Notizie dall’Italia e dal Mondo – Febbraio 2013

di Lara Reale *
pubblicato il 1 febbraio 2013
Notizie dall’Italia e dal Mondo – Febbraio 2013

1. European Institute of Bioethics: eutanasia pericolosa in Belgio

12 gennaio 2013

L’eutanasia è legale in Belgio dal 2002: in nove anni ci sono stati 5.513  casi dichiarati di “dolce morte”, in costante aumento, a partire dai 235 del 2003 per arrivare ai 1.133 del 2011, confutando così la tesi secondo cui la sua legalizzazione non comporterebbe alcun cambiamento sociale.

L’European Institute of Bioethics (EIB), con sede in Belgio, ha presentato di recente una relazione di verifica sugli anni in cui l’eutanasia è stata legalizzata, e il tema centrale è stato l’inefficacia della Commissione di membri nominati dal governo per monitorare e controllare l’esecuzione dell’eutanasia. Dopo circa 5.500 casi, si legge nel rapporto, non un episodio controverso è mai stato riferito alla polizia: risulta illusorio -dicono i referenti EIB – aspettarsi che i medici denuncino i loro fallimenti.

Inoltre la verifica sulla corretta applicazione della legge avviene a posteriori, quando il paziente è già stato ucciso, e 7 dei 16 membri della Commissione sono di fatto attivisti pro-eutanasia. Questo è sufficiente a spiegare, secondo l’EIB, «l’assenza di qualsiasi controllo effettivo e la sempre più ampia interpretazione che la Commissione intende dare alla legge». Una legge che permette l’eutanasia è già abbastanza grave –suggeriscono gli esperti EIB – ma il governo non riesce nemmeno a far rispettare la sua applicazione. Così il monitoraggio è sempre stato effettuato in modo volutamente permissivo: l’interpretazione “allargata” della legge ha fatto sì che mai la Commissione abbia contestato un caso, benché nell’8% dei pazienti uccisi non si verificasse l’imminenza della morte naturale e la prevista richiesta scritta del paziente mancasse nel 94% dei casi.

Recentemente in Belgio l’eutanasia è stata dichiarata applicabile anche a chi soffre di artrosi; inoltre i pazienti possono rifiutare la terapia del dolore e preferirle la morte. Già si propone di estendere la legge ai pazienti le cui sofferenze sono di natura psichica e ai pazienti impossibilitati a dare il consenso, quali i neonati. In pratica, ad una legge formulata in modo restrittivo è seguita un’applicazione molto estensiva e libera. La tendenza belga è arrivare pian piano a una situazione di fatto in cui chiunque lo voglia ha il “diritto” di farsi assistere medicalmente nella “dolce morte”.

Questa nefasta tendenza a presentare all’opinione pubblica il suicidio assistito come un fatto normale si registra non solo in Belgio, ma ovunque l’eutanasia sia legale, come in Olanda, Svizzera, Oregon. Pare che anche la Francia si stia avviando lungo questa china, poiché il Governo ha rifiutato di prendere in considerazione il giudizio negativo del Comitato di Bioetica sulle questioni relative al fine vita e all’eutanasia.

Fonte: http://www.uccronline.it

 

2. Aborto post-nascita, si riapre la polemica

12 gennaio 2013

Per chi avesse ancora il dubbio di non aver capito bene la tesi di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, l’11 gennaio scorso all’Università degli Studi di Torino i due giovani studiosi italiani docenti in Australia l’hanno ribadita a chiare lettere: «Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, allora dovrebbe essere permesso anche l’aborto post-nascita». Ovvero: al pari del feto, anche il bambino già nato non ha lo status di persona, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, anche quando il neonato non ha alcuna disabilità ma, ad esempio, costituisce un problema economico o di altra natura per la famiglia.

«È la prima volta che ci invitano a parlarne in Italia e per noi è una grande occasione», hanno esordito i due colleghi dell’università di Melbourne ringraziando Maurizio Mori, direttore del master di Bioetica all’ateneo di Torino, per aver organizzato il dibattito. «Le nostre non sono idee nuove – hanno ammesso i due -, già filosofi come Singer negli anni ’70 le hanno elaborate, ma il nostro intento è rendere esplicite certe conseguenze normative e tenere conto di implicazioni socioeconomiche: se queste sono importanti per ammettere l’aborto, allora lo sono anche se il bambino è già nato».

Uno dei loro maestri è, appunto, Peter Singer, caposcuola a Melbourne della bioetica utilitarista, ma Giubilini e Minerva lo superano: «Singer finora ne aveva parlato solo in caso di imperfezioni, in particolare lui citava i bambini nati con sindrome di Down in quanto vite non degne di essere vissute. Noi accettiamo che la sindrome di Down e le altre malattie sono una buona ragione per abortire, tutelando così gli interessi di chi dovrà sobbarcarsi l’onere di crescere queste persone, ma coerenza vuole che ciò valga anche per uccidere un neonato dopo la nascita».

Quali siano allora le caratteristiche che ci rendono persona, secondo Giubilini e Minerva, è presto detto: «Non basta per esempio provare piacere o dolore, perché ciò avviene anche a un feto: serve uno sviluppo neurologico superiore, cioè avere scopi, aspettative verso il futuro, provare un interesse per la vita. E un neonato non li ha».

Teorie che i due studiosi avevano già pubblicato nel 2012 sul «Journal of Medical Ethics» con un articolo dal titolo esplicito – «After birth abortion: why should the baby live?*» -, scatenando polemiche a tutte le latitudini e, obiettivamente, trovando ben pochi estimatori anche nel mondo più laico. «Prima di oggi abbiamo subìto una gogna mediatica – ha lamentato Francesca Minerva – ci hanno minacciati. In fondo abbiamo aggiunto solo un pezzetto alle idee di Singer di 30 anni fa: e cioè il fatto che non occorra che il neonato sia disabile per poterlo uccidere».

A Maurizio Mori, già tra i sostenitori dell’eutanasia di Eluana Englaro, la loro tesi è sembrata argomento degno di serio dibattito. «Non è vero che di tutto bisogna poter parlare nelle università – gli ha replicato Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica -, non esiste una neutralità del mondo accademico: come nessuno si sognerebbe di sostenere da una cattedra il negazionismo della Shoah o una tesi discriminatoria contro i neri, così l’omicidio dei neonati è un tema che non va ospitato. Astrarre vuol dire abbracciare un’ideologia pericolosa che ci permette di fare tutto».

Anche Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica della Cattolica di Milano, ha sottolineato le tante incoerenze e aporie logiche: «Se per essere persona occorre provare un interesse per la vita, allora chi chiede l’eutanasia non va ascoltato, perché non gli interessa vivere, dunque è una non persona. Già le premesse, insomma, sono sbagliate». Non solo: se è vero che il neonato in fondo è la stessa persona che un attimo prima era feto, «il ragionamento è vero anche all’inverso, e allora è l’aborto a diventare illecito». Artificiosa, secondo Pessina, anche l’identificazione aborto/omicidio: il primo infatti sorge quando non si possono tutelare entrambi i diritti, della madre e del nascituro, «ma quando il figlio è nato, posso senz’altro correre incontro ai diritti della madre senza eliminare il bambino, ad esempio con l’adozione».

