Notizie dall’Italia

di Lara Reale *
pubblicato il 16 febbraio 2014
Notizie dall’Italia

1. Il Papa: le coppie gay pongono sfide educative nuove. Padre Lombardi però precisa

5 gennaio 2014

Hanno fatto il giro del mondo le parole di Papa Francesco durante il colloquio con l’Unione Superiori religiosi del 29 novembre scorso, riportato nei giorni scorsi dalla rivista gesuita “La Civiltà Cattolica”. A dar vita ad un ampio dibattito tra i media nazionali e internazionali sono state, in particolare, le affermazioni del Pontefice sulle unioni gay: “A livello educativo, le unioni gay oggi pongono sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere”, ha detto Bergoglio, aggiungendo che ai figli non si deve “somministrare un vaccino contro la fede”.

Il Papa, nella conversazione di circa tre ore con i superiori degli ordini religiosi, si era soffermato a lungo sul tema dell’educazione, sottolineando che essa “deve essere all’altezza delle persone che educa, deve interrogarsi su come annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia”. Ha quindi ricordato alcune sue esperienze personali da arcivescovo di Buenos Aires, riguardo alla preparazione richiesta per accogliere in contesti educativi bambini, ragazzi e giovani che vivono situazioni complesse, specialmente in famiglia. Come ad esempio, il caso di una bambina “molto triste”, perché – come confidò alla maestra -: “La fidanzata di mia madre non mi vuol bene”.

“La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati è elevatissima – ha osservato il Papa – le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere”.

Secondo il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, tuttavia, le parole del Santo Padre sono state oggetto di forte strumentalizzazione e forzatura da parte dei media. In una nota diffusa il 5 gennaio, il portavoce vaticano ha dichiarato: “Nella conversazione con i Superiori religiosi il Papa fa la considerazione che la situazione in cui oggi si svolge la educazione dei bambini e dei giovani è molto diversa dal passato, perché essi vivono in molte situazioni familiari difficili, con genitori separati, nuove unioni anomale, a volte anche omosessuali e così via”. “L’educazione e l’annuncio della fede naturalmente non può prescindere da questa realtà – ha proseguito – e deve essere attenta al bene delle nuove generazioni, accompagnandole con affetto proprio a partire dalla loro situazione concreta, per non provocare in loro reazioni negative contrarie all’accoglienza delle fede stessa”.

Questo discorso “in certo senso ovvio” sui compiti educativi della Chiesa, fatto “in termini del tutto generali”, secondo padre Lombardi, ” in diversi media italiani è stato messo in rapporto con la questione, sollevata in questi ultimi giorni, del riconoscimento delle unioni civili delle coppie omosessuali”. Per il direttore della Sala Stampa vaticana, “la forzatura è del tutto evidente, tanto da apparire in certi casi come una strumentalizzazione”. Parlare di “apertura alle coppie gay” è “paradossale” – ha affermato – perché il discorso del Papa “è del tutto generale” e perché “perfino il piccolo esempio concreto fatto dal Papa in merito (una bimba triste perché la fidanzata della sua mamma non la ama) allude proprio alla sofferenza dei figli…”.

Il Papa, quindi – ha concluso Lombardi – “non si era assolutamente espresso su un dibattito che si è riaperto in Italia un mese dopo, e chi ricorda le posizioni da lui manifestate in precedenza in Argentina in occasione di dibattiti analoghi, sa bene che erano completamente diverse da quelle che alcuni ora cercano surrettiziamente di attribuirgli”.

Salvatore Cernuzio
(Fonte: «Zenit»)

2. Cognome della madre: Strasburgo condanna l’Italia

7 gennaio 2014

I genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi avendogli negato la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre. Nella sentenza, che diverrà definitiva tra 3 mesi, i giudici indicano che l’Italia “deve adottare riforme” legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata.

A fare ricorso alla Corte di Strasburgo sono stati i coniugi milanesi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, cui lo Stato italiano ha impedito di registrare all’anagrafe la figlia Maddalena, nata il 26 aprile 1999, con il cognome materno anziché quello paterno. La coppia, che sin da allora si è battuta per vedersi riconosciuto questo diritto, ha vinto oggi a Strasburgo. I giudici della Corte hanno infatti condannato l’Italia per avere violato il diritto di non discriminazione tra i coniugi in congiunzione con quello al rispetto della vita familiare e privata. In particolare, i giudici sostengono che “se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della Convenzione europea dei diritti umani, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne”.

Nella sentenza i giudici sottolineano anche che la possibilità introdotta nel 2000 di aggiungere al nome paterno quello materno non è sufficiente a garantire l’eguaglianza tra i coniugi e che quindi le autorità italiane dovranno cambiare la legge o le pratiche interne per mettere fine alla violazione riscontrata.

“Sono ovviamente entusiasta, è un’altro passo avanti verso il progresso e servirà soprattutto ai nostri figli” ha detto Alessandra Cusan. “La sentenza non ha un’implicazione diretta sul nostro caso, ma occorre aspettare che l’Italia legiferi – ha spiegato ancora la donna – Poi non so cosa decideremo per nostra figlia e gli altri due nati nel frattempo, ma di sicuro spero che quando saranno genitori loro possano scegliere liberamente”. Tutti e tre i bambini attualmente hanno anche il cognome della donna, in base ad un’autorizzazione data per via amministrativa. “Una specie di cortesia che viene fatta quella di poter aggiungere il cognome materno – ha detto Cusan – ma non è la stessa cosa del poter scegliere…”.

Molte le reazioni da parte del mondo della politica. “Si tratta di un primo passo importante verso una riforma della legislazione per garantire il raggiungimento di una piena eguaglianza tra i coniugi” ha detto la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli (Pd). Di “norma di civiltà” che il Paese deve introdurre al più presto ha parlato Michele Bordo, presidente della commissione per le Politiche Ue della Camera.”Sto verificando con gli uffici la possibilità di inserire tale normativa già nella legge europea all’attenzione del Parlamento in questi giorni e della quale sono relatore”. Anche la deputata Jole Santelli di Fi si è espressa a favore della modifica. “Mi auguro che il Parlamento italiano decida d’innovare una legislazione obsoleta, consentendo ai bambini di assumere il cognome delle madri”.

(Fonte: «Avvenire»)

 3. La teoria del “gender” alla conquista della scuola italiana

8 gennaio 2014

Entra nel vivo, nel 2014, la “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Il titolo di questa azione, voluta dal Governo italiano tramite il Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, è piuttosto lungo e complesso (www.pariopportunita.gov.it e www.unar.it). Dietro una terminologia asettica, quasi avvocatesca, c’è una visione antropologica secondo la quale è finito il tempo in cui l’umanità si divide naturalmente in due sessi: i maschi e le femmine, gli uomini e le donne. La visione “gender”, su cui si fonda la “strategia” italiana, dice invece un’altra cosa: in realtà ciò che conta non è il sesso biologico e la relativa azione educativa che normalmente si riceve in famiglia, e poi nella scuola, in parrocchia o altrove. Tutto questo sarebbe superato da una nuova auto-consapevolezza di maschi e femmine che potrebbero scoprire di voler essere femmine in un corpo maschile, o maschi in un corpo femminile, o omosessuali o lesbiche o bisessuali o altro ancora.

Invocando una libertà assoluta di diventare ciò che si desidera essere, qualsiasi ostacolo o condizionamento o concezione culturale che proponga un altro percorso educativo, anche semplicemente quello naturale di maschio o femmina, viene considerato sbagliato e addirittura “discriminatorio”. La “strategia” in questione si propone quindi di agire nella società, con modalità precise, perché nessuno in famiglia, nella scuola, nei mass media, in chiesa, si “permetta” di proporre concezioni educative che dissentano da modelli “gender”.

“Strategia” affidata solo a 29 associazioni Lgbt. Vediamo cosa dice il documento governativo sulla “strategia” per combattere tali presunte discriminazioni. Anzitutto si è individuato il campo di analisi della situazione italiana, istituendo un “Gruppo nazionale di lavoro Lgbt”, acronimo che significa “lesbiche, gay, bisex e transgender”. Il Governo precedente (Monti) ha radunato nel “gruppo nazionale” 29 associazioni di settore (es. Arcigay, Arcilesbica), non facendo sapere nulla di questa operazione se non a cose fatte, provocando di fatto l’esclusione di numerose altre associazioni e realtà educative che potevano dare un prezioso contributo nella riflessione su cosa significhi oggi la “discriminazione” su base sessuale.

Il primo punto affrontato è consistito nell’indagine statistica su come gli italiani concepiscano le discriminazioni verso “la comunità omosessuale”. I risultati emersi darebbero un quadro di accettazione e tolleranza (60%) verso le relazioni omosessuali anche se poi solo il 43,9% sarebbe favorevole ai matrimoni gay e il 20% all’adozione da parte di coppie omosessuali. Da questi dati le “Pari Opportunità” hanno iniziato a finanziare campagne nazionali di comunicazione contro l’omofobia, l’ultima col titolo perentorio: “E non c’è niente da dire. Sì alle differenze. No all’omofobia”. Ovviamente siamo tutti d’accordo sul non odiare i gay, ma se qualcuno pensasse che l’omosessualità non è un “bene”? Oppure la considerasse una forma di “disordine” del comportamento? Sarebbe per queste opinioni, di per stesse opinabili, perseguibile?

Rischio di forte pressione culturale. Proseguendo nell’azione, le “Pari Opportunità” hanno siglato un accordo col ministero dell’Istruzione, dando vita a una estensione della “Settimana contro la violenza” nelle scuole (avviata dal 2009) che dal 2013 ha ampliato la sua sfera di azione alle diverse forme di discriminazione sessuale e di “genere”. Se al suo interno c’è un obiettivo valido, quello di combattere il “bullismo” che a volte si scatena nei confronti di qualche giovane gay o lesbica (si parla di 140 casi nel 2012), in realtà lo scopo è quello di compiere una forte pressione culturale per far passare la visione “gender”. Ciò è tanto più comprovato dal fatto che il testo governativo parla di appena il 24% di omosessuali italiani che hanno dichiarato di aver subito discriminazioni a scuola, mentre secondo un’indagine Ilga Europe (International Lesbian Gay Association, l’associazione super-sponsorizzata da parte degli organismi comunitari che “detta” la linea alle comunità gay nazionali) tale percentuale sarebbe di oltre il 60%. Con ciò si renderebbe necessaria questa azione di indottrinamento “gender”, anche se i dati nazionali dicono il contrario.

Associazioni Lgbt in cattedra? La strategia non si limita a produrre iniziative da attuare nelle scuole, ma investe il mondo del lavoro, la sanità (donazione di sangue, riconversione chirurgica del sesso ecc.), le prigioni, gli alloggi, i mass media. Pertanto, ad esempio, a scuola verranno proposte iniziative didattiche “in maniera adeguata e sistematica” per docenti e alunni, utilizzando “l’expertise delle associazioni Lgbt”, cioè saliranno in cattedra direttamente coloro che vivono questa condizione sessuale. Non si pensa di coinvolgere i genitori o le associazioni familiari, chiedendo loro un parere: lo si fa piovere dall’alto e basta. E poi, con quale autorevolezza didattica, poniamo, di un “transgender”: ci vorrà una laurea specifica, oppure il solo fatto di essere un “trans” darà diritto a diventare docente? E ancora: perché non affidare il tema del rispetto delle “diversità” agli stessi docenti che sono tenuti a educare ai valori costituzionali di rispetto della persona? Infine: è giusto, sul piano didattico e formativo, offrire agli studenti un solo indirizzo culturale ed etico su una materia così delicata per lo sviluppo completo della personalità? Tutti questi interrogativi assillano i genitori come i docenti. Dare una risposta coerente ed equilibrata può essere un bene per tutti.

Luigi Crimella
(Fonte: «Sir»)

4. Primo passo: sfatiamo le tre menzogne contro i test sugli animali

8 gennaio 2014

L’aprile scorso ero a Washington per la riunione della National Academy of Science. All’inaugurazione è intervenuto, inaspettatamente, il presidente Obama. Il suo discorso è stato molto sincero. Per quanto riguarda i fondi per la ricerca ha detto (cito a memoria): «Mi è spesso difficile convincere i senatori ed i membri della Camera dei Rappresentanti, specie quelli eletti da poco, a stanziare fondi per la ricerca. Conoscono molti argomenti, ma, in genere, sanno poco o nulla della scienza. È compito vostro avvicinarli e spiegare loro i vantaggi della ricerca scientifica».

Il pressante invito di Obama agli scienziati americani è stato fatto suo in Italia da Elena Cattaneo. Compito gravoso, perché all’ignoranza in molti parlamentari italiani si unisce un forte pregiudizio antiscientifico. Comunque, con entusiasmo e coraggio, insieme con la Commissione Igiene e Sanità del Senato e alla lungimirante presidente Emilia De Biasi, che ha sostenuto l’iniziativa, la neo-senatrice ha organizzato, presso il Senato, una giornata (il 14 gennaio) dedicata al tema «Sperimentazione animale e diritto alla conoscenza e alla salute». Non si poteva trovare titolo migliore.

I cittadini italiani, e ancora più i loro rappresentanti, devono essere informati su quanto sia non solo necessaria, ma indispensabile, la sperimentazione animale per la loro salute e per il loro benessere. Per anni le organizzazioni animaliste hanno bombardato l’opinione pubblica con messaggi basati su Tre Menzogne: a) la sperimentazione animale non serve e non è servita a niente, b) gli animali con cui i ricercatori lavorano sono «vivisezionati» e quindi soffrono terribilmente, c) nella ricerca biomedica si può sostituire la sperimentazione animale con metodi alternativi.

Una risposta oggettiva alla prima menzogna si trova nella tabella pubblicata qui accanto. Devo aggiungere che la tabella contiene solo la punta dell’iceberg delle conquiste delle ricerche utilizzanti la sperimentazione animale. Non vi sono elencati altri dati estremamente importanti: quelli delle scoperte della ricerca di base, quelle che permettono di conoscere i meccanismi che regolano la nostra vita e che rappresentano l’humus da cui derivano, poi, le scoperte che hanno rilevanza clinica.

La risposta alla seconda menzogna è data da questo testo di Rita Levi Montalcini. Nella sua prefazione alla traduzione italiana del Libro Bianco «Uso degli animali nella ricerca scientifica» dell’American Medical Association scriveva: «Il 94% degli animali sottoposti a sperimentazione non sono esposti a sofferenza o questa è ridotta al minimo in termini di durata in base a farmaci che leniscono il dolore. Rimane circa il 6% sottoposto a trattamenti che provocano dolore perché lo scopo degli esperimenti è di produrre farmaci che leniscono la sofferenza. Ogni procedimento che la mitigasse ne vanificherebbe lo scopo». Questi dati sono dati statistici ufficiali.

La terza menzogna è così stupida che è quasi divertente. È noto a tutti i ricercatori che l’uso di metodi statistici e di modelli arricchisce la ricerca sugli animali. Non c’è niente di alternativo. Personalmente ho collaborato per anni con Michael Arbib, matematico allievo di Norbert Wiener e tra i maggiori «modellisti» del sistema nervoso. Michael non ha mai inventato dati, ma ansiosamente chiedeva i nostri, tratti da veri esperimenti, per aiutarci a capire il sistema motorio.

La terza menzogna è però così divertente che vale la pena di riportare integralmente il testo pubblicato recentemente dalla senatrice Silvana Amati sull’«Unità»: «Quando parliamo di metodi alternativi, parliamo di metodi estremamente avanzati: microcircuiti cellulari, organi bioartificiali, studi epidemiologici». Sarebbe bello che la senatrice venisse il 14 gennaio in Senato e spiegasse che cosa intende con queste sue parole misteriche. E soprattutto che ci spiegasse perché l’epidemiologia è un metodo nuovo (!) e alternativo (?) alla sperimentazione animale.

A parte queste amenità, purtroppo tanto nocive, è importante che l’iniziativa della senatrice Cattaneo e della Commissione Igiene e Sanità del Senato non resti isolata. Ci sono per fortuna movimenti ed associazioni in Italia che crescono e tendono a fare fronte all’oscurantismo animalista. Una citazione particolare meritano l’Associazione Coscioni ed i coraggiosi membri della Pro-Test Italia. Mi piace concludere ricordando che recentemente Sel (Sinistra Ecologia e Libertà) ha pubblicato un documento in cui dichiara che occorre sfatare due miti: a) che esistano ricerche di tipo alternativo alla ricerca animale e b) che buona parte degli esperimenti portati avanti oggi sono inutilmente crudeli, i loro risultati poco significativi o addirittura pericolosi per l’uomo. Speriamo che altri partiti seguano questo esempio: sfatare le Tre Menzogne.

Giacomo Rizzolatti – Università di Parma
(Fonte: «TuttoScienze – La Stampa»)

 5. Web, ecco il codice anti bullismo

8 gennaio 2014

È in arrivo il primo codice anti bullismo sul web. La prima bozza è stata approvata. Il viceministro dello Sviluppo economico, Antonio Catricalà, ha presieduto il tavolo che vede partecipare ministero, Agcom, polizia postale e delle comunicazioni, Autorità per la privacy e Garante per l’infanzia, oltre a rappresentanti di associazioni come Confindustria digitale e Assoprovider insieme a operatori del settore del calibro di Google e Microsoft. Si tratta, si legge in una nota, di un «intervento ritenuto necessario anche a seguito dei gravi fatti di cronaca che hanno visto alcuni giovanissimi arrivare a gesti estremi dopo essere stati oggetto di insulti e diffamazioni su Internet».

