Notizie dall’Italia

di Lara Reale *
pubblicato il 9 aprile 2014
Notizie dall’Italia

In Italia ed in Francia la prima normativa europea sulla donazione del latte umano, con il contributo della Città della Salute di Torino

3 marzo 2014

Sulla Gazzetta Ufficiale di sabato 8 febbraio 2014 sono state pubblicate le prime Linee di Indirizzo Nazionale per l’organizzazione e la gestione delle Banche del Latte umano donato, un documento che costituisce un traguardo importante per la pediatria italiana. Insieme alla Francia, l’Italia sarà così l’unico Paese europeo ad avere una regolamentazione ministeriale su questo aspetto importante che riguarda la salute dei neonati prematuri. Il documento è stato messo a punto da un Gruppo di lavoro, di cui ha fatto da capofila il professor Enrico Bertino, direttore della Neonatologia universitaria della Città della Salute e della Scienza di Torino, dove opera una delle più grandi Banche del Latte Umano europee.

Per molti di questi bambini, soprattutto quelli più critici e prematuri, ricoverati in terapia intensiva, il latte materno può non essere disponibile almeno nel primo periodo dopo il parto. In questi casi è di grande importanza poter disporre del cosiddetto “latte umano di banca”, che può essere considerato alla stregua di un farmaco salvavita. Una migliore tolleranza dell’alimento ed una riduzione di enterocolite necrotizzante (NEC), malattia che può portare a perforazione intestinale ed essere mortale nei neonati pretermine, sono i principali vantaggi dell’uso del latte umano donato nell’alimentazione di questi neonati. Il latte materno ridurrebbe (nel lungo periodo) anche l’ipertensione arteriosa ed il diabete.

L’incidenza complessiva di NEC nei prematuri è di circa il 6-7%, mentre quella nei centri con uso esclusivo di latte umano scende intorno all’1-2%. Considerando che la mortalità per NEC è intorno al 30%, ogni 1.000 nati prematuri si avranno 21 decessi per NEC nei soggetti alimentati con latte artificiale e 3 – 6 decessi in quelli alimentati con latte umano esclusivo. Poiché in Italia ogni anno circa 1000 neonati prematuri di peso inferiore a 1500 grammi (VLBW) possono beneficiare del latte di banca, si può stimare che 15-18 di loro possano essere salvati in più solo grazie all’utilizzo di questo alimento.

Il latte umano donato deve essere sicuro e di buona qualità. A questo fine sono sorte in Europa ed in USA le Banche del Latte Umano che svolgono la loro attività grazie alla generosità di donatrici volontarie accuratamente selezionate. L’Italia e la Svezia si collocano al primo posto in Europa. Nel 2012 le madri donatrici nelle 31 banche del latte umano, attualmente in funzione in Italia, sono state 975, con un trend in progressivo aumento, ed il volume di latte raccolto è stato pari a 9.448 litri.
Le linee di Indirizzo nazionale, sancite dall’accordo tra il Governo, le Regioni e le Provincie autonome di Trento e Bolzano, sono finalizzate a garantire standard di qualità uniformi su tutto il territorio nazionale, così come avvenuto per la donazione degli emoderivati.

(Fonte: Città della Salute e della Scienza di Torino)

Bambinicidio: Associazione Meter, oltre 243 i casi negli ultimi 10 anni

 3 marzo 2014

«Non c‘è solo il femminicidio, ma anche il “bambinicidio”»: lo dice l’associazione Meter Onlus, di don Fortunato Di Noto, che il 3 marzo ha diffuso un comunicato in cui parla di questo fenomeno alla luce dell’ultimo bambino di 11 anni, ucciso dalla madre in provincia di Cosenza a Rovito. Meter parla di una «strage dei bambini perpetrata spesso nel silenzio», con 243 tra bambini e neonati uccisi – da adulti, spesso padri e madri – in Italia negli ultimi 10 anni. Dalle cronache locali emergerebbe che nel nostro Paese una madre o un padre ogni settimana uccidono o tentano di uccidere i propri figli con una media di circa 170 bambini vittime in un anno. «Se poi facciamo rientrare le violenze e gli abusi sui minori nel mondo, i numeri aprono scenari drammatici – prosegue Meter – : parliamo di circa 175 milioni di minori vittime di abusi sessuali. Sono stati segnalati in tutto il mondo da Meter negli ultimi 10 anni più di un milione e 500 mila siti a contenuto pedofilo e pedopornografico; parliamo di più di un milione di bambini coinvolti in abusi sessuali con adulti, di età tra i zero anni (infantofilia) e 12 anni». Tra le cause di questi drammatici fenomeni, Meter cita la conflittualità nelle separazioni, i conflitti genitoriali, la non accettazione della diversità, il pentimento delle scelte sponsali, la non accettazione della disabilità di un figlio.