In una situazione “paradossale” si è detto Giovanni Fornero, storico della filosofia e dichiaratamente laico: «Sono uno dei maggiori teorici della differenza tra bioetica cattolica e laica, ma sull’uccisione dei neonati le due non possono che coincidere. Mi stupisce che Giubilini e Minerva si lamentino della gogna: oggi viviamo in società democratiche che hanno come idea fondamentale il fatto che tutti gli esseri umani hanno pari diritti. Per far valere tale uguaglianza si sono versati lacrime e sangue, fino alla “Dichiarazione dei diritti dell’Uomo” del 1948, non a caso scritta dopo il nazismo. La tesi dell’infanticidio mina la base su cui poggiano tutte le Carte internazionali. La bioetica laica reagisca: come dice Bobbio, non lasciamo ai soli cattolici la prerogativa di combattere affinché il precetto di non uccidere sia rispettato».

Fonte: http://www.avvenire.it; 

*articolo disponibile su http://jme.bmj.com/content/early/2012/04/12/medethics-2011-100411.short

 

3. La resistenza agli antibiotici mette in allarme la UE

15 gennaio 2013

Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) lancia l’allarme: la resistenza agli antibiotici e il loro uso improprio si stanno rivelando un grande problema sanitario europeo e mondiale, in grado di causare migliaia di morti e ingenti danni economici.

Man mano che aumenta la resistenza, il numero di antibiotici efficaci diminuisce, il che significa che potrebbero non esserci più antibiotici per combattere malattie mortali.  L’inefficacia progressiva si sta verificando in particolare per quanto riguarda infezioni polmonari e intestinali. E l’impossibilità di usare gli antibiotici giusti su pazienti gravemente malati può mettere in serio pericolo le loro probabilità di sopravvivenza.

Del resto non si può certo pensare di fare a meno degli antibiotici: sono diventati uno strumento essenziale per la medicina moderna e molte operazioni chirurgiche, ad esempio, non potrebbero essere fatte senza di essi.

Per far fronte all’emergenza la Commissione europea ha adottato un piano strategico che prevede 12 azioni da implementare negli stati membri dell’UE, tra le quali: assicurarsi che gli antimicrobici siano usati adeguatamente sia sugli esseri umani che sugli animali, prevenire le infezioni microbiche e la loro diffusione, sviluppare nuovi antimicrobici efficaci o alternative per la cura e migliorare la comunicazione, l’istruzione e la formazione.

Fonte: http://www.ecdc.europa.eu/en/healthtopics/antimicrobial_resistance/pages/index.aspx

 

4. In Italia la sentenza della Cassazione non “apre” alle adozioni gay

17 gennaio 2013

A gennaio la Prima sezione civile della Cassazione si è espressa affrontando una causa di affidamento tra un padre e una madre, la quale successivamente ha intrapreso una convivenza omosessuale con una donna. La Cassazione ha negato l’affidamento al padre, mostratosi violento, e ha affidato il bambino alla madre e alla convivente, con la motivazione che si tratterebbe di un «mero pregiudizio» sostenere che tale contesto rechi uno svantaggio al bambino.

Anche secondo l’Unione Cristiani Cattolici Razionali «questa posizione, al di là del caso specifico, non è un pregiudizio, ma un giudizio basato sull’esperienza e sulla letteratura scientifica. In ogni caso la sentenza non è ideologica e non ha per nulla aperto all’adozione omosessuale: è dunque sbagliata la strumentalizzazione della comunità LGBT».

Può essere comunque interessante riprendere brevemente le reazioni al pronunciamento della Cassazione per inquadrare meglio il contesto.

Maria Gabriella Luccioli, presidente della Prima sezione civile della Cassazione, che ha presieduto il collegio giudicante, ha invitato a una «lettura pacata di questa sentenza. Il bambino era già stato affidato alla madre. Già la Corte d’Appello aveva bollato come “generica” la difesa sostenuta dal padre, che non trovava riscontro alcuno. Qui poi non è in ballo l’adozione per le coppie gay, ma la legittimità dell’affidamento a una mamma che vive con un’altra donna. Una sentenza assolutamente rigorosa. Mi pare che sia stato fatto tanto rumore per nulla».

Pietro Zocconali, presidente dell’Associazione Nazionale Sociologi (ANS), ha affermato : «I bambini sono dotati di grande capacità di adattamento, tuttavia, sulla base della letteratura scientifica disponibile, che evidentemente la Corte di Cassazione disconosce, vivono meglio quando trascorrono l’intera infanzia con i loro padri e madri biologici. Il bambino riconosce se stesso e il proprio futuro rispecchiandosi e relazionandosi al maschile e al femminile di una madre e di un padre, biologici o adottivi. In assenza di questa diversità sessuale il benessere del bambino è a rischio, come dimostra la stragrande maggioranza dei dati raccolti dalla più validata letteratura psico-sociale a livello mondiale, debitamente richiamati dal sociologo Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, e non da quattro sofismi artatamente richiamati dalla comunità gay e privi di riconoscimento scientifico».

Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio per i Diritti dei minori e consulente della Commissione parlamentare per l’Infanzia, ha affermato : «Non si capisce di cosa parli la Cassazione quando afferma che non esistono certificazioni scientifiche attestanti l’inidoneità dei gay ad adottare. D’altro canto non è la prima volta che la Suprema Corte stupisce con sentenze scioccanti, come alcune relative alla violenza sulle donne. Un’equipe, guidata dal prof. Loren Marks della Louisiana State University, ha messo a punto un’ennesima analisi, pubblicata sul “Social Science Research”, che attesta le notevoli differenze sussistenti tra figli adottati da coppie gay conviventi e figli naturali di coppie eterosessuali». Un’analisi, quella citata da Marziale, che validerebbe «quanto rilevato da Mark Regnerus, professore di Sociologia presso l’Università di Austin; la sua équipe ha osservato che quanti sono cresciuti in famiglie omosessuali sono dalle 25 alle 40 volte più svantaggiati dei loro coetanei cresciuti in famiglie normali. Sono costretto a ripetere che non sono omofobo e che sono aperto a ogni altro sacrosanto diritto civile per la comunità omosessuale, ma sulle adozioni non è dato transigere. Si tratta del diritto di ogni bambino ad avere una famiglia pedagogicamente completa delle figure di riferimento, maschile e femminile, e non già di appagare le voglie degli adulti che, per avere figli, devono ricorrere a metodi alternativi rispetto al naturale rapporto eterosessuale».

Carlo Cardia, docente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tre, ha sottolineato che la «primordiale relazione tra genitori e figli è tutelata dalla Convenzione sui diritti umani e dalla nostra Carta Costituzionale. Per l’articolo 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 il “fanciullo ha diritto a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”, mentre la Costituzione italiana, oltre alla celebre formula dell’articolo 29 per la quale “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, aggiunge che “è dovere e diritto dei genitori mantenere ed educare i figli”». Questi principi sono stati definiti “pregiudizio” dalla Cassazione ed è «gravissimo che la sentenza della Cassazione metta da parte formulazioni legislative del più alto livello, internazionale e costituzionale, che parlano del diritto del bambino ad essere curato e allevato dai genitori». Ma la cosa più sconvolgente della pronuncia, secondo Cardia, è «quando considera il bambino come soggetto manipolabile, attraverso sperimentazioni che sono fuori della realtà naturale, biologica e psichica, umana, e che non si sa bene quanto dovrebbero durare». Così il bambino viene «privato artificiosamente della doppia genitorialità, vede venir meno la dimensione umana e affettiva necessaria per la crescita e il suo armonico sviluppo, ed è lasciato in balia di esperienze, rapporti, relazioni umane, sostitutive e del tutto slegate rispetto alla naturalità del rapporto con il padre e la madre. Siamo di fronte a una concezione che attinge il suo humus culturale alle forme illuministiche più primitive, nega ogni preziosità dell’esperienza umana, e ritiene che anche per la dimensione della paternità e maternità il genere umano possa ricominciare daccapo, perché l’educazione e la formazione del bambino possono avvenire contro i parametri naturali e le garanzie che la famiglia presenta in ogni epoca e in tutti i Paesi del mondo. Si intravede in questo modo un profilo disumanizzante della tendenza a spezzare il legame del bambino rispetto ai genitori naturali, che comporta il declassamento dei suoi diritti proprio in quella fase più delicata dell’esistenza che condiziona per sempre la crescita successiva».

