Notizie dal mondo

di Lara Reale *
pubblicato il 6 aprile 2013
Notizie dal mondo

1. Usa, una bambina guarisce dall’Hiv grazie a un cocktail di farmaci. Prudenza della comunità scientifica

4 marzo 2013

Una bambina di due anni e mezzo nata con l’Hiv sembra sia stata guarita grazie all’impiego in tenerissima età di un cocktail di farmaci comunemente usati nella cura del virus negli adulti. La piccola, originaria di una regione rurale del Mississippi, negli Stati Uniti, non assume medicinali specifici da circa un anno e per il momento non dà sintomi di alcun ritorno dell’infezione.
Nei  32 anni di storia del virus dell’Aids, la bambina del Mississippi nata da madre sieropositiva, è il secondo caso di “guarigione” dal virus. Il primo, Timothy Brown, l’uomo noto come il paziente di Berlino, era guarito dopo essere stato sottoposto a un trapianto di midollo osseo per curare la leucemia. In questo caso il donatore aveva una rara mutazione genetica che ha impedito al virus di entrare nelle cellule. La notizia della neonata che da sieropositiva è diventata sieronegativa ha suscitato interesse, entusiasmo, ma anche prudenza da parte della comunità scientifica. Perché potrebbe avere importanti implicazioni nel trattamento degli oltre 300 mila bambini che ogni anno nascono – per lo più nei Paesi in via di sviluppo – con il virus Hiv, ma non prima che questo risultato possa essere confermato da ulteriori ricerche.
È presto per parlare di guarigione e, quindi, modificare i protocolli medici è del tutto prematuro. Il caso presenta infatti dettagli anomali: la neonata è stata trattata con una somministrazione più aggressiva del normale ed entro 30 ore dalla nascita, senza aspettare i risultati del test, per il quale occorre attendere 4-6 settimane. Per i ricercatori sarebbe proprio questa combinazione, cioè la rapidità e l’aggressività della cura che ha permesso la guarigione funzionale della bambina. Il virus, infatti, non è completamente debellato, ma ridotto ai minimi termini: in questo modo il sistema immunitario è in grado di tenerlo sotto controllo.

Ma lo studio è caratterizzato da un altro fatto – del tutto involontario- che si discosta dal tradizionale protocollo terapeutico: è stata la madre della bambina, e non i medici, a decidere di sospendere la terapia per una decina di mesi. Tanto è vero che la dottoressa che ha in cura la piccola paziente all’University of Mississippi Medical Center si aspettava, dopo la sospensione dei farmaci, un aumento della carica virale.

E negli adulti sieropositivi? Non è ancora chiaro se questo intervento possa essere efficace nelle persone infette nelle quali il virus ha già avuto il tempo di creare serbatoi virali, luoghi in cui l’Hiv si nasconde per riapparire appena si interrompe la cura antiretrovirale. Mentre nel caso della bambina americana la terapia precoce non ha dato tempo al virus di crearsi questi “reservoir virali”.

(Fonte:http://www.huffingtonpost.co.uk/2013/03/04/aids-baby-cured-mississipi-child-_n_2804400.html)

2. Il  «British medical journal» denuncia: eccessi medici nei Paesi occidentali

6 marzo 2013

A dieci anni dall’editoriale in cui chiedeva – provocatoriamente, all’epoca, e con il punto interrogativo – se non ci fosse un eccesso di medicalizzazione della vita quotidiana, il «British Medical Journal» torna sull’argomento con una campagna in cui ogni dubbio è oramai scomparso, giacché gli eccessi, inutili e spesso perfino dannosi, sono sempre più numerosi.

«Ci sono un sacco di motivi per celebrare nella medicina e nella sanità, ma è anche vero che il troppo stroppia», commenta in un editoriale la editor in chief del settimanale britannico Fiona Godlee. Dal 2002, quando il Bmj pubblicò la prima inchiesta, «le prove degli eccessi medici nei Paesi ricchi hanno continuato ad accumularsi, con un incremento della documentazione inequivocabile sui danni e sui costi degli interventi inutili».

Dopo quella prima presa di posizione, anche al di là dell’Atlantico si sono mossi in molti, e in tempi recenti sono state avviate due iniziative che stanno cominciando a lasciare il segno: «Colpiti dalle due iniziative “Less is more” (“Meno è più”) della rivista Jama Internal Medicine e dall’iniziativa “Choosing Wisely” (“Scegliere con saggezza”) messa in piedi dall’American Board of Internal Medicine Foundation, vogliamo esplorare le cause e i potenziali rimedi dell’eccesso di esami, di diagnosi e di terapie», spiega la Godlee.

