale. La scoperta di nuovi farmaci, per esempio, ha allungato la vita media di intere regioni e ha dato l’immunità contro malattie contagiose. Il progresso di tipo meramente economico e tecnologico non è però sufficiente. «Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale» (Benedetto XVI, «Caritas in veritate», n. 23), così da abbracciare tutte le aspirazioni della persona umana, che rimane la sua migliore risorsa e il suo indispensabile protagonista.

Scienza, tecnologia e innovazione sono dimensioni fondamentali della conoscenza umana e del progresso. Allo stesso tempo recano in sé un’ipoteca sociale che trova espressione nella solidarietà con gli individui e i Paesi più poveri e in uno stile di vita basato su relazioni umane che hanno la precedenza sui meccanismi tecnici, per quanto questi possano essere utili. L’importanza della cultura si basa sul fatto che essa parla dell’intelligenza di esseri razionali, la quale li rende capaci di comprendere e ordinare il mondo che li circonda. Inoltre, la conoscenza è il risultato di una quantità incredibile di osservazioni, analisi e riflessioni accumulate nei secoli e diventate patrimonio comune. Per questo le leggi sulla proprietà intellettuale tutelano un’opera d’ingegno solo per un periodo di tempo concordato, dopo il quale diventa pubblica e resta al servizio di tutti.

Certamente la scienza e la tecnologia sono strumenti di cambiamento potenti. Negli ultimi decenni internet ha creato una vera rivoluzione. Ogni giorno vi viene immessa una quantità sempre crescente di documenti informativi, statistiche ed espressioni artistiche, che per la maggior parte possono essere consultati gratuitamente. Tuttavia, la diffusione di dati e informazioni per mezzo delle tecnologie informatiche non può essere equiparata automaticamente a una trasmissione della conoscenza, la cui modalità oggi svolge un ruolo più che mai importante.
Di fatto, la cultura umana esprime il modo in cui viviamo insieme come esseri umani. Senza cultura nessuno può accedere al pieno possesso di facoltà come la parola, la ragione e perfino la libertà («È proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente umano se non mediante la cultura, coltivando cioè i beni e i valori della natura.Perciò, ogniqualvolta si tratta della vita umana, natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse» [Concilio Vaticano II, «Gaudium et spes», n. 53]).
Non s’insisterà mai abbastanza sull’importanza della cultura quale veicolo della nostra comune umanità. Il rapporto tra cultura e sviluppo deve quindi essere contemplato in modo dialettico e non deterministico. Di fatto, i cambiamenti culturali sono sia una causa sia un effetto dei cambiamenti sociali ed economici. La cultura comprende tanto il sistema dei valori, delle norme e delle preferenze, quanto il livello di conoscenza acquisito attraverso il sistema educativo.

Ne consegue che la cultura è una risorsa strategica per lo sviluppo umano efficace, che deve comprendere il miglioramento della dignità umana, della libertà individuale, sociale e politica, vale a dire dei diritti umani («In queste condizioni non stupisce che l’uomo sentendosi responsabile del progresso della cultura, nutra grandi speranze, ma consideri pure con ansietà le molteplici antinomie esistenti ch’egli deve risolvere […].
In qual modo promuovere il dinamismo e l’espansione della nuova cultura senza che si perda la viva fedeltà al patrimonio della tradizione? Questo problema si pone con particolare urgenza là dove la cultura, che nasce dal grande sviluppo scientifico e tecnico, si deve armonizzare con la cultura che, secondo le varie tradizioni, viene alimentata dagli studi classici» [Concilio Vaticano II, «Gaudium et spes», n. 56]). Di fatto, la cultura non è solo fine a se stessa o diffusione di nuovi prodotti, bensì un modo per esprimere le relazioni interpersonali, che costituiscono la dimensione fondamentale degli esseri umani.

Anche se scienza, tecnologia e innovazione rientrano nel campo della conoscenza umana, non esiste tra loro un legame semplice e lineare. La tecnologia non è solo applicazione della scienza. «La tecnica permette di dominare la materia, di ridurre i rischi, di risparmiare fatica, di migliorare le condizioni di vita. Essa risponde alla stessa vocazione del lavoro umano: nella tecnica […] l’uomo riconosce se stesso e realizza la propria umanità. La tecnica è l’aspetto oggettivo dell’agire umano, la cui origine e ragion d’essere sta nell’elemento soggettivo: l’uomo che opera» [Benedetto XVI, «Caritas in veritate», n. 69]).
È una conoscenza specifica che spiega come raggiungere un risultato oggettivo specifico. La differenza tra scienza e tecnologia è che di fatto le tecniche vengono incorporate in oggetti o procedure concreti. Pertanto, per sua stessa natura, la tecnologia tende a essere tutelata da leggi sulla proprietà intellettuale ed è così fonte di potere e di denaro. La ratio che sta dietro alla tecnologia, alla scienza e all’innovazione non è la stessa, e le politiche pubbliche dovrebbero evitare di equipararle.