La bozza è consultabile e attende suggerimenti

Da ora è consultabile per 45 giorni sul sito del Ministero dello Sviluppo economico (link a fine testo) «per ottenere ulteriori suggerimenti dagli utenti del web». Come informa il sito del Ministero dello Sviluppo economico «contributi e osservazioni possono quindi essere inviati entro il 24 febbraio 2014 all’indirizzo di posta elettronica antonio.amendola@mise.gov.it​.».

Nasce un comitato di monitoraggio

Il Codice prevede che gli operatori della Rete, e in particolare coloro che operano nei servizi di social networking, si impegnino ad attivare appositi meccanismi di segnalazione di episodi di cyberbullismo per prevenire e contrastare il proliferare del fenomeno. È prevista anche l’istituzione di un Comitato di monitoraggio «senza oneri per lo Stato».

Solo 2 ore per fermare i cyberbulli

Tra gli articoli della bozza, il numero 3 è particolarmente interessante. Là dove si legge che «gli aderenti si impegnano a rendere efficienti i meccanismi di risposta alle segnalazioni (effettuati da personale opportunamente qualificato) azionati in termini di tempi di rimozione dei contenuti lesivi per la vittima del cyberbullismo, non superiori alle 2 ore dall’avvenuta segnalazione, al fine di evitare che le azioni si ripetano e/o si protraggano nel tempo, amplificando gli effetti che la condotta del cyberbullo ha in Rete sulla vittima, per la quale l’efficacia della segnalazione costituisce l’unico strumento possibile di controllo».

G. Ran
(Fonte: « Avvenire»)
(Approfondimenti: http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php)

 6. Dietro il boom degli oroscopi c’è l’insicurezza

8 gennaio 2014

Anno nuovo: tempo di buoni propositi… ma anche di oroscopi. Così pare, stando a giornali e trasmissioni radiotelevisive che continuamente propinano i loro pronostici per il 2014. A dir la verità, non è solo a Capodanno che le previsioni delle stelle impazzano, ma in questa occasione, addirittura, pretendono di dare consigli validi per tutti i 365 giorni. Ma quanto, e perché, la gente ci crede? Ne parliamo con lo psichiatra e psicoterapeuta Tonino Cantelmi.

Perché gli oroscopi continuano a riscuotere successo?

Premesso che sono la più grande bufala e non hanno significato alcuno, bisogna riconoscere che il desiderio di credere in qualcosa e avere la possibilità di controllare il futuro sono innati nell’uomo. Ciascuno è un piccolo cercatore di previsioni e gli oroscopi vengono incontro a questo desiderio di prevedere ciò che succede, che affonda le sue radici nella grande insicurezza dell’umanità. In secondo luogo vi è da considerare il loro potere di suggestionare la gente, come pure una grande ambiguità che permette di leggerli in maniera differente da caso a caso.

Effettivamente, ragionando in maniera razionale, è difficile credere che vi possano essere accadimenti comuni a tutti i nati in un determinato periodo…

Da un punto di vista scientifico e anche da una valutazione culturale non c’è dubbio che l’oroscopo sia una grande sciocchezza. Ma noi, in fondo, siamo portati a credere alle grandi sciocchezze, a miti che non hanno alcun aggancio con la realtà: dall’ufologia al complottismo estremo. L’uomo è facilmente suggestionabile: quando poi questa sciocchezza raccoglie i nostri desideri, ci rassicura, ci aiuta nella previsione del futuro – che è un meccanismo normale della nostra psicologia -, allora quest’incastro diventa formidabile.

Per tanti leggere l’oroscopo pare essere un gioco…

Rientra nel ‘non è vero ma ci credo’. Sì, è un grande gioco ma pure un grande affare: è la parte più letta e più seguita di giornali e trasmissioni. È un aspetto ludico dell’umanità anche più evoluta e colta. Poi ci sono ciarlatani veri e propri, che approfittano della credulità delle persone proponendo oroscopi personalizzati….

Il codice penale punisce l’abuso della credulità popolare. Non sono così anche gli oroscopi?

Laddove c’è malafede è bene intervenire: maghi, veggenti, cartomanti e così via sono cialtroneria pura, rubano soldi alle persone. Ma gli oroscopi trasmessi dalla tv, in fondo, sono solo una forma di spettacolo, un momento ludico.

Chi crede in una religione – un cattolico, ma non solo – quale rapporto può avere con i segni delle stelle?

Fondamentalmente il credente affida se stesso a una provvidenza, a un Dio buono, senza avere la pretesa di controllare il futuro e far avverare i propri desideri. La fede matura è un grande salto nella maturità umana, aiuta a stare nel qui e ora. Superstizione, magia e oroscopi sono tentativi di manipolare la realtà, di farsi dio al posto di Dio, di voler gestire il proprio futuro, e perciò profondamente antireligiosi e anticristiani.

C’è chi lo legge o lo ascolta per gioco, chi per superstizione o perché ne è suggestionato… Ma che cosa deriva dal seguire gli oroscopi?

Per lo più sono insignificanti: le persone lo leggono, immaginano qualcosa ma poi, nella maggior parte dei casi, lo dimenticano nel resto della giornata. Chi è maggiormente suggestionabile vi ricorre in maniera compulsiva, e qui si apre il grande capitolo delle profezie che si autoavverano o della lettura della realtà interpretandola secondo quell’oroscopo. In realtà è tutto un meccanismo di suggestione.

Può determinare dei comportamenti?

Certamente, per suggestione le persone possono fare molte cose: si può rendere più sicuro un insicuro, più intraprendente una persona inibita o viceversa.

Ci sono dei rischi?

Fondamentalmente gran parte degli oroscopi è innocua. Poi ci sono alcune persone molto superstiziose, con un livello di suggestione molto alto, che entrano in un meccanismo di dipendenza con cartomanti e altre figure. La suggestione della magia è democratica, colpisce l’operaio e il manager: anzi, a volte più abbiamo responsabilità, tanto più abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica cosa dobbiamo fare.

Francesco Rossi
(Fonte: «Sir»)

7. Pubblicità pro contenzioso? Bianco: è un sintomo, bisogna agire sulle cause

9 gennaio 2014

«Sul problema del contenzioso abbiamo fatto un’overdiagnosi, ora è tempo almeno di una miniterapia». Anche la metafora, enunciata dal senatore e presidente della Fnomceo Amedeo Bianco, è espressa in termini medici e fa riferimento a una questione annosa, riportata in primo piano anche da un editoriale comparso sul sito della Fnomceo. Vi si parla del ritorno di una campagna pubblicitaria che invita i cittadini a rivolgersi a studi legali per far valere i propri diritti nel caso di errori medici e si citano le numerose lettere di professionisti che se ne lamentano, esasperati. «La pubblicità è solo un sintomo – spiega Bianco – ma il fenomeno che sta dietro è grave: l’enorme disagio percepito dai professionisti, senza che in questi anni ci siano stati interventi efficaci per uscire da una situazione di guerra quasi guerreggiata su questa vicenda».

Secondo il presidente Fnomceo «è importante lavorare per orientare le organizzazioni sanitarie alla sicurezza delle cure, che significa organizzazioni sicure, tempi di lavoro che lasciano spazio ai riposi e al dialogo col paziente, tecnologie e ambienti idonei alla complessità delle cure prestate». Occorre poi dare certezze al quadro del risarcimento dei danni. «Bisogna consolidare dal punto di vista legislativo l’orientamento della giurisprudenza a riconoscere una sorta di responsabilità oggettiva delle strutture. Inoltre, – afferma Bianco – serve una saggia ed equa rivisitazione dell’impianto civilistico e penalistico della responsabilità professionale».

Se ne parla da anni, ma a che punto siamo? «Sicuramente nella scorsa legislatura si è persa una buona occasione, non abbiamo avuto modo di portare a conclusione lavori di assoluto rilievo fatti nelle commissioni parlamentari; ora occorrono la forza e la capacità di capire che non c’è altro tempo per dare risposte che si aspettano ormai da troppo tempo». È un’esortazione a governo e parlamento: «Ora il processo legislativo è alla Camera, dove sono presenti diversi progetti di legge, ne abbiamo presentato uno al Senato e hanno un nucleo centrale condiviso, che rende possibili soluzioni concrete».

Renato Torlaschi
(Fonte: «Doctor 33»)

8. Trapianti. Quasi il 90% dei pazienti torna a una vita normale

9 gennaio 2014

“La qualità dei trapianti effettuati in Italia, così come la sopravvivenza dei pazienti e degli organi, è migliorata notevolmente negli ultimi anni, e anche nel 2011 l’outcome dei trapianti italiani è paragonabile – o superiore – ai principali Paesi europei”. A sottolinearlo è il ministero della Salute, pubblicando gli ultimi dati sulla qualità dei trapianti in Italia da cui emerge, in particolare, che l’89,3% dei trapiantati di cuore, il 75,9% dei trapiantati di fegato e l’89,5% dei trapiantati di rene sono reinseriti nella vita sociale e conducono una buona qualità di vita, come emerso nel corso degli audit effettuati nei Centri trapianto italiani tra il 2001 e il 2011. Dunque il trapianto non solo salva la vita, ma permette anche un pieno reinserimento nella vita sociale, sottolinea il ministero secondo il quale “questi risultati sono il frutto dell’alta professionalità dei medici e di tutti gli operatori coinvolti nel sistema trapianti”.

Tuttavia sono numerose le strutture che non raggiungono quella che è considerata “la soglia di sicurezza dell’attività”, cioè il numero di trapianti minimi per struttura, pari a 25 ogni anno per il cuore e il fegato, a 30 per il rene. Nel caso dei trapianti di cuore, nel 2011 sono rimasti sotto la soglia dei 25 interventi 16 strutture su 19, anche se di quelle 16 ce ne sono 5 che hanno superato i 20 interventi nel corso dell’anno. Nel caso dei trapianti di rene, nel 2011 sono rimaste sotto la soglia dei 30 interventi 15 strutture su 43, anche se di quelle 15 ce ne sono 4 che hanno superato i 25 interventi nel corso dell’anno. Nel caso dei trapianti di fegato, infine, nel 2011 sono rimaste sotto la soglia dei 25 interventi 8 strutture su 22, anche se di quelle 8 ce ne sono 5 che hanno superato i 20 interventi nel corso dell’anno.

Ma questi numeri non devono allarmare. Lo garantisce il direttore del Centro nazionale trapianti, Alessandro Nanni Costa, a cui abbiamo chiesto una spiegazione su quei dati. “Quelle ‘soglie di sicurezza’ sono state stabilite dall’Istituto superiore di Sanità molti anni fa, quando le opportunità terapeutiche alternative erano inferiori e l’età dei donatori era più bassa, di conseguenza il numero di trapianti più alto. Oggi è impossibile raggiungere quelle soglie in tutti i Centri, proprio a causa della riduzione degli interventi. In ogni caso posso garantire che dalle nostre indagini emerge che in tutte le strutture italiane si registrano performance cliniche ottime nell’ambito dei trapianti, indipendentemente dal numero di interventi effettuati durante l’anno”.

Per spiegare meglio la situazione, Nanni Costa porta l’esempio del trapianto di cuore. “Nel corso degli anni il numero di interventi si è notevolmente ridotto, passando dai 356 del 2009 ai 213 di questo anno. Questo è avvenuto in parte perché l’età dei donatori cresce e di conseguenza non sempre gli organi sono utilizzabili, ma anche perché oggi ci sono terapie sostitutive al trapianto. La gestione della malattia e il suo decorso sono così cambiate da rendere il trapianto sempre meno necessario e, di conseguenza quelle soglie sono incoerenti. Nessun allarme, i nostri centri funzionano. D’altra parte, se così non fosse, i risultati sui pazienti non sarebbero ottimi come documentato”.

Ecco i principali dati in termini di attività e qualità di vita dei pazienti riguardanti i trapianti di rene, cuore e fegato nel periodo 2000-2011 diffusi dal Centro nazionale trapianti.

RENE

Tra il 2000 e il 2011 sono stati 18.583 i trapianti di rene effettuati (1.536 nel 2011). La struttura dove sono stati effettuati più trapianti nel periodo 2000-2011 è l’Ao San Giovanni Battista di Torino (1.241), che si conferma la struttura con maggiore attività di trapianto di fegato anche nel 2011, con 95 interventi di trapianto di rene. L’età dei donatori è stata superiore ai 60 anni in 4.245 casi, mentre 7.669 riceventi avevano oltre 50 anni di età.

Quanto al numero di interventi in riferimento alla “soglia di sicurezza” per la quale valgono comune le precisazioni di Nanni Costa, nel 2011 sono state 15 strutture su 43 a non raggiungere il numero minimo di 30 trapianti di reni l’anno (…).

Passando alla qualità di vita delle persone trapiantate, l’89,5% dei pazienti lavora o dice di essere nelle condizioni di farlo. Non lavora per scelta il 3,3% dei pazienti, non lavora per malattia il 2,5%, mentre è ospedalizzato il 2,9%.

CUORE

Tra il 2000 e il 2011 sono stati 3.821 i trapianti di cuore effettuati (278 nel 2011). La struttura dove sono stati effettuati più trapianti nel periodo 2000-2011 è l’ospedale policlinico San Matteo di Pavia (440), anche la struttura con maggiore attività di trapianto di cuore nel 2011 è stata il Sant’Orsola Malpighi di Bologna (32 interventi). I donatori avevano oltre 50 anni di età in 721 casi, i riceventi superavano i 50 anni in 2.212 casi.

Quanto alla “soglia di sicurezza”, per quanto riguarda il cuore nel 2011 non hanno raggiunto il numero minimo di 25 trapianti l’anno 16 strutture su 19, anche se in molti casi il traguardo è stato sfiorato (…).

Passando alla qualità di vita delle persone trapiantate, l’89,3% dei pazienti lavora o dice di essere nelle condizioni di farlo. Non lavora per scelta il 4,9% dei trapiantati, non lavora per malattia il 2,2%, mentre è ospedalizzato l’1,6%.

FEGATO

Tra il 2000 e il 2011 sono stati 11.484 i trapianti effettuati (1.018 nel 2011). La struttura dove sono stati effettuati più trapianti nel periodo 2000-2011 è l’Ao San Giovanni Battista di Torino (1.652), che si conferma la struttura con maggiore attività di trapianto di fegato anche nel 2011, con 137 interventi. I donatori avevano oltre 60 anni di età in 4.133 casi, 6.445 donatori avevano più di 50 anni.

Quanto alla “soglia di sicurezza”, per quanto riguarda il fegato nel 2011 non hanno raggiunto il numero minimo di 25 trapianti all’anno 8 strutture su 22, anche se in 5 casi il traguardo è stato sfiorato (…).

Passando alla qualità di vita delle persone trapiantate, il 75,9% dei pazienti lavora o dice di essere nelle condizioni di farlo. Non lavora per scelta il 6,4% dei trapiantati, non lavora per malattia il 4%, mentre è ospedalizzato l’8,2%.

(Fonte: «. Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=2048807.pdf
http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=2982724.pdf
http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=7758713.pdf)

9. Fondazione Veronesi: «Immorali i test di nuovi farmaci su malati scelti a caso»

10 gennaio 2014

«Basta giocare a dadi con i pazienti». Potrebbe avere questo titolo il parere del Comitato etico della Fondazione Umberto Veronesi sul tema della randomizzazione, il metodo utilizzato per sperimentare nuove terapie. I malati vengono assegnati casualmente, tirando a sorte, a due distinti gruppi. I primi prendono i nuovi farmaci, potenzialmente e quasi sempre più efficaci dei trattamenti standard, somministrati al secondo gruppo. Se non esiste una cura, il confronto avviene con il placebo oppure nessun trattamento. Un sistema «crudele» dal punto di vista morale, eppure universalmente riconosciuto dai ricercatori come il più valido per testare le molecole innovative. Venne utilizzato per la prima volta nel 1946 e da allora gli elementi portanti non sono cambiati.

IL DOCUMENTO –  Il documento verrà approvato venerdì dal Comitato nato due anni fa, primo presidente Giuliano Amato, ora guidato dalla bioeticista, responsabile della sezione romana dell’Istituto di tecnologie biomediche al Cnr, Cinzia Caporale. È il primo lavoro del genere in Italia e mette nero su bianco una criticità dibattuta in tutto il mondo. Le conclusioni: «La riflessione bioetica non può trascurare o liquidare la controversia morale che emerge dai modelli random largamente in uso – scrive il Comitato -. Anche la consapevolezza che questi problemi esistono e che occorre tentare di trovare nuove soluzioni almeno parziali costituisce un obiettivo con profonda valenza morale da porre all’attenzione dei medici sperimentatori». In altre parole un invito a ripensare, a valutare se esistono alternative, riequilibrando il rapporto tra scientificità e tutela dei pazienti.

