Notizie dall’Italia

di Lara Reale *
pubblicato il 13 dicembre 2013
Notizie dall’Italia

1. Il Vaticano presenta 49 proposte contro la tratta delle persone

4 novembre 2013

Le 49 proposte del congresso di due giorni «La tratta delle persone: la schiavitù moderna», che si è realizzato il 2 e 3 novembre presso la Casina “Pio IV”, sui temi dello sfruttamento sessuale, della droga e del traffico di organi, sono state presentate il 4 novembre in Sala Stampa Vaticana.

Hanno partecipato alla conferenza stampa monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze; il direttore del Centro Studi su Governo, Impresa, Società ed Economia, Juan José Llach; il presidente della Federazione delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC), José Maria Simon Castelvì e il direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi.

Monsignor Sanchez Sorondo ha spiegato che il successo dell’incontro è stato confermato dalla grande quantità – 90 in totale – di associazioni ed enti presenti come osservatori. Ha poi aggiunto che la linea generale dei relatori e degli osservatori ha suggerito la necessità di un maggiore appoggio della Chiesa di fronte alla gravità del problema del traffico di esseri umani e dello sfruttamento. Ciò era necessario perché «ciò che più si è imposto nel mondo della globalizzazione è la criminalità».

Il presule ha sottolineato che tutti hanno indicato il lato negativo della globalizzazione dell’indifferenza e nella proposta finale si è parlato di organizzare una nuova rete: «Vedremo come si potrà fare questo», ha detto Sanchez Sorondo, pur riconoscendo che l’ampiezza dell’iniziativa è superiore ai mezzi di cui la Pontificia Accademia delle Scienze dispone.

Sanchez Sorondo ha sottolineato che «all’interno del problema c’è il traffico di persone con finalità di sfruttamento sessuale», aggiungendo che «abbiamo osservato una nuova attitudine molto radicale contro la prostituzione», in linea con la quale Benedetto XVI ha sollecitato l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede. Vale a dire che oggi è necessario «combattere in maniera più energica la prostituzione e il materiale correlato ad essa su internet» e che «la Santa Sede si è impegnata a seguire il fenomeno con decisione».

Il cancelliere dell’Accademia delle Scienze ha spiegato che il congresso è stato realizzato per volontà esplicita di papa Francesco attraverso un manoscritto lui inviato: «Marcelo, credo sia una buona cosa discutere della tratta delle persone e della schiavitù moderna. La tratta degli organi può essere messa in relazione con la tratta delle persone. Molte grazie. Francesco».

Il presule ha aggiunto che su questo tema «papa Francesco ha una particolare sensibilità e per questo motivo ha definito ‘prezioso’ il materiale frutto del nostro simposio».

In risposta a questo desiderio del pontefice e in collaborazione con la Federazione Internazionale delle Associazioni di Medici Cattolici (FIAMC), è stato quindi organizzato il congresso presso la Casina Pio IV.

Tra i 22 relatori figura Jeffrey Sachs, cattedratico dell’Università di Columbia e consigliere speciale dell’ONU per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio; il direttore dell’Ufficio dell’ONU contro la droga e il crimine Yuri Viktorovich; la coordinatrice della Commissione Europea per la lotta contro la tratta Myria Vassiliadou.

A questo incontro seguiranno, sul medesimo tema, un altro seminario nel 2014 e una sessione plenaria delle Pontificie Accademie nel 2015.

«A nessuno oggi si può negare – è stato detto durante il congresso – che la tratta delle persone costituisce un crimine scandaloso contro la dignità umana e una grave violazione dei diritti umani fondamentali, oltre ad essere un evidente acceleratore del lucro criminale in questo secolo».  «Alcuni osservatori sostengono che in pochi anni la tratta delle persone supererà il traffico di droga e di armi e si trasformerà nell’attività criminale più remunerativa del mondo», è stato denunciato. Dall’altro lato, «la tratta sessuale internazionale non si limita alle zone povere o sottosviluppate ma coinvolge virtualmente tutte le regioni del mondo. Mentre i paesi con una vasta (e spesso legale) industria sessuale generano la domanda della tratta delle donne giovani o bambine, i paesi economicamente poveri proporzionano maggiormente la somministrazione. È tra questi ultimi che i trafficanti possono reclutare con più facilità», concludono i relatori.

Secondo il recente «Rapporto UNODC 2012 sul traffico», si stima che ogni anno circa 2 milioni di persone sono vittime del traffico sessuale, e di queste il 60% sono bambine. Il traffico di organi di esseri umani, invece, coinvolge circa 20mila persone, alle quali, con diverse forme di inganno, vengono estratti in modo illegale organi come il fegato, i reni, il pancreas, la cornea e anche il cuore.

H. Sergio Mora
(Fonte: «Zenit»)

2. Ictus, in aumento tra i giovani. «Tra le cause, abuso di sostanze stupefacenti»

4 novembre 2013

L’ictus non risparmia i giovani, neanche i 18enni. Fra gli under 45 si registrano annualmente 10-15 casi ogni 100 mila abitanti. Circa il 15% di tutti gli ictus colpisce soggetti in età giovanile.

«Questi episodi sono in aumento proprio in questa fascia d’età. Da fine anni ’90 al 2005 è stato registrato all’incirca un +10 -15%, mentre risultano in diminuzione fra gli anziani», spiega Alessandro Pezzini, ricercatore in neurologia all’Università degli Studi di Brescia e coordinatore del progetto Ipsys (Italian project on stroke in young adults) a margine del 44esimo Congresso della Società italiana di neurologia (Sin).

Una delle ipotesi per la tendenza all’aumento di ischemie cerebrali fra i giovani, «è la presenza di fattori di rischio emergenti, nuovi. In particolare – sottolinea Pezzini – una delle ipotesi è che possa esserci un collegamento, fra le altre cose, con l’abuso di sostanze stupefacenti».

Il progetto Ipsys, coordinato dalla Clinica neurologica dell’università di Brescia, ha reclutato 1.867 soggetti colpiti da primo ictus cerebrale ischemico tra i 18 e i 45 anni, nel periodo compreso fra il 2000 e il 2012, seguiti successivamente per un follow up medio di circa 46 mesi. Durante questo periodo sono stati documentati 163 eventi ricorrenti, pari a un rischio cumulativo del 14,7% a 10 anni dall’evento indice (14% per ischemia cerebrale, 0,7% per infarto miocardico e/o altro evento trombotico). Il registro Ipsys costituisce ad oggi la più ampia serie di pazienti colpiti da primo ictus cerebrale tra i 18 e i 45 anni disponibile in letteratura scientifica. Gli scienziati hanno identificato i fattori in grado di aumentare il rischio di sviluppare nuovi eventi trombotici dopo un primo ictus ischemico, e hanno attribuito a ciascun fattore un punteggio per ottenere uno score in grado di quantificare il rischio.

Tra gli altri fattori che aumentano il rischio di ictus, spiega Pezzini «c’è la presenza di emicrania con aura, l’essere portatore di anticorpi anti-fosfolipidi e l’interruzione della terapia di prevenzione secondaria (con antiaggreganti piastrinici e/o antipertensivi) dopo l’evento». Su quest’ultimo punto gli scienziati hanno rilevato che il 30% circa degli under 45 decide di interrompere la terapia antiaggregante. È uno dei primi dati su questa fascia d’età, visto che le ricerche sono generalmente centrate sugli anziani.

(Fonte: «Il Fatto Quotidiano»)

3. Nella prevenzione del tumore del collo dell’utero il test HPV meglio del Pap test

4 novembre 2013

Lo screening con test HPV permette di ridurre del 60%-70% l’incidenza dei tumori invasivi del collo dell’utero rispetto allo screening con Pap test. Lo ha dimostrato uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica mondiale «The Lancet», con il titolo «Efficacy of HPV-based Screening for Preventing invasive Cervical Cancer: follow-up of European randomised controlled trials».  Lo studio è opera di un’équipe internazionale di ricercatori, coordinata dal torinese Guglielmo Ronco del Centro di Riferimento per l’Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica in Piemonte (CPO Piemonte dell’Azienda Ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino), e composta da italiani, svedesi (Karolinska Institutet, Stoccolma), inglesi (London School of Hygene ed Università di Manchester) ed olandesi (Vrje Universitet, Amsterdam).

Lo screening del tumore del collo dell’utero (screening cervicale) mira a prevenire il tumore individuando lesioni che non sono ancora cancro ma potrebbero diventarlo, provocate dal virus HPV – un’infezione peraltro comune e che generalmente non porta conseguenze. Nello screening con il Pap test (citologia), alcune cellule prelevate dal collo dell’utero vengono esaminate al microscopio. Nello screening con test HPV il materiale prelevato viene sottoposto ad analisi molecolare per rilevare l’eventuale presenza del DNA dei ceppi di HPV ad alto rischio per lo sviluppo del tumore del collo dell’utero.

Questo è il primo studio che ha valutato su larga scala l’effetto dello screening basato sul test HPV rispetto a quello basato sul Pap test nel prevenire tumori invasivi. I ricercatori hanno seguito negli anni più di 175.000 donne reclutate in quattro studi di grandi dimensioni, condotti in Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia, che confrontavano lo screening con test HPV con lo screening con Pap test. In questo modo hanno scoperto che le invitate a fare il test HPV si sono ammalate meno di questo tumore rispetto alle invitate a fare il Pap test.

Questo studio è un tassello fondamentale che prova la superiorità dello screening con test HPV sullo screening con Pap test. «Già era stata dimostrata la maggiore capacità del test HPV, rispetto al Pap test, di individuare quelle lesioni che non sono ancora un tumore ma che potrebbero diventarlo. Oggi si è potuto verificare direttamente che questo si traduce in una riduzione dei casi di tumore», ha commentato il dottor Ronco.

Lo studio ha anche permesso di definire i metodi ottimali di screening con il test HPV (intervalli, età di utilizzo, approfondimenti per le donne positive al test) così da poter adottare strategie che evitino esami e trattamenti inutili – con il conseguente disturbo per le donne e possibili effetti indesiderati –  senza ridurre i livelli di protezione. In particolare i risultati mostrano che l’aumento della protezione interessa soprattutto le donne di età compresa tra i 30 ed i 35 anni e che lo screening con test HPV ogni 5 anni è più protettivo dello screning  con Pap test ogni 3 anni.

Nel Commento all’articolo pubblicato, Sandra Isidean ed Eduardo Franco della McGill University di Montreal (Canada) hanno scritto che «è estremamente probabile che il futuro dello screening cervicale, nei Paesi sviluppati, preveda il test HPV come test primario di screening (…). Con le economie di scala che derivano dall’utilizzo del test HPV (…) e l’allungamento degli intervalli tra un test ed il successivo, lo screening risulterà essere meno costoso per il sistema sanitario, procurando al contempo una maggiore sicurezza e protezione rispetto alla citologia convenzionale».

Lo studio è stato condotto all’interno dei programmi di screening organizzati tra cui, in Piemonte, quello di Torino. Ora la Regione Piemonte ha stabilito il passaggio al test HPV come test primario per il programma regionale di screening “Prevenzione Serena”. La Delibera della Giunta Regionale 21-5705 del 23/4/2013 prevede tale passaggio nell’arco dei prossimi cinque anni, per consentire al sistema di riorganizzarsi. Questo cambiamento riguarda tutte le donne residenti in Piemonte e di età compresa tra i 30 e i 64 anni. Il programma è coordinato dal CPO Piemonte della Città della Salute e della Scienza di Torino, che ha coordinato la ricerca, ed adotta le strategie di screening che lo studio ha dimostrato essere le migliori. Il programma di screening inviterà sempre meno donne a fare il Pap test e sempre più donne a fare il test HPV, fino a che tutte saranno passate al test HPV. Per ragioni di equità, si utilizzerà un criterio casuale di invito per suddividere le donne tra chi farà il test HPV subito e chi lo farà successivamente.

Il Pap test non perde completamente la sua validità e rimane uno dei test di screening che hanno avuto più successo nella storia: in molte parti del mondo, grazie al Pap test, l’incidenza e la mortalità per tumore del collo dell’utero sono crollate. Nelle donne più giovani in età da screening (25-29 anni) il test HPV rileva molte lesioni destinate a regredire spontaneamente, con un elevato rischio di esami e trattamenti inutili. Pertanto le donne con meno di 30 anni devono continuare a fare il Pap test. Peraltro lo studio ha mostrato che già nelle donne di età tra 30 e 35 anni il test HPV è più protettivo del Pap-test.

(Fonte: Città della Salute e della Scienza)

4. Trentotto domande al mondo cattolico per decifrare la famiglia

6 novembre 2013

Trentotto domande che interpellano tutte le Chiese del mondo e coinvolgono tutte le componenti del “popolo di Dio”: dai cardinali e vescovi fino al singolo credente della più lontana periferia. È il questionario con cui si conclude il documento preparatorio del Sinodo sulla famiglia, sul tema «Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione», che si celebrerà in due tappe: l’assemblea generale straordinaria (5-19 ottobre 2014), che servirà a «raccogliere testimonianze e proposte dei vescovi», e l’assemblea generale ordinaria, prevista per il 2015, al fine di «cercare linee operative per la pastorale della persona umana e della famiglia».

Al primo Sinodo convocato da Papa Francesco saranno presenti anche uditori laici, uomini e donne, sia in qualità di esperti che di persone impegnate a varo titolo nella pastorale, ha annunciato monsignor Lorenzo Baldisseri, nuovo segretario generale del Sinodo dei vescovi, durante la conferenza stampa di presentazione del documento preparatorio (il testo integrale in .pdf è disponibile su www.diocesi.torino.it). L’intenzione del Papa, che ha presieduto la riunione del Consiglio del Sinodo dell’ottobre scorso, è di «rendere l’istituzione sinodale un vero ed efficace strumento di comunione attraverso il quale si esprima e si realizzi la collegialità auspicata dal Concilio». Era dal 1981 che il Sinodo dei vescovi non si occupava di famiglia.