Il rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite su «Scienza, tecnologia e innovazione» giustamente conferma la loro importanza per lo sviluppo, dimostrata da forti testimonianze provenienti dall’economia dello sviluppo. Le politiche pubbliche dovrebbero alimentare la scienza e la ricerca, promuovere un ambiente favorevole allo sviluppo tecnologico e agevolare una cultura di innovazione. Anche la collaborazione tra il privato e il pubblico è gradita e necessaria per far fronte ai costi crescenti della ricerca e dell’innovazione. D’altro canto, non possiamo semplicemente presumere che scienza, tecnologia e innovazione porteranno automaticamente a crescite socio-economiche positive.

La tecnologia e l’innovazione non sono neutrali: i risultati che danno dipendono largamente dal fine per cui vengono utilizzate. Cosa ancora più importante, non dobbiamo arrenderci all’idea che la scienza contenga in sé un concetto di autodeterminazione, secondo cui ogni cosa che si riesce a fare può essere fatta.
«Quando prevale l’assolutizzazione della tecnica si realizza una confusione fra fini e mezzi, l’imprenditore considererà come unico criterio d’azione il massimo profitto della produzione; il politico, il consolidamento del potere; lo scienziato, il risultato delle sue scoperte.
Accade così che, spesso, sotto la rete dei rapporti economici, finanziari o politici, permangono incomprensioni, disagi e ingiustizie; i flussi delle conoscenze tecniche si moltiplicano, ma a beneficio dei loro proprietari, mentre la situazione reale delle popolazioni che vivono sotto e quasi sempre all’oscuro di questi flussi rimane immutata, senza reali possibilità di emancipazione» (Benedetto XVI, «Caritas in veritate», n.71).

Signor Presidente, emergono due conclusioni.
Anzitutto c’è bisogno di un uso eticamente responsabile della tecnologia. In secondo luogo, nell’utilizzo della scienza, della tecnologia e delle innovazioni sono necessarie forme di solidarietà davvero favorevoli per i Paesi più poveri. In tal modo, la promozione della conoscenza scientifica nei Paesi in via di sviluppo e il trasferimento agli stessi delle tecnologie, diventa una componente morale del bene comune.

Spesso lo sviluppo dei popoli è considerato una questione di ingegneria finanziaria, liberalizzazione dei mercati, abolizione di tariffe, investimento nella produzione e riforme istituzionali; in altri termini, una questione puramente tecnica. Tutti questi fattori sono molto importanti, ma dobbiamo domandarci perché le scelte tecniche compiute finora hanno dato risultati piuttosto contrastanti. Dobbiamo riflettere in modo approfondito sulla causa. Lo sviluppo non verrà mai garantito pienamente attraverso forze automatiche o impersonali, sia che provengano dal mercato, sia che provengano dalla politica internazionale. «Lo sviluppo è impossibile senza uomini e donne retti, senza finanzieri e politici la cui coscienza sia sintonizzata con le necessità del bene comune».

La comunità internazionale sta entrando in una fase critica di ridefinizione dello sviluppo sostenibile nei suoi tre pilastri – economico, ambientale e sociale – come modo efficace per combattere la povertà e migliorare la vita delle persone in tutto il mondo.
Investire nell’educazione e nell’innovazione apre il cammino verso un futuro di maggiore uguaglianza e prosperità, poiché ciò sostiene la crescita, l’impiego e la distribuzione, ma alla condizione indispensabile che la persona umana, con la sua dignità, le sue aspirazioni e i suoi diritti fondamentali, venga posta al centro di tutte le politiche e i programmi».

(Fonte: «L’Osservatore Romano»)

 10. Bioetica: una guida aiuta i medici ad affrontare fine vita dei pazienti. In Canada vademecum ‘ad hoc’ offre ai camici bianchi gli strumenti necessari

15 luglio 2013

Una guida per aiutare i medici a parlare di fine vita con i pazienti e con i familiari. A mettere a punto il vademecum per i camici bianchi è la McMaster University in Ontario (Canada) pubblicato sul «Canadian Medical Association Journal» (Cmaj).

La guida si propone di offrire ai medici ospedalieri gli strumenti per affrontare al meglio il delicato momento del fine vita, soprattutto con una maggiore serenità e delicatezza durante la conversazione con degenti e i loro cari. La morte di un paziente, ad esempio in terapia intensiva, è un evento drammatico, nonostante le cure più appropriate. Non sempre i familiari hanno il tempo di prepararsi al lutto, perché le condizioni cliniche possono precipitare velocemente.