Su «Avvenire» si è osservato che la «scelta si potrebbe sintetizzare a favore del male minore e non una sentenza ideologica che “apre” alla possibilità di adozione da parte delle coppie gay. Anche perché i giudici, forse per evitare che le loro parole si trasformassero, come si dice, in “giurisprudenza”, si sono limitati a un accenno fuggevole in riferimento al caso specifico e non teorizzano in alcun modo la necessità di legiferare a favore dell’adozione da parte delle coppie omosessuali. Del tutto fuori strada, quindi, i commenti di chi ha subito colto l’occasione per gridare alla “modernità” e alla “lungimiranza” dei supremi giudici».

Lucetta Scaraffia, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Roma La Sapienza, ha a sua volta puntualizzato che «pare evidente che il bambino non sia stato affidato dal tribunale a una coppia gay, ma a sua madre, dopo che il padre – si può arguire dalle condizioni del primo affidamento – si era comportato in modo per lo meno discutibile nei confronti del figlio. In una situazione così drammatica e lacerata, in cui anche la madre evidentemente presenta vere difficoltà, è stato però scelto di affidarlo alla madre, come persona capace di educarlo. Insisto: alla madre, e non a una coppia gay che si spaccia come genitori del bambino. Certo, la convivenza sentimentale della madre con un’altra donna può provocare problemi al bambino, non è una condizione ottimale, ma qui mi sembra che le disgrazie si sommino alle disgrazie e questa di vivere con la madre possa essere considerata per questo bambino la soluzione meno negativa, il minore dei mali. Non si tratta quindi di riconoscimento di possibilità dei gay di allevare figli, né di adottarli: trovo assolutamente fuori posto tutte le polemiche sulla bontà di questa ipotetica situazione, in Italia non permessa né adombrata da nessuna legge, neppure da questa sentenza. L’alternativa mi sembra di capire che fosse affidare il bambino a qualche nucleo familiare non legato da legami di sangue, e questo sarebbe stato per lui, che presumibilmente ama sua madre con la quale è cresciuto finora, motivo di grave danno e dolore».

Cesare Mirabelli, giurista e presidente emerito della Corte Costituzionale, ha affermato : «La sentenza della Cassazione si riferisce a un caso specifico, non mi pare che dia enunciazioni assolutizzanti da estendere, per esempio, all’adozione. I titoli che stano uscendo sugli organi d’informazione vanno al di là del caso concreto». La Cassazione con questa sentenza chiede di verificare «non in astratto, ma in concreto la situazione del minore nel contesto di quel rapporto tra i genitori e della situazione di convivenza». Non è quindi il caso di parlare di «deriva ideologica», conclude il giurista, dal momento che è «legata al caso specifico e non intende dettare una disciplina, né apre all’adozione per le coppie omosessuali».

Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps), ha affermato : «Non si tratta di pregiudizi. Da pediatra voglio affrontare la questione da un punto di vista medico e scientifico. Esistono studi internazionali, seri, in particolare negli Stati Uniti, che dimostrano statisticamente come una percentuale significativa di bambini adottati da coppie gay siano più svantaggiati dal punto di vista psicosomatico e depressivo, con una maggior tendenza al suicidio. Il fatto che non ci siano ricerche specifiche in Italia, dove le adozioni da parte di coppie omosessuali sono vietate, non significa che si debbano ignorare studi autorevoli condotti in altri Paesi. Non parliamo di semplici sondaggi, ma di lavori condotti con tutti i crismi. Da pediatra ritengo che il bambino deve incontrare stili educativi diversi, uomo-donna; dal suo punto di vista l’habitat migliore è quello di una famiglia composta da padre e madre uniti il più a lungo possibile. Perché quello che deve interessare è il bambino. Non c’entra niente il “diritto” dei genitori, non sono in discussione quelli legali o civili degli omosessuali, c’è di mezzo un’altra persona. Bisogna chiedersi: in queste situazioni il bambino è contento? Come medico mi interessa non solo la sua salute fisica, ma anche quella psichica, etica e morale, il suo equilibrio affettivo».

Lorenza Violini, docente di Diritto costituzionale all’Università statale di Milano, ha spiegato : «Il caso è certamente da ridimensionare. Non c’è possibilità di far derivare da questa sentenza una promozione delle adozioni da parte di coppie omosessuali. La giurisprudenza in materia è piuttosto consolidata, non è certo il primo caso di minore affidato alla madre o al padre, anche quando il genitore dopo la separazione abbia avviato una convivenza e una relazione omosessuale. Tecnicamente, siamo nel campo della giurisdizione minorile e le decisioni sono più simili ad atti meramente amministrativi che non giurisdizionali. E se è vero che qualsiasi sentenza è indissolubilmente legata al caso specifico che viene giudicato, ciò è ancora più vero nella vicenda di cui stiamo discutendo. Non possiamo prescindere dalla storia di questo bambino, quantomeno per come emerge dalle carte. Qui mi sembra di poter dire che sia stato valutato il benessere del minore da parte dei giudici d’Appello e poi la Cassazione si è limitata a respingere il ricorso del padre trovando scarsamente argomentate le sue motivazioni».

In definitiva, secondo l’UCCR, pare evidente la strumentalizzazione delle comunità omosessuali, che hanno parlato di «sentenza storica» e «abbattimento dei pregiudizi».

Fonte: http://www.uccronline.it/

5. Ovuli congelati a 30 anni: la maternità non ha più età

19 gennaio 2013

Si chiama «social egg freezing», congelamento sociale degli ovociti, ed è la nuova arma anti infertilità usata dalle donne che vogliono rimandare, spesso oltre gli “anta”, il momento di diventare mamme. La scienza viene loro incontro permettendo di congelare a trent’anni (o anche prima) gli ovociti, così che quando poi decideranno di mettere su famiglia, la percentuale di successo nel rimanere incinte non sia compromessa dalla data di nascita. Ovviamente, a quel punto, dovranno sottoporsi a fecondazione artificiale in vitro.

Non sempre un capriccio, il desiderio di prolungare una stagione di “singletudine” o di vita a due, o di spingere sulla carriera. Spesso è una necessità. Perché i ritmi, gli stipendi (quando si è fortunate e non precarie o disoccupate) e la tutela sociale delle donne influenzano in maniera determinante certe scelte. Così i bambini vengono rimandati a tempi (e a stipendi) più floridi per le finanze, ma non per la fertilità dei propri ovociti. Una pratica che inizia a diffondersi anche da noi, sulla scia di Paesi come gli Stati Uniti e l’Europa del nord.