I RISCHI – Cinzia Caporale, coordinatrice di esperti di diversa estrazione (tra gli altri l’ex ministro Paola Severino, il biologo dello sviluppo Carlo Alberto Redi, il filosofo della scienza Telmo Pievani, il sociologo Domenico De Masi e Marcelo Sanchez Sorondo, dell’Accademia pontificia delle Scienze, molto vicino a papa Francesco) mette in conto le reazioni: «Non era mai accaduto che un organismo così autorevole e intellettualmente libero come la Fondazione creata da una figura come Veronesi, dove la bussola è la ricerca, ponesse in modo esplicito un tema grave, la casualità nella sperimentazione. È un grande dilemma: salvaguardare il metodo e allo stesso tempo gli individui, da non considerare come mezzo ma come fine». Il rischio è che il paziente assegnato per estrazione al gruppo della terapia tradizionale perda opportunità di cura. Così vengono formulati suggerimenti per «mitigare l’impatto etico delle tecniche random». Tra l’altro il migliore utilizzo delle banche dati, tempestività nell’interruzione degli studi sperimentali, modelli biostatistici innovativi, evitare il ricorso al placebo. Redi insiste: «Bisogna rivisitare il sistema ad esempio abbassando dal 95% al 90% la soglia indicata per dichiarare efficace una terapia».

Margherita De Bac
(Fonte: «Corriere della Sera»)
(Approfondimenti: https://fondazioneveronesi.it/files/7913/8928/7458/Parere_Comitato_Etico_RANDOMIZZAZIONE_def.pdf)

10. Sperimentazione animale. Tutti i vantaggi del decreto governativo. L’Analisi d’impatto del ministero della Salute

10 gennaio 2014

Cinque pagine per illustrare come e quanto lo schema di decreto legislativo di attuazione della direttiva Ue sulla sperimentazione animale, in discussione in Parlamento e all’esame della Stato Regioni, andrà ad incidere sulla ricerca. In particolare sulle aziende che la fanno e sul modo di trattare gli animali utilizzati a fini scientifici. Una specifica “Analisi di impatto della regolamentazione”, redatta dai tecnici del ministero della Salute e trasmessa all’attenzione dello Stato-Regioni in vista del parere. Scopo del documento è porre in luce i vantaggi e gli svantaggi del Dlgs di attuazione della direttiva Ue sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici varato dal Governo il 21 novembre scorso.

Il provvedimento, si legge nel documento, mira a garantire un più alto livello di tutela agli animali. Questo è possibile grazie ad una previsione di requisiti e condizioni decisamente più “stringenti” rispetto a quelli attuali. Le maggiori carenze della normativa in vigore, spiegano i tecnici della Salute, derivano dalle criticità presenti nella direttiva n.86/609 CEE che è stata recepita dai vari Stati membri con notevoli discrepanze. Ciò ha avuto un impatto negativo sia sul funzionamento del mercato interno, con riferimento ai prodotti ed alle sostanze per lo sviluppo dei quali sono stati effettuati esperimenti, che in relazione alla tutela del benessere degli animali coinvolti. Per questo il Parlamento e il Consiglio dell’Ue hanno adottato questa nuova direttiva che, a partire dal 1° gennaio 2013, abroga la precedente, ovvero la n.86/609.

Gli obiettivi perseguiti sono sia di natura formale, adeguamento del diritto nazionale agli atti normativi dell’Unione Europea, che di tipo sostanziale, ossia assicurare un elevato grado di protezione degli animali coinvolti.

I destinatari della direttiva sono gli allevatori, i fornitori, gli utilizzatori degli animali utilizzati a fini scientifici. Ma anche il ministero della Salute, le regioni e le Asl.

Divieti

Le sperimentazioni sugli animali non saranno autorizzate per la produzione di materiale bellico, per gli xenotrapoanti, per le sostanze d’abuso e nel corso di esercitazioni didattiche svolte nelle scuole primarie, secondarie e nei corsi universitari, ad eccezione delle facoltà di medicina veterinaria, nonché dell’alta formazione universitaria dei medici e dei medici veterinari.

Vantaggi

La direttiva secondo l’Analisi di impatto della regolamentazione non presenta svantaggi. Anzi ci sarà maggiore tutela degli animali utilizzati a fini sperimentali, maggiore incentivi ad utilizzare metodi alternativi alla sperimentazione animale, maggiore trasparenza sull’attività di ricerca.

L’intervento non produce effetti sulle Pmi in quanto in Italia non ci sono aziende che svolgono attività commerciale. L’unica Green Hill, è sottoposta a sequestro cautelativo.

Aspetti innovativi

L’aspetto innovativo della direttiva, scrivono infine i tecnici nella loro relazione, deriva dalla promozione, lo sviluppo e la ricerca di approcci alternativi, la formazione e l’aggiornamento per gli operatori degli stabilimenti autorizzati, attraverso la destinazione di apposite risorse finanziarie derivanti dalle nuove sanzioni amministrative irrogate dal ministero della Salute; dal ricorso, nella misura dello 0,5%, delle risorse assegnate agli istituti zooprofilattici sperimentali per l’attività di ricerca corrente; dal fondo di rotazione, legge 183/1987, che stanzia un milione di euro per ogni anno del triennio 2014-2016.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=1563855.pdf)

11. Aborto. Papa Francesco: “Orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce”

13 gennaio 2014

Combattere la “cultura dello scarto”, aiutare i più deboli e in particolare i migranti, risparmiare i bambini dall’orrore dell’aborto, della guerra e della tratta degli esseri umani. Questi alcuni temi ‘esortativi’ rivolti da Papa Francesco ai membri del Corpo diplomatico presso la Santa Sede, incontrati il 13 gennaio nella Sala Regia del Palazzo Apostolico per gli auguri di inizio anno. Dalla Siria al Centrafrica, dalla Nigeria all’Iraq, il Pontefice ha toccato nel suo lungo intervento tutte le aree che oggi soffrono a causa della violenza. Quindi, ha ribadito la necessità di combattere la “cultura dello scarto”, di aiutare i più deboli e in particolare i migranti ed ha levato un appello accorato affinché i bambini siano risparmiati dall’orrore dell’aborto, della guerra e della tratta degli esseri umani. Attualmente la Santa Sede intrattiene relazioni diplomatiche piene con 180 Stati. L’indirizzo d’omaggio al Papa è stato rivolto dal decano del Corpo diplomatico, Jean-Claude Michel, ambasciatore del Principato di Monaco.

Apertura, incontro, fraternità. Sono i tre perni intorno a cui ha ruotato il discorso di Papa Francesco al Corpo diplomatico, una sorta di “road map” globale per la pace e i diritti umani. Il Pontefice ha subito sottolineato che vanno sostenute le persone più deboli: gli anziani, che troppe volte sono considerati un peso, e i giovani, che devono essere aiutati a trovare un lavoro, per non spegnerne l’entusiasmo. Né ha mancato di chiedere politiche di sostegno alla famiglia per cui “si rendono necessarie politiche appropriate che sostengano, favoriscano e consolidino la famiglia – sottolinea Bergoglio – La fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia e il lessico familiare è un lessico di pace. Ma, purtroppo, spesso ciò non accade perché aumenta il numero delle  famiglie divise e lacerate, non solo per la fragile coscienza del senso di appartenenza che contraddistingue il mondo attuale, ma anche per le condizioni difficili in cui molte di esse sono costrette a vivere, fino al punto di mancare degli stessi mezzi di sussistenza”.

E poi sull’aborto: “Desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell’aborto, o che vengono utilizzati come soldati, violentati o uccisi nei conflitti armati, o fatti oggetto di mercato in quella tremenda forma di schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani, la quale è un delitto contro l’umanità”

Quindi, il Papa ha messo l’accento sul tema a lui caro della cultura dell’incontro: “La chiusura e l’isolamento creano sempre un’atmosfera asfittica e pesante, che prima o poi finisce per intristire e soffocare. Serve, invece, un impegno comune di tutti per favorire una cultura dell’incontro, perché solo chi è in grado di andare verso gli altri è capace di portare frutto, di creare vincoli di comunione, di irradiare gioia, di edificare la pace”.  Lo confermano, ha detto il Papa, “le immagini di distruzione e di morte che abbiamo avuto davanti agli occhi nell’anno appena trascorso”. Il Papa, che ha citato numerosi suoi Predecessori, si è quindi soffermato sulle situazioni più drammatiche nel mondo a partire dalla Siria per la quale ha chiesto ancora una volta la fine del conflitto. Il Pontefice ha, inoltre, ringraziato quanti hanno partecipato alla Giornata di preghiera da Lui indetta per la pace nel Paese:

“Occorre ora una rinnovata volontà politica comune per porre fine al conflitto. In tale prospettiva, auspico che la Conferenza ‘Ginevra 2′, convocata per il 22 gennaio p.v., segni l’inizio del desiderato cammino di pacificazione. Nello stesso tempo, è imprescindibile il pieno rispetto del diritto umanitario. Non si può accettare che venga colpita la popolazione civile inerme, soprattutto i bambini”.

Il Papa ha avuto parole di incoraggiamento per i tanti profughi siriani, elogiando lo sforzo dei Paesi, come Libano e Giordania, che li hanno accolti generosamente. Sempre rimanendo nel Medio Oriente, il Papa ha espresso preoccupazioni per l’acuirsi dei contrasti nel Paese dei Cedri, instabilità che vive anche l’Egitto e l’Iraq. Il Papa ha invece espresso soddisfazione per i progressi compiuti nel dialogo tra l’Iran e il Gruppo 5+1 sulla questione nucleare. Quindi, ha incoraggiato gli sforzi per la pace tra israeliani e palestinesi: “In questo senso è positivo che siano ripresi i negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi e faccio voti affinché le Parti siano determinate ad assumere, con il sostegno della Comunità internazionale, decisioni coraggiose per trovare una soluzione giusta e duratura ad un conflitto la cui fine si rivela sempre più necessaria e urgente”.

Papa Francesco ha poi rivolto il pensiero all’esodo dei cristiani dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Essi, ha osservato, “desiderano continuare a far parte dell’insieme sociale, politico e culturale dei Paesi che hanno contribuito ad edificare”: “… i cristiani sono chiamati a dare testimonianza dell’amore e della misericordia di Dio. Non bisogna mai desistere dal compiere il bene anche quando è arduo e quando si subiscono atti di intolleranza, se non addirittura di vera e propria persecuzione”.

Con grave preoccupazione, il Papa ha parlato della Repubblica Centrafricana, dove la popolazione soffre a causa di tensioni “che hanno seminato a più riprese distruzione e morte”. Ed ha chiesto con forza “l’interessamento della Comunità internazionale” affinché “contribuisca a far cessare le violenze, a ripristinare lo stato di diritto e a garantire l’accesso degli aiuti umanitari” nel Paese. Da parte sua, ha ribadito, la Chiesa cattolica “continuerà ad assicurare la propria presenza e collaborazione” per aiutare la popolazione e per “ricostruire un clima di riconciliazione e di pace”. Un binomio, questo, ha detto, che è una priorità fondamentale “anche in altre parti del Continente africano”. Ancora, ha parlato della difficile situazione in Nigeria, Mali, Sud Sudan dove si vive una nuova emergenza umanitaria. Il Papa ha così rivolto lo sguardo all’Asia, auspicando il dono della riconciliazione per la Penisola coreana ed ha esortato alla convivenza pacifica nel Continente tra le diverse componenti civili, etniche e religiose: “Occorre incoraggiare tale reciproco rispetto, soprattutto di fronte ad alcuni preoccupanti segnali di un suo indebolimento, in particolare a crescenti atteggiamenti di chiusura che, facendo leva su motivazioni religiose, tendono a privare i cristiani delle loro libertà e a mettere a rischio la convivenza civile”.

La pace, ha del resto osservato, è ferita dovunque la dignità umana viene negata, prima fra tutte dalla “impossibilità di nutrirsi in modo sufficiente”. Ed ha avvertito che “non possono lasciarci indifferenti i volti di quanti soffrono la fame, soprattutto dei bambini. Oggi, ha poi constatato con amarezza, non sono scartati solo il cibo o i beni, ma vengono scartati “gli stessi esseri umani, “come fossero cose non necessarie”: “Ad esempio, desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell’aborto, o quelli che vengono utilizzati come soldati, violentati o uccisi nei conflitti armati, o fatti oggetti di mercato in quella tremenda forma di schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani, la quale è un delitto contro l’umanità”.

Il Papa ha, così, ricordato la sua visita a Lampedusa, chiedendo accoglienza per i migranti, in particolare per i tanti costretti a fuggire dalle violenze e dalla carestia nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi. Il Papa, Vescovo di Roma, non ha quindi mancato di levare un augurio particolare per l’Italia: “Auguro al popolo italiano, al quale guardo con affetto, anche per le comuni radici che ci legano, di rinnovare il proprio encomiabile impegno di solidarietà verso i più deboli e gli indifesi e, con lo sforzo sincero e corale di cittadini e istituzioni, di superare le attuali difficoltà, ritrovando il clima di costruttiva creatività sociale che lo ha lungamente caratterizzato”.

Il discorso di Papa Francesco si è concluso con la vicinanza alle vittime del tifone Hayan, nelle Filippine e nel Sud Est asiatico, e con un appello al rispetto del Creato. Anche “l’avido sfruttamento delle risorse ambientali”, è stato il suo monito, rappresenta una ferita alla pace.

(Fonte: «news.va»)

12. Povertà sanitaria. Il rapporto del Banco Farmaceutico: “I poveri spendono più di cinque volte meno degli altri per curarsi”

14 gennaio 2014

Dal 2007 al 2012 la povertà assoluta in Italia è cresciuta di circa il 60%, arrivando a interessare il 6,8% della popolazione, pari a 4.8 milioni di persone.

Nelle famiglie povere si spendono in media 16,34 euro al mese per la sanità (pari a circa il 2% dell’intero budget famigliare); rispetto ai 92,45 euro spesi in media dalle famiglie italiane (pari al 3,7% dell’intero budget famigliare). Nel 2006 le famiglie povere spendevano poco meno di 12 euro al mese, pari all’1,7% dell’intero budget di spesa. All’interno di questa spesa, circa 12,50 euro sui 16 complessivi sono dedicati all’acquisto di farmaci. Si tratta di un’incidenza decisamente superiore rispetto alla media delle famiglie italiane, che spendono invece 44 euro al mese in farmaci.  Complessivamente ogni mese le famiglie povere italiane spendono dunque 21,5 milioni di euro per acquistare farmaci, pari al 3,4% della spesa privata farmaceutica complessiva.

Questi i dati principali del 1° Rapporto sulla Povertà sanitaria e la donazione di farmaci che si basa sul lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla Donazione Farmaci della Fondazione Banco Farmaceutico (FBF) e presentato il 14 gennaio a Roma.

Colmando un vuoto non riempito dalle fonti ufficiali, il rapporto utilizza informazioni innovative, sfruttando i dati provenienti dalla Giornata di Raccolta del Farmaco annuale (GRF), dalle donazioni delle aziende farmaceutiche, dai sistemi di monitoraggio degli oltre 1.500 enti caritativi che fanno parte della rete servita dal Banco Farmaceutico.

La raccolta delle informazioni – sottolinea una nota del Banco – permette di capire meglio gli effetti della crisi e questo rende il rapporto ancora più cogente rispetto all’attualità. Altri indicatori sono allo studio per rendere le rilevazioni ancora più approfondite e tempestive.

LE DONAZIONI

Tra il 2007 e il 2013 la FBF ha incrementato la raccolta di farmaci del 241%. I farmaci donati nell’ultimo anno sono stati 1.162.859.

Questo aumento è dovuto da un lato alla crescita delle donazioni durante la GRF (+23%), dall’altro al boom delle donazioni aziendali (+1345%).

Il trend di forte crescita della povertà ha però aumentato la forbice tra bisogno e capacità di risposta attraverso le donazioni. Se nel 2007 la GRF riusciva a coprire quasi il 55% delle richieste, nel 2013 la copertura del bisogno è scesa al 43,2%. Il picco di capacità di risposta è stato raggiunto del 2011 (65,1%).

Dal punto di vista economico, la FBF ha distribuito nel 2013 farmaci per oltre 8 milioni di euro, rispetto ai 2,1 milioni di euro del 2007. Il 75% di questo valore è oggi garantito dalle aziende (era il 15% nel 2007).

Per quanto riguarda le tipologie di farmaci donati, i più diffusi sono quelli contro l’acidità (11,5%), gli analgesici (11,2%), gli antiinfiammatori (7,7%), i preparati per la tosse (6,8%) e i farmaci contro i dolori articolari e muscolari (5,8%).

LE AZIENDE

Nel corso del 2013, 24 aziende hanno effettuato 274 donazioni, per un totale di oltre 812mila confezioni.

Si tratta di una propensione al dono crescente nel tempo, che potrebbe essere incentivata rimuovendo taluni vincoli normativi e burocratici che ancora rendono complesso il sistema delle donazioni.