(Fonte: «Sir»)

La Toscana strappa, la Ru486 esce dall’ospedale

4 marzo 2014

La pillola abortiva Ru486 esce dagli ospedali, in violazione delle regole imposte dalle autorità di farmacovigilanza per la sua importazione nell’estate 2009. A stabilire l’incredibile prova di forza è la Toscana, attraverso il parere del Consiglio sanitario regionale, organismo tecnico dell’assessorato alla Salute, secondo il quale il farmaco che causa la morte del feto entro le prime 7 settimane di gravidanza può essere assunto anche in strutture ambulatoriali.
La disciplina ministeriale per la somministrazione della Ru486, responsabile già del 7% degli aborti in Italia, prevede invece il ricovero in ospedale per garantire l’assistenza continua alla donna che ha scelto il metodo chimico, tutt’altro che privo di effetti indesiderati visti gli oltre 20 casi di morte documentati in tutto il mondo. L’eliminazione del feto morto, poi, avviene con un’abbondante emorragia che – senza ricovero – si può consumare a casa, sul posto di lavoro, per strada, in viaggio, e comunque nella più completa solitudine. Ora la via ambulatoriale rende la precarietà e l’isolamento di questa forma di aborto ancor più lancinanti.
L’assessorato al Diritto alla salute della Regione Toscana, dal canto suo, ha fatto sapere che “approfondirà e valuterà” il parere tecnico del Consiglio sanitario regionale  «in merito all’aggiornamento del Protocollo operativo Ivg farmacologico di cui al parere CSR 47/2011», il cui contenuto è conforme per ciò che concerne le strutture, alla legge 194/1978 laddove si afferma nell’art.8 che «nei primi 90 giorni di gravidanza gli interventi di Ivg dovranno altresì poter essere effettuati presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali e autorizzati dalla Regione».

 Scienza & Vita: deriva riduttivistica

«La scelta della Regione Toscana di rilasciare la Ru486 nei poliambulatori consuma il processo di banalizzazione dell’aborto in una deriva riduttivistica mascherata da efficienza», commentano Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, presidente e copresidente nazionali dell’Associazione Scienza & Vita. «La Ru486, prodotto abortivo tutt’altro che esente da rischi, era stata adottata nei vincoli della Legge 194, prevedendo quindi il ricovero e l’osservazione. Paletti che sono già stati ampiamente disattesi dal momento che la donna, dopo aver assunto la compressa abortiva, poteva agevolmente firmare le proprie dimissioni dal reparto. Ora la somministrazione della pillola direttamente tramite gli ambulatori scavalca ogni disposizione legislativa e apre a una deregulation senza precedenti, le cui conseguenze sul piano antropologico sono immediatamente intuibili».

 Roccella: siamo all’aborto fai-da-te

«Siamo di nuovo di fronte al tentativo di smontare la legge 194 per arrivare all’aborto fai da te – è l’opinione dell’onorevole Roccella (Ncd) -. Il consiglio sanitario della Toscana, organo tecnico consultivo dell’assessorato alla Salute, ha dato parere favorevole all’uso della pillola abortiva RU486 negli ambulatori, escludendo un ricovero ospedaliero. È un atto di grave superficialità, che denota un approccio ideologico al tema e una grande indifferenza per la salute delle donne. Ricordiamo – continua la Roccella – che è stata l’AIFA, al momento dell’immissione al commercio della pillola abortiva, a stabilire la necessità del ricovero in una struttura sanitaria, necessità ribadita da successive linee di indirizzo ministeriali. La volontà di portare l’aborto chimico al di fuori delle strutture ospedaliere può avere solo un senso politico: la volontà di arrivare all’aborto a domicilio superando la legge 194». La Roccella informa di aver depositato un’interpellanza in merito per avere chiarimenti dalla Regione, dall’AIFA e dal Ministero.

 Sacconi: conflitto con la legge 194

Secondo Maurizio Sacconi, capogruppo al Senato del Nuovo Centrodestra, «la somministrazione della pillola Ru486 negli ambulatori ipotizzata dal Consiglio sanitario regionale della Toscana confligge manifestamente con la legge 194 e con le conseguenti disposizioni della stessa agenzia del farmaco. Secondo Aifa la somministrazione deve essere infatti ospedaliera proprio perché secondo la legge qualunque processo abortivo deve realizzarsi nell’ambito di una rigorosa assistenza professionale. È evidente il tentativo tutto ideologico di voler banalizzare una decisione così drammatica sottraendola ad ogni forma di controllo e di prevenzione e determinando la solitudine della madre».

 (Fonte: «Avvenire»)

 Corruzione in sanità. Per combatterla riparte la campagna di Libera e Gruppo Abele

 4 marzo 2014

«La trasparenza e l’integrità del Servizio sanitario nazionale possono salvarci la vita». Ne sono convinti i sostenitori di Libera e Gruppo Abele, promotori della campagna «Riparte il futuro contro la corruzione in sanità». Del resto, spiegano Libera e Gruppo Abele, «se il Servizio sanitario nazionale non avesse perso più di un miliardo e mezzo di euro in frodi e illegalità nel solo triennio 2010-2012, oggi l’Italia avrebbe potuto spendere quella cifra per avere 5 nuovi ospedali modello. Salvando delle vite che invece sono andate perdute».

Non si tratta, peraltro, della prima iniziativa del Gruppo Abele e Libera contro la corruzione in sanità. Una campagna di sensibilizzazione e una petizione è già partita da tempo e ha permesso di realizzare una mappa per monitorare la trasparenza delle Regioni in sanità.