In Italia il congelamento degli ovociti si collega quasi sempre a una malattia, a una donna che, per esempio, debba sottoporsi a cure che ridurranno o annienteranno la fertilità, e vuole conservare la possibilità di diventare mamma. Legislativamente non ci sono problemi, perché la normativa italiana non ha mai posto limiti al congelamento di uova non fertilizzate.

«In Italia la ricerca dei figli si è spostata sempre più avanti, oltre i trent’anni», spiega Andrea Borini, presidente della Società italiana di conservazione della fertilità. «Quando poi si hanno difficoltà e ci si rivolge alla fecondazione artificiale, di solito intorno ai 37-38 anni, le percentuali di successo diminuiscono». Se poi si arriva oltre i quarant’anni le cose precipitano (il nostro Paese ha il primato dei parti in età matura, 4,6% dopo i 40 anni, il doppio che in Francia, Spagna, Olanda, Svezia, Danimarca, Stati Uniti). «Basti pensare che dai 43 anni la percentuale di successo è al 5 per cento», spiega Borini. «Se queste donne – continua l’esperto – avessero congelato gli ovociti a 25 anni, potrebbero usarli mantenendo una percentuale di successo intorno al 40 per cento».

Il congelamento degli ovociti, ovviamente, non è rimborsato dal Servizio sanitario nazionale, a meno che non sia necessario a seguito di una malattia. E costa caro. Nel centro di Bologna Tecnobios, ad esempio, bisogna preventivare intorno ai 3mila euro, più 300 euro per ogni anno di conservazione in azoto liquido oltre il terzo. Spesso le donne che si rivolgono ai centri italiani sono straniere, molte statunitensi.

Fonte: «La  Stampa.it» 

Approfondimentihttp://www.socialfreezing.org/

 

6. Ricercatrice italiana scopre l’elica quadrupla nel Dna

21 gennaio 2013

Il Dna nelle cellule umane può assumere anche una forma “a quadrupla elica”, e non solo quella a doppia scoperta giusto 60 anni fa da Watson e Crick con il contributo di Rosalind Franklin. Lo ha scoperto Giulia Biffi, una ricercatrice italiana che lavora all’università di Cambridge. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica «Nature Chemistry», rappresenta una tappa importante nel campo delle genetica e in futuro potrebbe avere sviluppi nella la ricerca sul cancro.

È un passo avanti che gli autori della ricerca, finanziata dal Cancer Research del Regno Unito , definiscono «una vera pietra miliare» del progresso scientifico. Per la prima volta è stata provata l’esistenza nelle cellule umane di un Dna particolare a “quadrupla elica”, finora dimostrata soltanto in provetta. E colpire queste strutture potrebbe rivelarsi una strada inedita per combattere il cancro con nuove cure su misura.

Negli ultimi vent’anni la ricerca aveva più volte segnalato che in laboratorio si possono formare strutture di Dna composte da 4 filamenti, dette G-quadruplex o G-tetradi perché tendono a crearsi sequenze particolarmente ricche di guanina (G), uno dei ‘mattoni’ che costruiscono gli acidi nucleici. Finora, però, queste strutture erano state considerate una curiosità piuttosto che qualcosa realmente esistente in natura. Invece Giulia Biffi, ricercatrice che ha guidato lo studio nel laboratorio di Cambridge coordinato da Shankar Balasubramanian, le ha catturate per la prima volta “in vivo” utilizzando speciali anticorpi fosforescenti disegnati apposta per riuscire ad agganciarle.

Gli studiosi hanno osservato anche che queste strutture a 4 filamenti sono particolarmente numerose durante il processo di replicazione del Dna, e cioè quando la cellula si sta per dividere e moltiplicare. Più rapidamente sta procedendo il processo di divisione, più quadruple eliche ci sono. Non è ancora accertato, ma sembra che nella cellula tumorale ci siano più strutture quadruple rispetto alle cellule normali, anche perché quelle tumorali si moltiplicano in continuazione. La presenza di questo Dna “a 4″ sembra legata a doppio filo con un momento cruciale della vita cellulare, perché se qualcosa va storto in questa fase può innescarsi la cascata di eventi che porta al cancro. Se fosse così, come ipotizzano gli esperti, in futuro sarebbe possibile bloccare la quadrupla elica con molecole sintetiche e fermare il processo di replicazione e quindi la proliferazione del cancro.

Tra l’altro studi precedenti hanno dimostrato che un gene iperattivo, con alti livelli di Dna a 4 fili, è anche più vulnerabile a interferenze esterne. «Comunque c’è ancora molto da studiare», ha spiegato Balasubramanian. «Ma, per quanto ci riguarda, quanto scoperto supporta in modo solido l’opportunità di percorrere una nuova strada: utilizzare questo Dna come bersaglio per i trattamenti personalizzati del futuro». Ad alimentare le speranze degli scienziati c’è anche il fatto che, «intrappolando con molecole sintetiche queste strutture di Dna quadruplex, riusciamo a sequestrarle e a stabilizzarle», interferendo in qualche modo con il processo di replicazione cellulare.

Secondo Carlo Alberto Redi, biologo dello sviluppo dell’Università di Pavia, «la nostra visione del Dna è ancora ingenua» e solo con scoperte come questa si incomincia a capire un poco di più come funziona. «Sempre più si va delineando il fatto che abbiamo una visione “naif” del genoma, in cui sequenziando il Dna si ottengono tutte le informazioni sugli organismi. Finalmente, grazie alle scienze “omiche” (dalla genomica alla metabolomica), stiamo capendo come mai una “manciata” di geni, che abbiamo in comune con i lieviti, sia in grado di delineare tutte le forme viventi. Scoperte come questa sono fondamentali, perché ci permettono di capire come funziona veramente la vita».

Fonte: «La Repubblica»

Approfondimenti: http://www.nature.com/nchem/journal/vaop/ncurrent/index.html#af

 

7. Parti cesarei: il 43% è ingiustificato

21 gennaio 2013

Il Ministero della Salute denuncia il caso del numero eccessivo dei primi parti cesarei, che in Italia costituiscono un record: il 29,31% dei parti totali, con l’aggravante che il 43% dei primi parti cesarei sarebbe ingiustificato. Questo comporta non solo spreco di denaro pubblico (80-85 milioni di euro l’anno), ma soprattutto un aumento dei rischi per la salute della donna e del neonato. «Sono dati molto preoccupanti», ha detto il Ministro della Salute Renato Balduzzi, «e ci vuole un intervento ulteriore. È un forte campanello d’allarme, perché i dati ci dicono che ci sono comportamenti opportunistici sui quali bisogna intervenire».

L’indagine del Ministero è scattata su indicazione dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali). I carabinieri dei Nas hanno acquisito e verificato a campione 3.273 cartelle cliniche di 78 strutture pubbliche e private per accertare la corrispondenza tra schede di dimissione (Sdo).

I problemi di validità erano stati sollevati dall’Agenas che ha notato come la «posizione anomala del feto», caso fortemente associato al cesareo, risultasse sopra il 20 e addirittura il 50% tra tutti i primi parti cesarei, contro una frequenza media nazionale dell’8%. Valori incompatibili, che «hanno fatto sorgere il sospetto di una utilizzazione opportunistica della diagnosi, non basata su reali condizioni cliniche».