Il vademecum cerca di offrire ai medici la “chiave” per capire le preoccupazioni dei malati, quali cure palliative sono disponibili in quest’ultima fase della vita e come affrontare la morte. «La speranza – affermano gli autori della guida – è che questo manuale sappia agevolare la conversazione del personale medico anche su temi così delicati. Rendendo più confortevole il dialogo con i pazienti e le famiglie, così da intercettare anche chi ha maggior bisogno di attenzione e spiegazioni». Nel vademecum il camice bianco potrà trovare le indicazioni su come identificare i pazienti ad alto rischio, comunicare la prognosi, chiarire ai degenti il loro piano di assistenza, coinvolgere nelle decisioni sul fine vita chi ha la responsabilità decisoria nei casi di persone anziane e non più autosufficienti, infine documentare anche i desideri del paziente.

(Fonte: «Adnkronos»)

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Maggiore (Aibc): «Ottima iniziativa in sintonia con quanto si sta facendo in Italia»

A proposito della guida per aiutare i medici a parlare di fine vita con i pazienti e con i familiari realizzata dalla McMaster University in Ontario (Canada) pubblicata sul «Canadian Medical Association Journal» (Cmaj), il Presidente dell’Associazione Italiana di Bioetica in Chirurgia, Daniele Maggiore, tiene a commentare: «L’ AIBC plaude una tale iniziativa, in forte sintonia con ciò che si sta organizzando in Italia per migliorare il rapporto tra medico e paziente che deve essere sempre più’ empatico». «Per far ciò – aggiunge Maggiore – l’AIBC sta portando la Bioetica nelle Facoltà di medicina, organizza corsi di Bioetica per i medici e per gli specializzandi e sta organizzando, in rapporto con l’ OMS, la prossima formazione di associazioni internazionali di Bioetica, proprio per fare in modo di permeare sempre più la mente medica con la mente bioetica e rafforzare il rapporto medico paziente». «Bisogna ricordarsi – conclude il Presidente dell’AIBC – che nei prossimi 10 anni, la Bioetica sarà  il vero fulcro sulla quale si baserà tutta la Sanità nel mondo».

(Fonte: «PrimaPress»)

11. Studi clinici: quali e quanti condividerne. Il dibattito sul «British medical journal»

17 luglio 2013

Al giorno d’oggi i dati degli studi clinici sono condivisi a sufficienza? Ecco la domanda oggetto di discussione tra due ricercatori nella rubrica «Head to Head» del Bmj, nonché tema del sondaggio della settimana corrente su Bmj.com. Dice Ben Goldacre, epidemiologo della London School of Hygiene and Tropical Medicine: «Per prendere decisioni informate sui farmaci abbiamo bisogno dei risultati di tutti gli studi svolti, e quando si parla di trasparenza è importante essere chiari su cosa si chiede. Per prima cosa sarebbe opportuno sapere che uno studio è stato svolto consultando un registro dei trial clinici dove si possa leggere una breve sintesi di metodi e risultati; infine, bisognerebbe poter accedere ai dati individuali dei pazienti».

Secondo l’epidemiologo lo status quo è insoddisfacente: da stime recenti circa la metà dei trial svolti sui farmaci in uso sono inediti, e gli studi con risultati positivi hanno doppie probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli con dati negativi. In altre parole, migliaia di trial non sono mai stati pubblicati e chissà quanti mai registrati. E i risultati persi sono mancate opportunità per migliorare la pratica professionale o evitare di ripetere sperimentazioni già svolte.

«Per garantire la trasparenza esiste una legge che chiede la pubblicazione dei risultati degli studi sul sito www.ClinicalTrials.gov, ma i fatti dimostrano che è largamente disattesa», rincara il ricercatore, concludendo che, in accordo con la campagna AllTrials, sarebbe importante registrare tutti i trial svolti. «La questione degli studi persi è tra i più grandi problemi etici e pratici della medicina odierna, e il movimento AllTrials è una soluzione: l’industria del farmaco deve impegnarsi in modo costruttivo, sull’esempio di GlaxoSmithKline, per condividere gli studi clinici».

Ma John Castellani, presidente dell’associazione dei produttori d’oltreoceano Pharmaceutical Research and Manufacturers of America (Phrma), non è d’accordo: «I trial clinici sono essenziali per sviluppare nuovi farmaci, ma la divulgazione della proprietà intellettuale, delle informazioni commerciali riservate e dei metodi scientifici proprietari potrebbe non solo compromettere la privacy dei pazienti, ma anche consentire a concorrenti senza scrupoli di usare le informazioni a proprio vantaggio». Rendere pubbliche su ClinicalTrials.gov le informazioni sulle sperimentazioni cliniche per i potenziali nuovi farmaci è già richiesto dalla legge, ma rendere obbligatoria la comunicazione delle informazioni sulla sperimentazione clinica senza un adeguato contesto clinico e scientifico potrebbe compromettere la fiducia del paziente nella sicurezza ed efficacia dei farmaci approvati. Secondo il presidente di Phrma gli investimenti impegnati oggi nella ricerca clinica sui nuovi farmaci sono enormi e gravati da un notevole rischio d’impresa: «Solo un ambiente normativo e competitivo equilibrato può favorire i finanziamenti degli studi necessari a produrre nuovi trattamenti a beneficio dei pazienti attuali e futuri».