Il modo più efficace per difendere la salute dei cittadini, secondo i promotori della campagna, è infatti quello di fare luce sul funzionamento e sulle spese della sanità italiana. «Per questo chiediamo che tutte le Aziende sanitarie si impegnino in modo concreto a essere trasparenti e impermeabili all’illegalità. E per questo chiediamo, come previsto dalla norma sulla trasparenza (decreto legislativo 33 del 2013), che i direttori facciano luce sui costi, sulle decisioni e sui servizi offerti dalle strutture».

Ecco, in particolare, cosa chiedono Libera e Gruppo Abele.

1. Trasparenza di bilancio e di rendicontazione.
Pubblicazione sui siti web dei bilanci in formato “open data” accompagnati da grafici sintetici e facilmente leggibili. Questi dati ci permettono di capire come e quanto spende un’Azienda sanitaria ed esercitare il nostro diritto di sapere.
2. Trasparenza sui bandi di gara e di concorso
Pubblicazione sui siti web di tutte le informazioni relative alla scelta di fornitori e personale, aggiungendo un documento annuale riassuntivo con l’indicazione di tutti gli appalti. In questo modo ogni cittadino può conoscere e verificare i criteri e gli esiti delle decisioni prese dalle Aziende sanitarie.
3.Trasparenza sulla collaborazione con strutture sanitarie private
Messa online delle liste di accreditamento delle imprese private (laboratori di analisi, centri terapeutici, ambulatori e ospedali privati…), con relativi accordi contrattuali dettagliati che chiariscano la tipologia e la quantità delle prestazioni offerte e i corrispettivi economici. In questo modo possiamo verificare se c’è corrispondenza tra bisogni reali e risorse affidate all’esterno.
4.Trasparenza sui tempi di attesa per le cure
Pubblicazione di dati sulle liste d’attesa per l’erogazione delle prestazioni sanitarie. Per la cittadinanza è uno strumento utile per valutare l’eventuale presenza di favoritismi e tutelare l’accesso ai servizi.
5. Trasparenza per tutti i cittadini
Organizzazione delle “Giornate per la trasparenza” aperte ai cittadini. Il confronto con la società civile è fondamentale per mettere in atto un dialogo positivo tra ente pubblico e società civile.
«Difendere il Servizio sanitario nazionale è un nostro dovere: la salute è il bene più prezioso che abbiamo e accedere alle cure e all’assistenza è un nostro diritto», concludono i promotori della campagna. Lanciando un invito a ciascun cittadino: Chiedi anche tu alle Aziende sanitarie trasparenza e lotta alla corruzione: può salvarti la vita.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?approfondimento_id=4802)

 Nuovo comitato per Stamina, svolta della Lorenzin

 5 marzo 2014

Sarà un ematologo in pensione a dirigere il comitato incaricato di valutare nuovamente la possibilità di sperimentare il discusso metodo Stamina. Michele Baccarani, 72 anni, che fino al 2012 si è occupato di staminali e trapianti di midollo al Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, dirigerà un gruppo di sette persone, di cui quattro lavorano all’estero. Anche per questo, dopo una prima riunione programmata nel giro di una decina di giorni, i ricercatori potranno dialogare in videoconferenza come previsto dal decreto firmato dal ministro alla Sanità Beatrice Lorenzin. Il nuovo comitato è stato richiesto dal Tar del Lazio, che il 4 dicembre aveva sospeso la decisione di un primo organo tecnico nel quale secondo i giudici erano presenti scienziati “non imparziali”, perché si erano già espressi contro Stamina. Per questo Lorenzin e i dirigenti del ministero hanno cercato nomi nuovi.

Si è trattato di un’operazione molto più complessa del previsto, perché non è facile trovare persone nel mondo scientifico, soprattutto italiano, che non abbiano già detto la loro sul metodo inventato da Vannoni e i suoi. E così una prima rosa di nomi fatta da Lorenzin subito dopo Natale è quasi tutta saltata. Cinque su sette persone indicate a suo tempo sono state escluse e tra queste c’è Mauro Ferrari, l’esperto di nano-tecnologie a Houston che è stato escluso per un’intervista alle Iene in cui è sembrato troppo favorevole a Stamina e più in generale per i grandi complimenti che ha ricevuto dallo stesso Vannoni in queste settimane. Ieri il professore di filosofia plurindagato per la sua attività di carattere sanitario ha così commentato l’esclusione di Ferrari: «Sono molto stupito e amareggiato. Avevamo espresso apprezzamento nei suoi confronti perché aveva avviato un percorso di confronto con i malati. Non conosco i nuovi esperti mi riservo di dare un giudizio dopo essermi confrontato con il nuovo comitato».

Il 4 marzo Lorenzin ha scritto una mail ai cinque esclusi per ringraziarli della loro disponibilità. Del gruppo di dicembre, restano nel nuovo comitato Curt R. Freed, della divisione di farmacologia clinica e tossicologia dell’Università del Colorado e Sally Temple dell’istituto delle cellule staminali neuronali di Rensselaer, New York. Oltre a Baccarani, i nuovi membri sono Mario Boccadoro, del dipartimento di scienze mediche dell’Università di Torino, Ana Cumano dell’Institut Pasteur di Parigi, Moustapha Kassem del laboratorio di endocrinologia molecolare dell’ospedale universitario di Odense in Danimarca e Giuseppe Leone dell’Università Cattolica di Roma.
Baccarani è stato contattato dal ministero quattro giorni fa si è detto disponibile. Il suo nome è molto noto nel campo della ematologia italiana. «Sono in pensione e ho tempo da dedicare a questo comitato — dice— La proposta mi è stata fatta in termini molto gentili ed educati. Non so ancora come imposterò il lavoro e non so niente della metodologia. Però è molto positivo il fatto che saremo un gruppo molto professionale, non lavorerò da solo ma con colleghi capaci. Ci aspetta un compito delicato e difficile, staremo a vedere».