Le risposte al questionario saranno raccolte entro la fine di gennaio dell’anno prossimo: a febbraio è in programma una riunione del Consiglio della Segreteria per analizzarle ed elaborare – a maggio – l’Instrumentum Laboris, in modo da permettere ai padri sinodali di apportare il loro contributo in tempo utile prima della celebrazione del Sinodo.

«Dalla diffusione delle coppie di fatto, che non accedono al matrimonio e a volte ne escludono l’idea, alle unioni fra persone dello stesso sesso, cui non di rado è consentita l’adozione di figli». Sono queste alcune «problematiche inedite fino a pochi anni fa» che sfidano la concezione cristiana della famiglia, minacciata anche dalla “cultura del non-impegno” e del “pluralismo relativista”, oltre che dall’influenza dei media “sulla cultura popolare” e da “proposte legislative che svalutano la permanenza e la fedeltà del patto matrimoniale”. Particolare attenzione, nel documento preparatorio, viene data ai “matrimoni irregolari”: tema su cui «le attese sono amplissime», visto che oggi «molti ragazzi e giovani» nati da queste unioni «potranno non vedere mai i loro genitori accostarsi ai sacramenti».

Soffermandosi sulle domande del questionario, il cardinale Péter Erdõ, arcivescovo di Budapest e relatore generale della terza assemblea generale straordinaria, ha citato le «unioni di fatto senza riconoscimento né religioso né civile», che statisticamente sono un fenomeno “ancor più vasto” rispetto al problema dei divorziati risposati civilmente. Quanto alla questione delle “situazioni matrimoniali irregolari”, la relativa domanda «presuppone chiaramente che la Chiesa avvicina questo problema con grande apertura e ricerca le modalità della preparazione ai sacramenti, la loro amministrazione e l’accompagnamento dei bambini e adolescenti che hanno ricevuto questi sacramenti».

«Mettersi in ascolto dei problemi e delle attese che vivono oggi tante famiglie». È questa, ha detto monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e segretario speciale della terza assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi, l’impostazione di fondo del documento preparatorio. L’intento, ha spiegato, è di «mostrare i caratteri profondamente umanizzanti della proposta cristiana sulla famiglia, che non è mai contro qualcuno, ma sempre ed esclusivamente a favore della dignità e della bellezza della vita di tutto l’uomo in ogni uomo, per l’intera società». «Attenzione, accoglienza e misericordia», ha proseguito monsignor Forte, costituiscono «lo stile che Papa Francesco testimonia e chiede di avere verso tutti, comprese le famiglie lacerate e quanti vivono in situazioni irregolari dal punto di vista morale e canonico».

Certo, «dare spazio all’ascolto significa anche correre rischi», ha ammesso il presule rispondendo alla domanda di un giornalista che chiedeva cosa succederebbe, ad esempio, se dall’opinione pubblica cattolica venisse la richiesta di dare la comunione ai divorziati risposati. «Il riferimento ultimo è il discernimento di Pietro», ha precisato subito dopo, ricordando che compito del Sinodo è «porre al Santo Padre le questioni su cui sarà lui poi a decidere». Quanto al metodo del Sinodo, «non è decidere a maggioranza, ma certamente ignorare che una consistente parte dell’opinione pubblica ha un’istanza, sarebbe sbagliato».

Interpellato sui “toni entusiastici” con cui le associazioni dei gay hanno salutato il questionario, monsignor Forte ha detto che«un punto fermo che Papa Francesco ha ribadito, ma è già presente nei documenti della Chiesa cattolica, è il massimo rispetto per la persona, e dunque anche per le persone gay. L’atteggiamento pastorale nei confronti di questo mondo ha una sua consistenza che deve essere approfondita». «Non ho una risposta pronta», ha proseguito monsignor Forte: «Credo che il Santo Padre chieda aiuto anche all’opinione pubblica cattolica. Per la Chiesa, il messaggio fondamentale è quello del matrimonio tra uomo e donna, ma ciò non significa discriminare altri».

M. Michela Nicolais
(Fonte: «Sir»)

5. Nel 2050 spesa sanitaria pubblica a 250 mld di euro

6 novembre 2013

La spesa sanitaria pubblica nel 2050 raggiungerà i 250 mld di euro, pari al 9,5% del Pil, rispetto ai circa 110 mld del 2012 corrispondenti al 7,1% del Pil. La stima è stata indicata il 5 novembre dall’economista Valerio De Molli, della European House Ambrosetti, in occasione del Forum 2013 di Meridiano Sanità: ciò indica, ha avvertito l’esperto, che «tutto il modello complessivo non è sostenibile». A tale spesa, ha osservato De Molli, va poi aggiunto un ulteriore elemento: «Se si inserisce nel modello la componente delle patologie, si scopre che, ad esempio, solo considerando la patologia del diabete, nell’arco temporale 2013-2050 sarà necessario “recuperare” 140 mld solo per curare questa malattia in aumento. Senza contare – ha aggiunto – altre patologie significative come quelle cardiovascolari».

Tutto questo, è l’allarme lanciato dall’economista, «evidenzia come il modello non sia più sostenibile, e non solo non è più possibile fare dei tagli, bensì è urgente trovare altre risorse per investimenti aggiuntivi. Il modello andrà cioè ri-tarato». In generale, quello delineato nel Rapporto di Meridiano Sanità è un sistema a «luci ed ombre» e occorre, affermano gli esperti, «una via di uscita anche per la competitività del Paese».

Infatti, si sottolinea nel Rapporto, la spesa sanitaria pubblica italiana «è sensibilmente inferiore rispetto agli altri Paesi (7,1% del PIL rispetto alla media UE-15 del 7,7%). Solo per fare un esempio, a livello pro capite, in termini di spesa sanitaria pubblica l’Italia oggi spende 752 euro in meno rispetto alla Germania e il gap è destinato ad aumentare (928 euro in meno nel 2018) se le condizioni rimarranno inalterate». L’ipotesi di nuovi tagli, rileva il Rapporto, «è quindi difficilmente sostenibile. Dall’altro lato emerge la necessità di sostenere con investimenti i nuovi bisogni di salute e le innovazioni scientifiche e tecnologiche».

La salvaguardia del Servizio Sanitario Nazionale, conclude Meridiano Sanità, può essere dunque garantita agendo su tre direttrici: prevenzione e salute, organizzazione e finanziamento, industria e crescita. E sul fronte della prevenzione il Rapporto Meridiano Sanità evidenzia come la spesa complessiva ha sfiorato nel 2011 i 5 mld di euro, corrispondente al 4,2% della spesa sanitaria nazionale, contro il livello fissato nel Patto per la Salute 2010-2012 del 5%. Tra le attività di prevenzione, quelle di igiene e sanità pubblica assorbono il 26% delle risorse (in calo del 4,7% negli ultimi 6 anni), quelle di sanità pubblica veterinaria il 23% (-3,7%), quelle rivolte alla persona che includono le vaccinazioni il 20% (+6,9%), quelle di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro il 13% (+0,2%), quelle del servizio medico-legale incluse tutte le certificazioni l’11% (+0,2%) e quelle di igiene degli alimenti il 7% (-0,9%).

M.Ma.
(Fonte: «Doctor 33»)

6. Sigarette elettroniche, studio Ieo: senza nicotina fumatori ridotti del 60% in 6 mesi

6 novembre 2013

Sì alla sigaretta elettronica, ma rigorosamente senza nicotina e con caratteristiche ben definite, tali da farla diventare un “presidio medico”, vendibile solo in farmacia.  A queste conclusioni, dopo un suo studio pilota sulla e-cig, arriva Carlo Cipolla, Direttore della Cardiologia dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo). Con lui si confronta però Umberto Veronesi, direttore dell’Ieo che vede al contrario anche un possibile utilizzo di e-cig con dosi misurate di nicotina, allo scopo di incidere di più sulla lotta al cancro del polmone. «Cipolla parla da cardiologo, ma se tutti coloro che fumano sigarette tradizionali – dice l’oncologo Veronesi – si mettessero a fumare e-cig, salveremmo almeno 30 mila vite all’anno in Italia e 500 milioni nel mondo».

Il 6 novembre all’Ieo, Cipolla ha presentato i dati di uno studio pilota durato sei mesi con la collaborazione dell’Istituto Cardiologico Monzino e del San Raffaele. Sono stati presi in esame 65 forti fumatori, malati di cancro o di cuore, che hanno utilizzato una sigaretta elettronica senza nicotina per smettere di fumare. «Dopo 6 mesi – afferma Cipolla – aveva smesso il 60%, contro il 32% di coloro che non avevano utilizzato la e-cig. E anche chi non è riuscito a smettere, con la e-cig ha ridotto drasticamente il numero di sigarette fumate (meno 10) contro riduzioni inferiori (meno 6) fra coloro che non l’hanno usata. Sulla base di questi dati, sarebbe delittuoso non continuare a studiare uno dei pochissimi mezzi che abbiamo trovato contro il più potente killer conosciuto», dice Cipolla annunciando uno studio con un numero di pazienti più ampio e seguiti più a lungo.

Dubbi vengono da Gabriella Pravettoni, Direttore della Ricerca applicata in Psicologia, che cita uno dei principi stessi della psicologia, secondo cui «ciò che non viene elaborato, tende ad essere ripetuto. Per cui, l’e-cig cessa magari di essere una dipendenza cancerogena, ma resta pur sempre una dipendenza. Bisogna quindi approfondire, prima di cantare vittoria». Sulla base dei risultati di Cipolla, un altro studio sta però per partire, guidato da Giulia Veronesi, Direttore della Diagnosi precoce del Tumore del Polmone e recluterà 200 soggetti tra gli 11.000 forti fumatori che hanno partecipato agli studi “Cosmos” (programma di screening con la Tac spirale). Costoro saranno divisi in 3 gruppi: uno utilizzerà e-cig senza nicotina, uno e-cig con una ben precisa dose di nicotina e uno riceverà solo il counselling. Questi 200 verranno seguiti per 6 mesi e valutati ancora dopo un anno e dopo cinque anni.

(Fonte: «Doctor 33»)

7. Società: Censis, si diffonde una sorta di “papa francescanesimo”. Più altruismo

6 novembre 2013

Nella società italiana si sta diffondendo una sorta di “papa francescanesimo” e aumenta la voglia di altruismo. La figura del Pontefice «sta risvegliando in molti l‘interesse non solo per la fede, ma più in generale per la vita spirituale», che il 59% degli italiani ritiene importante, e «il gusto per una certa frugalità nei consumi». È quanto emerge dalla ricerca del Censis: «I valori degli italiani 2013. Il ritorno del pendolo» (ed. Marsilio), che è stata presentata il 6 novembre a Roma da Giulio De Rita, ricercatore dell’Istituto, e discussa da Goffredo Fofi, saggista e critico cinematografico, Massimo Franco, editorialista del Corriere della sera, e Giuseppe De Rita, presidente del Censis.

Come un pendolo alla fine dell‘oscillazione, quasi fermo, ma «carico di energia per ripartire in un nuovo ciclo», la società italiana sembra avere, secondo l’Istituto, «anche se in forma potenziale, da attivare», le energie per un’inversione di rotta valoriale dall’egoismo all’altruismo. «Il 29,5% degli italiani – si legge nell’indagine – afferma di ricevere moltissima carica dalla possibilità di aiutare qualcuno in difficoltà, e la percentuale rimane costante in tutte le classi di età, segno di una voglia comune di ritrovare l‘altro».

Secondo la ricerca del Censis, il 40% degli italiani si dice «molto disponibile a fare visita agli ammalati»; più del 36% assolutamente pronto a rendersi disponibile in caso di calamità naturale «per contribuire al bene comune». Il 37% si dice molto o abbastanza disponibile a dare una mano nella manutenzione delle scuole. L‘amore più forte rimane quello per le persone vicine: l‘80% degli italiani afferma di “amare moltissimo” i propri familiari, il 64% il proprio partner, il 22% i colleghi di lavoro. Il 35% degli imprenditori e il 31% degli artigiani ritiene che «collaborare bene con i colleghi darebbe molta carica». «Potrebbe farsi strada – il commento del Censis – una nuova cultura imprenditoriale, più collaborativa, in grado di essere trainante per il Paese, se prevarrà la voglia di riscoprire l‘altro come alleato e non come competitor».

Di fronte alla crisi il Paese è “tutt’altro che spento”. L‘85% dei cittadini si dice preoccupato e il 71% indignato, ma solo il 26,5% frustrato e il 13% disperato. Al contrario, il 59% degli italiani “si sente vitale”. Nel Paese «si prepara una reazione al degrado antropologico», ma essa «aspetta di essere incanalata e condotta». Si avverte insomma, conclude il Censis, «l‘assenza di una regia che coaguli tutte queste energie: oggi il 67% degli italiani non si sente rappresentato da nessuno».

(Fonte: «Sir»)

8. Ravera choc: i feti «grumi di materia»

7 novembre 2013

All’inizio è partito quasi in sordina ma, dopo alcuni giorni, è diventato un coro assordante di critiche indignate quello contro l’assessore alla Cultura della Regione Lazio, Lidia Ravera. A scatenare la bufera il suo attacco al sindaco di Firenze Matteo Renzi, reo di avere approvato una delibera su quello che la scrittrice definisce spregiativamente «il cimiterino dei non nati», ironizzando sul «diritto di seppellire grumi di materia». Cioè i bambini morti durante la gravidanza. Il Forum delle associazioni familiari del Lazio chiede al presidente Zingaretti di rimuoverla dall’incarico.