Anche un gruppo di dirigenti dell’Ema, l’European Medicines Agency, tra cui Guido Rasi, aveva sostenuto in un articolo pubblicato su «PLoS Medicine» dell’aprile 2012 che i dati clinici e sperimentali non vanno considerati commercialmente riservati e che l’accesso aperto potrebbe portare a benefici. «Ma non va dimenticato il rischio di violazione della riservatezza del paziente nella pubblicazione dei database grezzi» spiegava Rasi, ricordando che persino la ricerca indipendente non è sempre scevra da conflitti di interessi. «Per superare tali rischi è necessario sviluppare standard condivisi per rendere disponibili i dati completi delle sperimentazioni tutelando al meglio la salute pubblica».

(Fonte: www.doctor33.it)
(Approfondimenti: http://www.bmj.com/content/347/bmj.f1880)

12.  L’Onu rivede i dati demografici: nel 2100 l’Africa supererà Cina e India

21 luglio 2013

C’è l’Africa nel nostro passato. Centomila anni fa, l’umanità è partita dagli altopiani del continente nero per colonizzare il mondo. E c’è l’Africa nel nostro futuro. Entro questo secolo, il grosso degli uomini e delle donne che popolano il pianeta sarà originario dell’Africa. Un extraterrestre che, nel 2100, facesse una visita mordi-e-fuggi sul nostro pianeta e ci dovesse descrivere brevemente riferirebbe che, per lo più, i nostri nipoti e pronipoti hanno la pelle nera e i capelli crespi. Almeno quattro persone su dieci, di quelle che avrebbe incontrato sarebbero africane. Molto più che cinesi e indiane. E gli europei? Be’, l’extraterrestre dovrebbe aver fortuna per trovarli. Praticamente invisibili, una sparuta minoranza: uno su dieci.

La popolazione della Terra cresce, infatti, un po’ più lentamente che negli ultimi decenni, ma continuerà a crescere, soprattutto in Africa. Almeno questo è l’ultimo messaggio che arriva dai computer dell’Onu. Di cui è bene fidarsi fino a un certo punto. I dati sul boom demografico africano correggono, in parte, la previsione che la stessa Onu aveva fornito un anno fa, quando si pensava che la crescita della popolazione fosse destinata ad arrestarsi nei prossimi decenni. Invece no: andrà avanti anche dopo il 2050.

Succede, con le proiezioni. Quelle demografiche si basano, sostanzialmente, su due fattori. Il primo è l’aspettativa di vita. Salvo catastrofi imprevedibili (una pandemia? Il cambiamento climatico?) è molto probabile che uomini e donne, grazie ai miglioramenti igienici e sanitari, vivranno più a lungo: 89 anni, in media, nei paesi ricchi, 81 in quelli che lo sono un po’ meno. L’altro fattore è molto più volatile. È la fertilità delle donne: quanti bambini ognuna di loro mette al mondo. Il problema, più che fisiologico, è culturale: dipende soprattutto dall’età del primo parto. Scolarizzazione, urbanizzazione, aumento del reddito, di solito, la ritardano.

Ma gli esperti dell’Onu avevano, a quanto pare, sopravvalutato questi fattori. La fertilità è più alta del previsto. Il risultato è che, oggi, siamo un po’ più di sette miliardi e, con nuovi conti, saremo un po’ più di otto nel 2025, appena meno di dieci nel 2050, circa undici nel 2100. Miliardo più, miliardo meno (10,9-11,3 miliardi è il range medio ipotizzato).

Lagos, Kinshasa, Addis Abeba, Dar es Salaam, anche Niamey. Sono queste le metropoli-boom dei prossimi decenni. I paesi destinati a una più rapida crescita di popolazione sono, in effetti, paesi di cui parliamo poco, se non mai: Nigeria, Congo, Etiopia, Tanzania, Niger. L’Africa che ha oggi, sparsi fra savane, foreste e deserti, poco più di un miliardo di abitanti, ne avrà, prevede l’Onu, più del doppio (2,4 miliardi) nel 2050 e quattro volte tanto (4,2 miliardi) a fine secolo. Più di Cina e India messe insieme.