Alcuni esempi sono citati in un altro editoriale: «Nell’ottobre dello scorso anno, per esempio, un’importante investigazione ha scoperto che una donna su cinque che riceve diagnosi di cancro della mammella non avrebbe avuto alcun danno da quel tumore. In dicembre il presidente della task-force del Dsm-IV (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) ha messo in guardia contro il rischio di “massiccia sovradiagnosi e dannosi eccessi terapeutici” conseguenti alla continua espansione delle definizioni di disturbo mentale – per esempio trasformando i sintomi fisici del cancro o delle malattie cardiache in un disturbo psichiatrico chiamato “somatic symptom disorder” – nella quinta edizione del manuale, in uscita a breve. I dati suggeriscono», si legge ancora nell’editoriale del Bmj, «che esiste un problema più o meno marcato di sovradiagnosi in un’ampia gamma di condizioni diffuse, tra cui il cancro della prostata e della tiroide, l’asma, nefropatia cronica, e attention deficit hyperactivity disorder».

Addirittura, secondo questi esperti la sovradiagnosi sembra oggi diventata la norma, e non più l’eccezione: «Questo è rilevante perché una volta che le persone vengono etichettate con una diagnosi segue una cascata di conseguenze mediche, sociali ed economiche, alcune delle quali permanenti. L’etichetta medica e la conseguente terapia comportano un pedaggio emotivo e finanziario per l’individuo, con anche costi per il sistema sanitario».

(Fonte: http://www.bmj.com/content/346/bmj.f1328)

3. Antibiotici: allarme resistenza legata anche alla crisi economica

12 marzo 2013

Se non si scoprono nuovi antibiotici nei prossimi 20 anni sarà persa la guerra contro i batteri. Lo sostiene il primo Rapporto redatto dalla responsabile-medico del governo britannico, Dame Sally Davies, che lancia l’allarme senza precedenti, sostenendo come la resistenza agli antibiotici è una delle maggiori minacce per i cittadini del Regno Unito, alla pari del terrorismo e del surriscaldamento globale. Nel Rapporto si spiega anche che potranno diventare molto pericolose alcune operazioni chirurgiche oggi ritenute senza rischio: il pericolo di infezioni sarà altissimo e non ci saranno “armi” per fermarle. Per non parlare di interventi molto delicati come i trapianti, che saranno di fatto impossibili per l’elevatissima mortalità post-operatoria.

Quello che serve, spiega l’esperta inglese, è lo sviluppo di nuovi antibiotici per il quale andrebbero incoraggiate le aziende farmaceutiche. «Non abbiamo nuove classi di antibiotici dalla fine degli anni ’80 e come singoli farmaci ce ne sono pochissimi allo studio delle case farmaceutiche», sottolinea la Davies, che aggiunge come tra le cause della sempre maggiore diffusione di infezioni batteriche resistenti agli antibiotici ci sia il loro uso massiccio sia per curare patologie che potrebbero essere affrontate in altro modo sia nell’agricoltura, allevamento e pesca.

La Davies, in conclusione, cita l’esempio di E. Coli e Klebsiella, la cui diffusione si è triplicata negli ultimi tre anni ed è la causa più frequente di infezioni contratte in seguito a ricoveri in ospedale. Nel Regno Unito, secondo i dati dell’esperta, 5 mila persone muoiono ogni anno a causa di un batterio Gram-negativo (come E.Coli e Klebsiella) e nella metà dei casi la causa è un batterio resistente agli antibiotici.

Conferma l’allarme anche sul fronte italiano Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma. «La considerazione principale», spiega Ippolito, «è che da molti anni non abbiamo antibiotici, anche perché si è lungamente pensato che il problema fossero i Gram-positivi. La situazione», continua l’esperto, «è particolarmente grave per le terapie intensive, dove a complicare la situazione ci sono carenze igieniche rilevanti».

E la crisi gioca un ruolo determinante nel far precipitare la situazione «sia perché si riducono procedure di pulizia essenziali sia perché», continua l’esperto,«viene tagliato anche il personale addetto». Il risultato, conclude, «è che anche in Italia il tasso di isolamento di germi resistenti è in continua crescita. Sono necessari, perciò, sia un maggior impegno nella ricerca di nuovi antibiotici sia una maggiore attenzione alle procedure di decontamninazione sia, infine, un maggiore investimento sul personale».

(Fonte: 
https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/138331/CMO_Annual_Report_Volume_2_2011.pdf)

4. Resta difficile il passaggio dagli abstract congressuali alla pubblicazione sulle riviste

 13 marzo 2013

Il percorso di transizione da una scoperta scientifica all’applicazione nella pratica clinica è un processo lento e incompleto, tutt’altro che ottimale. Un punto chiave è quello del passaggio dalla prima presentazione dei dati di ricerca nei più importanti meeting scientifici alla pubblicazione nella letteratura “peer reviewed”. Un gruppo di ricercatori del Duke Clinical Research Institute di Durham e della Danish Technical University di Copenhagen, coordinati da Fosbol, ha valutato – utilizzando un algoritmo computerizzato – la percentuale e i tempi impiegati per la pubblicazione su riviste ad alto impact factor dei dati presentati come abstract nei tre più importanti congressi mondiali sulle malattie cardiovascolari (alle sessioni scientifiche dell’American Heart Association – AHA, dell’American College of Cardiology – ACC e dell’European Heart Society – ESC).