Il Ministro Balduzzi ha affermato che, «in presenza di dati che creano ragionevoli dubbi sulla legalità dei comportamenti, c’è il dovere di perseguire la strada giudiziaria», anche perché, ha aggiunto il ministro, in varie situazioni si è verificato che le cartelle cliniche «dicessero cose diverse rispetto a quanto documentato dalle indagini ecografiche o radiologiche, o che addirittura mancasse nella cartella clinica la documentazione stessa, volta a supportare la diagnosi».

Il Ministero della Salute ha ricordato che i rischi legati al parto, sia naturale che con taglio cesareo, sono oggi fortunatamente molto bassi. Tuttavia, essere sottoposti a un taglio cesareo elettivo a termine di gravidanza comporta alcuni rischi maggiori per la madre e per il neonato rispetto al parto vaginale.

In confronto a chi partorisce naturalmente, la donna sottoposta a parto cesareo ha un rischio triplo di decesso a causa di complicanze anestesiologiche, un rischio di lesioni (vescicali e/o ureterali) fino a 37 volte maggiore e ha una probabilità di sottoporsi a laparotomia esplorativa post-partum aumentata di circa 18 volte; la complicanza di maggior impatto è la rottura dell’utero in una successiva gravidanza, la cui probabilità dopo un taglio cesareo è di 42 volte superiore rispetto a un parto vaginale.

Per il Ministero è evidente, quindi, che «il taglio cesareo è un intervento chirurgico non privo di rischi e deve essere eseguito solo se si verificano le condizioni mediche che lo rendono necessario. Se non vi sono controindicazioni, il parto naturale è da preferire al taglio cesareo, anzitutto per la tutela della salute della partoriente e del bambino».

Fonte: Ministero Salute   http://www.salute.gov.it/

8. No, non cercano una madre per un Neanderthal

22 gennaio  2013

È del 21 gennaio scorso la notizia che uno “scienziato pazzo” starebbe cercando una donna che presti il proprio corpo per concepire un piccolo Neanderthal. «Mamma avventurosa cercasi per far nascere un uomo di Neanderthal»: questo il titolo con cui il «Daily Mail» riassumeva l’ultima trovata del professor George Church, genetista alla Harvard Medical School di Boston. L’appello per la madre surrogata ha fatto subito esplodere le polemiche e gridare all’orrore. Peccato che già il giorno seguente sia arrivata la smentita per bocca dello stesso Church: «È tutto frutto di un’errata traduzione».

In un’intervista rilasciata allo «Spiegel» il 14 gennaio, lo studioso, noto per essere uno dei pionieri della genomica nonché tra gli iniziatori del Progetto genoma umano, aveva dichiarato che «sarebbe possibile, in via teorica, effettuare la clonazione di un Neanderthal a partire dal suo genoma». Church sostiene di non aver aggiunto altro, tanto meno di essere alla ricerca di una donna così «volenterosa» e di non essere nemmeno mai stato coinvolto in progetti di sequenziamento del dna dei nostri celebri antenati. Ma… detto e fatto! Neanderthal era già in gestazione.

Secondo lo scienziato, chi in seguito ha ripreso l’articolo ha riportato «cose stravaganti e del tutto false». Ciò che Church intendeva nell’intervista allo «Spiegel», in realtà, è che «sarebbe necessario iniziare a riflettere adesso sull’eventualità che questo tipo di clonazione possa diventare, un giorno, tecnicamente possibile». Church ha raccontato infine di aver rilasciato, durante la sua lunga carriera, almeno 500 interviste, ma di non essere mai stato travolto da un simile vortice mediatico.

Il fatto è che, quando una notizia viene lanciata, è estremamente difficile “correggere il tiro”: la prima versione, nonostante venga corretta o confutata, resta quella impressa nella mente, soprattutto tra chi legge le notizie sul Web.

L’ultima dimostrazione di questo meccanismo è arrivata da uno studio della Ohio State University dello scorso 25 gennaio. Il cosiddetto “fact checking” (“verifica dei fatti”, tanto in voga anche da noi in tempi di dibattiti elettorali), che cerca di smascherare bufale e affermazioni false, non funziona sulle persone a cui “piace” la notizia, anche se non è veritiera. E la rettifica non è efficace neanche se è fatta in tempo reale, figurarsi a distanza di giorni o settimane come spesso accade.

I ricercatori dell’Ohio University, che presenteranno lo studio a fine febbraio in Texas a margine di un congresso sul “social computing”, hanno diviso 574 adulti in tre gruppi e hanno fatto leggere a ciascuno un finto blog (“diario” sul Web) contenente l’affermazione falsa che le autorità Usa possono avere libero accesso alle cartelle cliniche elettroniche. Il primo gruppo ha letto subito anche la smentita proveniente da una fonte considerata autorevole, il secondo l’ha appresa dopo tre minuti e il terzo non ha ricevuto alcuna rettifica.

In seguito è stato chiesto ai partecipanti quanto fosse facile per le autorità spiare le cartelle cliniche, e il gruppo che ha ricevuto la smentita in tempo reale è stato solo leggermente più “preciso” degli altri: «Solamente chi aveva dichiarato prima del test di essere favorevole alle cartelle elettroniche ha “recepito” la correzione», ha spiegato Kelly Garrett, tra i responsabili dello studio, «mentre i contrari sono rimasti della loro idea. Correggere false convinzioni richiede una vera e propria opera di persuasione: non è sufficiente dare un’informazione accurata. Questo spiega perché, ad esempio, un americano su sei ancora creda che il presidente Obama non sia nato negli Usa, nonostante un fact checking esaustivo». E c’è da scommettere che tra nove mesi qualcuno andrà alla ricerca di un neonato di Neanderthal.

Fonti:  

http://www.spiegel.de/international/spiegel-responds-to-brouhaha-over-neanderthal-clone-interview-a-879311.html

http://researchnews.osu.edu/archive/realtimecorr.htm

 

9. Olanda: per la prima volta eutanasia a un malato di Alzeimer senza il suo consenso

23 gennaio 2013

Il 23 gennaio i giornali olandesi hanno riportato la notizia che «una donna di 64 anni, affetta da demenza senile, è diventata la prima persona in Olanda a morire di eutanasia anche se non era più in grado di esprimere la sua volontà. La donna è sempre stata una sostenitrice dell’eutanasia, ma con l’aggravarsi della malattia è diventata incapace di esprimere la sua volontà. Nonostante ciò, una commissione medica ha approvato il suo diritto a morire».

Il caso ha implicazioni molto importanti per la legge olandese sull’eutanasia perché, contrariamente a quanto afferma la legge, «significa che le persone che non possono esprimere il proprio desiderio di morire possono lo stesso ottenere l’eutanasia». La normativa sull’eutanasia in Olanda prevede che può essere ucciso chi è affetto da una malattia in stato terminale e chi esprime esplicitamente il suo assenso. I giornali olandesi riportano dunque il caso di una donna che non solo è stata uccisa senza soffrire di una malattia in stato terminale, che è contro una parte della legge, ma addirittura che non ha espresso il suo assenso alla morte, altra violazione della legge.