La politica del “figlio unico” di Pechino si prepara, infatti, a dispiegare i suoi effetti: dal 2030, la popolazione cinese comincerà a diminuire e potrebbe assestarsi poco sopra il miliardo di persone a fine secolo. Quando, invece, gli indiani saranno, più o meno, un miliardo e mezzo. Oltre il doppio degli europei, destinati a restare, grossomodo, come oggi (640 milioni contro gli attuali 740 milioni). Se cercate partner biondi e con gli occhi azzurri, insomma, dovrete aver pazienza. Più facile, d’altra parte, che ne troviate candidi e con occhi acquosi, vagamente chiari.

Maurizio Ricci
(Fonte: «La Repubblica»)

13. Groenlandia, nuovo allarme ghiaccio: si scioglie sia dall’alto che dal basso

12 agosto 2013

Non è solo il clima che si riscalda a far sciogliere i ghiacci della Groenlandia: a ridurre le gelide placche anche dal basso sarebbe la grande quantità di calore che proviene dal mantello terrestre. È questa la conclusione a cui ha portato uno studio pubblicato su «Nature Geoscience», in base a dati elaborati dal gruppo di ricerca internazionale IceGeoHeat.
Stando agli esperti, il calore rilasciato dalle profondità del pianeta gioca un ruolo determinante nello scioglimento. Questo effetto, sarebbe dovuto alla conformazione della litosfera, lo strato roccioso della Terra, particolarmente sottile in quella regione. Si tratta dell’ennesimo allarme legato alla riduzione dei ghiacciai in Groenlandia: nel 2012 si era staccato un iceberg grande come Manhattan.

La calotta glaciale della Groenlandia perde, ogni anno, 227 miliardi di tonnellate di ghiaccio, l’equivalente all’incirca di 60 milioni di piscine olimpioniche, contribuendo di 0,7 millimetri all’innalzamento degli oceani (che salgono nel complesso di circa 3 millimetri l’anno).
La comprensione di tutti gli elementi chiave dello scioglimento della calotta della Groenlandia rappresenta quindi fondamentale per lo sviluppo dei possibili scenari futuri.

Gli attuali modelli utilizzati per comprendere e prevedere lo scioglimento di questi ghiacci hanno finora trascurato il calore che si sprigiona dal terreno. Secondo il gruppo internazionale di ricercatori, la particolare conformazione geologica del territorio giocherebbe un ruolo chiave nello sciogliere i ghiacci anche dal basso.
La combinazione di pressione esercitata dallo strato di ghiaccio e lo strato particolarmente sottile di litosfera (di circa 70 chilometri) permetterebbe le condizioni per uno scioglimento anche della base della calotta.
Secondo i ricercatori, il modello realizzato comprendendo anche questi aspetti combacerebbe pienamente con i valori di scioglimento registrati negli anni.

(Fonte: «la Repubblica»)

14. Maschio o femmina? In Germania arriva il «terzo sesso»

18 agosto 2013

Uomo e donna. Presto, in Germania, concetti superati: la definizione del sesso sarà facoltativa e nell’atto di nascita, ove fosse “indeterminato”, se ne potrà omettere la precisazione e lasciar vuota la casella. Accanto ai classici “m” o “f” potrà eventualmente figurare una “x” per indicare il genere “intersessuale”.

Lo prevede una legge varata dal governo tedesco a maggio, che entrerà in vigore il primo novembre e che fa della Germania il primo paese europeo a decidere un tale cambio paradigmatico. Finora l’Australia era il solo paese al mondo ad avere introdotto una normativa del genere.

La legge è passata in sordina e a richiamarvi l’attenzione è stata la «Suddeutsche Zeitung» (SZ) in un articolo del 16 agosto, ripreso ora dal settimanale «Focus», che ne sottolinea la portata storica per la società. È una «rivoluzione giuridica», finora la legge parlava «solo di uomini e donne, e basta»: ora, scrive, «c’è anche un “sesso indeterminato”, la cosa potrebbe creare dei problemi in alcune situazioni».

A richiamare l’attenzione del quotidiano è stato un articolo pubblicato dalla «Rivista per il diritto di Famiglia» (FamRZ) che parla della nuova legge e della nuova figura del «sesso indeterminato». L’individuo “intersessuale”, classificato così alla nascita, potrà successivamente decidere se registrarsi come “m” o “f”, oppure anche rimanere tutta la vita senza una specificazione del sesso.

I giuristi parlano di una nuova figura, «uno status specifico»: non dicono «terzo genere» ma di fatto, scrive il quotidiano liberal di Monaco, «di questo si tratta». Fin qui tutto bene ma i problemi cominciano con i documenti: passaporti, carte di identità, visti, ecc. che non prevedono altri codici oltre a “f” e “m”. La FamRZ propone di introdurre per i documenti personali la “x”, da affiancare al sesso maschile e al femminile, per indicare il genere “intersessuale”.