LA GRF 2013 E LE FARMACIE

Nel 2013 hanno aderito alla GRF 3.366 farmacie, distribuite in tutte le regioni a eccezione del Molise. Il tasso di adesione delle farmacie è risultato più consistente al Nord (circa il 28%), rispetto ad una media nazionale di 18,7 farmacie aderenti ogni 100.

Complessivamente nelle farmacie sono state raccolte oltre 350mila confezioni, di cui quasi una su tre è stata acquistata in Lombardia.

Nel 2013 hanno partecipato alla GRF oltre 12mila volontari. Il record di partecipazione si è avuto in Friuli-Venezia Giulia, dove si sono mobilitate 55 persone ogni 100mila abitanti.

LE ORGANIZZAZIONI NON PROFIT E I LORO ASSISTITI

Le donazioni raccolte dalla FBF sono state utili a rispondere i bisogno di 1.506 organizzazioni caritative, diffuse soprattutto in Lombardia (22%), Emilia-Romagna (12,5%), Piemonte (11,4%) e Veneto (8,8%).

Questi enti hanno aiutato nel 2013 quasi 680mila persone. Il 51% sono donne e il 57% sono italiani. Negli ultimi due anni la presenza di italiani è diventata maggioritaria, modificando un trend storico di prevalenza di utenti stranieri. Più di un assistito su tre è minore.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=7817815.pdf)

 13. La grande crisi dei medici e la “riscoperta” del lavoro di cura

14 gennaio 2014

Curati e curanti oggi sono più che mai accomunati da un unico destino, che ne vuole limitare la presenza e cancellare l’identità. Mentre, però, le ragioni dei curati sono ben sostenute da organizzazioni in cui, finalmente, essi iniziano ad avere voce per rivendicare principi di dignità ed autodeterminazione, i curanti (medici) si trovano nel punto di maggiore crisi professionale ed identitaria della loro storia. Non più assolutizzati, come fino agli inizi del secolo scorso, minati dal progresso della tecnologia, sospesi tra una formazione infinita ed una sempre più incerta collocazione, non godono più come categoria di buona salute, tra immagini caricaturali, divisioni interne, e atteggiamenti da nobiltà decaduta in una realtà cambiata a passi da gigante. Crisi, più che di un ruolo (i ruoli passano), di un lavoro di cura, che comunque, anche se cambiano i tempi-e le economie-, mantiene intatta tutta la sua complessità. A partire dalla scelta di vicinanza a temi cruciali dell’esistenza: la vita, la morte, la malattia e la sofferenza, la responsabilità, elementi che già di per sé rendono questa professione per molti versi unica ed insostituibile, a dispetto di tentativi di ridimensionamento anche nei confronti di altre professioni di cura.

Ripartire dal lavoro

Oggi, per dirla con Cavicchi, “il lavoro come fattore di cambiamento è stato completamente dimenticato ed è diventato il vero nemico da abbattere (tagli lineari, blocco contrattazione, peggioramento delle condizioni economiche e organizzative)”. Per questo occorre il passaggio dall’atto (compiti burocratici, profili, mansioni) all’agente, “colui che lavora e che è definito da contesti, che garantirà che tutto quello che lo ha definito sarà in ogni atto che compie: così si definiscono le professioni, che non possono essere indipendenti dalle capacità cognitive dell’operatore”. Il lavoro dimenticato, o meglio, messo (troppo) in secondo piano rispetto al contenitore (organizzazione, salario, contratti, ecc), che deve tornare alla ribalta perché “per cambiare ciò che è sempre identico a se stesso è necessario immaginare ciò che può essere altro da se stesso…. Quando ciò che è diventa la premessa di ciò che può essere si entra nella logica della alternativa.”

Carlo Lusenti, Assessore alla Sanità in Emilia Romagna, descrive “gli ingredienti… che bisogna avere dentro per fare questo benedetto mestiere… passione civile, correttezza formale, sostanziale e chiara identità del ruolo quando si è di fronte ad una persona che chiede risposte, che chiede aiuto, che ha bisogno che siano risolti problemi che in quel momento ha e la cui responsabilità incombe sulle spalle di chi ha di fronte. Al netto di tutto, dell’orario, del salario, della carriera, se uno si porta dentro queste cose, io sono convinto che va lontano, e ci va serenamente.”

Sembra che alla base di questa crisi del sistema delle cure ci sia uno sfuocamento della materia di cui si parla, cioè, senza mezzi termini, che cos’è oggi fare il medico. Un mestiere che conserva ancora tutta la bellezza di cui parla Lusenti, oggetto ancora di timore, talvolta di invidia (perché altrimenti tanti –economisti, ingegneri, politici, amministrativi, sociologi, non medici- parlano e scrivono di quello che dovremmo fare, dettandoci tempi e agende?). E che , forse per questo, è oggetto da parte nostra di uno dei silenzi più assordanti. Fabrizio Consorti, presidente Sipem, parlando di formazione alla complessità inizia citando la bellissima canzone di Giorgio Gaber “Scusate se vi parlo di Maria”.

Siamo stati capaci in questi ultimi decenni di parlare di tutto, del Vietnam, della Cambogia, della democrazia, ma non di Maria. Maria è la libertà, la rivoluzione, Maria è la realtà. Maria , nel nostro caso, è il sentimento così profondo e così discordante verso le caratteristiche di un lavoro che permea tutta la nostra esistenza, che conosciamo profondamente, che facciamo fatica a capire come e quanto sia cambiato e soprattutto come cambierà ancora, anche grazie alla rimozione che noi stessi abbiamo compiuto in questi decenni sulle sue ragioni e sulla sua natura.

Cambiamento

Negli ultimi tempi ho ascoltato attentamente molti convegni in cui era declinata la parola cambiamento cercando un riferimento alle condizioni in cui continuiamo a lavorare, in un sistema che si sta sgretolando sotto i nostri occhi, in cui, a differenza che nelle generazioni precedenti, non è tanto il progresso tecnologico a comandare il gioco, ma sono i luoghi delle cure a trasformarsi fino a scomparire, lasciando sullo sfondo i curanti (e, ancor peggio, i curati). Tavole rotonde, corsi di aggiornamento, con protagonisti mutuati sempre più da altri mondi, dell’economia, dalle scienze ingegneristiche, della politica, a parlare a medici intorno ai 60 anni, ovviamente in difficoltà ad accettare non tanto i tagli quanto i linguaggi ancora estranei alla loro quotidianità. I sindacati, a loro volta, facilmente definiti come conservatori di un mondo che è oggi quasi spazzato via, si affannano, come sempre, a mediare, stavolta tra la vita di intere generazioni e la linea decisa in altre sedi.

In particolare un giovane bocconiano ha iniziato la sua relazione con una serie di grafici che illustravano il cambiamento richiesto dalla produttività, ed ha finito con una diapositiva in cui campeggiava l’imperativo “adapt or die”. Non c’era molto spazio per le sofferenze che siamo chiamati a vedere, diagnosticare, com-patire, talvolta guarire. Che questo lavoro ha ancora la capacità di farci toccare da vicino.

Dovremmo veramente ricominciare da qui. Da come, miracolosamente, contrariamente alla crisi del sistema di formazione, esportiamo medici capaci; come, in piena crisi economico/politica, il nostro SSN esca così bene dalle indagini demoscopiche (vedi Ilvo Diamanti: ma ce ne era bisogno? Non lo constatiamo quotidianamente lavorando nelle condizioni peggiori degli ultimi decenni?). In quali altri campi lavorativi, in un momento come questo, possono proliferare dibattiti a catena come quello sulla ricerca di un riformista che faccia il suo dovere , o quello sulla peculiarità delle donne in Medicina?

Ricordo le parole dell’oncologa Giuseppina Sarobba di Sassari : “Mi piacerebbe che il mio DG, o ancor meglio il mio Assessore alla Sanità, stessero accanto a me un giorno di ordinario lavoro per capire la complessità di cosa facciamo, come lo facciamo, con quali strumenti, con quale qualità”. E quelle di M. Antonietta Calvisi, senologa di Nuoro:”Questo sistema sanitario… è un sistema sempre più improntato a imperativi di produttività con una gestione di risposte di tipo imprenditoriale, e allora praticare una senologia fatta di percorsi e condivisione con la donna come fulcro è veramente molto difficile…”. Questo confronto appassionato si è protratto per lungo tempo, in una società e in un SSN che si dice in crisi, fino a spingere Cavicchi al riconoscimento che la presenza delle donne in Medicina ha portato ad “una idea nuova nella quale il cambiamento coemerge da una visione nuova da parte della donna medico tanto della Medicina che della organizzazione sanitaria”.

Relazione e rappresentanza

Il tema della relazione, tirato in ballo soprattutto riguardo al ruolo delle donne medico (un certo “innatismo”, una obiettiva maggiore facilità), lungi dall’essere rubricato come una “specialità femminile”, ci riporta al significato della stessa, cioè “il mezzo attraverso il quale è possibile ripensare conoscenza/prassi e clinica”. “La differenza di genere non è solo un sistema arbitrario di soprusi ma è semplicemente una forma di antieconomia in tutti i sensi al pari di tutte le forme di anacronismo che riguardano i modelli organizzativi, la gestione finanziaria e le pratiche professionali ecc.”

Anche la rappresentanza è in crisi. Ce lo ricordano quotidianamente tutti gli organismi democratici. C’è troppa distanza dai luoghi della vita reale in chi governa, oppresso dalla necessità di far tornare i conti.

Osserviamo le recenti manifestazioni di piazza, ricordiamo le condizioni in cui è nato l’ultimo governo, le non vittorie, le non sconfitte, le vere distanze della popolazione dalle urne . E per converso una crisi che investe anche il sindacato, nella difficile transizione. Prima ancora degli accadimenti di questi giorni, che ci ribaltano un paese attraversato da proteste di una parte di popolo che facciamo fatica a catalogare, ad incasellare in categorie a noi note, e talvolta anche a comprendere, il problema della rappresentanza era ampiamente conosciuto.

“Probabilmente pensano che la gente lavori di più perché ha dei soldi da ricevere, ma questo non è vero. Perché se si vogliono mettere i soldi come meta, ma si comportano male nei confronti delle operaie e di tutti in generale, si sbagliano. Non sono i soldi che fanno gola, ma è il rapporto , il clima , l’ambiente in cui si lavora” (Delegate manerbiesi delle fabbriche tessili (Marzotto e Confezioni Manerbiesi) tra la fine degli anni ottanta e i primi dei novanta).

«Deve mantenere l’autorità sul lavoro chi il lavoro lo fa , non chi campa sul lavoro altrui. Chi svolge il lavoro conosce la qualità , il valore, le competenze e le esperienze che servono per svolgerlo al meglio, ed è per questo che le delegate non possono accettare il dispositivo “più salario solo se c’è più utile”, e ancor meno il combinato disposto “più salario a chi produce più pezzi, a chi fa più quantità”. Questa è una logica che purtroppo sta dominando perfino in ambito sanitario , gli ambulatori medici e le visite specialistiche: chi sforna più pezzi – più corpi ammalati – è più gratificato dai premi incentivanti; allo stesso modo , le università che sfornano più studenti laureati, a prescindere dalla loro effettiva formazione, sono le più premiate» (Maria Rosa Buttarelli, Sovrane, L’autorità femminile al governo, Il saggiatore).

Queste frasi ci fanno capire come il sapere di chi il lavoro lo fa sia superiore a tutto, e ri-definisce la rappresentanza, in un continuum che dalle considerazione delle operaie tessili di Manerbio arriva alle tesi di filosofe come Hanna Arendt o Simone Veil, che hanno scritto molto sulla rappresentanza, negandone la organizzazione scissa dalla relazione. Dobbiamo, noi che facciamo, far sentire tutta l’autorevolezza e il peso, anche dell’agente, dei corpi pensanti che lo compiono. Non avere vergogna di parlarne , come sembra che oggi avvenga: vite spese a prendersi cura di corpi e sentimenti non sono paragonabili a tanti altri lavori. La odierna crisi di rappresentatività investe trasversalmente tutti (uomini e donne, giovani e meno giovani), come appare non solo a livello elettorale, ma nelle stesse sedi di categoria in cui invece è sempre stata sinonimo di solidarietà e difesa di diritti.

Le donne, i giovani

Le prime: un fenomeno di cui già oggi non si può più fare a meno, quelle che sembra siano destinate a mantenere ancora funzionanti i sistemi di cura (ma quando mai ne sono state estranee? Se mai, storicamente espulse, oggi ritornano ad essere visibili nelle istituzioni di assistenza e formazione). Le riflessioni sulla rappresentanza dovrebbero essere sollecitate soprattutto a loro.

I giovani: in ambito sanitario ricordano un po’ la generazione Omega del fantathriller “I figli degli uomini“ di PD James , unici giovani superstiti in un mondo vecchio e distrutto, in cui da un paio di decenni non nascono più esseri umani, e in cui la convivenza tra generazioni, con i reciproci patrimoni, sembra non poter più esistere. Giovani su cui sono puntate tutte le speranze ma senza un domani, continuamente guardati, invocati, ma non educati ad un futuro che gli adulti non sanno neanche immaginare. Questa la raccapricciante profezia del romanzo: nella realtà, nella nostra realtà, non è in un (inutile) duello tra sessi o generazioni, come pure inseguendo la ”produzione di risorse e salute”, che si gioca la partita del futuro (e del cambiamento come precondizione) tutta interna al nostro terreno. Bisogna ritornare, dopo decenni, a ridiscutere il fondamento di quest’arte che è modernamente andato perso, e con esso la relazione, e con questa la rappresentanza.

Sembra paradossale in questo momento storico, ma è di questo che bisogna tornare a parlare tra noi, vecchi e giovani, uomini e donne: di formazione, di complessità, di incertezza (i tre viatici di Edgar Morin: il pensare bene, la strategia, la scommessa, che suonano estremamente attuali e pertinenti). Non con economisti, ma con filosofi, storici, pedagogisti medici, medici tout court dobbiamo confrontarci , per riprendere il cammino che dalle ragioni ci possa condurre alla ragione dell’identità e del futuro della più antica professione di cura.

“Un’artista non è mai povera” faceva dire Karen Blixen a Babette quando raccontò di aver speso tutto il patrimonio vinto alla lotteria nella preparazione del bellissimo omonimo pranzo (“Il pranzo di Babette”). Dopo anni in cui molto è andato perso, ma è anche stato sperperato, non solo posizioni, ma anche fiducia, dignità, quel che resta ancora di quell’arte non è poco. Che, a dispetto di tutto, il 2014 sia l’anno del pensiero, e della riflessione.

Sandra Morano – Ginecologa- Ricercatrice Università degli Studi di Genova
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

14. L’economia in crisi fa crescere le fatture dei maghi

14 gennaio 2014

I numeri dell’occulto

Esiste una relazione tra l’intensificarsi del ricorso a maghi e cartomanti e la crisi economica? Quasi che le difficoltà economiche imponessero di affiancare le aspettative e le scelte con elementi di irrazionalità, ovvero rendessero necessaria una conferma di fiducia ricorrendo a consulenze paranormali. Non possediamo un data set sufficientemente ampio per procedere ad analisi econometriche che offrano relative certezze sul tema, ma una ricognizione a volo d’uccello di alcuni recenti materiali che indagano l’”espansione” dell’occulto ci permette, quanto meno, di formulare qualche credibile osservazione.

Più di una ricerca sembra confermare l’assunto di partenza. Nei primi sei mesi del 2013, il fatturato (presunto) dell’occulto, qui inteso come il settore nel quale lavorano maghi, cartomanti, fattucchieri, cui vanno aggiunti spiritisti, sensitivi, rabdomanti, è aumentato del 18,5 per cento, passando da 7,5 miliardi a 8,3 miliardi. (1)

Un numero considerevole di operatori dell’occulto – 160mila – fornisce 30mila prestazioni giornaliere a quei quattro italiani su dieci che confidano nelle previsioni di chiaroveggenti, spendendo per una “consulenza” un importo variabile tra 50 e mille euro. Le donne li interrogano per conoscere il futuro in relazione alla vita affettiva, sentimentale e alla salute. Gli uomini concentrano la loro domanda su lavoro e denaro.

L’emergere del lavoro come argomento sul quale ottenere conferma o smentita di aspettative è ribadito da un’altra ricerca sul tema, quella condotta dal Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale (Cicap). Al cartomante o mago si chiedono previsioni sul lavoro, cercando di esorcizzare così l’incubo di perderlo o di non trovarlo per sé ma anche per i figli. Poi, a seguire, le domande cercano rassicurazioni su affari in corso, salute, amore perso o trovato. (2) Si intensificano i contatti tra i maghi e gli indovini e i professionisti della finanza, i top manager e gli imprenditori, finalizzati a conoscere sviluppi e tempi della crisi.

Uno studio del Codacons stima che siano 13 milioni i cittadini che si rivolgono al mondo dell’occulto, un milione in più rispetto al 2011 e oltre 3 milioni in più rispetto al 2001. (3)

Le difficoltà economiche, viene spiegato, e le aspettative all’insegna dell’incertezza oltre che la problematicità nel trovare lavoro, il bisogno di una rassicurazione personalizzata, spingono un numero crescente di italiani a cercare risposta nella cartomanzia, negli oroscopi a pagamento e nella magia, alimentando il fatturato degli operatori dell’occulto. Fatturato totalmente in nero, stimato in questa ricerca, in 6,3 miliardi di euro, sulla base di una spesa media pari a 500 euro.