Mario Boccadoro ha aggiunto che «ci vorrà molto lavoro ed equilibrio, visto il clamore suscitato dalla vicenda». Paolo Bianco, direttore del laboratorio cellule staminali della Sapienza di Roma, tra i più duri avversari del metodo Stamina, commenta: «I membri del nuovo comitato sono studiosi seri ma resta il fatto che questo nuovo organismo scientifico chiamato a valutare Stamina non dovrebbe esserci». I sette esperti esamineranno le carte presentate mesi fa da Vannoni, quelle cioè stroncate in cinquanta giorni dal primo gruppo di scienziati. Nel testo c’erano tra l’altro copiature da Wikipedia e da ricerche altrui. Più in generale non è stato valutato come un protocollo sperimentabile, vista la mancanza di scientificità. Tanti gli errori, anche banali, come quelli legati ai dosaggi.

Michele Bocci
(Fonte: «La  Repubblica»)

Farmaci, multa da 180 milioni a Roche e Novartis

5 marzo 2014

L’Antitrust ha sanzionato Roche e Novartis per «un cartello che ha condizionato le vendite dei principali prodotti destinati alla cura della vista, Avastin e Lucentis», a oltre 180 milioni di euro di multa.

«I due gruppi – si legge sul sito dell’ Autorità – si sono accordati illecitamente per ostacolare la diffusione dell’uso di un farmaco molto economico, Avastin, nella cura della più diffusa patologia della vista tra gli anziani e di altre gravi malattie oculistiche, a vantaggio di un prodotto molto più costoso, Lucentis, differenziando artificiosamente i due prodotti».

Per il Sistema Sanitario Nazionale, l’intesa ha comportato un esborso aggiuntivo stimato in oltre 45 milioni di euro nel solo 2012, con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni di euro l’anno. Dalla documentazione acquisita, anche grazie alla collaborazione del Gruppo Antitrust del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza – prosegue l’ Autorità, – è emerso che le capogruppo Roche e Novartis, anche attraverso le filiali italiane, hanno concertato sin dal 2011 una differenziazione artificiosa dei farmaci Avastin e Lucentis, presentando il primo come più pericoloso del secondo e condizionando così le scelte di medici e servizi sanitari.
Secondo il provvedimento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, le condotte delle imprese trovano la loro spiegazione economica nei rapporti tra i gruppi Roche e Novartis: Roche, infatti, ha interesse ad aumentare le vendite di Lucentis perché attraverso la sua controllata Genentech – che ha sviluppato entrambi i farmaci – ottiene su di esse rilevanti royalties da Novartis. Quest’ultima, dal canto suo, oltre a guadagnare dall’incremento delle vendite di Lucentis, detiene una rilevante partecipazione in Roche, superiore al 30%. Non è stata invece ritenuta responsabile dell’illecito la controllata di Roche, la società californiana Genentech.
In considerazione della particolare gravità dell’illecito, l’Autorità ha comminato al gruppo Novartis una sanzione di 92 milioni di euro e al gruppo Roche una sanzione di 90.5 milioni di euro, per un totale di oltre 180 milioni di euro.
La Novartis «respinge in maniera decisa le accuse relative a pratiche anti-concorrenziali messe in atto assieme alla Roche in Italia» e annuncia la presentazione del ricorso in appello dinanzi al Tar contro la decisione dell’Antitrust.

(Fonte: «Avvenire»)

Papa Francesco: «Nessuno è obbligato a usare mezzi straordinari quando la vita è in fase terminale»

5 marzo 2014

«Io non sono uno specialista negli argomenti bioetici. E temo che ogni mia frase possa essere equivocata. La dottrina tradizionale della Chiesa dice che nessuno è obbligato a usare mezzi straordinari quando si sa che è in una fase terminale. Nella mia pastorale, in questi casi, ho sempre consigliato le cure palliative. In casi più specifici è bene ricorrere, se necessario, al consiglio degli specialisti». Così Papa Francesco, in un’intervista rilasciata al Corriere della sera, ha risposto alla domanda rivoltagli da Ferruccio de Bortoli circa il senso di prolungare artificialmente la vita in stato vegetativo. Una risposta che, almeno in parte, sembra riprendere quella posizione sull’accanimento terapeutico già intrapresa, anche in prima persona, dal Cardinal Carlo Maria Martini.

Una posizione rimarcata da Martini poche settimane dopo la morte di Piergiorgio Welby, il malato terminale di distrofia muscolare che chiese la sospensione delle terapie, oltre che nel suo ultimo Credere e Conoscere, nel quale scrisse: «Le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persone».

Il Pontefice poi, richiamato sul tema delle unioni civili, ormai regolamentate in molti Paesi, ha così risposto: «Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall’esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l’assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme – ha concluso Papa Francesco -. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà».