Con la nuova legge il legislatore tedesco ha reagito a una sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto come espressione dei diritti della personalità la distinzione fra il sesso «percepito e vissuto». Il nuovo diritto, precisa la SZ, riguarda la «intersessualità», diversa dalla «transessualità». I transessuali sono persone con un sesso definito, maschi o femmine, che si sentono però appartenere all’altro sesso e come tali voglio essere riconosciute. Gli intersessuali sono invece persone che non hanno precise connotazioni fisiche sessuali e sono comunemente definiti “ermafroditi”.

Citando l’esperto Wolf Sieberichs, la SZ scrive che con la nuova legge potrebbero però insorgere problemi di vario genere: ad esempio per le unioni dello stesso sesso, previste appunto solo per persone dello stesso sesso: che significa questo?, si domanda. Che le persone con sesso indeterminato potranno stringere un’unione solo con persone di genere altrettanto indeterminato? Tutti aspetti questi che toccherà al Parlamento o alla Corte costituzionale chiarire: è necessaria una «ampia riforma», ha annunciato al giornale il ministro della Giustizia, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, del partito liberale (Fdp).

Ma non finisce qui: la rivoluzione giuridica porterebbe con sé anche un rivoluzionamento semantico del linguaggio. «La dualità’ linguistica della nostra società è finita», d’ora innanzi si può rinunciare – propone Siebrichs – ai titoli di genere: in una lettera o un certificato non bisogna per forza indicare prima del nome “Signore” o “Signora”, se ne potrebbe benissimo fare a meno se l’interessato è d’accordo.

(Fonte: «La Stampa»)

 15. Corea, cattolici contro l’eutanasia: Un modo orribile per tagliare le spese mediche

21 agosto 2013

La “raccomandazione” a favore dell’eutanasia inviata dalla Commissione nazionale di Bioetica al Parlamento coreano ha scatenato le reazioni della società civile, con i cattolici in prima fila nel denunciare “abusi e storture” che «derivano soprattutto dal desiderio di tagliare le spese mediche senza alcun rispetto per la vita umana». Lo dice ad «AsiaNews» Ku In-hoe, direttore dell’Istituto di Bioetica presso l’Università cattolica coreana.

La proposta presentata dalla Commissione – nota nel Paese per aver autorizzato le ricerche del dottor Hwang Woo-suk, che voleva clonare l’uomo salvo poi dimostrarsi un ciarlatano – prevede che i medici possano interrompere le cure e i trattamenti necessari a mantenere in vita i pazienti in stato terminale e quelli in stato vegetativo. Secondo il testo «servirà un documento che provi la volontà del paziente», ma per i pazienti terminali non coscienti «basterà la decisione della famiglia».

Il professor Ku In-hoe spiega ad AsiaNews che la proposta «crea molte preoccupazioni. Siamo convinti che un decreto del genere potrebbe essere usato da persone senza scrupoli che vogliono manipolare i pazienti in condizioni vulnerabili. Senza affrontare la questione morale, ci sono enormi buchi legislativi. Ad esempio, se non c’è una volontà precisa e documentabile, non si può mettere la vita di una persona in mano a un terzo perché questo violerebbe i diritti umani e civili del paziente».

Inoltre, aggiunge l’accademico: «”È altissimo il rischio che i familiari distorcano le volontà del malato per problemi finanziari o per mettere le mani sull’eredità. I trattamenti medici in casi come questi sono molto costosi, e anche se lo Stato se ne fa carico farebbe comodo a molti eliminare il problema alla base uccidendo una persona. Servono misure estremamente più chiare e più sicure anche solo per procedere in questa discussione. Anche se noi siamo contrari a prescindere, perché la vita è sacra».

Joseph Yun Li-sun
(Fonte: AsiaNews)

16. Sfruttamento minori: Save the Children 2013, Italia maglia nera in Europa

22 agosto 2013

C’è stato in Italia il più alto numero di vittime di tratta e sfruttamento in Europa nel 2010: 2.400 a fronte dei 9.500 casi accertati in tutto il Vecchio Continente. Molti di questi 9.500 casi europei (il 15%, di cui il 12% donne e il 3% uomini) sono minori. È quanto emerge dal dossier «I piccoli schiavi invisibili 2013» diffuso il 22 agosto dall‘ong Save the Children, alla vigilia della Giornata in ricordo della schiavitù e della sua abolizione.

In Europa l‘incremento nel numero dei casi è del 18% nel triennio 2008-2010. In Italia si assiste nel 2010 a un calo rispetto alle 2.421 vittime del 2009, ma un notevole aumento rispetto alle 1.624 del 2008. Le principali forme di sfruttamento in Europa sono: sessuale (62%), lavorativa (25%) e altre, come accattonaggio, attività illegali, prelievo di organi (14%). Romania, Bulgaria, Nigeria e Cina sono i principali Paesi di provenienza. Tra i minori, le vittime sono ragazze dell‘Est europeo o nigeriane, sfruttate per la prostituzione, ma comincia a emergere anche lo sfruttamento nel lavoro di ragazzi (egiziani e cinesi), mentre fenomeni di grave sfruttamento riguardano minori provenienti dalla Romania (in particolare di origine rom), coinvolti in circuiti di prostituzione, accattonaggio e attività illegali. A rischio sono poi i molti minori stranieri non accompagnati che sono “in transito” nel nostro Paese, come gli afgani.