Nel periodo compreso tra il 2006 ed il 2008 sono stati presentati 11.365, 5.005 e 10.838 abstract rispettivamente ai meeting dell’AHA, ACC e ESC. Nel complesso solo il 30.6% degli abstract presentati è stato oggetto di pubblicazione nei due anni successivi al congresso, con una maggiore probabilità per quelli presentati all’AHA (34.5%) rispetto a quelli presentati all’ACC (29.5%) ed all’ESC (27%). Queste percentuali sono leggermente aumentate dopo cinque anni, passando al 49.7% per l’AHA, 42.6% per l’ACC e 37.6% per l’ESC. Inoltre gli abstract che si riferivano a una ricerca di base erano più spesso oggetto di pubblicazione rispetto a quelli di ordine clinico o di tipo epidemiologico.

Nelle conclusioni del lavoro, i ricercatori suggeriscono di cercare di rimuovere le barriere alla pubblicazione dei dati, al fine di favorire una rapida disseminazione delle nuove conoscenze e implementare l’applicazione delle scoperte scientifiche nella pratica clinica. Per accelerare questo processo si potrebbe richiedere ai ricercatori che presentano un abstract di inviare contestualmente un manoscritto dettagliato sui metodi e sui dati raccolti o, in alternativa, ricorrere alla pubblicazione dei dati su riviste open-access.
Ma Ridker in un recente editoriale si domanda: «Is more always better?» («Più è sempre meglio?»).
Le riviste mediche e i lavori pubblicati sono notevolmente aumentati di numero dal 2000 al 2012: nel 2012 le riviste scientifiche erano 8.281 (+49% rispetto al 2000) e i lavori pubblicati sono stati 1.1 milioni (in media 126/ora). Ed anche se il numero di citazioni è uno strumento imperfetto per valutare il valore di una pubblicazione, va sottolineato che il 67% delle riviste indicizzate da ISI (5.554) ha un impact factor inferiore a 2 e il 40% (3.301) inferiore a 1. E, ancora, dei 38 milioni di articoli pubblicati tra il 1900 e il 2005 circa la metà non è stato citato neanche una volta. C’è da domandarsi: less is more?(«meno è più?»). Infatti forse è più importante la qualità che la quantità delle pubblicazioni.

(Fonti: 
Fosbol L.E. et al.,  Conversion of cardiovascular conference abstract to publications,  «Circulation» 2012; 126: 2819-2825: http://circ.ahajournals.org/content/126/24/2819.abstract
Ridker P.M. and Rifai N., Expanding options for scientific publication – Is more always better? ,«Circulation»  2013; 127: 155-156: http://circ.ahajournals.org/content/127/2/155.extract)

5. Cina, il regime conferma: oltre 336 milioni di aborti in 40 anni

18 marzo 2013

Sarebbero oltre 336 milioni gli aborti eseguiti nella Repubblica popolare cinese dal 1971 a oggi, secondo i dati diffusi dal Ministero della Sanità del Paese asiatico. Il dato tiene conto delle sole interruzioni della gravidanza registrate attuate da medici e, nella sostanza, conferma i 400 milioni di cinesi «non nati» segnalato come un «successo» dell’applicazione della politica del figlio unico, ufficialmente applicata a partire dal 1979.

La voragine demografica, che ha cancellato l’equivalente di quasi un terzo della popolazione cinese attuale, si conferma essere, quindi, conseguenza soprattutto di pratiche abortive. I dati diffusi il 17 marzo evidenziano anche che, nello stesso periodo, 196 milioni di uomini e donne cinesi sono stati sottoposti a sterilizzazione e che 403 milioni di donne sono ricorse alle spirali intrauterine per evitare la gravidanza.

La legge, che sanziona duramente le coppie ai quali la politica ufficiale non consentirebbe di avere più di un figlio, seppure con numerose eccezioni, è stata introdotta nel 1979, in coincidenza con l’inizio del processo di apertura dell’economia promosso da Deng Xioaping. Un intreccio di esigenze di gestione delle risorse, di pianificazione economica e controllo della popolazione ha fatto da base a scelte demografiche che hanno creato innumerevoli drammi personali e familiari, ma anche un enorme numero di abusi, di episodi di corruzione e un esteso traffico di neonati e bambini, con decine di milioni di nascite “illegali” mai registrate per non incorrere nei rigori della legge.