Giovanni Rodriquez
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Obiettivi ministeriali, rischio Grande fratello sui dati sanitari cittadini

6 marzo 2014

Si torna a parlare di privacy del dato sanitario, e lo spunto viene da un avvenimento a prima vista lontano, il piano performance per i prossimi tre anni del Ministero della Salute, un’agenda che abbraccia 29 obiettivi, tra cui monitoraggio della spesa e raccordo tra professionisti della sanità, e investe i quattro dipartimenti ministeriali: sanità pubblica e innovazione; programmazione; sicurezza alimentare e veterinaria; ufficio risorse.
Tra gli obiettivi del Dipartimento Programmazione al punto B.3 si affida a tale ufficio l’obiettivo di definire “modalità di generazione e utilizzo del codice univoco dell’assistito per l’interconnessione dei contenuti informativi relativi alle prestazioni sanitarie, presenti anche nel Fascicolo Sanitario Elettronico, erogate dal Servizio sanitario nazionale”. Trascrivendo la “versione in prosa”, il ministero intenderebbe occuparsi di trattare i dati del Fascicolo sanitario elettronico utilizzando o “rigenerando” il codice fiscale dell’assistito (che in base alla legge Balduzzi e agli indirizzi del Garante della Privacy va criptato) per monitorare –anche a fini di controllo della spesa – quanto fa spendere alla sanità pubblica.

«Questa “versione in prosa” non è peregrina, è una possibilità che ci preoccupa», dice Giancarmine Russo, segretario generale della Società italiana di telemedicina. «Il dato identificativo dell’assistito deve sempre essere irriconoscibile a chi istituzionalmente svolge compiti di monitoraggio della spesa sanitaria pubblica. Occorre vigilare ed informare i cittadini e gli operatori sanitari sui rischi di un’interpretazione “allargata” dei poteri di sorveglianza della spesa dei dicasteri preposti. Il rischio di un “Grande fratello” sulle nostre terapie non è concreto, a guardare l’impianto ordinamentale italiano, ma è senz’altro opportuno che le rappresentanze ordinistiche e sindacali dei medici siano avvertite dell’esistenza di obiettivi come questo, che al limite andrebbero specificati meglio ed attentamente sorvegliati, in quanto investono i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini».

Mauro Miserendino
(Fonte: «Doctor 33»)

Più parchi ma anche più rispetto. Ecco cosa vogliono gli adolescenti

6 marzo 2014

L’elaborazione dei risultati è in corso. Ma intanto, della grande operazione di ascolto degli adolescenti avviata dalla Città di Torino come base per definire azioni di impegno nei loro confronti, qualcosa da ieri è noto. Per esempio, che la cosa più stupida detta dagli adulti sul conto dei ragazzi è che sono «zerovalori», irresponsabili, maleducati, drogati, gioventù bruciata, immaturi, ignoranti. Loro, gli adolescenti, non si riconoscono neanche un po’. Per lo più visti come problema, come fastidiosa età con cui avere a che fare, vorrebbero dire la loro a chi prende le grandi decisioni sulla scuola, il lavoro, il loro futuro. Ed esprimono proposte per costruire una città migliore e sostenibile. Dicono: dateci più informazioni, più parchi, più ciclopiste, ecobus, strutture scolastiche, trasporto pubblico. Dateci più rispetto.

Meno sconosciuti

La «misteriosa» galassia dei 41 mila torinesi tra i 14 e i 18 anni, il 4,6% dei residenti (con una presenza simile in tutte le circoscrizioni), ha dialogato con il Comune attraverso 1800 suoi esponenti (1000 entrati in una mailing list che offrirà pareri stabilmente), rappresentanti di classe per la precisione, intercettati da un’équipe del Consorzio Pracatinat che ha lavorato in stretto contatto con l’assessorato alle Politiche educative. Domande e risposte sono state presentate ieri, nell’Aula magna dell’Istituto Avogadro dall’assessora Maria Grazia Pellerino e dal sindaco Piero Fassino. «I ragazzi dicono che non vengono mai ascoltati, la Città invece vuole coinvolgerli nelle azioni a favore della loro fascia di età con un metodo di protagonismo diretto. Niente di calato dall’alto, ma costruito insieme», ha spiegato Pellerino.

 Le preferenze

 Il dialogo con Palazzo Civico ha toccato molti aspetti della vita e delle attese. Le caratteristiche che deve avere «il lavoro che ti piacerebbe»? Nell’ordine i ragazzi hanno detto «stipendio», «appagante», «persone», «viaggi». Le esperienze che aiuterebbero per il futuro? Nessun dubbio: stage, prima di tutto, soggiorni all’estero, lingue, esperienze. E siccome la tecnologia si prenderà una grande quota di futuro (lavorativo) e di socialità, gli adolescenti hanno ragionato se «crea problemi nel rapporto con gli altri». Le risposte, anche se sembrano «parole in libertà», suonano come un Sos: surrogato, dipendenza, isolamento, finzione, fraintendimenti, relazioni, cyberbullismo.

Ancora: qual è lo strumento, più efficace per comunicare? Il cellulare precede la «parola». A seguire «whatsapp», internet, socialnetwork. Che spazio ha nella tua vita l’impegno sociale, verso gli altri? Ha ottenuto al primo posto «niente», «poco». Poi, volontariato, animazione, amicizia, famiglia, bambini. Sporadiche risposte per Croce Rossa, oratorio, clownterapia, canile, ospedale.