E dimissioni immediate è la richiesta anche delle associazioni CiaoLapo onnlus e Quercia millenaria. Il caso è la prima notizia del sito di «RomaSette», il settimanale della diocesi di Roma. Ravera nel suo blog sulla testata online del gruppo L’Espresso il 4 novembre rilancia un articolo di Tiziana Ferragni che il 29 ottobre già criticava su «Io donna» on line, il femminile del «Corriere della Sera», la delibera di Firenze.

Una norma che regolamenta la sepoltura a Trespiano dei bambini non nati – per i genitori che lo desiderano e non vogliono che finiscano nei rifiuti ospedalieri – dove già dal 1996 c’è uno spazio dedicato che ha accolto 1.019 sepolture. La delibera aggiorna il regolamento di polizia mortuaria del 1969. Nessuna novità rivoluzionaria, dunque. O clerico-reazionaria. Ma per Lidia Ravera è lampante il complotto contro la legge sull’aborto. E parla di «brutto film, vecchio e clericale», uno «splatter che torna sugli schermi della politica» per affermare «il diritto di seppellire grumi di materia, chiamandoli bambina e bambino». «Il copione – rincara – è lo stesso: una compassionevole aggressione delle mamme mancate. Tutte quelle donne che, poiché il corpo ha le sue insondabili leggi, non sono riuscite a portare a termine il loro dovere di animali al servizio della specie», scrive.

Tutta colpa, dice, dei «vari Movimenti per la vita (dei feti, non delle madri)», una delle tante «crociate del superfluo, se non fosse, sempre più chiaramente e tristemente, una delle tappe simboliche più subdole ed efficaci della battaglia per la trasformazione della legge 194 in carta straccia». Non manca l’attacco ai medici obiettori che si nasconderebbero «dietro la foglia di fico del “problema di coscienza”». Ammesso che qualcuno dei promotori della delibera sia «in buona fede», per Ravera «pensare di procurare sollievo alle non-mamme mandandole a piangere davanti a un quadratino di terra smossa» è «sadismo di Stato», «ingerenza intollerabile», «palese buffonata».

Le risponde Emma Ciccarelli, presidente del Forum delle associazioni familiari del Lazio, 50 realtà e 500 mila associati, scrivendo al governatore Nicola Zingaretti. «Ci sentiamo offesi»: come donne definite «animali al servizio della specie», come associazioni «al servizio della vita ogni giorno sul territorio nazionale», come famiglie incredule che «nello stesso articolo si collezioni tanta insensibilità e denigrazione nei confronti dei vissuti familiari». Quindi per i «giudizi molto offensivi e lesivi dei diritti altrui chiediamo l’immediata rimozione dall’incarico istituzionale» dell’assessore.

«Parole gravissime ed estremamente offensive nei confronti delle donne che hanno perso un figlio per aborto», dice Olimpia Tarzia, consigliera regionale all’opposizione e presidente del Movimento PER (Politica Etica Responsabilità). «Centinaia di genitori in lutto e donne interessate da problemi di abortività, offese, ci hanno scritto chiedendo di fare qualcosa», spiega Alfredo Vannacci, medico e fondatore di CiaoLapo onlus, associazione apolitica e aconfessionale che dal 2007 si occupa di tutela della gravidanza a rischio e che ora si unisce alla richiesta di dimissioni, perché «l’assessore ha ironizzato sul diritto legalmente riconosciuto in Italia e in qualunque paese civile di accedere alla sepoltura in caso di morte in utero». Giorgio Gilbertini del Centro di aiuto alla vita di Roma difende la scelta dei genitori di Matteo Bramucci, morto a 18 settimane, «di seppellire il loro “grumo di materia”» nel Cimitero degli Angeli che esiste anche a Roma.

Luca Liverani
(Fonte: «Avvenire»)

9. Il ruolo dell’epidemiologia nella crisi globale

7 novembre 2013

Si è aperto il 4 novembre il Congresso annuale dell’Associazione italiana di epidemiologia (Aie). «Dentro la crisi. Oltre la crisi» è il filo conduttore che gli epidemiologi hanno scelto per riflettere su come l’epidemiologia possa essere d’aiuto, non solo per leggere la crisi ma, soprattutto, per proporre vie di uscita.

Quello che stiamo vivendo è un momento storico, di cui Rodolfo Saracci, dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa e membro dello Iarc, ha cercato di ricostruire l’evoluzione indicandone alcune delle cause. Una su tutte, l’avvento e il consolidamento del neoliberismo. E, quindi, del primato dell’economia sulla politica. È questa la premessa indispensabile per comprendere la crisi in cui si dibatte anche il sistema salute. Un sistema che in Italia, più di 35 anni fa, era stato concepito come universalistico e in grado di fornire a ogni cittadino il diritto alla salute. E che proprio dall’economicismo è posto sotto attacco.

Come ha ricordato Gavino Maciocco, del dipartimento di Sanità pubblica dell’Università di Firenze, è l’ideologia del primato dell’economia, che assume le linee guida della riduzione del debito, della riduzione della spesa pubblica, delle liberalizzazioni, che fa sì che oggi sia incontestabile il mantra dell’insostenibilità dei servizi sanitari pubblici universalistici.
Nei fatti è già in atto ovunque un silente processo di indebolimento dei servizi sanitari, che ricalca sempre la stessa strategia finalizzata ad attirare il meno possibile l’attenzione: il primo passo è far percepire come naturale il fatto che esistano gruppi che non meritano l’assistenza; il secondo è creare un sistema in cui la fascia ricca della popolazione riceva scarsi benefici rispetto all’entità delle imposte pagate; il terzo è ridurre il potere delle organizzazioni sindacali.
È in tal modo che si apre la strada a organizzazioni sanitarie alternative che possono concorrere alla spartizione della grande torta della spesa sanitaria pubblica, che in Italia ammonta a circa 111 miliardi di euro.

Che fare allora per scongiurare il rischio che «il grande bene che abbiamo ricevuto in dono dalle generazioni precedenti – il nostro servizio sanitario – possa essere trasmesso ai nostri figli?», si è chiesta Nerina Dirindin, del dipartimento di Scienze Economico-Sociali e Matematico-Statistiche dell’Università degli Studi di Torino.
Il primato dell’economia ha fatto il paio con la mercatizzazione dei rapporti sociali, con l’aumento delle diseguaglianze, con la creazione di un “sistema” che non permette di pensare a possibili alternative. Se in questo milieu si aggiungono fattori culturali come il risorgere di attitudini pre-politiche (tu solo sei responsabile della salute della tua anima e del tuo corpo) e il “familismo amorale” si comprende il perché l’Italia stia pagando uno scotto maggiore di altri Paesi.
È lapalissiano che il sistema non possa rimanere inalterato. La sfida sarà mutarlo, ma salvaguardando i principi che lo ispirano. Senza cedere alla tentazione che la crisi economica sia un pretesto per smantellarlo.

Non si tratta di un’operazione facile giacché non è sufficiente l’imposizione di un taglio lineare dei costi. Ciò che occorre è una certosina attività di revisione dei servizi erogati che sappia scegliere quelli che a ragione, secondo una logica di efficacia e utilità, possono e devono essere erogati dal Servizio sanitario nazionale.
E in quest’opera può tornare utile l’epidemiologia, che può fungere da vero faro per indicare la direzione delle scelte e da setaccio per operarle nella maniera più efficace ed efficiente.

Il congresso Aie è stata una lunga carrellata di esempi di come e dove si possa intervenire. Dall’analisi dei consumi di risorse sanitarie ai sistemi di sorveglianza quale strumento per rilevare le caratteristiche del sistema e intervenire puntualmente dove necessario; dalle infinite vie dell’appropriatezza alla trasparenza; dall’indagine sui determinanti dei costi – non ultimo la creazione surrettizia di domanda di salute promossa dagli attori economici, fino ad arrivare alla frontiera dell’epigenetica, tutt’altro che estranea al discorso sulla crisi, poiché da determinanti ambientali (non solo i tradizionali stili di vita, ma anche lo status socio-economico, per fare un esempio) possono insorgere i cambiamenti epigenetici responsabili di malattie. E quindi di costi.
Le strade per un’uscita dalla crisi che preservi i principi del servizio sanitario nazionale, insomma, non mancano. Purché le si voglia perseguire.

(Fonte: Epicentro – Iss)

10. Congresso Fimmg. Efficacia cure? Per 9 Mmg su 10 migliora coinvolgendo il paziente

7 novembre 2013

Il coinvolgimento attivo dei pazienti può migliorare l’efficacia e l’efficienza delle cure? Per 9 medici di famiglia su 10 la risposta è sì. Il 94% ritiene che la cura non è possibile se il paziente non si fida o non coopera, per il 72%, pur essendo responsabile il medico, una parte importante del suo esito dipende dall’assistito. È quanto emerge dalla ricerca annuale del Centro Studi Fimmg sulla corresponsabilizzazione (condivisione delle scelte con decisa condivisione delle responsabilità). I risultati sono stati presentati in occasione del 68° Congresso nazionale della Federazione, svoltosi a Roma il 7 novembre.

Lo studio è stato realizzato su un campione rappresentativo, composto da 973 medici appartenenti all’universo degli iscritti alla Fimmg. Il 92,7% dei camici bianchi afferma già di coinvolgere sempre o spesso i pazienti nel processo decisionale, sia per le diagnosi che per le cure. Il 70% degli intervistati riferisce che è fondamentale coinvolgere i propri assistiti quando si tratta di prevenzione, stili di vita e malattie croniche. Il 79,5 % dice che i pazienti comprendono il significato delle diagnosi. Anche perché sono sempre più informati: il 78,3 % afferma che raccolgono informazioni su internet prima delle visite, il 62% che i pazienti non si fanno “scrupoli” a chiedere informazioni e a discuterle, mentre il 52,8 % afferma che i propri assistiti sono in grado di discutere le opzioni di trattamento.

«L’indagine che abbiamo condotto ha l’obiettivo di comprendere la sensibilità della professione verso questa inevitabile tendenza al coinvolgimento più attivo del paziente; che non significa per il medico rinunciare al governo nella relazione con l’assistito. Anzi – ha spiegato il responsabile del Centro studi Fimmg, Paolo Misericordia – sono proprio i medici che lavorano in gruppo e che sono inseriti in una organizzazione, quelli che riconoscono al medico un ruolo centrale nella gestione della complessa relazione con il paziente».

E cosa ne pensano, invece, i pazienti? Doxa-Pharma, collaborando in questa ricerca con il Centro Studi della Fimmg, ha realizzato un’indagine su un campione rappresentativo di 400 pazienti che si sono recati almeno una volta nell’ultimo mese dal proprio medico di famiglia. Il 76% si è dichiarato soddisfatto del rapporto che ha con il proprio medico. Otto cittadini su 10 considerano elevato il coinvolgimento in termini di informazione e condivisione per le scelte e le decisioni. Tutti aspetti valutati dai pazienti molto importanti: molto elevata (media 8,4 sulla scala da 1 a 10) è considerata ad esempio l’importanza di essere coinvolti nella scelta della terapia.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

11. «Etica nella sorveglianza in sanità pubblica»: una necessità

7 novembre 2013

Ogni giorno, nel nostro Paese, alcune migliaia di medici, veterinari, assistenti sanitari, infermieri e tecnici della prevenzione segnalano o confermano casi di malattie infettive, intervengono sui contatti, conducono inchieste, compiono investigazioni di focolai epidemici, trattano preventivamente i contatti a rischio e mettono in atto altre operazioni ritenute necessarie per tutelare la salute pubblica. Ogni giorno si fanno osservazioni, misurazioni e interviste sui fattori connessi alle malattie croniche non trasmissibili e agli incidenti.

Alla luce di tutto questo, interrogarsi riguardo al rispetto dei principi etici durante il proprio operato, dovrebbe essere una cura costante dei professionisti della salute. Infatti non sempre agli interessati viene chiesto il consenso per la raccolta dei dati che li riguardano e in alcune occasioni è praticamente impossibile tenere segreta l’identità delle persone coinvolte, che sono esposte, così, al rischio di stigma sociale. Nel caso si tratti di aziende, il rischio è quello di un danno economico o addirittura di essere costrette a chiudere. Effetti negativi di questo tipo sono possibili, ad esempio, quando si ha a che fare con focolai di malattie infettive, soprattutto in piccole comunità. Per questo è importante chiarire quali sono i principi etici di riferimento dell’attività di sanità pubblica e della sorveglianza in particolare.

L’articolo Ethics in public health surveillance, pubblicato nel 2013 da Carlo Petrini (responsabile dell’Unità di bioetica dell’Istituto superiore di sanità) sugli Annali dell’Iss (vol 49, n. 4), è dedicato proprio al tema dell’etica nella sorveglianza in sanità pubblica, argomento trattato da Petrini anche quando è intervenuto alla seconda giornata del workshop Passi che si è svolto il 27 e 28 giugno 2013.

Cenni storici sulla public health surveillance

Nella prima parte dell’articolo, Petrini traccia la storia dell’individuazione del concetto di sorveglianza in sanità pubblica. Si tratta di una storia relativamente recente, perché solo negli anni Sessanta del secolo scorso, grazie all’opera pratica e teorica di Alexander Languimir (il fondatore dei Cdc americani), la sorveglianza fu identificata come una funzione essenziale della sanità pubblica, distinta dalla ricerca epidemiologica. Languimir definì la sorveglianza come una raccolta sistematica e attiva di dati pertinenti relativi a un problema di salute, e la caratterizzò enfatizzando il suo valore d’uso che sta nel fornire dati indispensabili a chi deve prendere decisioni in merito agli interventi di prevenzione e controllo. Da questo punto di vista la sorveglianza non è ricerca ma servizio.