Una situazione che rischia di sfuggire al controllo, in qualche modo ammessa dalle autorità quando, nel contesto del ridimensionamento di ministeri e commissioni annunciato nel corso della sessione del 18° Congresso nazionale del popolo che ha chiuso i lavori a Pechino il 18 marzo, è stato annunciato lo scioglimento della Commissione per la pianificazione familiare, accorpata nel ministero della Sanità.

Un provvedimento che chiarisce come le autorità non smentiscano la loro politica, ma per ragioni economiche va probabilmente verso una riscrittura della legge con una graduale liberalizzazione recentemente anticipata dalla Fondazione (governativa) per la ricerca sullo sviluppo della Cina: due figli per coppia da subito in alcune province, per tutti nel 2015 e piena libertà di decidere della propria prole nel 2020. Una necessità che ha anche la caratteristica dell’urgenza, data la crescente impopolarità della legge del figlio unico.

Se è vero che, come sostiene il sociologo Ken Peng, la modifica sostanziale nella struttura della popolazione degli ultimi anni, ormai in maggioranza concentrata nelle città, con famiglie sempre più ridotte e matrimoni sempre più rari e in età avanzata, corsa al benessere e alto costo della vita ha portato la situazione cinese ad assomigliare «più a quella di un Paese sviluppato che a quella di un Paese in via di sviluppo», l’applicazione della legge e ancor più i suoi frequenti abusi stanno diventano un concreto fattore di rischio per la stabilità del sistema-Cina. Come peraltro denunciato anche da alti dirigenti del Partito comunista e dello Stato.

(Fonte: http://www.avvenire.it )

6. Giornata mondiale contro la tubercolosi 2013: migliorare il trattamento e monitorare le forme extra-polmonari

24 marzo 2013

Come ogni anno, il 24 marzo, la Giornata mondiale contro la tubercolosi, è l’occasione per sensibilizzare le persone riguardo i problemi legati alla malattia, il suo impatto e le strategie per l’eliminazione. La data è stata scelta in onore del giorno del 1882 in cui Robert Koch annunciò la scoperta del Mycobacterium tuberculosis, il bacillo responsabile dell’insorgenza della Tbc.

Il tema principale di quest’anno era l’adeguatezza del trattamento della Tbc. Un trattamento adeguato dei casi può prevenire l’insorgenza di forme resistenti della malattia (tubercolosi Mdr e Xdr), la cui diffusione sta diventando un vera emergenza di sanità pubblica. I farmaci anti-Tb, gli strumenti diagnostici e i vaccini attualmente disponibili non sono sufficienti per raggiungere l’obiettivo globale di eliminazione entro il 2050. Servono nuovi farmaci che possano offrire ai pazienti una terapia più breve, semplice e meglio tollerata.

Un altro tema della Giornata 2013 era la tubercolosi extra-polmonare. Si tratta di una forma che può colpire qualsiasi organo e che è spesso difficile da diagnosticare. È importante mantenere un livello alto di attenzione anche verso questa forma della malattia, che invece viene frequentemente ignorata nelle strategie di controllo.

Con l’edizione 2013 dell’evento si entra, inoltre, nel secondo anno della campagna Oms «Stop Tb in my lifetime» («Stop alla tubercolosi nella mia vita»). Questo progetto della Stop Tb Partnership mira a sensibilizzare tutti gli attori coinvolti, per raggiungere l’obiettivo di eliminazione della malattia.

Anche se sono stati fatti numerosi progressi, secondo i dati dell’Oms nel 2011 ci sono stati circa 8,7 milioni di nuovi casi e 1,4 milioni di decessi per Tbc (di cui oltre il 95% in Paesi a basso e medio reddito). Sebbene i dati epidemiologici suggeriscano una maggiore diffusione tra le comunità povere e i gruppi a rischio, il problema riguarda tutta la popolazione.

Alcuni esempi sono la sua alta diffusione tra le donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni (la tubercolosi rappresenta infatti una delle tre principali cause di morte per questa categoria) e i 500 mila casi registrati tra i bambini nel 2011 (con circa 64 mila decessi). Inoltre, l’Oms evidenzia come i progressi nella lotta contro la tubercolosi multi-resistente (Mdr-Tb) siano molto lenti e che per far fronte alle necessità dei pazienti che presentano una co-infezione con Hiv sono necessarie il doppio delle forniture mediche attuali.