Come giustificarlo da un punto di vista etico? Per Erik Parens, autore di un articolo sul «The Hastings Center Report», uno dei più influenti giornali di bioetica al mondo, «non sarà facile usare gli stessi criteri del cancro per l’Alzheimer. Ma per progredire penso che dovremo provare a pensare sia alle “differenze” sia alle peculiarità della “malattia”. Come riuscire a farlo è molto complesso, ma dobbiamo provarci». Quindi, in sintesi: la pratica è illegale e, siccome non è ancora stato trovato un modo per giustificarla, bisogna impegnarsi per riuscirci.

Non stupisce in definitiva se «in Olanda il 23% di tutte le morti per eutanasia non vengono riportate e il numero totale delle vittime dell’eutanasia nel Paese nel 2011 è stato di 4.770 contro i 3.695 riportati», come rivelato da Alex Schadenberg, direttore della Coalizione per la prevenzione dell’eutanasia. Il dibattito sull’Alzheimer, però, non fa altro che dimostrare che l’eutanasia in Olanda, come in Belgio del resto, è totalmente fuori controllo, come analizzato dall’Istituto europeo di bioetica [vedere notizia del 12 gennaio]. Perché «quando si accetta il principio che c’è anche una sola vita che non merita di essere vissuta, che anche in un solo caso va bene che un uomo ne uccida un altro, allora, alla lunga, si arriverà per forza alla conclusione che uccidere un altro uomo va bene quasi sempre o sempre».

Fonte:  http://www.thehastingscenter.org/Publications/HCR/Default.aspx

 

10. Supervirus H5N1, riparte la ricerca: caduta la moratoria dei ricercatori, perché i benefici sono maggiori dei rischi

23 gennaio 2013 

La ricerca sul supervirus dell’influenza H5N1 – balzato agli onori della cronaca alla fine del 2011 – è pronta a ripartire. Dopo oltre un anno di discussioni sulla legittimità degli studi, sulla necessità o meno di pubblicare dati così sensibili, Yoshihiro Kawaoka della University of Winsconsin-Madison e Ron Fouchier dell’ Erasmus Medical Centre di Rotterdam – protagonisti delle ricerche sul virus dell’aviaria, che grazie a poche mutazioni genetiche diventava trasmissibile anche per via aerea tra i mammiferi (furetti) – dichiarano che gli studi sul patogeno possono riprendere, sebbene a qualche condizione. È quanto hanno fatto sapere il 23 gennaio gli stessi ricercatori attraverso una lettera pubblicata da «Science» e «Nature» firmata da una quarantina di scienziati, tra cui l’italiana Ilaria Capua.

La questione a suo tempo però non riguardava solo l’opportunità di pubblicare o meno dati così sensibili (la paura era che avrebbero potuto essere usati in modo improprio, ovvero per fini terroristici). Il problema era infatti spiegare anche la legittimità (utilità?) stessa di ricerche come queste. Così, esattamente un anno fa, sempre «Science» e «Nature» annunciarono una pausa di sessanta giorni sulla ricerca su H5N1.

Si era parlato di una vera pausa di riflessione, chiesta ai gruppi a capo delle ricerche per dar modo alla comunità scientifica di interrogarsi sui potenziali benefici di studi delicati e pericolosi come questi. «Riconosciamo il bisogno di spiegare chiaramente i benefici di questa importante ricerca e le misure prese per minimizzare i rischi», scrivevano a suo tempo gli scienziati annunciando la moratoria. Una pausa anche per dar modo a governi e istituzioni di ripensare alle politiche di gestione di studi come questi. Quei sessanta giorni poi si sarebbero prolungati, così da assicurare tutto il tempo necessario per ridefinire la questione.

Oggi i ricercatori sono pronti a mettere fine alla moratoria, ritenendo che abbia prodotto gli effetti sperati. In definitiva la ricerca può riprendere almeno nei Paesi che abbiano dato la loro approvazione, in cui cioè siano soddisfatte le richieste di biosicurezza che studi simili reclamano.

Ma la ripresa delle ricerche su H5N1 significa anche che i benefici di questo tipo di indagini sono stati compresi, come scrivono nella loro lettera anche Kawaoka e Fouchier: «Dal momento che studi sulla trasmissione del virus H5N1 sono essenziali per una preparazione alla pandemia e per comprendere l’adattamento dei virus influenzali ai mammiferi, i ricercatori che hanno ricevuto approvazioni dai loro governi e dalle loro istituzioni per condurre questo tipo di ricerca senza rischi, sotto appropriate condizioni di biosicurezza, hanno una responsabilità pubblica di riprendere questo importante lavoro. Gli scienziati invece non devono riprendere le loro attività nei Paesi dove non è ancora stata raggiunta alcuna decisione circa le condizioni per la ricerca sulla trasmissione del virus H5N1».

Una decisione, quindi, che parte dalla piena coscienza delle condizioni in cui opera la ricerca, non dimenticando però che questo tipo di studi, così come tutti quelli che riguardano gli agenti infettivi, non sono privi di rischi. «Ma dal momento che esiste in natura il rischio che emerga un virus H5N1 capace di trasmettersi tra i mammiferi», concludono gli esperti, « i benefici di questo lavoro superano i rischi».

Fonte:  http://www.nature.com/nature/journal/v493/n7434/full/nature11858.html

 

11. Nuova tecnica permette di archiviare file audio, immagini e testi all’interno di filamenti di dna sintetico

24 gennaio 2013

Ricercatori dello European Bioinformatics Institute (Embl-Ebi), in Gran Bretagna, e ingegneri dell’Agilent Technologies, una compagnia di elettronica con base in California, hanno lavorato assieme per mettere a punto una nuova tecnologia che permetterebbe di immagazzinare 100 milioni di ore di filmato in alta qualità in un piccolissimo frammento di dna. Per capire come ci sono riusciti basta leggere lo studio pubblicato su «Nature».

Un «zettabyte» è una delle unità di misura dell’informazione, una cifra iperbolica che corrisponde a mille miliardi di miliardi. Ebbene, oggi nel mondo esistono circa tre zettabyte di dati digitali, un numero destinato a crescere, considerando l’enorme quantità di informazioni che vengono messe in circolo quotidianamente in ogni angolo della Terra. Ma come conservare questa gigantesca mole di dati? Gli hard disk sono costosi e ingombranti, mentre i nastri magnetici si rovinano in una decina d’anni: troppo poco per poter garantire un’archiviazione a lungo termine. Perché allora non usare il dna? «È piccolo, compatto e non consuma energia per immagazzinare dati», spiega Nick Goldman, il ricercatore della Embl-Ebi a capo dello studio. In più, si conserva per migliaia di anni.

L’idea di utilizzare la “regina” delle molecole biologiche per archiviare dati non è nuova, e qualche successo in questa direzione era già stato raggiunto. Ma le vecchie tecniche impiegate per convertire le informazioni digitali in sequenze di nucleotidi (i mattoni del dna) erano suscettibili di errori e permettevano di immagazzinare solo piccole quantità di dati. La nuova tecnologia messa a punto dai ricercatori inglesi supera questi problemi. In pratica l’informazione digitale, espressa in bit, viene prima convertita in trit, cioè l’unità di base di un sistema numerico che utilizza tre cifre (generalmente 0, 1 e 2) al posto di due (0 e 1); a ogni trit viene poi fatto corrispondere un nucleotide. In questo modo, è stato possibile assemblare lunghi filamenti di dna in cui, grazie alle molteplici combinazioni numeriche realizzabili con un codice a tre cifre, era quasi impossibile avere vicino due nucleotidi dello stesso tipo (la maggior fonte di errore in questo tipo di tecnologie). Il filamento è stato quindi spezzato in piccole porzioni (più facilmente manipolabili), a cui sono state legate sequenze-indice che ne individuavano la posizione all’interno del filamento originale.