«Non possiamo chiudere gli occhi davanti al fatto che a tutt’oggi centinaia di migliaia di esseri umani sono costretti a vivere in uno stato di sfruttamento estremo. Si tratta di adulti ma anche di moltissimi adolescenti e bambini in situazioni di forte emarginazione sociale, talvolta appesantiti dai debiti contratti dalle famiglie, che non vedono alternative e vie di fuga dalla loro condizione e che con la loro sofferenza alimentano un mercato fiorente, in mano ai circuiti criminali e alle mafie»”, commenta Raffaela Milano, direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

Per questo la sezione italiana dell‘ong raccomanda di procedere tempestivamente all’adozione del Piano nazionale d’azione contro la tratta di esseri umani e al riavvio dell’Osservatorio nazionale anti-tratta, dedicando una particolare attenzione ai minori. Inoltre, l‘ong chiede di realizzare una banca dati nazionale e un meccanismo istituzionale di monitoraggio del fenomeno in Italia. Una fascia particolarmente a rischio è rappresentata, infine, dai minori stranieri che arrivano senza adulti di riferimento nel nostro Paese. Per la loro protezione, di recente, Save the Children ha promosso un disegno di legge che ha ottenuto consensi da parte di esponenti di diverse forze politiche e oggi ne auspica una rapida presentazione e approvazione in Parlamento. 

(Fonte: «Sir»)

17.  Miopia in aumento, colpa degli smartphone

 22 agosto 2013

Gli smartphone potrebbero essere i responsabili dei crescenti problemi permanenti di vista nei bambini e nei giovani adulti. Secondo uno studio di Focus Clinics, la vista dei bambini da 7 anni in su è messa a rischio dall’utilizzo eccessivo dei telefonini, ma anche ore trascorse davanti alla tv o ai videogiochi e a navigare in Internet. A confermarlo il 35% di aumento di pazienti con miopia dal 1997 a oggi.

Nei prossimi 10 anni, poi, i casi di disturbi visivi potrebbero aumentare ulteriormente del 50%. La preoccupazione è soprattutto per la fascia di età 12-17 anni, che è la maggior utilizzatrice di smartphone. Secondo la ricerca, la distanza tra occhi e smartphone è mediamente di 18-30 cm, troppo poco per tutelare la vista.

(Fonte: «Wired»)
(Approfondimenti: www.focusclinics.com)

 18. Duecento euro per avere un figlio: la fecondazione diventa low cost 

26 agosto 2013

Con trent’anni di esperienza e 5 milioni di bimbi nati, la procreazione assistita ora può forse permettersi di abbattere i costi. Ne è convinto un gruppo di medici della fondazione belga no profit «The walking egg». Portare una tecnica come la fecondazione in vitro dai 3 mila euro medi a trattamento a 200 euro servirà, nella loro visione, a combattere il problema dell’infertilità nei paesi poveri.

Nel mondo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, 180 milioni di coppie non riescono a soddisfare il desiderio di avere un figlio. Ma oggi quasi due procreazioni assistite su tre avvengono in Europa, Stati Uniti o Canada. Eppure, per portare la tecnica anche nei paesi in via di sviluppo, secondo i medici di The Walking Egg, basterebbe ridurre i farmaci per la stimolazione ovarica somministrati alle donne e limitare le costose cliniche a una semplice stanza di ambulatorio, con un lettino e apparecchiature che trovano spazio in un trolley.

Jonathan Van Blerkom dell’Università del Colorado è l’esperto di fertilità che ha ideato il metodo da 200 euro. «La fecondazione in vitro viene presentata come una procedura complicata. In realtà l’embrione appena formato non ha grandi esigenze». Willem Ombelet, ginecologo dell’Università di Hasselt e presidente di The Walking Egg, sta sperimentando la tecnica in una clinica belga, il Genk Institute for Fertility Technology. Secondo lui un laboratorio da 300 mila euro può svolgere le funzioni per le quali attualmente si usano cliniche da 2-3 milioni di euro.