Secondo le stime dell’Ufficio europeo dell’Oms, ogni giorno, in Europa, si ammalano di Tb oltre mille pazienti, per un totale di circa 380 mila all’anno, e oltre 40.000 decessi annuali. Il comunicato stampa congiunto di Ecdc (European centre for disease prevention and control) e Oms Europa «Adequate treatment essential to stop TB across Europe – new Ecdc/Who report» sottolinea come, nonostante un generale calo del numero dei casi annui del 5% dal 2000 al 2011, la prevalenza stimata nel 2011 per la Regione europea sia stata pari a 56 casi/100.000 abitanti e la mortalità pari a 4,9 decessi/100.000 abitanti. Non sarà possibile quindi raggiungere l’obiettivo di dimezzare i tassi di prevalenza e di mortalità, rispetto al 1990, entro il 2015.

I Paesi orientali della Regione hanno l’87% del carico totale di casi e sono quelli in cui si è verificato il maggior numero di decessi nel 2011. I dati sull’Unione europea e i Paesi della European Economic Area invece hanno registrato nel 2011 oltre 72 mila casi in 29 Paesi (incidenza 14,2/100.000 abitanti), con un calo del 4% rispetto all’anno precedente.

Come evidenziato dall’Ecdc, l’obiettivo principale è ridurre la trasmissione della Tb attraverso la diagnosi tempestiva e il trattamento adeguato dei casi di Tb polmonare. Tuttavia non bisogna dimenticare i casi di Tb extra-polmonare: nei Paesi dell’Ue un caso su 5 è di questo tipo e la proporzione di casi con tbc extra-polmonare è aumentata dal 16% nel 2002 al 22% nel 2011.

In Italia il ministero della Salute ricorda che, sebbene la Penisola rientri tra i Paesi a “bassa endemia” (si verificano, infatti, meno di 10 casi di malattia ogni 100.000 abitanti), la Tbc rappresenta un problema prioritario per la sanità pubblica nazionale. Le persone a maggior rischio comprendono:
•gli stranieri di età compresa tra i 25-34 anni, provenienti spesso da aree ad alta endemia per Tb
•i cittadini italiani oltre i 65 anni di età, che possono avere contratto l’infezione quando la Tb aveva un’importante diffusione anche nel nostro Paese
•le persone detenute che, a causa del sovraffollamento delle carceri, sono a maggior rischio di contrarre l’infezione
•gli operatori sanitari, per l’attività svolta.

È importante quindi non abbassare l’attenzione verso questa malattia e, a questo riguardo, a dicembre 2012 è stato approvato come Intesa Stato-Regioni il documento «Controllo della tubercolosi: obiettivi di salute, standard e indicatori 2013-2016», con cui si è convenuto sui seguenti obiettivi prioritari da perseguire nel triennio 2013-2016:
•miglioramento del sistema nazionale di sorveglianza della tubercolosi
•implementazione, a livello regionale, delle linee guida nazionali aggiornate relative alla gestione dei contatti di caso, alla gestione dei casi di Tb in ambito assistenziale e nella popolazione immigrata
•attivazione di un programma “straordinario” di educazione sanitaria e di formazione degli operatori sanitari.

Il documento descrive le azioni per il raggiungimento degli obiettivi.  Recentemente è stato inoltre approvato, come accordo nella Conferenza Stato-Regioni-Province autonome del 7 febbraio 2013 il documento «Prevenzione della tubercolosi negli operatori sanitari e soggetti ad essi equiparati», il cui obiettivo è fornire precise e univoche indicazioni in merito alle misure di prevenzione e controllo della Tbc da adottarsi nei confronti di operatori sanitari e soggetti equiparati e garantire un’uniforme applicazione di tali misure sul territorio nazionale.

(Fonti: http://www.who.int/campaigns/tb-day/2013/en/index.html ;  http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=925)

7. Francia, si radicalizza lo scontro sul matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali

24 marzo 2013

Secondo gli organizzatori erano oltre un milione di persone, per la polizia 300 mila. Il dato certo è che alla seconda «ManifPourTous» – il corteo di Parigi per dire no alla legge voluta da Hollande sui matrimoni e le adozioni per le coppie gay – c’era comunque tantissima gente. Secondo i promotori addirittura più di quelli che sfilarono già il 13 gennaio scorso, alla vigilia del dibattito nel quale l’Assemblea nazionale approvò la legge Taubira, che segnava non solo il passaggio dai Pacs ai matrimoni omosessuali, ma apriva anche all’adozione per le coppie dello stesso sesso. La nuova manifestazione contro il provvedimento, fortemente contestato dal mondo cattolico ma anche da altri settori della società francese, è stata organizzata alla vigilia della discussione al Senato.

La mobilitazione del 24 marzo è stata accompagnata da un nuovo sondaggio pubblicato da «Le Figaro» secondo cui il 58% dei francesi è contrario alle adozioni per le coppie gay. Forte di questo dato il variopinto popolo delle famiglie ha chiesto al presidente Francoise Hollande di ritirare il provvedimento e sottoporre la questione a un referendum nazionale.