Il dibattito tra sostenitori della sorveglianza come appartenente al campo della ricerca epidemiologica e sostenitori della sorveglianza come appartenente al campo della sanità pubblica, cioè del servizio, andò avanti per anni e si concluse con la definizione di public health surveillance adottata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella risoluzione WHA58.3: «La sorveglianza è la rilevazione sistematica e continua, la raccolta e l’analisi dei dati per finalità di sanità pubblica e la tempestiva comunicazione delle informazioni per la valutazione e per la risposta sanitaria quando necessario». La sorveglianza appartiene al campo dell’applicazione e del servizio.

I problemi etici delle sorveglianze

Nella seconda parte sono presi in esame i problemi etici posti dalla sorveglianza. Questi sorgono quando gli interessi degli individui non coincidono con quelli della collettività, e ciò può verificarsi, ad esempio, nel caso in cui non è possibile rispettare la privacy dei cittadini. Alcuni autori estremizzano questo potenziale conflitto, tracciando una netta linea di demarcazione tra etica della sanità pubblica e libertà civili, arrivando ad affermare che quando è in gioco la salute pubblica, non vi è spazio per i principi dell’etica. Ma chi decide quando è in gioco la salute pubblica?

Questi temi divennero urgenti durante l’epidemia di Aids, quando si svilupparono accese dispute in cui si arrivò perfino a sostenere che bisognasse, in qualche modo, contrassegnare i soggetti identificati come infetti, per impedire il propagarsi del contagio. Poche paure collettive sono difficili da contrastare con argomentazioni razionali, come le paure che prendono piede nel corso delle epidemie. In quella situazione, le Nazioni Unite approvarono una linea d’indirizzo secondo cui non può esserci conflitto tra salute pubblica e diritti umani. Da allora, quello dei diritti umani rappresenta il terreno comune tra interessi individuali e collettivi, uno spazio che permette il dialogo tra bioetica ed etica della sanità pubblica.

I modelli culturali e strumenti di lavoro

Nella terza parte, Petrini illustra i modelli culturali che consentono diversi approcci all’etica della sanità pubblica, una rapida rassegna che permette di guardare alla vastità e diversità dei presupposti teorici. L’argomento è trattato in modo più ampio in un ulteriore articolo dello stesso autore.

Nella quarta parte, sono discussi alcuni strumenti che i professionisti possono usare per esaminare la propria azione sotto il profilo dell’etica. Ci sono due principali tipi di strumenti:

A. Il primo serve a valutare se, in una specifica attività di sorveglianza, la privacy è protetta. Questo strumento può dunque interessare tanto i professionisti della sorveglianza, quanto coloro che si occupano in generale del tema della privacy. In una apposita tabella sono riportati nove principi che dovrebbero essere rispettati come quello dell’esistenza di una decisione legale assunta da un parlamento pienamente informato (un tema particolarmente attuale, visto che in questo periodo il ministero della Salute e le Regioni devono concordare quali Registri e quali sorveglianze dovranno essere istituiti, ai sensi del Decreto Legge 179/2012)

B. Il secondo tipo di strumenti serve a eseguire l’analisi etica su una specifica attività di sorveglianza, rispondendo a domande come: «Stiamo producendo benefici? Stiamo contribuendo a prevenire danni alla salute?». In una seconda tabella è riportata una lista di controllo messa a punto dai Canadian Institutes of Health Research che include undici criteri, con cui è possibile analizzare una specifica attività di sorveglianza, sotto il profilo dell’etica.

Paolo d’Argenio – Gruppo tecnico Passi
(Fonte: Epicentro – Iss)
(Approfondimenti: http://www.iss.it/binary/publ/cont/ANN_13_03_08_PETRINI.pdf)

12. Sigarette elettroniche, cade il divieto nei luoghi pubblici. La norma nel dl Istruzione

8 novembre 2013

Torna la sigaretta elettronica nei luoghi pubblici, grazie a un emendamento contenuto nel decreto Istruzione. Come segnala l’agenzia di stampa Public Policy, è stato cancellato il divieto di utilizzo in uffici, ristoranti, cinema, mezzi pubblici e bar. Rimangono escluse, invece, le scuole, dove le e-cig non potranno essere utilizzate né all’interno né all’esterno degli edifici, al pari dei tabacchi. Altra novità prevista dal decreto, la reintroduzione della pubblicità delle sigarette elettroniche, anche se resta vietata negli spazi riservati ai minori.

L’emendamento, ormai diventato legge, è stato presentato dal presidente della commissione Cultura della Camera Giancarlo Galan (Pdl), durante l’esame del decreto, ed è stato approvato dai deputati il 23 ottobre scorso. Il divieto era stato introdotto dal decreto legge sull’Iva di giugno, che aveva allargato anche alle e-cig le norme restrittive contenute nella legge Sirchia del 2003 (con la quale è stato introdotto in Italia il divieto di fumo nei luoghi pubblici). Alle sigarette elettroniche – si legge nella parte cancellata dall’emendamento di Galan- «si applicano le disposizioni vigenti per i tabacchi lavorati in materia di divieto pubblicitario e promozionale, nonché di tutela della salute dei non fumatori».

Altra conseguenza di questa operazione, la cancellazione del divieto assoluto di pubblicità delle sigarette elettroniche. Le e-cig potranno essere di nuovo pubblicizzate a condizione che gli spot riportino la dicitura «presenza di nicotina» e «l’avvertimento sul rischio di dipendenza». Inoltre, un comma introdotto dall’emendamento prevede che «entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto», radio, tv, agenzie pubblicitarie e produttori «adottino un codice di autoregolamentazione sulle modalità e sui contenuti dei messaggi pubblicitari relativi alle ricariche per sigarette elettroniche contenenti nicotina».

Il divieto di pubblicità delle e-cig rimarrà «all’interno di programmi rivolti ai minori e nei quindici minuti precedenti e successivi alla trasmissione degli stessi», in particolar modo per tutti i programmi dalle 16 alle 19, «nei luoghi frequentati prevalentemente dai minori», sulla stampa periodica e quotidiana (dedicata agli under 18) e nelle sale cinematografiche «in occasione della proiezione di film destinati prevalentemente alla visione da parte dei minori». Tutte le pubblicità – precisa l’emendamento – non potranno «rappresentare minori intenti all’utilizzo di sigarette elettroniche» e non potranno attribuirle «efficacia o indicazioni terapeutiche». Le violazioni saranno punite con sanzioni da 5mila euro a 25mila.

(Fonte: «Il Fatto Quotidiano»)

13. Giornata per la Vita: «Generare futuro», messaggio Consiglio permanente Cei

9 novembre 2013

«Generare la vita è generare il futuro anche e soprattutto oggi, nel tempo della crisi: da essa si può uscire mettendo i genitori nella condizione di realizzare le loro scelte e i loro progetti». È quanto si legge nel Messaggio “Generare futuro” che il Consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale italiana ha diffuso in occasione della 36ª Giornata Nazionale per la vita, che si celebra il prossimo 2 febbraio. Un figlio si protende verso il domani “fin dal grembo materno, accompagnato dalla scelta provvida e consapevole di un uomo e di una donna che si fanno collaboratori del Creatore”, e la nascita “spalanca l’orizzonte verso passi ulteriori che disegneranno il suo futuro, quello dei suoi genitori e della società che lo circonda”, nella quale “è chiamato ad offrire un contributo originale”.

Questo percorso, prosegue il Messaggio, mette in evidenza “il nesso stretto tra educare e generare: la relazione educativa si innesta nell’atto generativo e nell’esperienza dell’essere figli”, nella consapevolezza che “il bambino impara a vivere guardando ai genitori e agli adulti”. I vescovi fanno poi riferimento ai dati statistici, che “indicano un grande desiderio di generare” mortificato dalla carenza di “adeguate politiche familiari”, dalla “pressione fiscale” e da “una cultura diffidente verso la vita”.

Alla luce di questi elementi, “la società tutta è chiamata a interrogarsi e a decidere quale modello di civiltà e quale cultura intende promuovere”, a cominciare dalla scuola, “palestra decisiva per le nuove generazioni”. Per porre i mattoni del futuro “siamo sollecitati ad andare verso le periferie esistenziali della società, sostenendo donne, uomini e comunità che si impegnino, come afferma Papa Francesco, per un’autentica “cultura dell’incontro”. Che è “indispensabile per coltivare il valore della vita in tutte le sue fasi: dal concepimento alla nascita, educando e rigenerando di giorno in giorno, accompagnando la crescita verso l’età adulta e anziana fino al suo naturale termine, e superare così la cultura dello ‘scarto’. Si tratta – scrivono i vescovi nel Messaggio – di accogliere con stupore la vita, il mistero che la abita, la sua forza sorgiva, come realtà che sorregge tutte le altre, che è data e si impone da sé e pertanto non può essere soggetta all’arbitrio dell’uomo”. A questo proposito, viene sottolineato come “ancora oggi, nascere non è una prospettiva sicura per chi ha ricevuto, con il concepimento, il dono della vita. È davvero preoccupante considerare come in Italia l’aspettativa di vita media di un essere umano cali vistosamente se lo consideriamo non alla nascita, ma al concepimento”.

Oggi più che mai, prosegue il Messaggio, “la nostra società ha bisogno di solidarietà rinnovata, di uomini e donne che la abitino con responsabilità e siano messi in condizione di svolgere il loro compito di padri e madri, impegnati a superare l’attuale crisi demografica e, con essa, tutte le forme di esclusione”, che tocca in particolare “chi è ammalato e anziano, magari con il ricorso a forme mascherate di eutanasia”. Vengono meno, così, “il senso dell’umano e la capacità del farsi carico”, fondamenti della società: “come un giorno si è stati accolti e accompagnati alla vita dai genitori, che rendono presente la più ampia comunità umana, così nella fase finale la famiglia e la comunità umana accompagnano chi è ‘rivestito di debolezza’, ammalato, anziano, non autosufficiente”, non solo “restituendo quanto dovuto”, ma “facendo unità attorno alla persona ora fragile, bisognosa, affidata alle cure e alle mani provvide degli altri”.

Generare futuro, conclude il Messaggio, è “tenere ben ferma e alta questa relazione di amore e di sostegno, indispensabile per prospettare una comunità umana ancora unita e in crescita”, consapevoli che “un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa”.

(Fonte: «Sir»)

14. Nuove nomine di papa Francesco alla Pontificia Accademia delle Scienze e delle Scienze Sociali

9 novembre 2013

Il Santo Padre ha nominato Membri Ordinari della Pontificia Accademia delle Scienze gli Illustrissimi professori Shinya Yamanaka, Docente di Biologia Cellulare all’Università di Kyoto (Giappone), e Juan Martín Maldacena, Docente di Fisica Teorica all’Institute for Advanced Study di Princeton, New Jersey (U.S.A.).

Il prof. Shinya Yamanaka è nato il 4 settembre 1962 a Higashiōsaka, Osaka (Giappone). Dopo essersi diplomato alla Tennōji High School, ha frequentato l’Università di Kobe, dove si è laureato in Medicina nel 1987; successivamente si è specializzato come chirurgo ortopedico, prima di dedicarsi alla ricerca di base. Ha conseguito il PhD all’Università di Osaka nel 1993, per passare poi al Gladstone Institute di San Francisco (U.S.A.) e al Nara Institute of Science and Technology in Giappone. È attualmente Direttore del Center for iPS Cell Research and Application dell’Università di Kyoto e continua la sua collaborazione con il Gladstone Institute.
Le ricerche del Professore Yamanaka vertono sui modi di generare cellule simili alle cellule staminali embrionali tramite la riprogrammazione di cellule somatiche al fine di comprendere i meccanismi molecolari alla base della pluripotenza e della proliferazione rapida delle cellule staminali embrionali e per individuare i fattori che inducono la riprogrammazione. Il Professor Yamanaka ha dato a queste cellule il nome di “cellule staminali pluripotenti indotte (iPS)”. Ha ricevuto il Premio Nobel in Fisiologia o Medicina nel 2012.

Il prof. Juan Martín Maldacena è nato il 10 settembre 1968 a Buenos Aires (Argentina). Ha studiato fisica presso l’Instituto Balseiro di Bariloche e si è laureato nel 1991 all’Università di Buenos Aires. Nel 1996 ha ottenuto il dottorato presso l’Università di Princeton (U.S.A.), sotto la direzione del Professore Curtis Callan. Dopo alcuni impegni postdottorali alla Rutgers University, si è trasferito all’Università di Harvard e poi all’Institute for Advanced Studies di Princeton, dove è attualmente Docente.
Il professore Maldacena studia la gravità quantistica e la teoria delle stringhe, alla ricerca di una descrizione dello spazio-tempo coerente dal punto di vista della meccanica quantistica. Ha esaminato gli aspetti quantistici dei buchi neri sulla base della teoria delle stringhe, proponendo un’equivalenza tra spazio-tempo iperbolico quantistico e le teorie dei campi quantistici che si trovano ai loro confini. Juan Maldacena è membro dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze ed ha ricevuto la borsa di studio Mac Arthur, il Premio Sackler, il Premio Dannie Heineman, la Medaglia Dirac dell’ICPT e il Premio di Fisica Fondamentale. Nel 2002 la Pontificia Accademia delle Scienze gli ha assegnato la Medaglia Pio XI.

Il Papa ha nominato Membro Ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali l’Ill.mo prof. Stefano Zamagni, Docente di Economia all’Università di Bologna (Italia).