Con la tecnica economica sono già nati 14 bambini. Una prima fase del trial iniziato nel 2012 ha coinvolto 35 coppie, 23 delle quali (65,7%) hanno ottenuto un embrione vitale. Le gravidanze iniziate sono state 7 (30,4%). Il primo bambino “low cost” è nato il 7 novembre 2012: un maschio di 3 chili e mezzo. Quindi, concludono soddisfatti i medici del Genk Institute, spendendo poco si ottengono risultati per nulla inferiori ai laboratori di lusso. Per il test di partenza, come sempre avviene, gli esperti belgi si sono messi nelle condizioni più semplici possibili. E così le donne trattate erano piuttosto giovani (al di sotto dei 36 anni) e con uomini senza problemi di fertilità. I risultati preliminari erano già stati presentati a luglio al congresso di Londra della Società europea di riproduzione ed embriologia.

Uso ridotto di farmaci e strumenti molto comuni sono il segreto per tagliare i costi. Per la stimolazione ormonale si somministrano pillole assai più blande rispetto ai medicinali iniettati normalmente nelle cliniche dei paesi occidentali. L’ovulazione viene seguita con un normale apparecchio a ultrasuoni. La provetta in cui avviene la fecondazione, e dove per due o tre giorni viene incubato l’embrione, viene mantenuta a ph costante con una sorta di “digestivo”: il trucco di cui Van Blerkom va forse più orgoglioso. Un tubicino infatti inietta anidride carbonica nella provetta. E il gas viene ottenuto da una banale reazione chimica fra acido citrico e bicarbonato di sodio, mescolati in una seconda provetta. Nelle cliniche più costose, questo processo è gestito da incubatori, filtri, gas medicali e apparecchi per il monitoraggio delle condizioni chimiche che arrivano a costare alcune decine di migliaia di euro.

Per quanto riguarda la scelta dell’embrione da impiantare, le cliniche occidentali hanno un vastissimo (e carissimo) campionario di apparecchi che fotografano, scannerizzano, analizzano l’embrione in ogni dettaglio. Ombelet e Van Blerkom si accontentano invece di un normale microscopio. Dal Belgio, ora sono pronti a partire con il loro laboratorio in valigia alla volta del primo paese africano che vorrà ospitarli.

Elena Dusi
(Fonte: «la Repubblica»)

19. Morti per incidente, Oms: più di 2 mila minori al giorno

28 agosto 2013

Molto più della guerra, e per i ragazzi sopra i 10 anni anche di tutte le malattie più “famose”, dall’Aids alla Tbc. Gli incidenti “involontari”, spiega l’Oms nel rapporto pubblicato sul suo sito, fanno ogni giorno 2 mila piccole vittime nel mondo tra chi ha meno di 18 anni, buona parte delle quali evitabili con semplici accorgimenti, dall’uso del caschetto in bici alla copertura di pozzi abbandonati.

Anche l’Italia, spiegano le cifre del documento, “contribuisce” alla strage con sei morti al giorno. Metà dei 2.270 morti quotidiani, spiega il documento, è vittima di un incidente stradale o di annegamento, mentre a seguire nelle prime cinque cause ci sono le cadute, il motivo di metà delle corse al pronto soccorso dei bambini in tutto il mondo, le ustioni, che fanno 260 morti al giorno e l’avvelenamento. Ai morti, sottolinea il documento, si aggiungono decine di milioni di bambini che ogni anno finiscono all’ospedale per questi motivi, e spesso riportano danni permanenti.  «Quando un bambino raggiunge i cinque anni – spiegano gli autori – gli infortuni non intenzionali sono la minaccia maggiore alla sua sopravvivenza, oltre che la maggior causa di disabilità, e possono avere un grande impatto su tutti gli aspetti della loro vita, dalle relazioni all’apprendimento al gioco».

In Europa nel 2004, ultimo anno preso in considerazione, i morti sotto i 18 anni per incidenti sono stati 42 mila, circa 115 al giorno, ma la mortalità nei paesi a basso e medio reddito è tripla rispetto a quelli con più benessere. L’Italia ha un po’ meno di 10 morti ogni 100 mila abitanti l’anno in questa categoria, un valore che corrisponde a 6-7 al giorno, abbastanza simile a quello di Spagna, Francia e Germania e molto inferiore ad esempio a quello della Russia, che pure fa parte della regione europea dell’Oms, che ne ha quasi 35 ogni 100 mila abitanti.

I più bravi sono invece gli olandesi, con poco più di 5. Pur essendo, come gli altri paesi ad alto reddito, nella parte inferiore della classifica delle morti, il nostro paese ha il poco invidiabile primato regionale per la proporzione di vittime di incidenti stradali, oltre l’80%, con il risultato che invece risultiamo agli ultimi posti per le vittime delle altre tipologie di incidente. «I paesi in Europa con il più basso tasso di incidenti stradali – avverte il rapporto – hanno investito nella sicurezza considerandola una responsabilità sociale, e non hanno delegato questa incombenza a singoli o organizzazioni».

(Fonte: www.doctor33.it)

(*) Lara Reale
Giornalista scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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