L’alta affluenza alla manifestazione ha colto di sorpresa non pochi, che davano la pratica ormai per archiviata. Alla vigilia la stessa prefettura aveva previsto «non più di 100 mila persone». Anche questa volta in piazza, mischiati tra la folla, c’erano anche diversi vescovi francesi. «Perché manifestare?», ha dichiarato al sito di «Famille chrétienne» il vescovo di Saint-Etienne, Dominique Lebrun, arrivato a Parigi dopo aver presieduto nella sua diocesi la Messa della Domenica delle Palme. «Perché il dibattito all’Assemblea nazionale non è stato un vero dibattito. Per questo sono costretto a gridare pensando ai bambini di domani. Spero che i responsabili della cosa pubblica non siano ancora sordi: manifesto perché ho ancora fiducia in loro».

A sfilare nel corteo c’era anche l’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin, il cardinale che si recava in bicicletta in Vaticano nei giorni precedenti al Conclave: «Non rende un servizio al Paese chi modifica la realtà delle cose», ha dichiarato. La forza della «ManifPourTous» sta, però, soprattutto nel suo carattere trasversale: tra i suoi sostenitori ci sono anche musulmani, protestanti, elettori del centro-destra, persino qualche sostenitore della gauche che non si riconosce nel progetto di legge sostenuto da Hollande.

(Fonte:  http://www.famillechretienne.fr/societe/politique/la-manif-pour-tous-du-24-mars-le-live-a-partir-de-17-h_t7_s37_d69087.html  )

8. Bill Gates e il condom del futuro: offre 100.000 dollari a chi ne sviluppa uno più “sicuro”

24 marzo 2013

Una borsa di studio da 100.000 dollari per chi si cimenterà a realizzare il preservativo del futuro. L’offerta arriva nientemeno che dal re dell’informatica Bill Gates, che si è detto disposto a finanziare chiunque si metta seriamente a studiare il modo per creare profilattici hi-tech che ne rafforzino la sicurezza.

L’annuncio conferma, seppure in via indiretta, quanto emerso da una ricerca del 12 giugno 2011, dalla quale emergeva che il preservativo ha aumentato l’AIDS, non solo perché incoraggia comportamenti a rischio ma anche per la sua intrinseca “limitatezza tecnica”.
Il fatto che la Chiesa, opponendosi alla diffusione massiccia del preservativo, promuova la diffusione dell’AIDS è un altro luogo comune molto diffuso. Tuttavia anche prestigiose riviste mediche come «The Lancet», hanno rilevato l’efficacia della strategia ABC: «abstinence» (astinenza), «faithful» (fedeltà) e «condom», in caso di inadempienza dei primi due. La Chiesa chiede di non concentrarsi esclusivamente su quest’ultimo aspetto, ma di privilegiare l’educazione dei comportamenti.

Matthew Hanley, ricercatore in Sanità Pubblica alla Emory University di Atlanta (USA) ed esperto in bioetica, con diretta esperienza sul campo in diversi Paesi africani, ha recentemente pubblicato per l’American Public Health una relazione intitolata «The Catholic Church and the Global AIDS Crisis», in cui quantifica il numero di infezioni che avrebbero potuto essere evitate in Africa se si fossero attuate politiche per promuovere l’astinenza e la fedeltà, piuttosto che attuare politiche per la distribuzione di massa di preservativi. Poiché la malattia è stata identificata nella metà degli anni Ottanta, si stima che abbia ucciso 25 milioni di persone in tutto il mondo, e oggi ci sono 65 milioni di portatori del virus.

«Non nascondiamolo: le politiche di distribuzione del condom non sono riuscite a invertire il segno delle epidemie più gravi in Africa; quello che è servito è stato cambiare i comportamenti», ha detto Hanley. «I funzionari della sanità pubblica dovrebbero riconoscere questo. Ma la maggior parte di essi rifiutano gli approcci basati sul comportamento e prediligono soluzioni tecniche, come il preservativo».

Eppure, tra il 1991 e il 2001 l’Uganda è riuscita a ridurre del 10% il numero di persone infette, seguendo un programma basato su “fedeltà” e “castità” e senza alcuna distribuzione del condom. Tuttavia, quando le agenzie mediche hanno insistito che i fondi sarebbero dovuti essere applicati per la distribuzione di preservativi, il numero di casi è aumentato di nuovo (cfr. Religion En Libertad)». La Chiesa rimane il più grande fornitore unico di assistenza sanitaria e sostegno per coloro che soffrono di malattie correlate all’AIDS in tutto il mondo.