 Il progetto

«Gli adolescenti rappresentano una grande risorsa e una scommessa per il futuro, su cui occorre investire all’interno di un patto generazionale», ha detto il sindaco. «Per queste fascia di età spesso c’è meno attenzione rispetto all’infanzia, eppure l’adolescenza è una fase cruciale della vita. Per questo abbiamo pensato che la Città possa accompagnare i suoi giovanissimi nelle scelte che li riguardano: un progetto fatto “con” loro e non dall’amministrazione. Una modalità innovativa in Italia».

 L’obiettivo è realizzare politiche culturali ed educative che tengano conto della realtà della comunità torinese, il suo contesto economico e sociale. «In particolare, pensiamo alla dispersione, alla ancora troppo bassa formazione scolastica e culturale, alla forte presenza di giovani nati all’estero o provenienti da culture diverse, alla necessità di ricostruire il senso civico e legami di fiducia», ha detto Maria Grazia Pellerino. «Ed è necessario – ha sottolineato – che il Piano sia in sintonia con una città in metamorfosi».

 Le aree

Il Piano si basa sulla mappatura dell’offerta educativa e aggregativa esistente e sulla definizione di quattro aree di intervento: identità e diritti (la costruzione della propria identità culturale, di valori, sessuale); relazioni, nuove tecnologie, comunicazione, cioè capacità progettuali e competenze da mettere a disposizione come risorsa per la Città; innovazione e lavoro, con l’idea di intervenire sui percorsi formativi in vista delle future scelte professionali (con collaborazioni che spaziano dagli artigiani alle imprese agli Atenei); infine, l’uso delle risorse, dei consumi, per sollecitare l’impegno dei ragazzi nella promozione di una cultura della sostenibilità.

 Il bando

 Su queste aree tematiche i ragazzi potranno presentare progetti nell’ambito di un concorso per piccoli gruppi. Il bando sarà pubblicato nei prossimi giorni e scadrà il 4 aprile. Saranno premiate 52 proposte con un buono di 500 euro, spendibile in libri e prodotti tecnologici, tra queste, 6 avranno concreta attuazione attraverso associazioni di promozione sociale e di volontariato che avranno a disposizione dai 5mila e 10mila euro di contributo per ciascun progetto. Info su Facebook: Piano Adolescenti Torino.

Maria Teresa Martinengo
 (Fonte: «La Stampa»)

La carica delle Millennials le trentenni che non sognano né un marito né un figlio

7 marzo 2014

Decise, concrete, spesso sole. Ragazze “Millennials”. Sono nate alla fine del secolo scorso e cresciute in questo primo spicchio degli anni Duemila, giovani donne che al centro del mondo mettono il lavoro, la realizzazione di sé, l’indipendenza come unico argine della precarietà. Il resto verrà. Figli, mariti, amori, le “Millennials” lo dicono chiaramente, non c’è posto adesso per la famiglia, anche se sono già sulla soglia dei trent’anni, tutto è troppo fragile intorno, bisogna studiare, costruire, guadagnare.
Sono il ritratto di quanto le donne siano cambiate, le ragazze descritte attraverso il “Rapporto giovani” dell’ Istituto Toniolo di Milano, che ha scandagliato il loro rapporto con la famiglia e la maternità, verso i sentimenti e il futuro, nei confronti del lavoro e della religione, dell’oggi e del domani. «Vorresti un figlio nei prossimi tre anni?», “No” è la risposta del 64 per cento delle intervistate tra i venticinque e i ventinove anni, età nella quale le loro madri forse le avevano già concepite. «Ti sposerai nei prossimi tre anni»? Identica valanga di “no”, il 63 per cento. E invece quasi la maggioranza delle “Millennials” dice di essere pronta a trasferirsi ovunque pur di lavorare. E costruire sull’oggi, dicono, è ciò che conta invece di pianificare gli anni venturi, perché «il futuro è pieno di incognite e non esistono scelte che valgano per sempre».

Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano e curatore del “Rapporto Giovani” suggerisce di leggere i dati tra ombre e luci, con la consapevolezza che tra «disoccupazione e mancanza di welfare queste giovani donne rischiano di pagare un prezzo altissimo alla società e di trasformarsi in una generazione della rinuncia». «Le “Millennials” sono intraprendenti, con un’alta formazione, capaci di adattarsi, pronte a muoversi. Ma sono costrette dalle circostanze a rinviare la loro possibilità di realizzare una vita privata, una famiglia, avere dei figli. E a forza di attendere e di posticipare – aggiunge Rosina – cercando una solidità che non arriva mai, il progetto si arena, si perde». Ed è come se il patrimonio umano e intellettuale di un’intera generazione di donne rischiasse di andare perduto, stritolato dagli affanni della precarietà. Ma ci sono anche le biografie, le storie personali, i vissuti delle figlie e delle madri dietro questo rinvio degli impegni sentimentali a lungo termine, e ancor più della maternità.