Utilizzando questa tecnica, il gruppo di Goldman ha trasformato in dna varie tipologie di dati digitali per un toltale di oltre 700 kilobyte: un mp3 tratto dal celebre discorso di Martin Luther King «I have a dream»; una foto in jpg della Embl-Ebi; il pdf di un articolo di Watson e Crick (i due scienziati che scoprirono la struttura a doppia elica del dna); un file di testo dei sonetti di Shakespeare. Questa conversione ha generato più di 153mila frammenti di dna, piccoli come un granello di polvere. Dal sequenziamento di queste porzioni di materiale genetico, poi, è stato possibile risalire ai file originali con un’accuratezza del 100%. «Abbiamo creato un archivio capace di immagazzinare dati per 10 mila anni, o forse più», afferma Goldman. Ora i ricercatori sono al lavoro per perfezionare il processo con la speranza di poter presto disporre di molecole di dna sintetico dalle stesse funzionalità di un hard disk.

Fonte: http://www.nature.com/news/synthetic-double-helix-faithfully-stores-shakespeare-s-sonnets-1.12279

 

12. «Codice rosa» in Pronto Soccorso per le donne vittime di violenza: bilancio del Servizio attivato per primo in Piemonte dall’Asl To2

25 gennaio 2013

Dal 2 giugno 2012 l’Asl To 2, per prima in Piemonte, ha introdotto al Pronto Soccorso, oltre ai tradizionali codici di triage, uno specifico Codice rosa per le donne vittime di aggressioni, che evidenzia immediatamente a tutti gli operatori la necessità di attivare l’équipe antiviolenza, presente sin dal 2009 all’Asl To2 e coordinata da Teresa Emanuele della Direzione sanitaria dell’Ospedale Maria Vittoria. L’équipe è composta dai diversi specialisti – ginecologi, pediatri, chirurghi, medici d’urgenza, internisti, assistenti sociali, psicologi – che lavorano insieme per supportare le vittime, in sinergia con le forze dell’ordine, le associazioni territoriali che si occupano di sostegno e prevenzione e una casa protetta convenzionata con l’Asl per i casi di impossibilità di rientro al domicilio.

«Nel 2012 nei Pronto Soccorso del Maria Vittoria e del San Giovanni Bosco sono state assistite 182 donne vittime di violenza, alcune delle quali si trovavano in una fase particolarmente delicata in quanto gravide o puerpere – spiega Teresa Emanuele – la maggioranza delle donne assistite sono italiane, nella fascia di età tra i 21 e i 50 anni; giungono al Pronto Soccorso dei nostri ospedali in qualsiasi fascia oraria, con un quadro di media gravità e una prognosi fino a 10 giorni, soprattutto per aggressione da parte del marito o del convivente. Questi numeri fanno riflettere sull’importanza di esplicitare come azienda l’impegno nella lotta contro la violenza sulle donne, incoraggiando la comunicazione con il Pronto Soccorso, che è fondamentale, tanto che in triage sono affissi manifesti in cui, con lo slogan “Pronto soccorso … per te è rosa”, viene spiegato che, segnalando la violenza, si ha accesso a un percorso di tutela ad hoc».

Questa modalità di triage è in estensione quest’anno anche al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Giovanni Bosco. «L’incremento di accessi dall’avvio del Codice rosa ad oggi è il segnale che un’accoglienza dedicata e il giusto approccio possono spingere molte donne a trovare la forza per segnalare il loro dramma», conclude il direttore generale Asl To 2, Maurizio Dall’Acqua, «uscendo dal circolo della violenza, cosa che avveniva più difficilmente negli anni passati; per questo i nostri operatori sanitari vengono formati con corsi specifici».

L’iniziativa dell’Asl To 2 ha trovato l’ideale suggello nella sottoscrizione da parte della stessa Asl della Convenzione «No More!», documento che impegna concretamente i sottoscrittori anche nella formazione degli addetti dei Pronto Soccorso e che il Capo della Stato ha elogiato per la capacità di individuare azioni concrete a sostegno di una concezione del ruolo femminile che ne rispetti la dignità e l’integrità fisica e psicologica.

Fonti:  www.aslto2.piemonte.it ;  http://www.nomoreviolenza.it/

 

13. Perché siamo poco informati sulla crioconservazione

25 gennaio 2013

Da un ampio studio condotto dall’Organizzazione mondiale della sanità e pubblicato su «Plos Medicine», che ha analizzato i dati di 277 ricerche demografiche sulla salute riproduttiva relative a 190 Paesi, è emerso che il tasso d’infertilità nel mondo è rimasto praticamente invariato tra il 1990 e il 2010.

Se è vero che la percentuale è rimasta la stessa, grazie all’aumento della popolazione mondiale durante l’ultimo ventennio, è anche vero che il numero totale di coppie affette da infertilità è salito dai 42 milioni del 1990 ai 48 del 2010. Numeri che fanno riflettere sulla scelta di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita (Pma).

Ma quando si può parlare di sterilità? Si parla di infertilità quando si rileva l’impossibilità di ottenere una gravidanza clinica dopo 12 mesi di tentativi. Nella Pma il rischio più rilevante, oltre alla multigemellarità, è rappresentato dalla sindrome da iperstimolazione ovarica (Ohss: Ovarian hyperstimulation syndrome) che è una reazione alla terapia d’induzione all’ovulazione.

Generalmente questa patologia, a carattere benigno, si risolve in pochi giorni, ma in alcuni casi può diventare pericolosa e causa di complicanze gravi. Tutto questo è riconducibile alla somministrazione di uno stimolo farmacologico, rappresentato dall’ormone Hcg, al termine della stimolazione ovarica per ottenere la maturità dei gameti femminili. Nel corso di nuovi studi, per contenere e limitare gli effetti da Ohss, è stato utilizzato l’antagonista del GnRh per sostituire l’Hcg, ottenendo importanti risultati: nessuna donna ricoverata per iperstimolazione grave contro un 1,2% di ricoveri dopo la somministrazione dell’ormone Hcg.

Enormi passi avanti sono stati compiuti negli ultimi anni dalla ricerca per la cura alla sterilità e recentemente l’American society for reproductive medicine (Asrm) ha dichiarato che la crioconservazione degli ovociti non è più da considerare pratica sperimentale. Con il ricorso alla crioconservazione nelle pazienti giovani è possibile ottenere risultati simili alle tecniche tradizionali, in cui vengono usati ovociti non congelati. Un traguardo molto importante per le donne che devono sottoporsi alle cure oncologiche, potenzialmente dannose per l’apparato riproduttivo perché mettono a rischio la fertilità. Ma pare che in questo specifico contesto ci sia molta riluttanza nel fornire informazioni negli ambienti ospedalieri perché, nonostante le alte percentuali di guarigione da alcune forme di tumori, quasi mai le pazienti in età fertile vengono informate delle tecniche di crioconservazione per avere un figlio una volta guarite.