Il prof. Stefano Zamagni è nato a Rimini nel 1943. Si è laureato nel 1966 in Economia e Commercio presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, specializzandosi nel 1973 presso il Linacre College dell’Università di Oxford. Dal 1985 al 2007 ha insegnato Storia dell’analisi economica all’Università Luigi Bocconi di Milano. Attualmente è Professore Ordinario di Politica economica presso l’Università di Bologna e Professore Aggiunto di Economia politica internazionale presso la Johns Hopkins University.
Fa parte del Comitato scientifico di varie riviste economiche italiane e internazionali, ha partecipato ai Comitati organizzatori di convegni scientifici ed è stato membro del Comitato scientifico delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. E’ autore di numerose pubblicazioni, volumi e saggi, così come di contributi al dibattito culturale e scientifico. Nel 1991 è stato nominato Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e nel 1999 è stato ammesso alla New York Academy of Sciences. In quanto Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha anche collaborato alla stesura del testo dell’Enciclica Caritas in veritate.

(Fonte: «Zenit»)

15. Il Papa auspica “stili di vita sostenibili sul piano umano ed ecologico”

11 novembre 2013

In occasione del X Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia del creato, promosso dall’associazione di giornalisti cattolici Greenaccord onlus e conclusosi a Napoli l’8 novembre, papa Francesco ha espresso il rinnovato interesse della Santa Sede per i temi ambientali.
Tramite la Segreteria di Stato, il Santo Padre ha inviato un messaggio ai convegnisti, esortando alla sensibilizzazione per la diffusione di uno stile di vita sostenibile sul piano umano ed ecologico.

Il Pontefice ha rivolto «il suo cordiale saluto, esprimendo vicinanza per l’iniziativa che intende riflettere sul fruttuoso servizio all’umanità nell’autentica salvaguardia del Creato e del suo fondamentale equilibrio», si legge nel messaggio firmato dal Segretario di Stato Vaticano, monsignor Pietro Parolin.
Ha poi rivolto un appello a scienziati e giornalisti «perché si diffondano stili di vita sostenibili sul piano umano ed ecologico e si adoperino affinché il sistema economico non sia orientato esclusivamente al consumo delle risorse di natura e di esseri umani, ma promuova la piena realizzazione di ogni persona e l’autentico sviluppo del creato».
Papa Francesco ha infine rivolto la benedizione apostolica “propiziatrice di copiose grazie a favori celesti” e invocato la protezione della Vergine Maria e di San Francesco sui partecipanti al congresso, sugli organizzatori e sul cardinale arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, e su tutte le autorità presenti.

Il X Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia del creato si è concluso con l’auspicio e l’obiettivo che il riciclo dei rifiuti diventi «subito un realtà quotidiana per tutti, non può essere esclusivamente limitata a pochi esempi virtuosi in Italia o nel mondo, perché solo così si potrà parlare di un futuro sostenibile per le generazioni future».

(Fonte: «Zenit»)

16. Sempre più italiani non possono permettersi i certificati di malattia

12 novembre 2013

È un problema di salute pubblica, ma ancor di più il segno di un disagio sociale: sono sempre più numerosi i lavoratori che, per non rischiare il posto, vanno al lavoro anche quando sono ammalati; chiedono al medico un certificato di breve durata oppure di evitarlo del tutto. Questa situazione allarmante è stata denunciata da Guido Marinoni, componente del Consiglio nazionale della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg), a margine del congresso nazionale che si è tenuto la scorsa settimana a Roma. «È un fenomeno che, in base all’esperienza mia e di molti colleghi, si è esteso in particolare nell’ultimo anno – riferisce Marinoni – e si tratta specialmente di persone giovani con rapporti di lavoro precari, che cercano di evitare le assenze per malattia o di ridurne al minimo la durata, qualche volta anche quando sarebbero opportune».

Il quadro è completato dalla progressiva diminuzione di esami e visite specialistiche che comportano il pagamento di un ticket, perché molti cittadini non sono più in grado di pagarli e chiedono al medico se sono davvero indispensabili: «I lavoratori in cassa integrazione sono esenti, ma i casi più critici sono costituiti da cittadini con carichi familiari importanti sostenuti da un solo reddito; anche qui il discorso vale soprattutto per persone giovani, mentre alcuni anziani, pur esclusi dal pagamento del ticket, godono di un relativo benessere».

Quindi, anche se soltanto il superamento della crisi economica e una riduzione del precariato potrebbero rimuovere le cause di queste difficoltà, Marinoni ritiene che una rimodulazione dei ticket potrebbe alleviare alcuni degli stati di maggiore difficoltà. Tra le conseguenze di questo stato di cose, c’è ovviamente il maggior contagio di malattie virali. «C’è il rischio – spiega l’esponente Fimmg – di vedere ridotti i buoni risultati ottenuti con la vaccinazione antinfluenzale, per la maggiore circolazione dei virus, si è più soggetti a recidive, e c’è il pericolo di complicanze e diffusione del contagio».

Renato Torlaschi
(Fonte: «Doctor33»)

17. Golini (Istat), over 65 aumentano ma sanità pubblica lo ignora

13 novembre 2013

Nel 2015 un terzo della popolazione italiana sarà over 65, contro il 20% attuale, mentre gli ultraottantenni passeranno dal 5,8% al 13,6, una percentuale «quasi uguale a quella delle persone che avranno meno di vent’anni». Lo ha ricordato il presidente dell’Istat Antonio Golini, al convegno sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale organizzato all’Istituto Sturzo.

Nel suo intervento il presidente dell’Istat ha sottolineato che anche dal punto di vista della sanità pubblica «continuiamo ad agire come se nulla fosse accaduto e stesse tuttora succedendo. Mentre le previsioni sulla spesa sanitaria (al 2011 il 7,3% del Pil, la sola spesa per i servizi ospedalieri al 4,1%) vede la spesa per gli under 65 passare da più di metà a un terzo al 2060 mentre quella per gli ultraottantenni più che raddoppiare (dall’1,1 al 2,7% della spesa totale). Sarà necessario quindi puntare sull’innovazione», considerando che «i corpi sociali sono “viscosi” al cambiamento, e noi italiani siamo i più “viscosi” al mondo, una delle ragioni per cui non cresciamo più da 15 anni».

(Fonte: «Doctor 33»)

18. Dopo decenni i matrimoni tornano a crescere, soprattutto se misti

14 novembre 2013

Sarà la voglia di stabilità in mezzo alla crisi o il fascino per l’esotico (o una combinazione di entrambi i fattori), ma in Italia ci si sposa di più. Poco di più, ma l’aumento è in controtendenza rispetto alla cronica diminuzione di matrimoni che dura dal 1972. Gli italiani tornano invece a dire «sì». Nel 2012 sono stati celebrati in Italia 207.138 matrimoni (3,5 ogni 1.000 abitanti), 2.308 in più rispetto al 2011. Ci si sposa sempre più in là come età e sono in netta crescita le unioni in cui uno dei due partner è straniero.

È questo lo scenario che emerge da un’indagine Istat sul matrimonio in Italia. Secondo l’istituto di statistica, le prime nozze costituiscono la quota più rilevante del totale delle celebrazioni (il 93,5% nel 1972 e l’84,3% nel 2012). I primi matrimoni, in valore assoluto, sono passati da 392 mila nel 1972 a 174.583 nel 2012: di questi, 153.311 si riferiscono a celebrazioni in cui entrambi gli sposi sono cittadini italiani (l’87,8% del totale dei primi matrimoni). La forte riduzione di quest’ultima tipologia registrata negli ultimi cinque anni (oltre 32 mila in meno) ha contribuito maggiormente al calo delle nozze osservato nello stesso periodo. Mentre nel 2012 sono stati celebrati poco meno di 31 mila matrimoni con almeno uno sposo straniero (circa il 15% del totale delle nozze), oltre 5.000 in più rispetto al 2010, ma ancora 6 mila in meno a confronto con il picco di massimo del 2008 (36.918 matrimoni pari anche in questo caso al 15% del totale delle celebrazioni).

L’aumento più consistente in termini relativi ha riguardato i matrimoni misti in cui la sposa è cittadina italiana e lo sposo è straniero (38% a livello nazionale, 45,3% al Centro). La frequenza dei matrimoni con almeno uno sposo straniero è maggiore nelle aree in cui è più radicato l’insediamento delle comunità straniere, cioè Nord e Centro. In questa parte del Paese un matrimonio su 5 ha almeno uno sposo straniero, mentre al Sud e nelle isole si registrano proporzioni pari rispettivamente al 7,2% e al 6,5% del totale delle unioni.

Il matrimonio arriva poi sempre più tardi, e questo già dagli Anni ’70: oggi gli sposi al primo matrimonio hanno, in media, quasi 34 anni e le spose quasi 31, circa 7 anni in più rispetto al 1975. A questo ritardo ha contribuito la diffusione delle unioni di fatto, che da mezzo milione nel 2007 hanno superato il milione nel 2011.

Nel 2012 sono stati celebrati con il rito civile 84.841 matrimoni, 4.500 in più rispetto all’anno precedente, ma ancora 5.741 in meno rispetto al 2008 (-6,3%). In termini relativi, tuttavia, la percentuale dei matrimoni celebrati civilmente continua a crescere: dal 37% nel 2008 al 39% nel 2011, al 41% del 2012. Una scelta da attribuire alla crescente diffusione dei matrimoni successivi al primo e dei matrimoni con almeno uno sposo straniero. Ma anche tante prime nozze vengono celebrate al di fuori di una chiesa (nel 2012 il 31,5% dei matrimoni tra celibi e nubili è stato celebrato così).

Per quanto riguarda la separazione dei beni, i numeri dicono che gli sposi agiscono forse poco romanticamente. Nel 2012 l’incidenza dei matrimoni in regime di separazione dei beni è stata pari al 68,9%. E dopo anni di forti differenze territoriali caratterizzate da maggiore prevalenza della separazione dei beni al Centro-Nord, nel 2012 è al Sud che questa scelta raggiunge livelli superiori al dato medio nazionale. L’Istat specifica che, considerando la distribuzione per livello di istruzione degli sposi rispetto alla scelta del regime di separazione dei beni, si nota come si passi dal 66% degli sposi con titolo basso (65% delle spose) al 70% degli sposi con titolo medio (69% delle spose) per arrivare, infine, al 71% per entrambi gli sposi con titolo alto.

(Fonte: «La Stampa»)

19. La genetica e i suoi rischi

14 novembre 2013

«Quanto vale la genetica all’interno del corpo umano? Quali risorse e quali rischi comporta?». Questa domanda, formulata dal cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, ha introdotto la conferenza che si è tenuta il 13 novembre presso il Salone dei Piceni del Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro, a Roma.

L’evento, organizzato dall’Ente di Diritto canonico Ut Vitam Habeant, operante nell’ambito della Pastorale della Vita, ha avuto nel professor Bruno Dallapiccola, genetista di fama mondiale, un relatore di assoluto prestigio. Il professore ha spiegato che la genetica è una materia che va affrontata con particolare cautela, in quanto il limite tra la risorsa e il rischio di derive etiche e illusioni è molto sottile. Ben vengano dunque gli screening, i quali «aiutano i genetisti perfezionando il calcolo dei rischi di malattia», purché non ve ne sia però un abuso.  La diffusione di determinati test è invece oggi presente in modo talmente capillare da far sembrare – agli occhi dei non esperti – che il loro risultato equivalga a un vaticinio inconfutabile. Al contrario, ha ricordato ad esempio Dallapiccola, i test biochimici sulle donne in gravidanza possiedono un’attendibilità non superiore al 70%.  A tal proposito, il professore si è mostrato molto cauto anche nei riguardi del test messo a punto nella primavera scorsa dal King’s College di Londra, il quale riuscirebbe a diagnosticare la sindrome di Down del nascituro già alla decima settimana di gestazione attraverso un prelievo di sangue materno. Dallapiccola nei prossimi giorni verrà consultato e sconsiglierà il Ministero della Salute ad adottarlo anche in Italia, malgrado lo stesso dicastero abbia ricevuto “una serie di pressioni per introdurre questo esame”. Il professore lo ritiene certamente meno invasivo e rischioso dell’amniocentesi, ma altrettanto discriminatorio. Inoltre, la sua introduzione non escluderebbe, a seconda dei suoi risultati, che vi possa essere un ricorso successivo anche all’amniocentesi.

Dallapiccola ha evidenziato che troppo spesso finalità eugenetiche si celano dietro la genetica umana. Le tecniche di inseminazione in vitro vengono diffusamente adottate per perseguire questo tipo di obiettivo. Talvolta sono persino caldeggiate da personaggi illustri. Il professore ha ricordato la sinistra vicenda, scoperta nel 2007, della factory eugenetica, alimentata da alcuni premi Nobel, che sperimentava (invano) di far nascere bambini geni in modo arbitrario. Il professor Dallapiccola è poi passato ad analizzare un passaggio cruciale nel campo della genetica, quel momento in cui si sono rotti gli argini, ossia la cosiddetta “rivoluzione genetica” del 2000. In quell’anno l’annuncio del sequenziamento del genoma umano ha aperto la strada a una ridda di promesse – compresa la possibilità di creare la medicina personalizzata – che vanno tuttavia ponderate.

«Gli oltre 1.500 studi effettuati negli ultimi anni, relativi a 250 malattie e caratteri compresi – ha spiegato Dallapiccola – hanno identificato mediamente solo una parte relativamente piccola della loro componente ereditaria: nemmeno il 15%». «27 laboratori statunitensi sono giunti a conclusione, dopo approfondite ricerche, che i test genetici non sono utili», ha proseguito. Ciononostante, ha rammentato il professore, in molti continuano a cavalcare la chimera della genetica millantando incredibili scenari. Sullo schermo del Salone dei Piceni, a questo punto, sono stati mostrati una serie di recenti articoli di giornale che annunciano finti progressi della genetica: dalla nascita del bambino privo di malattie all’idea di avere un figlio “su misura”, fino alla farneticante proposta di interrompere i test sugli animali sostituendo questi ultimi con gli embrioni umani.