Così prova a raccontarle la psicologa Maria Rita Parsi. «Molte di queste giovani donne hanno vissuto le separazioni e divorzi dei genitori, hanno visto le loro madri riuscire sì a lavorare, ma senza mai ottenere la parità. Sono cresciute respirando il conflitto femminile tra professione e famiglia, sanno che avere un figlio in un Paese come l’Italia, senza aiuti e senza sostegni, può diventare un’ impresa durissima. Così rinunciano, capovolgono la scala dei valori e puntano su se stesse». Naturalmente non vuol dire abdicare a passioni e sentimenti, ma, dice Parsi «porta ad una fuga da relazioni troppo stabili e impegnative».

Lontane dalla politica (il 91 per cento non se ne occupa), ma invece aperte all’impegno sociale, le “Millennials” secondo Barbara Mapelli, docente di Pedagogia della differenza alla Bicocca di Milano, sono «ben consapevoli di quanto sia rischioso rinviare di anno in anno scelte come la famiglia o la gravidanza». Ma queste ragazze tra i venti e i trent’anni, spiega Barbara Mapelli, «sono nuove e diverse perché non sono più le donne dell’attesa, come potevano essere in parte le loro madri, ma sono concrete, protagoniste, forse vivono un’idea di futuro breve, ma di certo hanno i piedi per terra». E dunque si fidano di se stesse ma poco del mondo che le circonda, e dell’universo precario in cui si trovano a vivere. «La disponibilità delle “Millennials” a muoversi per seguire il lavoro è una modalità nuova nel mondo femminile – continua Mapelli – e sconosciuta alle generazioni precedenti. È evidente che più ci si sposta meno si mettono radici. Senza dimenticare che una caratteristica di questa generazione è proprio la difficoltà a creare relazioni sentimentali durature». Ragazze in bilico dunque, tra precarietà, voglia di realizzazione, e il sogno infranto, spesso, di diventare madri. Come se si trattasse di situazioni inconciliabili, mentre dovrebbero essere soltanto naturali. «Bisogna intervenire sul welfare, sugli aiuti e sulle reti di sostegno, altrimenti questa generazione sarà condannata al precariato a vita. E non solo nella vita lavorativa, ma anche nella vita sentimentale».

Maria Novella De Luca
(Fonte: «La Repubblica»)

La guerra al cancro

7 marzo 2014

Sono le cellule staminali tumorali a governare sia la formazione del cancro sia le metastasi. Il tumore è infatti costituito da cellule diverse. La gran parte è capace di proliferare in maniera limitata. Ma c’è una piccola quantità di cellule che, invece, si moltiplica molto velocemente e illimitatamente, determinando sia la crescita del tumore sia la sua diffusione per metastasi. Queste cellule sono state scoperte di recente e sono state chiamate, appunto, cellule staminali tumorali.

Le cellule staminali tumorali sono presenti anche nel cancro al colon-retto. Un cancro che in Italia colpisce ogni anno 70.000 uomini e 40.000 donne. Una differenza di genere che, negli ultimi anni, tende a diminuire, a causa, dicono gli epidemiologi, delle abitudini di vita sempre più simili tra maschi e femmine.

Non tutto è noto in fatto di cellule staminali tumorali. E, in particolare, non tutto è noto in fatto di cellule staminali tumorali coinvolte nel cancro del colon-retto. Le domande aperte sono molte. A una di esse ha cercato di rispondere un gruppo di ricercatori italiani, guidati da Giorgio Stassi dell’Università degli Studi di Palermo, in collaborazione con Ruggero De Maria dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e con altri ricercatori dell’Istituto Superiore di sanità: come fanno le cellule staminali tumorali del cancro del colon-retto a trasformarsi in metastasi e a migrare verso altri organi, come il fegato o i polmoni? Per rispondere a questa domanda, il gruppo ha progettato una ricerca finanziata dall’Airc, l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro.

I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati il 6 marzo sulla rivista «Cell Stem Cell» e sono piuttosto interessanti. Il gruppo italiano ha infatti scoperto le cellule che determinano la formazione del cancro al colon-retto e i meccanismi che determinano la formazione delle metastasi. Tutto, o quasi, dipende dal recettore CD44v6.
Il recettore è una proteina che funziona come la toppa di una porta, con una struttura tridimensionale adatta ad accogliere un specifica chiave. In biochimica la chiave viene chiamata ligando. Quando la toppa è attiva e riceve la chiave, ecco che nella cellula succede qualcosa. Il recettore CD44v6 è un recettore che sta sulla membrana della cellula e, quando è attivo, spinge la cellula a migrare.