Le modalità di pagamento delle prestazioni esoteriche variano molto: ora sono effettuate anche in natura (generi alimentari, gioielli); oppure ricorrendo a prestiti, con relativa rateizzazione del saldo, concessi a volte da organizzazioni specializzate in operazioni di usura. Qualche anno addietro si era cimentato sui calcoli dell’economia dell’occulto anche l’Osservatorio antropologico: per il 2009 ne stimava il fatturato in 5 milioni di euro, con un’evasione pari al 95 per cento. (4) La differenza tra i numeri di cinque anni fa e quelli attuali potrebbe essere un’ulteriore dimostrazione del rapporto tra crisi e ricavi dell’occulto, un’attività, detto per inciso, che ha costi di produzione minimi. Sempre secondo l’Osservatorio antropologico, i clienti si concentrerebbero per il 42 per cento nel Nord, per il 27 per cento nel Centro, per il 18 per cento nel Sud e per il 19 per cento nelle Isole.

Cosa succede in Germania?

Fin qui, i dati sembrano confermare una relazione tra crisi ed economia dell’occulto. Ma a sconvolgere il quadro arrivano i numeri del settore in Germania, Paese che non ha risentito come altri degli effetti della crisi. (5) Nel 2002 il giro di affari legato all’occulto veniva stimato nella Repubblica federale tedesca in 9 milioni di euro. Dieci anni dopo era più che raddoppiato (20 miliardi) e una proiezione al 2020 indica una cifra pari a 35 miliardi.

Tutto da rifare? Probabilmente, chi vorrà esercitarsi sull’economia dell’occulto dovrà ben delimitare il suo campo di studio. Nell’ultima ricerca citata, per esempio, vi si fanno rientrare anche terapie alternative, pratiche e dottrine spirituali, antroposofia e teosofia. I compassati tedeschi credono ai miracoli (55 per cento) e alla rinascita dopo la morte (26 per cento). Con una forte tendenza verso l’individualizzazione, col bisogno cioè di mettere insieme elementi che siano matrice di una personale Bildung, e per costruirsi una propria concezione del mondo, una nuova Weltanschauung, e agire in base a questa. Insomma, non sempre l’”espansione dell’occulto” richiede una crisi nell’economia, come ci insegna del resto la storia degli astrologi di corte nell’opulenta età rinascimentale.

(1) Contribuenti.it, 30 luglio 2013. L’indagine è stata condotta per conto del magazine dell’Associazione contribuenti italiani dal Centro studi e ricerche “Antonella Di Benedetto” di Krls Network of Business e resa pubblica il 20 luglio scorso a Roma nel corso del convegno “Italiani e fattucchieri in tempo di crisi”.

(2) “Boom di maghi e cartomanti: «Riuscirò a trovare un lavoro?»”, La Stampa.it, 28 agosto 2013.

(3) Quotidianonet, “Crisi. 13 milioni di italiani si rivolgono ai “maghi”. È boom dell’occultismo”, 27 maggio 2013.

(4) P. Salvato, “L’economia dell’occulto non conosce crisi”, giornalettismo.com, 5 febbraio 2010.

(5) A. Alviani, “Germania, la repubblica dell’occulto”, La Stampa.it, 16 maggio 2013.

di Rosamaria Alibrandi e Mario Centorrino

(Fonte: «lavoce.info»)

15. Marijuana libera, Torino è la prima in Italia a dire sì

14 gennaio 2014

Fino alla mattina del 13 gennaio circolavano certe battute: «Vedrai, sulla cannabis finirà con una fumata nera». E invece no: Torino, da qualche ora, è la prima città d’Italia ad aver votato un documento per la liberalizzazione della marijuana. Il provvedimento (un ordine del giorno) è stato approvato dal Consiglio comunale di stretta misura: 15 voti a favore (Sel, mezzo Pd, Idv, 5 Stelle) 13 contrari e 6 astenuti, fra cui il sindaco Fassino. Contraria, massicciamente, l’opposizione di centrodestra e l’ala cattolica del Pd. «Non eravamo riusciti quattro anni fa a tracciare la via sulle “stanze del buco” – commenta il primo firmatario, Marco Grimaldi di Sel – ma questa volta ce l’abbiamo fatta. E da Milano e altre città ci hanno già chiesto il documento per capire come venirci dietro».

È vero, si tratta di un via libera senza ricadute pratiche immediate, ma è politicamente rilevante. In realtà, le proposte erano due. La prima chiedeva un «sì» per l’utilizzo della cannabis a fini terapeutici, come già accade in Toscana, Liguria e Veneto, dove la Regione (a trazione leghista, come il Piemonte) oltre ad aver autorizzato i farmaci cannabinoidi per la terapia del dolore ha approvato la distribuzione sperimentale e gratuita in ospedale e farmacia di preparati a base di cannabis. La seconda, invece, era più drastica: via subito la legge Fini-Giovanardi, restrittiva e secondo molti una delle principali cause del sovraffollamento delle carceri, e via libera alla produzione diretta di marijuana e alla sua vendita. Approvarla è stato ben più complesso, perché – oltre al sindaco – anche parte della maggioranza si è sfilata, astenendosi o votando contro. La differenza l’hanno fatta i due consiglieri del Movimento 5 Stelle, entrambi favorevoli.

È dai tempi della lotta per le narcosale (meglio note come «stanze del buco», che in realtà finirono con un nulla di fatto) che il Consiglio comunale non si occupava del tema droga. Avvenne due amministrazioni fa, sempre per iniziativa di Grimaldi, che stavolta ha presentato il documento insieme a Silvio Viale, Radicale in quota Pd, ginecologo ma soprattutto habitué delle battaglie civili: la prostituzione, le unioni di fatto, i matrimoni gay, il testamento biologico, fino alla sperimentazione della Ru486, la pillola abortiva.

Delle stanze del buco se ne discusse per mesi. Il vero obiettivo era togliere i tossicodipendenti dalla strada fornendo loro assistenza medica, psicologica e un percorso di recupero. Alla fine però non si raggiunse la maggioranza.

Stavolta invece i numeri ci sono e quell’ordine del giorno «che invita il Parlamento ad affrontare il passaggio da un impianto di tipo proibizionistico a un impianto di tipo legale della produzione e della distribuzione delle droghe cosiddette leggere, con particolare riferimento alla cannabis e ai suoi derivati» ha incassato l’appoggio dei più.

A Torino piace fare da apripista sui grandi temi destinati a dividere: l’era Chiamparino ha lasciato in dote il registro delle unioni civili e del testamento biologico, la richiesta di concedere il voto agli immigrati per le amministrative. Addirittura l’ex sindaco, oggi tornato in pista per le Regionali, nel 2010 sposò simbolicamente due donne. Il suo successore, Piero Fassino, ha invece esordito concedendo la cittadinanza onoraria ai figli degli stranieri.

Emanuela Minucci, Andrea Rossi
(Fonte: «La Stampa»)

16. Scienza&Vita: unire rigore scientifico ed etica

14 gennaio 2014

“Le recenti scoperte che mostrano come sia possibile prevenire efficacemente il tumore ai polmoni e la notizia delle sempre più alte percentuali di guarigione da cancro alla mammella, dimostrano che è solo con la buona ricerca che si ottengono progressi significativi”, dichiarano Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, presidente e copresidente nazionali dell’Associazione Scienza & Vita.

“Il dibattito oggi in corso sulla sperimentazione e la ricerca basata sul metodo scientifico confermano come in questo ambito gli unici risultati rilevanti siano quelli acquisiti attraverso metodologie e applicazioni verificate. Attuare una sperimentazione controllata è una via lunga, complessa e soprattutto vissuta lontano dai riflettori e dalle spettacolarizzazioni. È un percorso condotto con tenacia e determinazione dai ricercatori, ed è l’unico da cui conseguono esiti incisivi e realmente validi per tutti, che devono anche essere supportati da una corretta informazione scientifica da parte dei media”.

“Prevenzione rigorosa, diagnosi precoci, interventi tempestivi e terapie mirate riducono significativamente l’incidenza degli effetti esiziali di varie tipologie, anche se molto resta ancora da fare. È però sempre necessario che ciò sia unito a standard scientifici, medici ed etici molto severi e legati a un controllo stringente, che garantisca la sicurezza dei pazienti e la reale efficacia delle cure”.

(Fonte: «Scienza&Vita»

17. Rapporto Sdo 2012. Sempre meno ricoveri (-4,6%) e giornate di degenza (-4%). Malattie cardiovascolari al top dei ricoveri

16 gennaio 2014

Nel 2012 i ricoveri effettuati presso le strutture del Ssn sono stati 10.257.796, in calo del 4,6% rispetto ai 10.749.246 del 2011. Giù anche l’ammontare delle giornate di degenza erogate, che nel 2012 sono state 66.707.607, il 4% in meno rispetto alle 69.417.699 del 2011. Come per ricoveri e giornate si riduce anche la mobilità sanitaria, che se nel 2011 aveva coinvolto 807.981 persone, nel 2011 ha riguardato invece 770.233 persone (-4,7%) (vedi andamento mobilità sanitaria dal 2006 al 2012).

Per quanto riguarda le giornate di degenza rimane stabile rispetto al 2011 il dato per gli acuti in regime ordinario (media di 6,8 giornate). In lieve diminuzione le giornate medie di degenza per riabilitazione in regime ordinario, che passano da una media di 26,6 a 26,2. Calo più vistoso per la degenza media in lungodegenza che passa dalle 30,6 giornate di media a 28,8.

Le principali cause (acute) per cui si ricorre all’ospedale.

Sul totale dei ricoveri per acuti pari a 6.841.014 dismissioni ben il 14,6% è rappresentato da malattie e disturbi dell’apparato cardiocircolatorio. A seguire con il 12,4% dei casi vi sono le malattie e i disturbi del sistema muscolo-scheletrico e del tessuto connettivo. La terza causa per cui si va in ospedale riguarda invece (il 10%) la gravidanza, parto e puerperio, cui segue con il 9,4% le malattie e i disturbi dell’apparato digerente.

Ma si riducono anche gli errori di compilazione delle schede. Complessivamente le schede pervenute ammontano come dicevamo a 10.259.780 unità, con una diminuzione di circa il 4,6% rispetto all’anno precedente. La qualità della compilazione è ulteriormente migliorata rispetto all’anno precedente: il numero complessivo di errori si riduce da 12.387.798 nel 2011 a 7.693.650 nel 2012, con una diminuzione di poco più del 40%. In particolare, si osserva un significativo miglioramento della compilazione delle nuove variabili introdotte a partire dal 2010, ovvero “Livello di istruzione” (da 34,24% di errori nel 2011 a 25,05% nel 2012), “data di prenotazione” (da 28,87% nel 2011 a 21,03% nel 2012), “classe di priorità” (da 32,29% nel 2011 a 15,78% nel 2012) e “codice di causa esterna del traumatismo” (da 5,69% nel 2011 a 5,38 nel 2012).

Il numero complessivo di schede con almeno un errore di compilazione si riduce notevolmente, passando da 7.157.153 nel 2011 (pari al 66,5% delle schede pervenute) a 5.082.154 nel 2012 (pari al 49,5% delle schede pervenute), con una differenza di 17 punti percentuali.

Infine, per avere una reale misura della dimensione dell’errore occorre considerare che una scheda Sdo contiene 45 variabili, per un totale di 10.259.780 schede pervenute corrisponde a 461.690.100 informazioni distinte raccolte. Il numero di errori riscontrato, pari a 7.693.650 pertanto, incide per meno del 1,7%; considerando inoltre le informazioni calcolabili a partire dalle variabili raccolte, l’incidenza dell’errore si riduce ulteriormente. Il livello qualitativo della banca dati Sdo, pertanto, è estremamente elevato.

In calo i ricoveri per acuti e in day hospital

Rispetto al 2011 il numero complessivo di ricoveri ordinari per acuti si riduce da 7.043.070 a 6.837.823 (-2,9%), con una corrispondente diminuzione delle giornate di ricovero da 47.963.625 a 46.422.668 (-3,2%); il numero di cicli di Day Hospital effettuati si riduce da 2.828.910 a 2.538.561 (- 10,3%) L’attività totale per acuti si riduce da 9.879.863 unità nel 2011 a 9.384.071 nel 2012, con una riduzione di circa il 5%. Ad eccezione della Valle d’Aosta, che aumenta il suo volume di attività da 20.791 unità a 21.990 (+5,8%), del Friuli Venezia Giulia (+1,2% da 193.423 a 195.822 unità), tutte le altre Regioni mostrano una riduzione dell’attività per acuti, da un minimo di -0,2% nel Lazio e -1,7% in Campania ad un massimo di -14,6% in Basilicata e -11,7% in Puglia.

La composizione dell’attività per acuti mostra nel 2012 una riduzione del Day Hospital dal 28,7% al 27,1% del totale; l’andamento è confermato pressoché in tutte le Regioni, con l’eccezione della Valle d’Aosta (+1,0%), della Campania (+0,9%), del Friuli Venezia Giulia (+0,5%), del Lazio (+0,5%) e della Calabria (+0,2%). Le riduzioni più consistenti si osservano in Basilicata (-5,8%), Lombardia (-4,7%) e Puglia (-4,3%).

Per quanto riguarda il fenomeno della mobilità sanitaria interregionale totale ha coinvolto nel 2012 ben 770.233 persone. Il dato mostra un calo del 4,7% rispetto alle 807.981 persone del 2011. Ma il fenomeno non è in diminuzione anche perché occorre calcolare che sono diminuiti anche i ricoveri totali del 4,6%. Ma a prescindere dai numeri sembra proseguire il costante afflusso dal sud al nord del Paese per farsi curare. Complessivamente in Italia, poco più di 8 ricoveri per 1.000 abitanti (attività per acuti in regime ordinario) avvengono fuori Regione, con un ampia variabilità regionale: la quota più alta di ricoveri in regime ordinario fuori Regione si riscontra in Molise, Basilicata, Valle d’Aosta e Calabria, mentre la quota più bassa, sempre in regime ordinario, in Lombardia, P.A. di Bolzano, Toscana e Veneto. Confrontando i dati con l’anno precedente, i ricoveri fuori Regione in regime ordinario presentano un decremento maggiore rispetto a quelli in Regione, mentre per i ricoveri in DH si osserva un andamento inverso.

In ogni caso la mobilità complessiva a livello nazionale per acuti in Regime ordinario ammonta al 7,5% dei ricoveri complessivamente erogati (circa 505 mila ricoveri su 6,7 milioni). I valori più alti di dimissioni di non residenti si osservano in Lombardia (106.259 dimissioni di non residenti, pari al 9% dei ricoveri erogati dalla Regione), Emilia Romagna (75.880 dimissioni, pari al 13,6 dei ricoveri della Regione), Lazio (48.824 dimissioni, pari al 7,8% dei ricoveri della Regione) e Toscana (47.989 dimissioni, pari al 11,2% dei ricoveri della Regione), le quali coprono circa il 55% della mobilità complessiva. I valori più elevati di mobilità passiva si osservano in Basilicata (23,5% dei residenti si sono ricoverati fuori regione), Molise (22,3%), Calabria (18,3%), Valle d’Aosta (18%) e Abruzzo (15,8%).

L’attività per Acuti in Day Hospital mostra una mobilità complessiva del 7,8% (circa 196 mila cicli DH su 2,5 milioni). Il numero più elevato di cicli di DH di non residenti viene erogato nel Lazio (35.211 cicli DH), Emilia Romagna (22.273 cicli DH), Lombardia (20.659 cicli DH) e Toscana (19.066 cicli DH). La mobilità passiva più elevata si osserva in Basilicata (25,1%), Molise (21,1%), Umbria (20,5%), Abruzzo (18,2%) e Calabria (18,1%).

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

18. Federfarma ad Aifa: mercato parallelo in Europa, emergenza a Roma e in Italia

17 gennaio 2014

Il mercato parallelo dei farmaci in Paesi europei più redditizi provoca a Roma, e in tutta Italia, “una vera e propria emergenza”, al punto che risultano irreperibili farmaci come antitumorali, eparine, antipsicotici e broncodilatatori. Lo denuncia Federfarma Roma, che dopo l’esposto in Procura a luglio, il 16 gennaio ha scritto all’Agenzia Italiana del Farmaco.

Federfarma Roma chiede “immediati provvedimenti” per evitare ulteriori contingentamenti di medicinali che metterebbero a rischio la salute e la vita stessa dei cittadini. “A distanza di sei mesi nulla è cambiato, anzi la situazione è peggiorata”, si legge nella lettera del presidente dell’associazione, Franco Caprino, che evidenzia come siano oramai “tantissime le farmacie a Roma che si lamentano per l’assenza di molti di questi farmaci”.

Il vantaggio per chi opera nel mercato parallelo, che siano aziende produttrici, grossisti o farmacie con autorizzazione all’ingrosso, è meramente economico: l’esportazione viene infatti effettuata solo per quei farmaci che in Italia hanno un prezzo al pubblico/farmacia inferiore rispetto a quello degli altri Paesi europei, guadagnando così sulla plusvalenza che si matura nel vendere il farmaco sul territorio estero.