Altro effetto della “rivoluzione genetica”, ha spiegato Dallapiccola, è stato il drastico abbassamento dei costi dei test genetici, che li rendono “più accessibili e più diffusi”. C’è dunque bisogno di veicolare una corretta informazione per incoraggiare corretti atteggiamenti. Va detto, secondo il professor Dallapiccola, che «lo stato di benessere o di malattia è dovuto a un concorso di fattori genetici e ambientali». Tra i fattori ambientali, ha ricordato «la dieta e il microbioma, ovvero il genoma di alcuni trilioni di microrganismi che colonizzano il nostro corpo».

«La nostra complessità biologica – ha proseguito il genetista – non può essere spiegata soltanto con la sequenza del Dna». Tale complessità è stata ben sintetizzata dalla celebre frase del beato don Carlo Gnocchi, che il professor Dallapiccola ha voluto citare come sintesi della sua conferenza e manifesto della medicina dei sistemi (di cui auspica la diffusione): «Non esistono malattie, ma malati, cioè un dato modo di ammalarsi proprio di ciascuno e corrispondente alla sua profonda individualità somatica, umorale e psicologica».

Così come era iniziata, la conferenza si è conclusa con una domanda (retorica) del cardinale Elio Sgreccia: «Quanto incide l’ambiente familiare sulla formazione di malattie? Certi quesiti – ha osservato il porporato – arrivano sul tavolo degli scienziati ma sono ignorati dalle persone».

Federico Cenci
(Fonte: «Zenit»)

20. Staminali sconosciute agli italiani

16 novembre 2013

«I risultati dello studio ISPO sulle cellule staminali, commissionato da Assobiotec, sono un grido d’allarme impossibile da non cogliere». Luana Piroli, Presidente della Fondazione InScientiaFides, non si stupisce del grado di conoscenza degli italiani, ed invita a ragionare con attenzione, ma soprattutto ad agire.

Non è possibile restare fermi di fronte al fatto che l’82% degli italiani confonde le cellule embrionali con quelle cordonali. «Siamo impegnati quotidianamente nella diffusione della conoscenza sulle staminali. È vero che gli italiani non ne conoscono le potenzialità, ma è vero che hanno una domanda di conoscenza enorme. Quindi questi dati sono una sconfitta per tutto il sistema sanitario nazionale. Se un italiano su due non ne sa nulla, se molti fanno confusione e per colpa di tanti messaggi disorientanti immaginano che il loro utilizzo sia addirittura da chiedere ad un giudice, vuol dire che non c’è una lacuna da colmare, ma un cratere».

Luana Piroli cita anche l’esperienza diretta. «Ad agosto abbiamo fatto un esperimento, quello di proporre ad una platea come quella del Meeting di Rimini un convegno per far conoscere le staminali. Avevamo preparato una sala da 200 persone e ne sono arrivate più di mille. Mancano regole, manca informazione, manca la coscienza che ogni giorno nel mondo una equipe scientifica compie passi avanti per la cura di gravi patologie, oggi oltre 70 curabili con le cellule staminali contenute nel sangue cordonale e nel midollo osseo. Manca la conoscenza sulla disponibilità delle stesse: da midollo, da sangue periferico, da cordone ombelicale…»

Infine, la Piroli chiude con un impegno: «Continueremo a programmare incontri di informazione presso i nostri laboratori, Family Day sempre più partecipati, ad organizzare appuntamenti dedicati alla conoscenza, a sostenere ricerche e ad attrarre ricercatori italiani che ora sono all’estero e che stiamo richiamando in Italia per lavorare su questo. Ma la politica deve aiutare, selezionando gli interlocutori sulla base della professionalità certificata, regolamentando con precisione, e soprattutto alimentando l’informazione. Invece c’è immobilismo totale. Da mesi sto chiedendo di potermi confrontare con esponenti politici per avviare un lavoro comune. Forse ora, davanti a questi dati, qualcosa si muoverà e ringrazio di questo Assobiotec».

(Fonte: «Zenit»)

 21. Affido ai gay, Forum Famiglie: nel nome del gender calpestato il bene

16 novembre 2013

«È inevitabile che sorga il dubbio che non si tratti di una scelta fatta per il bene del bambino, ma piuttosto del solito segnale ideologico che in questo caso passa sulle spalle di una bambina». È il commento di Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, alla decisione del giudice minorile di Bologna, che nonostante il parere contrario della Procura ha deciso di dare in affido una bimba ad una coppia gay. «È bastato piegare la norma all’ideologia del ‘genere, che diventa criterio unico anche per scelte che dovrebbero tenere unicamente conto del benessere del minore», si legge in una nota del Forum. «Di sicuro il bene per la bambina sarebbe stato, una volta accertata l’impossibilità di rimanere coi genitori naturali, essere accolta da una famiglia preparata e selezionata come idonea a ricevere un minore in affido temporaneo», commenta Belletti: «Una famiglia con una mamma e un papà che, prescindendo da ogni considerazione culturale, sono sicuramente più idonei a garantire a un bambino un miglior sviluppo rispetto a due persone dello stesso sesso».

«Né vale la logica della temporaneità», obietta il presidente del Forum, visto che «troppo spesso è smentita dai fatti e sono molteplici gli affidi che diventano vere e proprie adozioni definitive». «E se anche fosse veramente temporaneo, la bambina si troverebbe a essere rimbalzata da una realtà con un padre e una madre a una con due padri e poi di nuovo alle due figure naturali», prosegue il Forum, facendo notare che «a tre anni è difficile che questo tira e molla non provochi conseguenze sullo sviluppo equilibrato». “Possibile che non ci fosse una famiglia disponibile all’affido?», si chiede Belletti, facendo presente che «nelle nostre associazioni ci sono centinaia di coppie pronte all’accoglienza, delle quali diverse si sono fatte avanti proprio in queste ore, possibile che il giudice non ne abbia incrociata nessuna?»”.

(Fonte: «Sir»)

22. Internet, i social network ed i valori degli italiani nel 2013

17 novembre 2013

Qualche giorno fa, è stata presentata la ricerca del Censis «I valori degli italiani 2013 – Il ritorno del pendolo» (1) dando evidenza del quadro generale dei risultati e della loro interpretazione, in particolare della ritrovata «“voglia di aiutare e soccorrere chi sta in difficoltà, impegnarsi per il bene comune, famiglia e rapporti di coppia al centro dei desideri individuali, essenzialità e ritorno alla fede».

In questa sede, invece, vogliamo provare a ripercorrere alcuni capitoli della stessa pubblicazione fatta da Marsilio, per soffermare lo sguardo sulle nuove tecnologie, i social network e la loro influenza su alcuni comportamenti (2).  In particolare su tre capitoli, come il terzo che approfondisce gli stati d’animo; il nono sul legame tra uomini imprese e brand ed il quattordicesimo sul web come forma di rappresentazione, tutto ciò partendo da alcune domande/ affermazioni contenute al loro interno.

La prima: «È vero, si vive più di notte, rispetto a quanto non si facesse un tempo; la vita notturna però non si consuma per le strade o nei locali, ma davanti a un monitor. Perché, viene da chiedersi, se non si ha bisogno della città vuota che fa da sfondo alla vita notturna, se si rimane a casa, si vive di notte? Perché non si chatta comodamente di giorno?” (cap. 3, pag. 57).  Poi: «Dalla lettura dei quotidiani e dalla frequentazione degli affollati social media – Facebook e Twitter in testa – emerge sempre più come gli uomini o le imprese, i brand o i partiti politici abbiano un Valore (sostantivo singolare, più vicino all’Economia che all’Etica): la Reputazione, un patrimonio da costruire e da proteggere a tutti i costi, capace di decretare il successo o il fallimento sociale. Questo bene si costruisce attraverso la pratica quotidiana dei Valori (questa volta al plurale) oppure no?” (cap. 9, pag. 113).  Infine: «In conclusione possiamo dire che il social network non è un luogo né del tutto superficiale né del tutto virtuale; al contrario, è un luogo abbastanza interconnesso con la realtà e con l’autenticità delle persone. Si tratta di un’iperrealtà, alterata nei colori e nelle emozioni, ma molto vicina al vero vissuto. Una realtà dinamica e fluida che si adatta velocemente – nel linguaggio e nei simboli – all’attualità e alle sue interpretazioni. Eventi di cronaca, di politica e legati ai valori del Paese, vengono rielaborati e tradotti nel linguaggio di un tweet o di uno status su Facebook» (cap. 14, pag. 164).

E partendo proprio da un evento di cronaca di questi giorni si può comprendere come le consuete profonde riflessioni del Censis possano aiutarci nella quotidianità.  Molti genitori e docenti sono rimasti disorientati leggendo dalle cronache quanto emerso a Roma, in merito alla storia di prostituzione di due quindicenni, e si interrogano su come il web abbia facilitato l’incontro delle due minorenni con gli adulti, di come lo scambio continuo di sms e telefonate abbia fornito lo spaccato di un linguaggio che molti reputano inimmaginabile per i propri figli e studenti, di quanto questa connessione perenne dei giovani su internet sia veicolata verso il sapere o verso lo svago o verso il vuoto.  I regolamenti degli istituti scolastici, la pressione dei docenti nelle aule, le lamentela dei genitori a casa sull’utilizzo continuo di internet, cellulari, tablet, facebook somigliano molto al «tentativo di svuotare il mare con una conchiglia per metterlo in una buca» ma molto si gioca, come ci suggerisce il Censis, sulla Reputazione e sulla pratica dei Valori, per sé prima che per gli altri, per essere credibili.

I fatti emersi dalla vicenda delle due minorenni (e delle loro famiglie) di Roma, che si ritrovano anche nel bel film di Françoise Ozon «Giovane e Bella», in questi giorni nelle sale cinematografiche, sembrano configurarsi, come ha ben espresso il Garante per l’infanzia, come casi isolati sui quali bisogna, tuttavia, tenere alta l’attenzione.  Ma, la rivoluzione tecnologica che stiamo attraversando, per dare i suoi frutti in termini di sviluppo culturale e sociale ed economico, necessita che internet non solo inizi a creare veramente occupazione ma che se ne eviti un uso improprio (ad esempio il chattare notturno) che, come ammonisce il Censis «finisce per togliere vigore al nostro giorno, alla parte razionale, lavorativa, produttiva».

La ricerca evidenzia, infine, che al 50,9% degli intervistati dai 18 ai 24 anni non capita di esprimere pensieri intimi sulla propria pagina web, percentuale che cresce con l’aumentare dell’età. Probabilmente è da qui che si può continuare in quel dialogo tra giovani e adulti dove la Rete non è indispensabile per parlare del proprio privato, del proprio amore.


1 ZENIT. Articolo di Antonio Gaspari intitolato Ritorno all’umano,  pubblicato il 7 novembre 2013: http://www.zenit.org/it/articles/ritorno-all-umano

2 Il libro (pp. 176, € 17, disponibile anche in ebook a € 9.90, sito www.marsilioeditori.it), oltre all’introduzione di Giulio De Rita ed alla premessa metodologica, è composto di 15 capitoli: 1. Fame di socialità e condivisione; 2. Voglia di denuncia; 3. Gli stati d’animo: preoccupati ma non disperati; 4. Vitalità inespressa: “vorrei fare qualcosa ma non posso”; 5. Il bisogno di una regia; 6. Papafrancescanesimo; 7. Laboriosità e voglia di fare non sono più al primo posto; 8. Poca voglia di competere; 9. uomini, imprese e brand; 10. Comunità e territorio; 11. I sentimenti: familiarità amore e amicizia; 12. La famiglia va in pezzi ma non perde pezzi; 13. Volere e non volere. L’esempio del rapporto con il cibo; 14. Il web come forma di rappresentazione; 15. I giovani (18-24 anni).


Antonio D’Angiò
(Fonte: «Zenit»)

23. Avere una famiglia il diritto negato. Calano le adozioni

21 novembre 2013

Riconosciamo – scrivevano già nel preambolo gli estensori della Convenzione per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 – «che il fanciullo, ai fini di uno sviluppo armonioso e completo della sua personalità, deve crescere in un ambiente familiare e in un clima di felicità, di amore e di comprensione ». Potevano riconoscere l’importanza di un sereno e accogliente ambiente familiare i delegati che 24 anni fa diedero alle stampe la Convenzione. Garantire, però, che tutti i bambini quell’ambiente potessero sperimentare è tutta un’altra storia. C’è poco da festeggiare, in Italia, a questo proposito.

Le adozioni continuano a registrare un segno negativo. Quelle all’estero, secondo i dati presentati il 20 novembre dalla Commissione per le adozioni internazionali, sono calate di quasi un quarto (-22,8%). Né vanno meglio quelle nazionali: secondo la Commissione bicamerale per l’infanzia dal 2007 al 2011 sono state il 33% in meno. Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 20 novembre ha ricordato che «poter essere accolto e crescere all’interno di un ambiente familiare sereno rappresenta un fondamentale diritto del minore, un bene sociale irrinunciabile», ma spetta al legislatore – ha proseguito – «il compito di affrontare in modo organico i seri problemi finora individuati ».

Secondo Piero Grasso, il presidente del Senato, «uno dei deterrenti alla scelta di adottare è la complessità delle procedure e l’incertezza dei tempi per concludere il percorso». Dello stesso parere anche Marco Griffini, presidente di Ai.Bi, l’associazione Amici dei Bambini: «Quando lanciamo gli annunci di bambini da adottare, i tribunali ricevono centinaia di richieste. Vuol dire – ha spiegato – che oggi in Italia c’è una voglia di adottare che è stata brutalmente messa in crisi dalle procedure ». E, soprattutto, dai costi. Spesso per portare a termine un’adozione internazionale bisogna mettere in preventivo tra i 15 e i 20mila euro. Inevitabile che la crisi abbia determinato una brusca contrazione di coloro che – al di là del desiderio di maternità e di paternità – hanno a disposizione cifre così rilevanti.