ProFert, Società italiana di crioconservazione della fertilità (www.profert.org ), ha effettuato uno studio sulle informazioni disponibili per i pazienti onco-ematologici prendendo in considerazione i principali ospedali italiani (Milano, Roma, Bologna e Napoli) specializzati nella cura di leucemie e linfomi e i siti Internet delle associazioni di pazienti oncologici. È emerso un quadro sconfortante per l’assenza d’informazioni a partire dalle sale d’attesa dei centri dove non c’era traccia di libretti, opuscoli o locandine che riportassero indicazioni per conservare la possibilità di procreare dopo una terapia oncologica.

Fonte: http://www.plosmedicine.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pmed.1001356 

 

14. «La Terra non si governa con l’economia. Le leggi di natura prevalgono sulle leggi dell’uomo»: appello di docenti e ricercatori italiani

28 gennaio 2013 

È partita il 28 gennaio la campagna di un gruppo di docenti e ricercatori italiani per la sottoscrizione di un appello contro il dominio dell’economia sulla natura. Di seguito il testo integrale dell’appello.

«La necessità di raggiungere un’efficace salvaguardia dei beni planetari è urgente. Via via che procediamo nell’Antropocene, rischiamo di spingere il Sistema Terra su una traiettoria che condurrà a condizioni più ostili dalle quali non sarà facile rientrare» (Steffen W., et. al, «Ambio», 2011)

La crisi economica iniziata nel 2008 sottende molti altri segnali di fragilità connessi con:

–  esaurimento delle risorse petrolifere e minerarie di facile estrazione
–  riscaldamento globale, eventi climatici estremi
–  pressione insostenibile sulle risorse naturali, foreste, suolo coltivabile, pesca oceanica
–  instabilità della produzione alimentare globale
–  aumento popolazione (oggi 7 miliardi, 9 nel 2050)
–  perdita di biodiversità – desertificazione
–  distruzione di suolo fertile
–  aumento del livello oceanico e acidificazione delle acque
–  squilibri nel ciclo dell’azoto e del fosforo
–  accumulo di rifiuti tossici e inquinamento persistente dell’aria, delle acque e dei suoli con conseguenze sanitarie per l’Uomo e altre specie viventi
–  difficoltà approvvigionamento acqua potabile in molte regioni del mondo

La comunità scientifica internazionale negli ultimi vent’anni ha compiuto enormi progressi nell’analizzare questi elementi.

Milioni* di articoli rigorosi, avallati da accademie scientifiche internazionali, una su tutte l’International Council for Science, nonché numerosi programmi di ricerca nazionali e internazionali, mostrano la criticità della situazione globale e l’urgente necessità di un cambio di paradigma.

Il dominio culturale delle vecchie idee della crescita economica materiale, dell’aumento del Prodotto interno lordo delle Nazioni, della competitività e dell’accrescimento dei consumi persiste nei programmi dei governi come unica via d’uscita da questa crisi epocale. Queste strade sono irrealizzabili a causa dei limiti fisici planetari. Una regola di natura vuole che a ogni crescita corrisponda una decrescita. La crescita economica, con i paradigmi attuali, segna la decrescita della naturalità del pianeta. I costi economici di queste scelte sono immani e le risorse finanziarie degli stati sono insufficienti a sostenerli.

L’analisi dei problemi inerenti alla realtà fisica del mondo viene continuamente rimossa o minimizzata, rendendo vano l’enorme accumulo di sapere scientifico che potrebbe contribuire alla soluzione di problemi tuttavia sempre più complessi e irreversibili al trascorrere del tempo.

Chiediamo pertanto al mondo dell’informazione di rompere la cortina di indifferenza che impedisce un approfondito dibattito sulla più grande sfida della storia dell’Umanità: la sostenibilità ambientale, estremamente marginale nelle politiche nazionali degli ultimi 20 anni e ad oggi assente dalla campagna elettorale in corso.

Non si dia per scontato che il pensiero unico degli economisti ortodossi sia corretto per definizione. Si apra un confronto rigoroso e documentato con tutte le discipline che riguardano i fattori fondamentali che consentono la vita sulla Terra – i flussi di energia e di materia – e non soltanto i flussi di denaro che rappresentano una sovrastruttura culturale dell’Umanità ormai completamente disconnessa dalla realtà fisico-chimica-biologica.

È quest’ultimo complesso di leggi naturali che governa insindacabilmente il pianeta da 4,5 miliardi di anni: non è disponibile a negoziati e non attende le lente decisioni umane.

(*) Si ottiene con una semplice ricerca web di articoli scientifici sul tema Global Change.

Bibliografia essenziale:

Paul R. Ehrlich, Anne H. Ehrlich, 2013, «Can a collapse of global civilization be avoided?», Proceedings of The Royal Society B, 280, 1754 http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/280/1754/20122845.abstract.html?cpetoc

I docenti e ricercatori che desiderino aderire all’appello possono scrivere a info@nimbus.it indicando il proprio ente di appartenenza.

Primi firmatari:

Ferdinando Boero, docente di Zoologia e Biologia Marina all’Università del Salento e associato all’Istituto di Scienze Marine del Cnr.

Danilo Mainardi, professore emerito di Ecologia comportamentale, università di Ca’Foscari, Venezia; Andrea Masullo, Docente di Fondamenti di Economia Sostenibile all’Università di Camerino; Luca Mercalli, Presidente Società Meteorologica Italiana e docente SSST Università di Torino; Angelo Tartaglia, docente al Politecnico di Torino, Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia; Roberto Danovaro, professore di Ecologia, Università Politecnica delle Marche, Presidente della Società Italiana di Ecologia (seguono oltre 350 firme).

Fonte: www.nimbus.it/arealim/appelloscienzaeconomia/appelloscienzaeconomia.asp 

 

15. L’Assemblea nazionale francese approva le nozze gay

1 febbraio 2013

Venerdì 1° febbraio l’Assemblea nazionale francese ha approvato l’articolo 1 del progetto di legge che legalizza i matrimoni omosessuali: con una maggioranza di 249 sì e 97 no, i deputati hanno dato il via libera alla norma che ridefinisce il matrimonio come «un accordo tra due persone di sesso diverso o del medesimo sesso». La votazione è avvenuta al termine di un lungo dibattito e la discussione di centinaia di emendamenti. I deputati francesi continueranno per almeno due settimane il confronto sul progetto di legge, al quale sono stati presentati migliaia di emendamenti.

Il disegno di legge promosso dai socialisti del presidente Francois Hollande è avversato dal centro-destra e dal mondo cattolico che il 13 gennaio hanno portato in piazza a Parigi un milione di persone. In risposta, il 27 gennaio, altre centinaia di migliaia di persone hanno manifestato sempre a Parigi a sostegno della legge. Secondo gli ultimi sondaggi una vasta maggioranza dei francesi (il 63%) sostiene i matrimoni gay, mentre più basso (il 49%) è il sostegno alle adozioni.

I partiti centristi e la destra temono in particolare che l’entrata in vigore del provvedimento apra la strada alla procreazione  assistita e agli uteri in affitto, pratica che in Francia è illegale e alla quale il governo si è sempre detto contrario.

L’approvazione finale della legge, che comprende 14 articoli, pare comunque scontata.

Fonte: Accademia nazionale francese – http://www.lcp.fr/aurelie-marcireau/2013/02/02/144728-ma-nuit-de-mariage

 

(*) Dott.ssa Lara Reale
Giornalista scientifica
Dottore in Scienze della Comunicazione
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