(Fonte: www.ansa.it)

(Approfondimenti: http://cmq.org.uk/CMQ/2011/04-global-aids-crisis.html)

9. L’Onu inserisce l’opposizione all’aborto nell’elenco delle torture

26 marzo 2013

Chi si oppone all’aborto e si rifiuta di praticarlo «infligge una forma di tortura alla donna». È quanto si legge nel «Rapporto del relatore speciale sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti», firmato dal commissario Juan E. Méndez, documento presentato durante la 22ª sessione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu.

Si legge: «Enti internazionali e regionali attivi nell’ambito dei diritti umani hanno cominciato a riconoscere che l’abuso e il maltrattamento di donne che cercano servizi di salute riproduttiva possono causare tremende e durevoli sofferenze fisiche e psicologiche».

Tra gli esempi c’è «il rifiuto dei servizi sanitari legalmente disponibili, come l’aborto e la cura post aborto». L’Onu, in definitiva, punisce e cita come «tortura» non l’uccisione di un bambino nel grembo della madre, ma tutte le leggi che limitano il ricorso all’aborto e magari, un domani, tutti i medici che si rifiutano in coscienza di praticarli.

(Fonte:  http://www.ohchr.org/EN/Issues/Torture/SRTorture/Pages/SRTortureIndex.aspx)

10. Gli errori di somministrazione dei farmaci sfiorano il 20% delle prescrizioni

27 marzo 2013

È stata di recente pubblicata su «Annals of Pharmacotherapy» un’interessante review sistematica di Keers e collaboratori sulla prevalenza e natura degli errori di somministrazione dei farmaci (MAE, medication administration errors), che rappresentano una frequente minaccia per la salute dei pazienti.

La ricerca è stata effettuata utilizzando 10 banche elettroniche (Medline, Embase, Scopus, PsycInfo, Cochrane reviews and trials, ed altre di ambito infermieristico), valutando 91 studi in lingua inglese pubblicati nel periodo compreso tra il 1985 e maggio 2012. I dati erano stati raccolti mediante il metodo dell’osservazione diretta (escludendo pertanto metodiche quali l’incident reporting ed il self-report che sottostimano la prevalenza di errori), secondo una modalità che permetteva di determinare il tasso di errori.

Il tasso di errore mediano (range interquartile) è stato pari al 19.6% (8.6-28.3) quando si prendevano in considerazione tutte le possibilità di errore (ivi compresi i tempi di somministrazione), e dell’8% (5.1-10.9) se venivano valutate solo le dosi dei farmaci somministrati (corrette o non corrette). È stato osservato un più alto tasso medio di MAE per le somministrazioni endovenose, pari al 53.3% (26.6-57.9), senza considerare i tempi di somministrazione.

I tre più frequenti sottotipi di errore segnalati negli studi presi in esame riguardavano il tempo sbagliato, le omissioni ed il dosaggio errato. I gruppi di farmaci più comunemente associati a MAE sono risultati quelli relativi al sistema cardiocircolatorio, all’apparato gastrointestinale, alla nutrizione e al sangue, seguiti da quelli relativi al sistema nervoso centrale e agli antibiotici: comunque tutti gruppi di farmaci time sensitive. Va peraltro sottolineato che i tassi di errore variavano in modo rilevante in base alle differenti definizioni di errore, ai metodi di raccolta dei dati, nonché al setting operativo considerato.

Le cause più frequenti di MAE sono risultate molteplici: non adeguate conoscenze, deficit organizzativi, procedure poco chiare, sovraccarico di lavoro e carenza di personale. Tra gli studi valutati nella review, numerosi hanno identificato potenziali target di intervento per ridurre al minimo questa importante problematica: somministrazione utilizzando il sistema del bar code (identificazione del paziente e del farmaco), formazione per una migliore conoscenza del lavoro svolto, prescrizione medica informatizzata (miglioramento della comunicazione), protocolli più chiari, ecc.

È auspicabile a questo punto attivare ulteriori ricerche sulla sicurezza nella somministrazione dei farmaci, adottando un approccio multi-fattoriale.

(Fonte: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23386063)

11. La vecchia Europa fa il check-up: la vita media si allunga ma aumentano le disuguaglianze tra Stati

28 marzo 2013

A tre anni di distanza dal precedente, il 28 marzo viene pubblicato il rapporto 2012 dell’Oms Europa, intitolato «The European health report 2012. Charting the way to well-being», un documento che rappresenta ormai un punto di riferimento sulla salute (e sul benessere, secondo l’accezione più ampia di salute auspicata dall’Oms) del vecchio continente.

Come sottolinea nella prefazione Zsuzsanna Jakab, direttore della Regione europea dell’Oms, conoscere periodicamente e con un buon dettaglio lo stato di salute dei quasi 900 milioni di cittadini dell’Oms Europa consente ai decisori politici di impostare politiche sanitarie corrette per stabilire obiettivi strategici e priorità; individuare i determinanti sociali, economici e ambientali di salute; programmare a lungo termine un’agenda collaborativa, proiettando nel decennio futuro una serie di traguardi misurabili.