Lo scorso anno sono stati adottati 3.106 bambini stranieri contro i 4.022 del 2011. Sul fronte nazionale, a fronte di 1.177 minori dichiarati adottabili sono stati pronunciati 776 affidamenti preadottivi e 923 adozioni legittimanti, cioè quelle in cui il bambino diventa figlio a tutti gli effetti. Nel 2012, i bambini arrivati dall’estero nelle famiglie italiane sono nati in 55 Paesi diversi anche se la maggior parte arriva da Federazione Russa, Colombia, Brasile, Etiopia e Ucraina. La Lombardia è la regione dove risiede il numero più alto di bambini adottati, il 18,1 per cento del totale. Seguono Lazio, Toscana, Veneto, Campania, Puglia e Sicilia.

Ma il 20 novembre non si è parlato solo di adozioni. Una ricerca presentata dalla Fondazione Zancan ha messo in luce dati gravissimi: il 23% delle persone in condizioni di povertà assoluta sono bambini, che non hanno a disposizione beni e servizi essenziali per il loro sviluppo. In Italia la spesa per la protezione sociale destinata a bambini e famiglie è nettamente inferiore rispetto alla media europea: nel 2010 era l’1,3% del Pil, contro il 2,3% del Pil mediamente in Europa. Non sono più incoraggianti i dati sfoderati da Unitalsi: il 65% dei bambini disabili di Roma dichiara di dover fare i conti sistematicamente con le barriere architettoniche, grave piaga della Capitale.

«I bambini incarnano il nostro futuro e sono estremamente vulnerabili, soprattutto se di sesso femminile, disabili, o appartenenti a un’altra etnia. Ridurre le disparità di accesso alla scuola, ai servizi sanitari, alla socializzazione – ha dichiarato Paola Ricci Sindoni, presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita – deve confermarsi un preciso impegno di una società veramente solidale ». Lapidario Marco Scarpati, presidente di Ecpat: «L’infanzia e l’adolescenza non meritano di venir celebrate una volta l’anno».

Nicoletta Martinelli
(Fonte: «Avvenire»)

24. Adozioni:  madre naturale, no a segreto irreversibile

23 novembre 2013

Bisogna garantire un giusto equilibrio tra il diritto di una madre a rimanere anonima nel caso in cui non riconosca il suo bambino e quello del figlio di conoscere i genitori. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, che ha giudicato illegittima e «censurabile per la sua eccessiva rigidità» la legge 184 del 1983 su adozioni e affido, perché non prevede, con garanzia di riservatezza, che a distanza di tempo il giudice possa interpellare la madre per verificare se voglia o meno revocare la sua volontà di anonimato.

Alla base della pronuncia, il caso – rimesso alla Corte dal Tribunale di Catanzaro – di una donna nata nel 1963 e adottata nel 1969, venuta a conoscenza della sua adozione solo durante la procedura di separazione e divorzio: non conoscere le sue origini le aveva causato vari condizionamenti anche di ordine sanitario, limitando le possibilità di diagnosi e cura per patologie che avrebbero dovuto comportare una anamnesi di tipo familiare. La Corte Costituzionale nella sentenza 278 depositata oggi, relatore il giudice Paolo Grossi, specifica che il diritto della madre che non riconosca il figlio a mantenere l’anonimato resta fermo, ma «anche il diritto del figlio a conoscere le proprie origini – e ad accedere alla propria storia parentale – costituisce un elemento significativo nel sistema costituzionale di tutela della persona, come pure riconosciuto in varie pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo».

Il relativo bisogno di conoscenza rappresenta «uno di quegli aspetti della personalità – si legge nella sentenza – che possono condizionare l’intimo atteggiamento e la stessa vita di relazione di una persona in quanto tale». In altre parole, il vulnus della norma «è rappresentato dalla irreversibilità del segreto », che risulta in contrasto con gli articoli 2 e 3 Costituzione e che «deve conseguentemente essere rimossa ». La Corte ha quindi dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 28, comma 7, della legge 184/1983 perché non prevede – tramite procedimento stabilito per legge che assicuri massima riservatezza – la possibilità per il giudice di interpellare, su richiesta del figlio, la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata per verificare un’eventuale revoca di tale dichiarazione.

Così com’è oggi, la norma prefigura una sorta di «cristallizzazione » o di «immobilizzazione », osserva la Consulta, perché «una volta intervenuta la scelta per l’anonimato, la relativa manifestazione di volontà assume connotati di irreversibilità destinati, sostanzialmente, ad “espropriare” la persona titolare del diritto da qualsiasi ulteriore opzione». L’aver rinunciato alla genitorialità sul piano giuridico, spiega quindi la sentenza, non implica «anche una definitiva e irreversibile rinuncia alla genitorialità naturale».

(Fonte: «Avvenire»)

25. Giornata contro la violenza di genere, Simg: medici sentinelle

25 novembre 2013

Il 25 novembre si è celebrata la giornata mondiale dell’Onu contro la violenza di genere e la Società italiana di medicina generale (Simg) ha lanciato “Vìola”, la prima campagna nazionale di sensibilizzazione sulla violenza domestica rivolta ai medici di famiglia, presentata a Firenze, al 30° Congresso della società scientifica. Le cifre sono impressionanti: le donne vittime di violenza domestica nel nostro Paese sono circa 15.000 ogni anno, ma il fenomeno è sottostimato; inoltre, nel 2012, 124 donne sono state uccise. Ma solo il 30% delle vittime parla con il proprio medico di famiglia della violenza subita, perché pensano che non se ne occupi e perché non hanno ricevuto domande dirette sul tema.

Secondo i dati desunti dagli accessi ai centri antiviolenza, nel 60% dei casi l’autore della violenza è il partner e nel 20% l’ex partner e le conseguenze possono essere devastanti, perché la donna continua a percepire, in molti casi, la propria salute come negativa.

«Il progetto – spiega il presidente Simg Claudio Cricelli – si articola in diverse iniziative. Verrà distribuito un opuscolo informativo a 30.000 camici bianchi: troppo spesso la mancata conoscenza e la sottovalutazione del fenomeno inducono i professionisti a ignorare i segnali d’allarme».

Tra le iniziative si segnala anche l’incontro di studio sulle “Ferite nascoste” delle donne, organizzato il 25 novembre dall’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Roma. È intervenuta la coordinatrice dell’Osservatorio Fnomceo “professione medica e odontoiatrica femminile”, Annarita Frullini, che ha lanciato una proposta “d’impatto”: un convegno nazionale, organizzato dalla federazione a Grosseto nel mese di marzo. La dottoressa Frullini è convinta della necessità di «un programma di formazione su larga scala, che fornisca ai medici gli strumenti per riconoscere chi è vittima di abusi e affermi il ruolo che i medici stessi, e i professionisti della Salute in genere, possono e debbono avere nella prevenzione e gestione della violenza». Il convegno nazionale sul tema, che Fnomceo sta preparando, ha il preciso intento di sostenere questo programma.

(Fonte: «Doctor 33»)

26. Web: così il medico si aggiorna on line

26 novembre 2013

Internet è ormai un partner abituale per il medico: quasi 9 professionisti su dieci sono collegati tutti i giorni alla ricerca di informazioni utili alla propria attività, il 35% tra un paziente e l’altro e un 7% durante la visita. Il quadro emerge da una ricerca Aism (Associazione italiana marketing) su un campione di circa 3 mila medici della comunità Medikey presentata a Milano nei giorni scorsi in occasione dell’incontro «Web marketing: il farmaco e la rete».

L’indagine ha voluto sondare i comportamenti del professionista medico on line per cercare di capire la tipologia di navigazione, i principali motivi dell’utilizzo e le fonti di informazioni più apprezzate. «L’86 per cento degli intervistati ha dichiarato di collegarsi a internet per motivi professionali praticamente tutti i giorni» dice Giuseppe Venturelli, coordinatore del dipartimento farmaceutico di Aism. «Per il 58% il collegamento avviene da casa e per il 35% dall’ambulatorio, tra un paziente e l’altro, con un 7% che consulta il web anche durante la visita». In gran parte la rete si rivela utile per approfondimenti sulle patologie e sui farmaci, nonché come strumento di formazione a distanza, anche se la ricerca di notizie su tematiche normative, contrattuali e di carattere ordinistico-contrattuale la fa sempre da padrona.

«Prevalentemente i medici usano i motori di ricerca, anche se molto apprezzati sono i siti istituzionali come quello del ministero della Salute e i magazine elettronici, con in testa alle preferenze Doctor33-Doctornews seguito da Univadis», continua Venturelli. «Infine, la letteratura scientifica si rivela come uno dei contenuti preferiti, insieme alle linee-guida, così come tutto ciò che concerne il mondo del farmaco, a partire dalle interazioni sino agli effetti collaterali».

(Fonte: «Doctor33»)

27. Utero in affitto, prima coppia condannata

27 novembre 2013

Condannati. Per una pratica che la legge italiana vieta, categoricamente, e che loro erano andati a fare all’estero, pensando di poter aggirare l’ostacolo. Niente di clamoroso, se si fosse trattato di una vicenda fiscale o finanziaria. Ma la pratica in questione è quella dell’utero in affitto, ed ecco allora che giornali, trasmissioni televisive e persino qualche associazione urlano allo scandalo, chiamando «vittime» i colpevoli e giustificando come il più naturale dei gesti quello di far partorire un bambino a un’altra donna per poi chiamarlo figlio, registrandolo come tale una volta arrivati in Italia.

In ogni caso, se ce ne fosse stato bisogno – ma evidentemente ce n’era – il 26 novembre il tribunale di Brescia ha riportato la questione alla realtà. I giudici hanno condannato a cinque anni e un mese, per alterazione dello stato civile, una coppia di Iseo (Brescia) che ha fatto nascere in Ucraina due gemelli con fecondazione eterologa (attraverso l’impianto del seme dell’uomo nell’ovulo di una donna ucraina) e con il suo utero in affitto. L’esame del Dna, almeno, ha stabilito che i due bambini sono effettivamente figli dell’uomo, un cinquantenne bresciano. Che padre, dunque, è diventato davvero. Ma non della moglie, anche lei bresciana.

Peccato che nel corso del processo la coppia abbia sempre negato la tesi della Procura di Brescia, con la donna che ripetutamente ha dichiarato di aver partorito lei i due bambini, nati in Ucraina nel maggio del 2011. La madre dei due gemelli, tra l’altro, è stata anche sottoposta a una perizia medico legale per la presenza di un taglio addominale che per la donna sarebbe il segno del parto cesareo. I medici non sono stati in grado di stabilirne l’effettiva natura e il Tribunale ha trasmesso gli atti del processo alla Procura per capire se un medico possa aver favorito la coppia nel compiere il reato, simulando addirittura un finto parto.

Ora la palla passa al tribunale di Cremona, dove sul banco degli imputati è finita un’altra coppia (stavolta di Crema) cui è già stato tolto un bambino di un anno e mezzo partorito con la stessa tecnica, sempre in Ucraina, ma probabilmente anche con un seme diverso da quello del padre. Un figlio comprato, insomma, in nome di un diritto che in Italia – per fortuna – non esiste.

Viviana Daloiso
(Fonte: «Avvenire»)

28. Crisi, 8 famiglie su 10 “tagliano” su badante. A rischio assistenza 800 mila anziani

28 novembre 2013

Fare la spesa al discount e rinunciare all’unica bistecca della settimana per potersi permettere la badante. Gli over 75 che con la loro magra pensione non arrivano alla fine del mese sono costretti perfino a questo, pur di avere qualcuno che li assista a casa: nel deserto dell’assistenza pubblica, sempre più risicata a causa della crisi economica, per pagare la badante il 75% riduce qualità e quantità dei cibi e il 45% deve chiedere aiuto ai figli.

Spesso nemmeno tutti questi sacrifici sono sufficienti: nel corso dell’ultimo anno il 55% degli over 75 ha dovuto ridimensionare l’aiuto dell’assistente familiare, il 25 % vi ha dovuto rinunciare del tutto. Una famiglia su tre ha perciò “tagliato” la badante e così 800 mila anziani non autosufficienti sono a rischio assistenza: lo rivelano i dati della prima indagine italiana sulle badanti e anziani, presentati durante il Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), a Torino dal 27 al 30 novembre, che mette anche in luce come le badanti siano una presenza apprezzata e indispensabile ma un anziano su tre teme che possano commettere errori nelle terapie. Una paura fondata, perché solo il 14% di loro ha avuto percorsi adeguati di formazione sanitaria e il 77% è di nazionalità straniera: il rischio di sbagli a causa di una scarsa preparazione o per una mancata comprensione delle indicazioni mediche è perciò concreto.

Lo studio, condotto da Datanalysis intervistando 1500 over 75 su tutto il territorio nazionale, mostra che le assistenti familiari presenti nel nostro Paese sono ormai una necessità per gli anziani con problemi fisici, che hanno bisogno di assistenza per le loro patologie e per la vita quotidiana. L’indagine mostra che il 66% degli anziani che hanno assunto una badante soffre di due o più malattie croniche: in due casi su tre non vivono neppure da soli, ma i bisogni e le difficoltà nella vita di tutti i giorni costringono a ricorrere a un aiuto costante, nella maggior parte dei casi durante l’arco delle 24 ore.

«In Italia gli anziani non autosufficienti sono più di 2,7 milioni – spiega Giuseppe Paolisso, presidente SIGG – e di questi meno di mezzo milione sono seguiti dai servizi pubblici di assistenza domiciliare con una spesa di circa 5 miliardi l’anno. In pratica, il SSN sostiene a casa appena un anziano su cinque fra i non autosufficienti, il 5% rispetto al totale della popolazione over 65. Siamo perciò fanalino di coda fra i Paesi europei: in Germania l’assistenza pubblica raggiunge il 7% degli anziani, in Francia il 9% e in Danimarca addirittura il 21%. I servizi domiciliari, a cui ricorrerebbe volentieri un anziano su due, sono dunque un miraggio per molti e in questo scenario, che evidenzia l’inadeguatezza del nostro sistema dei servizi, ad affiorare è il fenomeno del“Welfare fai da te».