“Per questo – aggiunge Caprino – chiediamo un intervento deciso per arginare il fenomeno dell’export parallelo, ipotizzando addirittura il blocco temporaneo delle esportazioni parallele, così da poter garantire la continuità terapeutica a migliaia di cittadini oramai costretti ad affannose ricerche per i farmaci che quasi sempre sono poi introvabili”.

(Fonte: «Repubblica»)

19. Il “crac” della sanità. Inchiesta dell’Espresso con i nuovi dati del Rapporto della Bocconi: “Sanità in ginocchio in più della metà del Paese”

17 gennaio 2014

È di questi giorni la cronaca riguardante la situazione di caos all’Ospedale San Camillo di Roma, con barelle posizionate lungo i corridoi o addirittura materassi messi a terra per accogliere i pazienti a causa della penuria dei posti letto. Un situazione di tilt che non è certo unica. Anche cambiando latitudine e spostandosi alla periferia di Milano, lo scenario che incontriamo non si discosta di molto da quello di un girone dantesco. È quanto riportato da un’inchiesta pubblicata da L’Espresso, a firma Daniela Minerva.

Dopo aver trascorso una notte al Pronto soccorso dell’ospedale San Carlo di Milano, le scene descritte sono le stesse: non solo una situazione di caos e promiscuità tra pazienti, mancanza di privacy, dovuta all’assenza di spazi per accogliere queste persone, ma, soprattutto, quello che viene sottolineato è l’identikit di chi si trova a passare ore, se non intere giornate, nel Pronto Soccorso. Non basta infatti la sola riduzione a livello nazionale di posti letto a spiegare l’attuale caos dei nosocomi italiani, c’è anche la mancanza di quelle famose risposte sul territorio di cui si parla da decenni ma che ancora non si concretizzano.

Ed ecco quindi che, a presentarsi nei triage dei PS, non sono i classici casi da “medicina di urgenza”, quanto piuttosto un gran numero di anziani che, in mancanza di altri posti dove farsi controllare, occupano in maniera ‘indebita’ quegli spazi rimanendo risucchiati in quel calderone di gente per ore ed ore. Vi sono anziani con una banale influenza o in stato confusionale, dovuto magari a una caduta da niente che non ha ferito il corpo ma spiazzato la mente, o ancora quelli che non riescono ad essere adeguatamente gestiti dai familiari e che vengono ‘parcheggiati’ nei Pronto Soccorso.

Quello che si sottolinea nell’inchiesta è come, oltre al danno ai pazienti che si trovano costretti a restare in condizioni troppo spesso umilianti, in questo modo si continua a perpetrare un ingente sperpero di risorse pubbliche: basti pensare che un letto costa oltre 1.000 euro al giorno. Nell’inchiesta, poi, vengono presentati in anteprima anche i dati contenuti nel Rapporto Oasi del Cergas Bocconi 2014. E qui emerge, ad esempio, come il grado di soddisfazione per le prestazioni offerte dal Servizio sanitario nazionale, oscilla molto a seconda delle aree geografiche cui si fa riferimento: possiamo quindi vedere come, mentre il 60,8% dei cittadini del Nord Est ritiene che il servizio pubblico offra tutte le prestazioni di cui si ha bisogno, alla stessa domanda, rispondono in maniera speculare solo il 34,5% dei cittadini del Sud e delle Isole. In totale, a livello nazionale, il 44,8% si ritiene soddisfatto dei servizi cui può usufruire, il 41,2% pensa che vengano coperte dal pubblico solo le necessità essenziali mentre per il resto si è costretti a rivolgersi al privato e, infine, 14% definisce insufficiente la copertura di cui può godere.

Tornando alla nottata trascorsa al San Carlo di Milano, si nota come causa della situazione sia anche il fatto che le strutture assistite sono pochissime e strapiene, come lo sono gli stessi reparti, ingolfati spesso perché costretti a tenersi i malati ben oltre il tempo necessario alla terapia ospedaliera. Perché? Non è una questione di semplice spreco o imperizia, è che non sanno dove mandarli per le cure che devono comunque fare. I tagli, si legge nell’articolo de L’Espresso, hanno spazzato via molte strutture, magari sprecone e da riformare, che però servivano a questi pazienti postacuti.

E se il cronista finisce per arrivare ad “odiare” gli infermieri presenti per i loro modi bruschi nell’approcciarsi ai pazienti, resta il fatto, come si evince dallo stesso articolo, che tutto quel carico di lavoro e sofferenza pesa su gente che guadagna meno di 1.500 euro al mese, che ha subìto ristrutturazioni e tagli, che deve sopportare turni di lavoro fuori dal comune e che non viene mai e poi mai coinvolta nel governo dell’ospedale.

Allargando il campo visivo, non si può tacere che tutto questo avviene in un settore che, dal 2011 ad oggi, è stato soggetto a tagli per 30 miliardi e, come se non bastasse, centinaia di operatori andati in pensione non sono mai stati sostituiti a causa del blocco del turnover. L’ultimo a provarci, a tentare di dar via a quel processo di medicina del territorio che potrebbe dar sollievo a quella polveriera che sta diventando la quotidianità degli ospedali, è stato l’ex ministro della Salute, Renato Balduzzi, con il suo decreto che ad hoc che, però, non prevedendo fondi per dare il via a questo processo, è rimasto ovunque inattuato.

Dal Rapporto Oasi della Bocconi emerge chiaramente che mezz’Italia è sanitariamente al crack: l’austerità ha rimesso in gran parte i conti in ordine ma ha creato una crescente inadeguatezza dei servizi. La buona notizia, però, c’è. Ed è nella legge di stabilità: per la prima volta dal 2011 il Fondo sanitario cresce. Cresce di quei 2 mld dovuti alla mancata entrate in vigore dei ticket dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale. O almeno, così ha dato rassicurazioni a più riprese il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Anche passando in rassegna il processo di spending review che dovrà essere portato avanti dal Commissario Cottarelli, ci sono state rassicurazioni circa il fatto che i fondi risparmiati saranno reinvestiti all’interno del Ssn.

C’è però da dire che, per la prima volta, è proprio il dossier degli economisti della Bocconi a indicare il disastro della gestione economicistica della sanità. A partire dagli effetti dei cosiddetti Piani di rientro imposti alle Regioni con deficit (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Puglia, Sicilia). I bocconiani hanno fatto i conti e misurato che “il disavanzo annuale del Ssn è notevolmente ridimensionato, sceso dal 17,3% del 2011 allo 0,9%. E questo anche perché scende il deficit sanitario delle Regioni con Piano di rientro. Ma tutto questo non trova corrispondenza sul piano della capacità di rispondere ai bisogni ed erogare servizi. I Piani di rientro, spiegano gli economisti, non sembrano sin ora stati capaci di attivare processi di positiva evoluzione organizzativa. In sintesi, dovendo rientrare dagli enormi debiti, le Regioni hanno iniziando ad aumentare le tasse locali e sforbiciare i servizi, in modo non proprio mirato. Quindi i conti sono migliorati, ma la riorganizzazione dei servizi non c’è stata e, anzi, questi sono peggiorati.

L’austerità ha fatto molto più male nelle Regioni del centro-sud, al punto che oggi il nostro è il Paese con maggiore disparità territoriale in Europa, in materia di sanità.

I dati Oasi mostrano che i ricoveri degli over65 sono ben oltre le esigenze reali, con una media che, dal 2006 al 2011, è passata dal 4,6 al 4,8. In controtendenza, invece, i ricoveri inefficienti che, migliorando un po’ ovunque, passano dal 44,9% del 1998 al 31,9%% del 2011.

Nelle more di tutto questo, infine, gli amministratori che si trovano di dar seguito al mandato di ridurre ulteriormente i posti letto, passando ad una media di 3,7 per mille abitanti, e di riorganizzare la rete ospedaliera, si trovano di fronte ad un paradosso ben esemplificato dal ‘caso’ Lombardia. La Giunta Maroni dovrebbe chiudere 170 piccoli ospedali perché la riorganizzazione nazionale chiede di eliminare quelli con meno di 120 letti. Ma se ciò accadesse, la Regione finirebbe con l’avere solo 2,59 posti per mille abitanti, ben al di sotto di quanto posto come obiettivo dallo stesso decreto.

Giovanni Rodriquez
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

20. Bambini e terapie del dolore. Quando non si usano le terapie adeguate

19 gennaio 2014

“La scarsa valutazione e trattamento del dolore nel bambino è un problema importante e quanto mai attuale”, dichiara a Quotidiano Sanità la professoressa Franca Benini, responsabile del Centro di Riferimento regionale veneto di Terapia del Dolore e Cure palliative pediatriche e direttore scientifico del progetto “Spegni il dolore. La rete delle lampade, promosso dall’Associazione vivere senza dolore con la Fondazione Maruzza Lefebvre. 

“La letteratura conferma che il dolore non trattato, soprattutto in età pediatrica, determina numerosi effetti negativi sia attuali che a distanza. Oltre ciò il dolore è, fra tutti i sintomi, quello che più angoscia e preoccupa il paziente e la sua famiglia: se non trattato, ha un impatto fortemente negativo sul vissuto di malattia e sulla qualità della vita. Diventa pertanto importante avere a disposizione degli strumenti che, in maniera semplice ed efficace, possano aiutarci a valutare come trattiamo il dolore nel bambino”.

“Per questo – osserva la responsabile del Centro – un board di 20 esperti (medici, infermieri, psicologi, esponenti di società scientifiche, ecc.) ha elaborato un questionario, distribuito da pochi giorni presso 7 centri pediatrici nazionali tra i più accreditati, che permetterà in ogni struttura di fare una valutazione del livello di adeguatezza degli interventi messi in atto per il controllo del dolore pediatrico e di individuare eventuali criticità, su cui concentrare sforzi ed attenzione. Si tratta di uno strumento adattabile a qualsiasi struttura ospedaliera sia di I, II, III livello, che consentirà di migliorare l’approccio al dolore e di incrementare, fra i diversi centri italiani, la condivisione di strategie ed esperienze positive”.

“Purtroppo – continua la professoressa Benini –  ancora troppi bambini durante la malattia hanno un dolore non trattato. Su alcuni, in particolare, è importante concentrare la nostra attenzione: sono i bambini più fragili, quelli che per età, situazione o patologia, non riescono o non possono esprimere il loro dolore. Mi riferisco ai neonati, ai bambini con problemi neuromotori e ai piccoli con malattie molto gravi ricoverati nelle terapie intensive. Per queste categorie, la percentuale di trattamento del dolore è frequentemente bassa e non supera il 40%. Si potrebbe fare molto di più anche in situazioni più semplici e meno gravi, quali i piccoli traumi, le infezioni respiratorie o il mal di pancia”.

“Il progetto nasce da un percorso iniziato nel 2012 – spiega Marta Gentili, Presidente dell’Associazione vivere senza dolore – con l’obiettivo di definire degli indicatori che permettessero ai centri ospedalieri di misurare la qualità del loro approccio al dolore pediatrico. A ogni centro partecipante saranno attribuite una o più ‘lampade del sorriso’, secondo il livello di cura raggiunto, in modo da creare un network e costituire, così, una rete di eccellenza, ‘la rete delle lampade’. Da anni – conclude Gentili – portiamo avanti progettualità rivolte alla cura della sofferenza di adulti e bambini, con l’obiettivo di favorire una migliore applicazione della Legge 38.”

“Il via alla fase operativa del progetto rappresenta motivo di grande soddisfazione – commenta Silvia Lefebvre della Fondazione Maruzza Lefebvre D’Ovidio – non solo per il risultato scientifico raggiunto, ma perché è la dimostrazione di come sia possibile, unendo le forze, ottenere grandi risultati. Tutti i componenti del board hanno messo disposizione le loro competenze, per offrire alla comunità medica e ai pazienti uno strumento universale che possa aiutare a migliorare la qualità di vita dei malati, specie se bambini”.

Emanuela Medi
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

21. Test su animali, Bruxelles denuncia l’Italia

21 gennaio 2014

La Commissione Europea intende deferire l’Italia alla Corte di giustizia Ue per il mancato recepimento della direttiva che regolamenta lo svolgimento di test scientifici sugli animali. Secondo quanto appreso dall’Ansa, la decisione sarà presa il 22 gennaio e prospetta una multa da oltre 150 mila euro al giorno. La sanzione, secondo la proposta messa a punto dai servizi del commissario Ue all’ambiente Janez Potocnik, dovrebbe scattare dal momento della condanna dell’Italia da parte della Corte.

IL PRECEDENTE –  Lo scorso giugno l’esecutivo comunitario aveva già lanciato un primo avvertimento alle autorità italiane emettendo un cosiddetto «parare motivato», ultimo stadio della procedura d’infrazione prima del deferimento alla Corte.

UNICI IN EUROPA – Il nostro Paese, secondo le informazioni raccolte a Bruxelles, è rimasto oggi l’unico tra i partner Ue a non aver ancora recepito la direttiva numero 63 approvata nel settembre del 2010, una norma sulla protezione degli animali utilizzati a scopi scientifici adottata dall’Unione dopo un iter durato anni. La data limite per la sua introduzione nel diritto nazionale era fissata per il novembre del 2012, mentre il primo gennaio 2013 è scaduto il termine ultimo per la sua applicazione.

IL DIBATTITO AL SENATO –  In realtà, il testo del decreto legislativo destinato a recepire la direttiva europea, dopo essere passato dalla Camera, è ora fermo al Senato e tutto il suo iter è stato finora condizionato dallo scontro apertosi tra chi, con in testa Michela Brambilla, ritiene insufficienti le tutele previste per gli animali e chi sottolinea la necessità di poter utilizzare delle cavie per testare farmaci e altri prodotti potenzialmente pericolosi per la salute umana.

(Fonte: «Ansa»)

22. Allarme dall’Europa sulle nuove sostanze psicoattive

22 gennaio 2014

È stato presentato il 22 gennaio 2014, presso il Centro Regionale Antidoping e di Tossicologia “A. Bertinaria” di Orbassano (To), il Piano di Azione nazionale di lotta alle nuove sostanze psicoattive. La presentazione rientra nell’ambito tour italiano per la presentazione del nuovo Piano di Azione nazionale di lotta alle nuove droghe e update scientifico proposto dal Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio.

Nella Sala Conferenze del Centro Regionale Antidoping, che ha ospitato l’evento, erano presenti magistrati delle Procure piemontesi, autorità locali e delle Forze dell’Ordine, professionisti medici, chimici e biologi dei Ser.D., delle Medicine Legali e del Lavoro, dei Laboratori di analisi tossicologica.

Il Piano, realizzato dal Dipartimento Prevenzione Antidroga (DPA) in collaborazione con il Ministero della Salute, è stato accompagnato da un update scientifico sulle nuove sostanze psicoattive (NPS) e sulla loro presenza e diffusione nel territorio italiano e europeo. “Il fenomeno che si sta trattando – ha dichiarato Giovanni Serpelloni, Capo del Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio – è in continua evoluzione e sempre nuove molecole sono pronte ad essere inserite nel mercato, sia per soddisfare nuove richieste da parte dei consumatori ma anche, e soprattutto, per eludere i controlli che vanno istituendosi nei vari Paesi attraverso l’aggiornamento della normativa in materia”.

Si è ritenuto utile raccogliere le schede tecniche realizzate dal Sistema di Allerta, dalle Forze dell’Ordine, dai laboratori dei RIS e dei NAS, dalle Agenzia delle Dogane e Monopoli, e dai Centri Universitari: in questi rapporti vengono riportate informazioni che possono risultare di grande utilità ai professionisti del settore (personale di laboratorio, personale delle unità di emergenza/urgenza, operatori sanitari, ricercatori, ecc.) al fine di agevolare l’analisi di campioni incogniti.

“Il lavoro di informazione, coordinamento e riorganizzazione dei professionisti che sono coinvolti nelle problematiche inerenti le sostanze stupefacenti, che il Dipartimento Politiche Antidroga, e il Dott. Serpelloni in particolare, stanno conducendo è importantissimo.- così ha dichiarato il prof. Gianmaria Ajani, Rettore dell’Università di Torino – L’Ateneo – ha evidenziato – è a fianco di chi, come il Dipartimento, esamina questi temi nella loro complessa articolazione e stretta interdipendenza, con estremo rigore scientifico e indipendenza”.

“L’Università, in tematiche strutturate e multiformi, quali quelle delle sostanze stupefacenti, condivide lo sforzo del Dipartimento nel fondare le opinioni sui fatti, sulle evidenze scientifiche, sulle rigorose statistiche epidemiologiche, a cui contribuisce – ha concluso – con le sue ampie attività di ricerca scientifica e la competenza dei suoi docenti”. Il nuovo Piano di Azione nazionale (NSP) ha avuto il Patrocinio delle Nazioni Unite e di dieci importanti società scientifiche. Gli incontri sono indirizzati agli operatori dei servizi per le tossicodipendenze, al personale di laboratorio, al personale delle unità di emergenza-urgenza, al personale delle Forze dell’Ordine e a quello della magistratura.