La peculiarità del rapporto 2012 sta nel fatto che, oltre a fare il punto sulla salute degli europei con una particolare attenzione alle situazioni di disuguaglianza, il documento guarda alle prospettive future ed è chiaramente orientato a disegnare uno scenario in grado di garantire a tutti i cittadini europei adeguati standard di salute.

Il documento è organizzato in 4 sezioni dedicate a descrivere:
•lo stato di salute dei cittadini delle 53 nazioni della Regione europea dell’Oms
•gli obiettivi globali per la salute e il benessere, con riferimento alla nuova politica sociale e sanitaria comune europea «Health 2020» e alla strategia «Health 21 – Health for all in the 21st century»
•le modalità per migliorare il benessere complessivo della popolazione tramite un approccio multisettoriale che coinvolga tutti gli stakeholder e per misurare i risultati ottenuti
•la proposta di un’agenda condivisa tra Oms Europa e Stati membri per affrontare le sfide future.
I dati. I cittadini della Regione europea dell’Oms vivono sempre più a lungo. L’aspettativa di vita è salita a oltre 76 anni (80 per le donne e 72,5 per gli uomini) ma la disuguaglianza è marcata, con un ampio scarto, di 13,5 anni, tra gli 82,2 anni degli svizzeri e i 68,7 anni dei kazaki.

La riduzione complessiva della mortalità (specie di quella infantile, che è la più bassa nel mondo) è l’effetto della diminuita prevalenza di alcuni gruppi di malattie, tipicamente quelle infettive, e di alcuni fattori di rischio.  Attualmente sono le patologie cronico-degenerative ad avere il maggior impatto sulla mortalità: le malattie cardiovascolari pesano per quasi il 50% sul numero complessivo dei decessi, seguite da quelle tumorali che si assestano intorno al 20%. Il cancro è sempre più frequente, ma sempre meno mortale (rispetto alla metà degli anni ’80 è aumentato del 32%, ma la mortalità si è ridotta del 10%), per l’effetto combinato di diagnosi più precoci e cure migliori.

La mortalità prematura, prima dei 65 anni, è un indicatore importante per la programmazione delle politiche e degli interventi sanitari. Nel contesto analizzato, il rischio è sbilanciato a sfavore del sesso maschile (con un eccesso del 50%). In 28 su 53 delle nazioni della Regione europea le neoplasie sono le prime responsabili, e in più casi si sono sostituite in questo triste primato alle malattie cardiovascolari. I tassi più elevati di mortalità prematura, oltre 25 eventi per 100.000 persone, si concentrano nell’Europa centrale (in particolare in Ungheria, Serbia e Polonia). Tra i determinanti di questa “strage anticipata” il consumo di tabacco e di alcol e l’inquinamento, non solo atmosferico ma anche ambientale. Le malattie che sottraggono più anni di vita risultano essere il cancro della mammella nella donna (per quanto in declino come frequenza) e il cancro del polmone nell’uomo, le malattie respiratorie (bronchite cronica ed asma strettamente legate alla qualità dell’aria respirata) e, soprattutto, il diabete.

Nel rapporto si riprendono gli obiettivi di «Health 2020», avviato nel settembre 2011 per disegnare in modo sufficientemente flessibile e adattabile alle diverse realtà presenti nella Regione europea una strategia complessiva che garantisca il raggiungimento di standard migliori di salute e benessere per tutti i cittadini.

Si fa riferimento alla 62° sessione del Comitato regionale dell’Oms che nel settembre 2012 a Malta ha fissato 6 obiettivi primari (target) per gli Stati membri:
•riduzione della mortalità prematura
•aumento dell’aspettativa di vita
•riduzione delle disuguaglianze
•aumento del benessere della popolazione
•ottenimento della copertura sanitaria universale
•indicazione di obiettivi nazionali da parte degli Stati membri.
Questi obiettivi sono in linea con gli orientamenti definiti su scala mondiale, per esempio nell’area delle malattie croniche degenerative, e nello stesso tempo sono coerenti con quelli precedentemente fissati dalle strategie europee.

Il passo successivo, che verrà sviluppato nell’arco del 2013 dal Segretariato Oms, con l’assistenza di un gruppo di lavoro internazionale di esperti e la collaborazione degli Stati membri, sarà identificare una lista di indicatori in grado di quantificare il progressivo avvicinamento agli obiettivi in vista del 2020.

(Fonte:http://www.euro.who.int/en/what-we-do/data-and-evidence/european-health-report-2012)

(*) Dott.ssa Lara Reale
Giornalista scientifica
Dottore in Scienze della Comunicazione
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