Così sono circa 1 milione gli anziani di cui si fanno carico direttamente i familiari e altrettanti quelli che vengono assisti da una badante con un esborso per le famiglie di circa 10 miliardi l’anno. Il 55% degli anziani dà fondo alla propria pensione per permettersi un aiuto in casa, ma nel 45% dei casi questa non basta addirittura più e bisogna intaccare i risparmi dei figli. Ma nonostante i sacrifici, oggi una famiglia su tre è costretta a una “spending review” rinunciando o riducendo l’orario dell’assistente familiare. Significa che per ben 800 mila anziani l’assistenza è a rischio: peggiorano salute e qualità di vita e cresce il rischio di ricoveri mentre tutto il peso dell’impegno assistenziale ricade sui familiari».

Le badanti sono perciò un “pilastro” fondamentale nell’assistenza agli anziani nel nostro Paese, che non può contare su un sostegno pubblico adeguato. L’indagine lo conferma, mostrando che nella maggior parte dei casi le badanti stanno per anni nelle case degli anziani: oltre il 58% degli intervistati ce l’ha o l’ha avuta da almeno due anni, circa la metà da più di quattro anni. In virtù di questi lunghi rapporti di vicinanza e convivenza, la badante diventa spesso un punto di riferimento prezioso per l’anziano: «Il 66% è arrivato alla decisione di assumerla dietro la spinta dei figli e dei nipoti, ma poi la maggioranza si fida dell’assistente familiare – osserva Paolisso – Tuttavia otto anziani su dieci hanno paura che la badante sbagli le cure: appena quattro su dieci suppliscono a piccole necessità mediche come la misura della pressione o della glicemia, la medicazione di una ferita o un’iniezione intramuscolo e pochissime sono quelle con una formazione specifica per l’assistenza sanitaria».

Questo, unito al fatto che molte sono straniere e quindi hanno inevitabilmente maggiori difficoltà nella comprensione delle indicazioni mediche, espone a errori nelle cure, soprattutto in caso di pazienti complessi. Per questo la SIGG si è posta fra i suoi obiettivi la qualificazione delle badanti attraverso i geriatri presenti sul territorio: basterebbe promuovere piccoli corsi di appena 15 ore, tre pomeriggi in una settimana, per dare loro tutte le informazioni base necessarie a gestire senza pericoli la salute degli anziani di cui si occupano.

Le assistenti familiari infatti si trovano a far fronte a situazioni complicate per chiunque: i dati più recenti dell’Osservatorio ARNO-Cineca confermano che oltre 1.700.000 anziani assumono ogni giorno fino a 11 farmaci, tanto che la spesa farmaceutica in questa fascia di popolazione quadruplica rispetto agli adulti. Significa che la maggioranza dei pazienti affidati alle cure delle assistenti familiari è sottoposta a politerapie complesse da seguire, che implicano l’assunzione di molti farmaci in modi e momenti diversi della giornata: una formazione adeguata è perciò essenziale perché le badanti, prezioso sostegno per i nostri anziani, siano in grado di affrontare i loro compiti consapevolmente.

Situazione in Piemonte 

«In Piemonte la situazione generale dell’assistenza agli anziani non si discosta molto da quella Nazionale – spiega il Prof. Giancarlo Isaia, Direttore della Struttura “Geriatria e Malattie Metaboliche dell’osso” delle Molinette -; un dato certo è che le strutture pubbliche non sono più in grado di fornire una risposta adeguata ai bisogni degli anziani non autosufficienti, che spesso restano ricoverati in Ospedale per un periodo di tempo francamente eccessivo; in Piemonte, nonostante la recente sentenza del TAR che ha dichiarato illegittima la lista di attesa, vi sono 31.000 malati cronici non autosufficienti che aspettano di ricevere specifiche prestazioni socio-sanitarie (14.000 per cure residenziali e 17.000 per cure domiciliari) e, per quanto riguarda la Città di Torino, la lista di attesa di oltre 12.000 persone si allunga giorno dopo giorno. Ciò anche per i frequenti ritardi nell’integrazione della retta alberghiera da parte delle Istituzioni, a loro volta in difficoltà per i noti tagli intervenuti sulla finanza pubblica locale».

(Fonte: Città della Scienza e della Salute Torino)

29. Istat: «Nel 2012 oltre 12 mila bimbi in meno rispetto anno precedente»

28 novembre 2013

Secondo i dati del bilancio demografico della popolazione residente, riferisce l’Istat, sono stati 534.186 gli iscritti in anagrafe per nascita nel 2012, oltre 12 mila in meno rispetto al 2011. Il dato conferma la tendenza alla diminuzione delle nascite avviatasi dal 2009: oltre 42 mila nati in meno in quattro anni.

Il calo delle nascite è da attribuirsi per lo più alla diminuzione dei nati da genitori entrambi italiani, quasi 54 mila in meno rispetto al 2008. I nati da genitori entrambi stranieri, invece, sono ancora aumentati, anche se in misura più contenuta rispetto agli anni precedenti (2.800 nati in più negli ultimi tre anni) e ammontano a poco meno di 80 mila nel 2012 (il 15,0% del totale dei nati). Se a questi si sommano anche i nati da coppie miste si ottengono poco più di 107 mila nati da almeno un genitore straniero (il 20,1% del totale delle nascite).

Considerando la composizione per cittadinanza delle madri straniere, ai primi posti per numero di figli si confermano le rumene (19.415 nati nel 2012), al secondo le marocchine (12.829), al terzo le albanesi (9.843) e al quarto le cinesi (5.593). Da notare che queste quattro comunità raccolgono da sole quasi il 50% delle madri straniere in Italia.

Oltre il 7% dei nati nel 2012 ha una madre di almeno 40 anni, mentre la proporzione dei nati da madri di età inferiore a 25 anni si attesta all’11,1% del totale. La posticipazione della maternità è ancora più accentuata per le italiane: la proporzione di nascite da madri con meno di 25 anni e con più di 40 anni è analoga e si colloca sopra l’8%.

Sono 132 mila i nati da genitori non coniugati nel 2012, valore in leggera diminuzione rispetto all’anno precedente. Tuttavia, a causa della forte diminuzione dei nati da coppie coniugate, il loro peso relativo è salito ancora: un nato su quattro nasce all’interno di una coppia non sposata. Al Centro-nord, in particolare, i nati da genitori non coniugati supera il 30% con picchi del 44% nella Provincia Autonoma di Bolzano, 36% in Valle d’Aosta, 33% in Emilia-Romagna e Liguria, 31% in Toscana e in Piemonte.

(Fonte: «QuotidianoSanità»)

30. Per salvare la ricerca in Italia imparare a comunicare meglio

29 novembre 2013

«Una legge miope proposta nel Parlamento italiano potrebbe azzoppare la ricerca scientifica nel paese»: si apre con queste parole il duro editoriale che la rivista «Nature Neuroscience» ha dedicato all’Italia, e in particolare alle numerose occasioni recenti in cui la scienza è stata nell’occhio del ciclone, dai tagli di bilancio alla sentenza per il terremoto dell’Aquila fino alla recente legge in tema di sperimentazione animale: «Quella che potrebbe essere la peggiore sfida per la scienza italiana», scrive «Nature Neuroscience» nell’editoriale, non firmato e quindi attribuibile alla direzione e alla Chief Editor Kalyani Narasimhan.

«In agosto di quest’anno il Parlamento italiano ha votato a favore di una nuova legislazione che, se applicata, finirà per minare completamente quasi tutta la ricerca biomedica nel paese. Il fatto che abbia superato il primo passaggio legislativo indica l’esistenza di una profonda separazione concettuale tra gli scienziati e il governo italiano, che potrebbe derivare, in parte, da un’insufficiente comunicazione tra ricercatori, legislatori e pubblico generale».

L’editoriale della rivista – che ha sede negli Stati Uniti – ripercorre poi la storia della normativa europea sulla sperimentazione animale, adottata in forma di direttiva nel settembre 2012 per armonizzare i requisiti minimi relativi all’uso appunto di animali per scopi di ricerca ed educazione. Quella direttiva chiedeva ai paesi membri di comunicare le normative nazionali entro la fine del 2012, ma 6 paesi – tra cui l’Italia – non hanno eseguito.

In compenso la tardiva reazione del Parlamento è andata «molto oltre le regolamentazioni indicate nella direttiva dell’Ue», introducendo limiti e divieti che se forse all’apparenza possono sembrare ragionevoli (per esempio la limitazione dell’uso di cani, gatti e primati non umani alle ricerche con una immediata e diretta applicabilità alla salute umana, o l’obbligo di anestesia), nei fatti «potrebbero avere conseguenze catastrofiche per l’intera comunità della ricerca biomedica italiana».

In ballo c’è infatti anche la possibilità per i gruppi di ricerca di competere alla pari per i finanziamenti europei alla ricerca, con così tanti vincoli inesistenti all’estero, col risultato di spingere i migliori ricercatori a emigrare, ancor più di quanto non accada già. La conclusione della rivista è un invito al governo e alla comunità scientifica a investire di più nella comunicazione della scienza e nelle iniziative per dibatterne pubblicamente: «È essenziale che il governo e l’establishment scientifico collaborino per migliorare l’educazione scientifica e la comunicazione della scienza nel paese», è la conclusione. «Solo attraverso una chiara comprensione da parte del pubblico del valore e dell’importanza della sperimentazione animale queste crisi potranno essere evitate in futuro».

(Fonte: «Doctor33»)

(Approfondimenti: http://www.nature.com/neuro/journal/v16/n12/full/nn.3595.html)

31. L’ambiente in cui viviamo è malato e causa patologie: dagli esperti sos pianeta alle autorità politiche

28 novembre 2013

Il 28 novembre gli esperti riuniti a Torino, in occasione del 7° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Tropicale, hanno redatto un appello, la “Dichiarazione di Torino 2013”, rivolta alle autorità politiche ad ogni livello, affinché nei processi decisionali sia tenuta presente la preoccupante realtà dello stato generale dell’ambiente e del clima globale, come causa di patologia per l’uomo e per gli altri esseri viventi e come portatore di scenari futuri inquietanti.

È un S.O.S Pianeta, firmato dal Presidente del Congresso SIMET 2013, dott. Guido Calleri, Responsabile del Centro di Medicina dei Viaggi dell’Amedeo di Savoia di Torino, da molti partecipanti e condiviso anche da illustri personaggi, del calibro del meteorologo e climatologo Luca Mercalli, affinché la Politica ponga questo problema tra le priorità dell’agenda, a salvaguardia del futuro di tutti gli esseri viventi.

L’appello, discusso nel Direttivo della SIMET al fine di una adesione in toto dell’Associazione, è disponibile on line sul sito dell’evento: http://www.simet2013torino.org/

DICHIARAZIONE TORINO 2013

In occasione del 7° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Tropicale, i sottoscritti segnalano una comune preoccupazione per lo stato generale dell’ambiente e del clima globale, come causa di patologia per l’uomo e per gli altri esseri viventi e portatore di scenari futuri inquietanti.

Da un lato il pianeta è dotato di risorse limitate, dall’altro la crescita della popolazione, e l’incremento della produzione di scorie, rifiuti e gas-serra stanno producendo mutazioni ambientali destinate a rendere sempre più difficile la vita di Homo sapiens, comparso sulla Terra 200.000 anni fa.

Questi scenari erano già noti e denunciati dagli scienziati del MIT nel 1972, anno di pubblicazione dello studio “The limits to growth”.

La tendenza di allora si rivela confermata a distanza di oltre 40 anni, quando anche la crisi economica mondiale deve fare i conti con la ridotta disponibilità di risorse energetiche e di materie prime, con la degradazione del suolo, con l’inquinamento ambientale e con i cambiamenti del clima.

Assistiamo oggi alla diffusione di malattie trasmissibili, precedentemente limitate ai paesi tropicali (dengue, chikungunya), all’aumento di patologia da calore in gruppi a maggior rischio (anziani e bambini), a mutazioni ambientali stabili (desertificazione) ed a crescente frequenza di eventi estremi (inondazioni, uragani). La tecnologia ed in particolare l’uso estensivo di antibiotici in agricoltura, nell’allevamento animale ed in terapia per l’uomo ha manifestato i suoi effetti sulle popolazioni batteriche, inducendo la comparsa di microrganismi resistenti che si sono diffusi in tutto il mondo, rendendo l’ambiente stesso “malato”.

Naturalmente i paesi e le popolazioni che più soffrono di questa situazione sono quelli a basso reddito (Africa, alcune zone del Sud America e del Sudest asiatico), mentre ne sono i principali responsabili i paesi ad alto reddito.

I rischi di questa progressione sono concreti ma purtroppo economia, politica e cultura occidentale non hanno ancora recepito l’urgenza di confrontarsi con questi scenari; il progetto dell’umanità è ancora dominato dalla sola logica del mercato, della crescita e della competitività, con scenari futuri a breve e medio termine preoccupanti.

I sottoscritti sono convinti della necessità e dell’urgenza di uno scatto coraggioso di evoluzione culturale che riporti il prelievo di risorse e l’influenza dell’uomo sull’ambiente all’interno dei cicli naturali.

I sottoscritti si rivolgono quindi all’autorità politica ad ogni livello, con un appello affinché questa realtà venga tenuta presente nei processi decisionali, e sia posta tra le priorità dell’agenda, in modo che la società tutta possa essere condotta verso un futuro desiderabile, stabile e sostenibile per tutti gli esseri viventi.

(Fonte: Simet)

(*) Lara Reale
Giornalista scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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