Scopo dell’iniziativa è quello di far conoscere e diffondere le nuove strategie nazionali per affrontare il fenomeno delle nuove sostanze psicoattive in maniera completa e coordinata su tutto il territorio nazionale, analizzando i diversi aspetti che lo costituiscono e fornendo informazioni tecnico-scientifiche in ambito clinico-tossicologico e bio-tossicologico alle strutture sanitarie interessate e alle Forze dell’Ordine. Sul tema delle Nuove Sostanze Psicoattive (NSP) sono state date anche indicazioni strategiche sia a livello internazionale, attraverso le Nazioni Unite, che a livello europeo.

(Fonte: Università degli Studi di Torino)

23. Nasce EndowikI, l’enciclopedia online interamente dedicata alle malattie endocrine

23 gennaio 2014

Arriva oggi Endowiki (www.endowiki.it), un’enciclopedia online che si occupa interamente di spiegare le malattie endocrine, che colpiscono circa 10 milioni di italiani. Nata all’inizio per un uso ed uno scambio di conoscenze peer to peer, basata sulla collaborazione e totalmente gratuita, l’enciclopedia è realizzata dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME), che riunisce i professionisti del settore operanti soprattutto in ambito ospedaliero. Uno strumento di facile consultazione e agile, per illustrare tutto il sapere endocrinologico in maniera divulgativa ma allo stesso tempo con un occhio critico rispetto agli aspetti clinici, in modo da affiancare l’utente nella ricerca di informazioni.

“Le patologie endocrine sono particolarmente complesse e correlate  al buon funzionamento di tanti altri organi del nostro corpo”, spiega Roberto Castello, Presidente dell’AME, “e sappiamo che i pazienti ricorrono alla Rete per informarsi, per sciogliere i dubbi o, quando ricevono una diagnosi, per comprendere meglio la propria malattia. Oltre alle spiegazioni che ogni paziente può e deve ricevere dal proprio specialista, ci auguriamo che Endowiki possa essere una fonte sicura e affidabile per trovare risposte a tanti quesiti”.

Come si legge anche in ‘Endowiki: istruzioni per l’uso’, è libero per tutti l’accesso all’area pazienti (sulla destra della home-page) e all’indice dell’area medici (sulla sinistra della home-page). La sezione pubblica per i pazienti, ad accesso libero, è più ridotta in termini di voci rispetto a quella per gli addetti ai lavori, ma è molto chiara ed esplicativa, come sottolineano gli esperti: ogni patologia è spiegata con domande e risposte o comunque divisa in sezioni di facile comprensione.

Nelle pagine ad accesso libero, si trovano diversi argomenti relative ad una vasta gamma di malattie endocrine: dalle malattie ipofisarie alle malattie della tiroide, da quelle delle ossa e delle paratiroidi a quelle dell’ovaio, dai tumori neuroendocrini all’obesità fino alle dislipidemie. All’interno di ciascuna di queste sezioni, sono contenute delle sottosezioni che approfondiscono la singola patologia.

Inoltre Endowiki può essere un utile riferimento per chi si occupa di divulgazione e di informazione scientifica, richiedendo l’accesso alla parte specialistica.

“L’enciclopedia online è di facile consultazione”, aggiunge Roberto Attanasio, responsabile web AME, “con un ricco indice generale, che comprende oltre 700 voci, diviso in sezioni secondo gli organi dell’apparato endocrino: ipotalamo-ipofisi, tiroide, paratiroidi e metabolismo osseo, surrene e gonadi, obesità, dislipidemie. All’interno di ogni sezione le pagine sono divise in discipline come anatomia, fisiologia, diagnostica e terapia e sono ricche di immagini e fotografie esplicative. All’endocrinologia oncologica è riservata una sezione dedicata”.

E gli strumenti sono “scaricabili anche su tablet”, illustra Enrico Papini, responsabile scientifico AME. “Messe a punto continuamente riviste, indagini appropriate, valori normali, farmaci, procedure diagnostiche e terapeutiche, fonti bibliografiche e raccomandazioni per i pazienti. Credo che per l’Italia si tratti di uno strumento nuovo, che diverrà presto un compagno indispensabile per il medico” conclude Enrico Papini.

Viola Rita
(Fonti: «Quotidiano Sanità», «AME – Associazione Medici Endocrinologi»
Per maggiori informazioni e per richiedere l’accesso, contattare segreteria@associazionemediciendocrinologi.it

24. “Il determinismo genetico è piuttosto un riduzionismo”: incontro alla fondazione Ut Vitam Habeant

24 gennaio 2014

“Fino a che punto la genetica influenza il nostro temperamento, le nostre reazioni? Siamo già determinati?”. Questi due interrogativi, espressi dal cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, hanno costituito la direttrice intorno alla quale si è sviluppata la conferenza “Genetica e Antropologia: libertà e responsabilità”, promossa dalla fondazione Ut Vitam Habeant e tenutasi presso il Salone dei Piceni, nel Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro.

Il relatore Evandro Agazzi, filosofo della scienza dell’Università di Genova, ha introdotto il suo intervento partendo da un excursus storico. “Quando si parla di genetica, accompagnandola con il termine manipolazione – ha spiegato il prof. Agazzi – si intende qualcosa di diverso rispetto al passato”. “Ancora negli anni ’80 – ha proseguito – per manipolazione genetica si intendeva la fecondazione artificiale. Dunque, qualcosa di attinente solo alla generazione, alla procreazione. Oggi, invece, si intendono quelle pratiche di manipolazione dei geni che vengono comunemente chiamate ingegneria genetica”.

Il successo riscosso da questa disciplina presso i genetisti ha portato nel 1990 al Progetto Genoma, una ricerca scientifica finalizzata a identificare e a mappare la totalità dei geni umani, ossia il genoma. Si è trattato, secondo il prof. Agazzi, di un progetto dalla vasta eco ma dai risultati non altrettanto eccezionali. Anzitutto, ha spiegato il filosofo, “l’obiettivo di concludere questo progetto entro quindici anni” non è stato raggiunto, poiché le ricerche sono tutt’ora in corso e “probabilmente dureranno ancora per qualche decina d’anni”.

In secondo luogo, la pretesa del Progetto Genoma di “aver scoperto il segreto della vita” ha innescato una serie di equivoci e di problematiche etiche. “L’idea ancora oggi ampiamente diffusa per cui nel genoma è predeterminata la storia di ogni individuo”, ha aggiunto Agazzi, è “figlia della cultura per cui il patrimonio genetico racchiude tutte le caratteristiche dell’uomo”.

Agazzi, “senza voler banalizzare le pur importanti scoperte del Progetto Genoma”, ha rammentato tuttavia che “la complessità della personalità umana è originata da una vastità di fattori di cui l’ereditarietà genetica è solo una parte”. Citando un passo del Purgatorio di Dante e uno dei dialoghi di Platone, Agazzi ha testimoniato che è sempre stata una convinzione radicata quella secondo cui la personalità umana “non è predeterminata dalla genetica, ma si costruisce con l’impegno”.

Negare questo assunto, come invece pretende di fare “il dogma del determinismo genetico”, significa privare l’uomo della sua libertà. “Un dogma falso – l’ha definito inoltre il professore – già dal punto di vista strettamente biologico, poiché l’organismo vivente ha una grandissima rete di aspetti”. A titolo di esempio, Agazzi ha spiegato che “pochissime malattie derivano da un solo gene”.

Essendo dunque basato su credenze false, tese a spiegare la complessità dell’uomo con la sola mappatura genetica, secondo Agazzi “dal determinismo genetico scaturisce piuttosto un riduzionismo”. Esistono infatti componenti capaci di influenzare la personalità umana che, ha spiegato Agazzi, “sono di tipo non biologico”. Componenti come l’ambiente e la società. Tuttavia, ha rammentato Agazzi mediante una veloce diagnosi della cultura progressista, “non bisogna neanche ridurre l’uomo all’ecologia, alla sociologia o alla psicologia”. Altrimenti – l’avvertimento del filosofo – “si rischia di scivolare da uno scientismo all’altro senza riuscire a spiegare la complessità umana”. In questo modo l’uomo viene espunto della sua libertà d’azione e lo si fa retrocedere “a un livello di eguaglianza omologata e banale”.

L’unica eguaglianza esistente, la citazione del relatore, è “l’eguaglianza in dignità”. Anche perché, ha concluso il prof. Agazzi riprendendo il tema centrale della conferenza, “uomo e scimpanzé condividono il 96% del genoma”. La domanda che ne deriva è retorica e demolisce ogni tentativo di ridurre l’uomo al solo aspetto biologico: “Basta questo mero dato per ritenere l’uomo uguale alla scimmia?”.

Federico Cenci
(Fonte: «Zenit»)

25. Minori e media: altro che tivù! Le vere trappole sono nella Rete

24 gennaio 2014

All’inizio fu la Rai (era il 3 gennaio 1954, 60 anni fa), con un primo e per un po’ “unico” canale televisivo. Poi furono due, poi tre. Poi venne Berlusconi con le sue reti, e i canali a disposizione del pubblico furono sei. Poi 9. E ora con il digitale terrestre sono oltre 150. Se sommiamo Sky, Mediaset Premium e altri, l’offerta televisiva ha raggiunto quella che potrebbe essere considerata la saturazione del mercato: da qui in avanti c’è solo il rischio di “cannibalizzazione”. Cioè, i vari canali che si mangiano l’un l’altro. La guerra interna alle reti televisive è in corso da anni, a colpi di audience, vale a dire di pubblico conquistato ogni giorno. Se cresce l’audience, cresce la pubblicità, e la battaglia è sulle fasce orarie giornaliere di maggiore ascolto: lì girano letteralmente “milioni”, nel senso di budget molto rilevanti. Dentro questo meccanismo, un po’ infernale, che si autoalimenta da solo con eccessi inverosimili, quali i cachet milionari di presentatori e conduttori di “talk” politici o culinari, un problema è sempre stato all’attenzione di tutti: quello di tutelare i minori. Perché la tivù, come è noto, arriva in tutte le case ad ogni ora del giorno e della notte. Così, piano piano, l’opinione pubblica, il giornalismo e la cultura, le famiglie, e infine anche il legislatore hanno costruito un’impalcatura di regolamenti e norme per mettere un argine ad abusi, scene violente, pornografia, devianze, bullismi.

Il nuovo “nemico” nelle case di tutti. Si potrebbe quasi dire che quella che una volta era la “cattiva maestra”, come avevano tuonato Pasolini e Popper, oggi sia diventata una “maestrina” addomesticata e per bene, che fa ogni sforzo per non contravvenire alle norme che le sono imposte da una legislazione particolarmente ampia e severa: dalla legge sulla stampa del 1948, al Libro Verde del 1996, alle prime Direttive dell’Unione europea del 1997, fino alle leggi “Maccanico”, “Gasparri” e ai Codici più recenti, su tutti quello di “autoregolamentazione media e minori” del 2002.

Situazione idilliaca, quindi, in cui le famiglie possono stare tranquille e gli editori televisivi sono degli “angioletti” che puntano a una equilibrata crescita fisica, psicologica e morale dei ragazzi? Troppo bello per essere vero! Le “fasce protette”, il “controllo parentale”, i reclami al “Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza”, il “Comitato Media e Minori”, le associazioni dei telespettatori, il “Consiglio nazionale degli utenti”, tutte queste realtà devono oggi ammettere che c’è da stare all’erta non solo per la tivù, ma anche per un nuovo e più potente nemico della gioventù: la rete internet. Se ne è parlato a Roma venerdì 24 gennaio, presso la sede dell’Autorità per la garanzia delle comunicazioni (Agcom), alla presentazione del “Libro Bianco Media e Minori”.

Le situazioni estreme presenti sul web. Il rapporto è stato curato per conto dell’Agcom dal Censis, diretto da Giuseppe De Rita. La responsabile della ricerca, Elisa Manna, ha spiegato che ormai disponiamo, su scala internazionale, di una pluralità di norme a tutela degli adolescenti e delle famiglie. Ma l’avvento di internet sta cambiando tutto: quei genitori che temono per un “filmetto” un po’ spinto in fascia pomeridiana dovrebbero invece guardarsi da ben altre minacce: i siti della violenza estrema, dei riti iniziatici per le gang definiti “orripilanti”; oppure dai siti pornografici, facilmente accessibili e visitati da circa il 70% dei teenagers. Dal “Libro Bianco” emerge che la multimedialità dei giovanissimi, che insieme “chattano” sullo smartphone, navigano in rete sul pc, guardano distrattamente un programma tivù e, forse, riescono contemporaneamente a studiare qualcosa su un vecchio libro, genera insieme aspetti positivi e negativi. I primi consistono nella capacità di gestire più impegni contemporaneamente, l’aumento dei riflessi, l’internazionalizzazione. I secondi, invece, nell’assuefazione alla violenza, a una sessualità senza regole e spesso meccanica e aggressiva, a difficoltà di apprendimento profondo e meditato, a una percezione distorta della realtà.

Molteplicità di “punti di attacco” ai giovanissimi. E poi è emerso che se una volta, con la tivù, il punto di attacco all’innocenza dei piccoli era solo lo schermo televisivo, oggi i veicoli sono molteplici: pagine web, posta elettronica, messaggistica istantanea (WhatsApp ecc.), chat-room, forum, peer-to-peer, streaming video. Insomma, una miriade di canali da cui possono partire assalti alla delicata psicologia in via di formazione dei minori, con danni potenziali molto più consistenti ed elevati di quelli che potevano provenire dalla “vecchia” tivù. Come spiegare diversamente la ipersessualizzazione dei ragazzi, l’aumento di comportamenti abnormi quali esibizionismo, esperienze omosessuali, prostituzione precocissima, violenze di gruppo, bullismi di ogni genere, stalking, per non parlare del “grooming” cioè l’adescamento in chat da parte di adulti che si fingono coetanei?

Al convegno di Roma sono intervenute autorità nel settore, quali Angelo Cardani (Agcom), Enzo Cheli (Corte Costituzionale), Vincenzo Spadafora (Garante infanzia), Maurizio Mensi (Comitato Media e Minori), Angela Mambretti (Consiglio nazionale utenti), Valerio Neri (Save the Children). Da tutti un appello a spingere avanti lo sguardo su come poter in qualche modo “controllare” l’incontrollabile: cioè il web, che porta i giovani a perdersi – si è detto – in una “realtà virtuale” che può essere estremamente pericolosa, per loro e per tutti.

Luigi Crimella
(Fonte: «Sir»)

26. Chomsky, nella mente c’è il mistero dell’uomo

27 gennaio 2014

Qualcuno si è pure stupito: Noam Chomsky, l’intellettuale anarchico e libertario, duro critico della politica estera americana a partire dagli anni del Vietnam, sale in cattedra in Vaticano. Chomsky per i suoi studi, a partire da Syntactic Structures del 1957, che resta ancora un testo importante di riferimento, è considerato il fondatore della grammatica generativa trasformazionale.

Più in sintesi, il cardinal Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, lo chiama «principe dell’analisi linguistica». Un tramite tra lo scomodo studioso e l’appuntamento romano c’è, a parte i suoi contributi a filosofia e scienze cognitive, i cui temi sono al centro degli interessi dello Stoq (Science, Theology and the Ontological Quest), l’istituto del Consiglio presieduto dal cardinal Ravasi finalizzato allo sviluppo del dialogo fra scienza, filosofia e teologia. Questo tramite è la parola, che però dal significato corrente si veste di segno biblico teologico. Questa parola è il Verbo. Spiega appunto Ravasi che «la parola è l’incipit della Creazione, perché la parola è il segno dominante in tutta la cultura ebraico-cristiana per indicare Dio». Nella Genesi la Creazione è frutto della Parola che ritorna poi nel Nuovo Testamento con Giovanni (1,1-14) che il cardinale cita: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio».

A sua volta, presentando Chomsky che è stato un suo professore, Andrea Moro spiega i nessi genetici tra il sistema immunitario e il linguaggio umano. Tra loro, le analogie per quanto  superficiali sono sorprendenti. C’è chi ha poi detto che gli esseri umani sono progettati in modo speciale con una capacità di natura mistica, e così ci si accosta al nucleo centrale dell’idea che Chomsky ha offerto del linguaggio: la competenza linguistica, semplificando, si fonda su una conoscenza implicita innata delle regole della grammatica universale. Queste regole portano ad esempio a distinguere tra ciò che è corretto grammaticalmente da ciò che è sbagliato.

Un meccanicismo, dunque? Chomsky analizza la filosofia meccanicistica sviluppata da Cartesio secondo cui – spiega – «il mondo opera come una macchina, su principi delle leggi della meccanica, come oggi potremmo dire dei computer. Anche la lingua può essere costruita in questo modo con l’idea che tutto obbedisce a una sorta di legge meccanica».

Le obiezioni sono tante. L’aspetto creativo pure può essere disciplinato dalle leggi della meccanica e da una macchina? Allora l’arte? E l’estro? E la follia? Bisogna considerare dunque gli aspetti che non si spiegano con la sola meccanica. È il «fantasma nella macchina» la spiegazione, come l’ha inteso anche Ryle: questa macchina, il corpo, guidata non solo dalla mente ma anche da un insieme di entità mentali dotate di un autonomo status ontologico e di potere causale sul corpo.

Chomsky analizza e critica l’empirismo inglese, riprende il dualismo mente e corpo cartesiano, passa in rassegna Newton, Hume e Locke, e nella sua colta lezione esclude spiegazioni essenzialmente meccanicistiche o fondamentalmente chimiche. Occorre a un certo punto ammetterlo: «La mente e le facoltà mentali sono prodotte da principi del cervello che ancora non comprendiamo».

A Roma, in questa seconda lezione (la sera precedente è stato ospite del Festival delle Scienze), ha proposto un «Nuovo Mistero», una dottrina misterica – la definisce – «per andare oltre una certa scientificità molto limitata e ristretta». La suggestione fa dire poi a Ravasi: «Probabilmente è anche ammettere un’esistenza di Dio benché non sia possibile ricondurla a schemi, teorie o diagrammi». Chomsky accoglie l’ipotesi: «Non possiamo spiegarci tutto con la nostra mente, ma occorre guardare ai misteri del mondo, relativizzando tutto quello che la mente vorrebbe spiegare ma non può». E così anche l’evoluzione che – sostiene – «dipende anche da mutamenti casuali che non si possono prevedere».

Sollecitato poi dalle domande del pubblico, Chomsky si sofferma sulle tecnologie e sui nuovi strumenti del comunicare: «Questi – dice – hanno portato a una maggior vivacità rispetto ai media ortodossi, ma per effetto negativo hanno provocato la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione molto più ristretta, perché quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse vedute. Se uno si informa solo sui blog le prospettive saranno molto più ristrette». Fino a che punto, gli chiedono ancora, le tecnologie possono modificare il linguaggio? «Quando la tecnologia va oltre il senso comune – spiega – ha un impatto forte e causa nuovi sistemi simbolici».

Giovanni Ruggiero
(Fonte: «Avvenire»)

27. Procreazione assistita, la legge 40 torna davanti alla Consulta

27 gennaio 2014

Torna davanti alla Consulta la legge 40 sulla procreazione assistita. Il Tribunale di Roma ha sollevato la questione di costituzionalità sul divieto per le coppie fertili di accedere alla procreazione assistita e alla diagnosi preimpianto, anche se portatrici di malattie trasmissibili geneticamente.

CORTE EUROPEA – È la prima volta che questa specifica questione arriva alla Consulta. In passato se ne era occupata la Corte europea di Strasburgo, che nel 2012 aveva condannato l’Italia per violazione di due norme della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. E aveva sottolineato l’«incoerenza» del nostro sistema, che da un lato vieta alla coppia fertile ma portatrice di una malattia geneticamente trasmissibile di ricorrere alla diagnosi preimpianto, e dall’altro, con la legge 194 sull’aborto, le permette l’aborto terapeutico nel caso il feto sia affetto dalla stessa patologia.

IL CASO – Alla prima sezione civile del Tribunale di Roma, che ha sollevato la questione (in particolare il giudice Filomena Albano), si è rivolta una donna, portatrice sana di distrofia muscolare Becker (malattia genetica ereditata dal padre) e il marito, che si erano visti negare dal Centro per la tutela della Salute della donna e del bambino «Sant’Anna» sia l’accesso alla procreazione assistita sia la diagnosi preimpianto, sulla base del presupposto che il divieto non è stato cancellato dalla legge 40.

I PRECEDENTI – «In passato avevamo avuto già due decisioni su tale divieto – evidenziano Filomena Gallo e Angelo Calandrini, legali della coppia e rispettivamente segretario e consigliere generale dell’associazione Luca Coscioni -: quella del Tribunale di Salerno del 9 gennaio 2010 in cui si ordinava l’esecuzione dell’indagine diagnostica preimpianto e il trasferimento in utero degli embrioni che non presentino mutazioni genetiche. Per la prima volta era riconosciuta alla coppia non sterile in senso tecnico la possibilità di accedere alla Pma; quella della Corte europea dei diritti dell’uomo del 28 agosto 2012, nel caso Costa Pavan che ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 8».

PORTATA GENERALE – «Se l’8 aprile la Consulta dovrà pronunciarsi sui dubbi di legittimità costituzionale sul divieto di eterologa e sul divieto della donazione degli embrioni alla ricerca, ora dovrà calendarizzare anche un’udienza per questo ulteriore dubbio di legittimità costituzionale che, rispetto alle decisioni del tribunale di Salerno e della Cedu, avrebbe portata generale, ovvero estendibile a tutte le coppie – continuano i due avvocati -. Con questa decisione è come chiudere un cerchio: l’intera legge 40 è costituzionalmente dubbia. Proprio il prossimo 19 febbraio la legge 40 compirà 10 anni e in questi anni ha visto per ben 28 volte l’intervento dei tribunali».

GRAVIDANZA INTERROTTA – Ed ecco come è nata la denuncia: la coppia ha deciso di interrompere una gravidanza spontanea che alla 12° settimana evidenziava la trasmissione della malattia genetica al feto. Appreso che la diagnosi di distrofia muscolare Becker può essere eseguita prima del trasferimento in utero dell’embrione, la coppia si è rivolta a una struttura pubblica autorizzata a eseguire la fecondazione assistita, ma ha ricevuto un rifiuto in quanto coppia fertile. I coniugi si sono dunque rivolti all’associazione Coscioni per difendere il proprio diritto a eseguire indagini diagnostiche al fine di non trasmettere la patologia di cui sono portatori ai figli. Il Tribunale di Roma ha emesso ordinanza che conferma la liceità della diagnosi preimpianto, ma entra nello specifico sull’accesso alle tecniche di Pma vietate alle coppie fertili.

ARTICOLI VIOLATI – Nelle motivazioni il giudice scrive che la legge 40 con il divieto di accesso per le coppie fertili portatrici di patologie genetiche «viola l’art. 3 Corte Cost., principio di uguaglianza tra chi è infertile con malattie genetiche e può sottoporsi a Pma con indagine preimpianto e chi è fertile e portatore di malattie genetiche che a causa della legge 40 non può effettuare tali indagini e evitare un aborto; viola l’art. 2 della Costituzione, il diritto di autodeterminazione nelle scelte procreative; viola l’art. 32 della Costituzione sotto il profilo della tutela della salute della donna; infine, viola l’art. 117 comma 1 Cost. e art. 8 e 14 della Carta europea dei diritti dell’uomo, sotto il profilo delle scelte e del principio di uguaglianza».

(Fonte: «Corriere della Sera»)

28. Cure palliative: Fedcp, 230 hospice in italia con oltre 2.500 posti letto

28 gennaio 2014

Sono 65 gli hospice per malati terminali in Lombardia, con 744 posti letto, ma soltanto 1 in Molise con 16 posti letto: questi i due estremi delle disponibilità per Regione di strutture di accoglienza, presentate dalla Federazione Cure Palliative (www.fedcp.org) che offre la mappa completa degli hospice italiani: in tutto 230 strutture per oltre 2.500 posti letto (www.fedcp.org/cure-palliative/hospice-in-italia.html). “È uno strumento di orientamento per le famiglie che si trovano spesso in forte difficoltà nel capire i bisogni di un loro famigliare malato inguaribile – spiega Luca Moroni, presidente della Federazione -. Il database presenta le strutture presenti sul territorio e fornisce le risposte alle domande più frequenti dei famigliari di un malato inguaribile”. In Italia ogni anno circa 250mila persone muoiono a causa di patologie che, nella fase terminale, sono spesso caratterizzate da dolore. Eppure nel 2008, solo il 37% dei malati inguaribili ha avuto accesso alle cure palliative. Infatti, considerando il solo Nord Italia, il 60,2% dei decessi per tumore avviene negli ospedali per acuti e si stima che circa il 50% dei decessi per tumore negli ospedali avvenga nei reparti di medicina. Fondata nel 1999, la Federazione Cure Palliative coordina 75 associazioni distribuite sul territorio nazionale e impegnate in quest’ambito.

(Fonte: «Sir»)

29. Rapporto Istat. Gli stranieri residenti in Italia si sentono “meglio” degli italiani. Ma c’è qualche difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari

30 gennaio 2014

Tra i cittadini stranieri prevale una percezione positiva del proprio stato di salute, più che tra gli italiani. Per l’87,5% le proprie condizioni di salute sono buone o molto buone a fronte dell’83,5% degli italiani. A sentirsi in buona salute tra i cittadini dei paesi Ue, sono soprattutto i polacchi (88,4%) e, tra i non comunitari, i cinesi (90,2%), i filippini (90,2%) e gli indiani (88,8%). In fondo alla classifica si trovano gli ucraini (85,8%) e i marocchini (85,2%).

Gli indici sintetici di salute fisica e psicologica segnano punteggi medi pari rispettivamente a 54,6 e 53,9. Sul piano psicologico, maggior benessere si osserva tra gli indiani (55,4), mentre più vulnerabili appaiono i tunisini (52,5). L’indice di salute mentale, pari a 78 in media, evidenzia una situazione di maggior svantaggio per tunisini e marocchini.

Le patologie più diffuse sono quelle dell’apparato respiratorio (65,4 stranieri ogni mille). Seguono le malattie dell’apparato digerente e dei denti (20,2 per mille), quelle del sistema nervoso (19,8) – con prevalenza nelle donne (25,7 rispetto al 13 degli uomini) – e quelle del sistema osteomuscolare (15,5).

Il 23,2% degli stranieri di 14 anni e più consuma abitualmente tabacco, contro il 25,8% degli italiani. Come nel caso degli italiani, l’abitudine è più diffusa tra gli uomini (32,4%) che non tra le donne (15,1%). Indiani, filippini, cinesi e marocchini sono più virtuosi per il numero di persone che non hanno mai fumato.

La maggior parte degli stranieri (di 18 anni e più) ha un peso corporeo adeguato (57,8%), soprattutto se donne (62,9%). Quasi un terzo degli stranieri è sovrappeso (30,9%) e l’obesità interessa il 7,8%. Quote simili si osservano nella popolazione italiana a parità di età (58,2% normopeso, 29,8% sovrappeso, 7,8% obeso)

In assenza di disturbi o sintomi vanno dal medico il 57,5% degli stranieri, di più le donne (59,6% contro il 53,9% degli uomini) e i giovani under 14 (62,9%), di meno i cinesi (44,1%).

Si rivolgono al pronto soccorso soprattutto tunisini e marocchini, meno i cinesi. Alla guardia medica si recano di più i giovani adulti e chi vive al Mezzogiorno, al consultorio soprattutto le donne tra i 25 e i 34 anni.

Il 13,8% degli stranieri (di 14 anni e più) ha difficoltà a spiegare in italiano i disturbi al medico e il 14,9% a comprendere ciò che il medico dice. Lo svantaggio è maggiore per le donne, per gli over 54, per chi ha un titolo di studio basso e per le collettività cinesi, indiane, filippine e marocchine.

Il 13% dei cittadini stranieri (di 14 anni e più) ha difficoltà a svolgere le pratiche amministrativo-burocratiche nell’accesso alle prestazioni sanitarie, soprattutto se cinesi o indiani. Gli orari di accesso alle prestazioni sanitarie sono incompatibili con gli impegni familiari o personali per l’8,6% degli stranieri di 14 anni e più, con gli impegni di lavoro per il 16% di quelli di 15 anni e più.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=8329598.pdf)

30. Dal medico di base test Hiv più fruibile e con meno pregiudizi

31 gennaio 2014

Sono numerosi gli italiani “inconsapevoli”, che non sanno di essere Hiv-positivi. A loro è rivolta un’iniziativa dell’Asl TO2 di Torino, dove i medici di medicina generale del Distretto circoscrizione 5 possono effettuare, ai pazienti che ne facciano richiesta, il test rapido Hiv su essudato gengivale. La proposta potrà arrivare anche dal medico stesso, o perché a conoscenza di esposizioni, o per segni e sintomi sentinella per patologie Hiv correlate notati nel paziente.

«Gli inconsapevoli rappresentano un grave problema – spiega Giancarlo Orofino, infettivologo dell’Amedeo di Savoia e referente del progetto – perché non sapendo di esser sieropositivi possono trasmettere facilmente la malattia; inoltre se la diagnosi viene fatta troppo tardi rischiano di non usufruire appieno dei benefici della terapia». In passato ci si è orientati soprattutto alla sensibilizzazione delle categorie di cittadini considerati a rischio; ora si tenta di superare questo limite anche perché, come rileva Orofino, «lo zoccolo duro degli inconsapevoli è nella popolazione generale, mentre chi sa di essere a rischio tende a controllarsi e comunque non va dal medico di base ma in circuiti alternativi; per esempio la sieropositività dei tossicodipendenti è spesso intercettata al centro di recupero o al Sert, mentre sono molti i maschi gay che sanno come ci si protegge e che devono fare il test. Invece, chi nella popolazione generale ha rapporti sessuali non protetti è il candidato ideale a essere inconsapevole».

Il medico, dice Orofino, non riesce facilmente a cambiare i comportamenti ma può intervenire con la diagnosi precoce. Il tentativo è di rendere il test Hiv più fruibile e meno gravato da pregiudizi; la possibilità di effettuarlo dal proprio medico di fiducia, in modo rapido e totalmente non invasivo, può costituire una strategia vincente. La conferma sembra arrivare da un piccolo progetto pilota effettuato in un altro distretto dell’Asl TO2 con 16 medici, in cui l’accettazione da parte dei pazienti è stata ottima.

Renato Torlaschi

(Fonte: «Doctor 33»)

31. Migranti, 80mila i bimbi nati in Italia da genitori stranieri

31 gennaio 2014

Quante persone hanno lasciato il proprio Paese nel 2012? Tante, oltre 232 milioni (cioè più del 3% della popolazione mondiale). È un flusso inarrestabile, che continua a scorrere. Nel 2000 erano state “solo” 175 milioni. È uno dei dati globali citati dal Rapporto Immigrazione 2013 di Caritas e Migrantes, che analizza ogni anno la situazione dell’immigrazione in Italia e che è stato presentato il 31 gennaio a Roma.

I nuovi italiani. All’inizio del 2013 risiedevano in Italia 59.685.227 persone, di cui 4.387.721 (7,4%) di cittadinanza straniera. La popolazione straniera residente è aumentata di oltre 334mila unità (+8,2% rispetto all’anno precedente). L’incremento registrato negli anni è dovuto principalmente all’apporto alla natalità dato dalle donne straniere. Quanto alle provenienze, l’immagine che si ottiene all’inizio del 2013 è simile a quella degli ultimi anni: tra gli stranieri i cittadini romeni sono la principale collettività con un numero che si avvicina al milione di residenti, pari al 21% del totale. Gli altri cittadini comunitari, invece, hanno percentuali molto più basse che non superano il 2,4% della Polonia. Quindi, in Italia ogni 10 cittadini stranieri residenti circa 3 sono comunitari.

Matrimoni misti e culle. Dal 2011 al 2012 si è registrata una leggera ripresa dei matrimoni in cui uno o entrambi gli sposi sono di origine straniera (pari a 30.724 nozze). Anche i nati da entrambi i genitori stranieri sono aumentati nel 2012 raggiungendo quasi le 80mila unità (il 15% del totale delle nascite in Italia). Se poi a questi si aggiungono i figli nati da coppie miste, si arriva a poco più di 107mila nati da almeno un genitore straniero (il 20,1% del totale delle nascite nel 2012). È soprattutto su questa popolazione che, in prospettiva, ruota il dibattito sullo Ius soli e la cittadinanza.

Stranieri e crimini. Quanto gli stranieri incidono sulla criminalità? “Gli stranieri occupano nella criminalità – si legge nel Rapporto – posizioni di prevalente manovalanza commettendo i reati meno remunerativi, ma più visibili; si tratta, per lo più, di una devianza ricollegata alla precarietà delle condizioni di vita; la maggior parte delle azioni criminose commesse da stranieri appartiene alla sfera della criminalità diffusa, quella che si sviluppa in strada, nei luoghi pubblici o all’aperto; gli stranieri sono anche sottoposti a un maggiore controllo delle forze dell’ordine e ciò porta a una loro significativa incidenza fra le persone denunciate”.

Le denunce. “Al 1.1.2013 si registra una tendenza all’incremento tutto sommato contenuto sia fra le denunce ascritte agli stranieri (276.640 nel 2011), che tra il numero dei detenuti (23.000)”.

I Cie. Per la gestione dei centri lo Stato destina non meno di 55 milioni di euro l’anno, mentre per la gestione di tutto l’apparato relativo al trattenimento e all’allontanamento dei cittadini stranieri irregolari ha speso, tra il 2005 e il 2012, oltre un miliardo di euro (fonte Lunaria). Su 169.126 persone internate nei centri tra il 1998 e il 2012, sono state soltanto 78.081 (il 46,2% del totale) quelle effettivamente rimpatriate. In compenso, i costi sono molto alti: per fare qualche esempio, la gestione dei servizi nel Cie di Ponte Galeria a Roma per tre anni è stata appaltata per 18 milioni di euro complessivi; 15 milioni sempre per tre anni era l’appalto del Cie e del Cara di Gradisca d’Isonzo.

(Fonte: «La Repubblica»)

(*) Lara Reale
Giornalista scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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