Stassi e i suoi collaboratori hanno realizzato questa scoperta perché insospettiti dal fatto che il CD44v6 è molto presente sulle cellule in metastasi e poco presente nelle cellule tumorali primitive. Il sospetto li ha portati a indagare di più. E a scoprire che il CD44v6 è un recettore di membrana e che ci sono alcune molecole, come la PI3K e la beta-catenina, che promuovono l’espressione del recettore e la trasformazione della cellula che lo ospita in una cellula staminale tumorale capace di migrare e dare metastasi.
In realtà la situazione è molto più complessa. Perché, scrivono gli italiani, ci sono altre molecole, le citochine HGF, OPN e SDF-1, che funzionano da messaggeri e contribuiscono ad aumentare la capacità di esprimersi del recettore CD44v6 e di conseguenza ad aumentare l’aggressività del tumore. Queste citochine sono prodotte dalle medesime cellule tumorali e sono capaci di trasformarle in cellule staminali tumorali pronte a migrare e a creare metastasi.
Non scendiamo oltre nel dettaglio. Diciamo solo che questa scoperta è davvero importante per due ragioni. Intanto perché aumenta la conoscenza fondamentale del tumore e dei suoi meccanismi. E poi perché, almeno in linea di principio, individua un metodo per prevenire lo sviluppo del tumore al colon-retto. Una volta individuato l’interruttore, infatti, basterà acquisire la capacità di spegnerlo per impedire che il cancro vada avanti e, soprattutto, che si sviluppino metastasi. Naturalmente ora occorrerà trovare il modo di spegnere l’interruttore CD44v6. Per questo occorrerà nuova ricerca. Ma intanto possiamo fare una considerazione.
In Italia ci sono molte associazione caritatevoli, quelle che gli inglesi chiamano charity, che, come l’Airc o Telethon, finanziano la ricerca biomedica raccogliendo fondi presso i cittadini. La raccolta è generosa (gli italiani rispondono). E i soldi vengono spesi bene, con trasparenza ed efficienza. Sono investimenti che producono buona ricerca. La cui validità è riconosciuta a livello internazionale. Ancora una volta, dunque, la scienza offre un modello positivo al paese. E lancia un messaggio chiaro: se ci impegniamo e accettiamo la sfida della sana competizione internazionale, abbiamo le possibilità di fare come e spesso meglio degli altri.

Pietro Greco
(Fonte: «L’Unità»)

Via libera alla cannabis a uso terapeutico

8 marzo 2014

Nessuna opposizione alla cannabis per uso terapeutico. Il governo ha deciso di non impugnare la legge promulgata a gennaio dalla Regione Abruzzo nella quale è prevista l’erogazione su ricetta medica, anche da parte dei medici di famiglia, dei farmaci galenici a base di cannabinoidi. Altre leggi regionali erano state invece impugnate dal governo Monti.
In merito alla decisione di non fare ricorso contro questa legge abruzzese il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ricorda «che in Italia l’uso terapeutico di cannabinoidi è pienamente legittimo. Le Regioni possono poi decidere di porre il relativo costo a carico del Servizio Sanitario Regionale. Ciò è già stato deciso in molte Regioni». «Noi – ha aggiunto Lorenzin – dobbiamo combattere un grande nemico nel nostro paese che è la droga e la normalizzazione dell’uso della droga, che fa passare come normale drogarsi. Ai giovani bisogna dare messaggi chiari, netti e bisogna farlo senza la possibilità di invocare qualche errore o trovare giustificazioni. Drogarsi fa male, avvelena l’anima, uccide il corpo e le prospettive di vita. Non c’è distinzione in questo – ha concluso – tra droghe leggere e pesanti».

In quanto alla norma regionale sono 9 gli articoli della legge. Il testo del provvedimento disciplina sia gli ambiti di applicazione che le modalità di somministrazione. Stabilisce inoltre regole per la verifica, attraverso periodici monitoraggi, dell’applicazione delle disposizioni in particolare per il consumo sul territorio regionale dei medicinali cannabinoidi distinguendo i medicinali importati dai preparati galenici magistrali e prevedendo la periodica trasmissione dei relativi dati alla competente Direzione Politiche della Salute. Inoltre la Giunta regionale trasmette alla competente commissione consiliare, entro un anno dall’entrata in vigore della legge, e poi con cadenza annuale, una dettagliata relazione sull’attuazione per quanto riguarda il numero di pazienti trattati con medicinali cannabinoidi in ciascuna azienda sanitaria della regione, distinti per patologia e per tipologia di assistenza; eventuali criticità e disomogeneità di applicazione della legge sul territorio regionale e difficoltà inerenti l’acquisto e l’erogazione dei medicinali cannabinoidi.

(Fonte: «Avvenire»)

Ministero della Salute: Sulla 194 il «Comitato europeo non ha tenuto conto dei dati. Aborti in forte calo. Obiezione non è un problema»

8 marzo 2014

L’8 marzo la segretaria nazionale della Cgil Susanna Camusso ha reso noto che il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha risposto al sollecito della stessa confederazione sindacale e da altre associazioni sottolineando, «che l’obiezione di coscienza non può impedire la corretta applicazione delle norme previste dalla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza».

Di seguito la risposta del ministero della Salute ai rilievi del Comitato europeo dei Diritti sociali del Consiglio d’Europa resi noti appunto dalla Camusso.
«Il documento emanato dal Comitato europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa – che, va ricordato, non è un organismo di rappresentanza politica – in cui si attribuiscono all’Italia presunte violazioni dei diritti delle donne riguardo la legge 194, non ha tenuto conto del quadro complessivo emerso dalle diverse relazioni sulla stessa legge, presentate ogni anno al Parlamento.
Dai dati infatti, puntualmente raccolti regione per regione dall’Istituto Superiore di Sanità, emerge con chiarezza che il carico di lavoro per i ginecologi non obiettori negli ultimi trent’anni si è dimezzato, passando da 3.3 aborti a settimana nel 1983 agli attuali 1.7, considerando 44 settimane lavorative in un anno.
Anche il calcolo eseguito per ciascuna regione italiana, conferma un impegno di lavoro congruo per i non obiettori: si va da un minimo di 0.5 ivg a settimana della Val d’Aosta a un massimo di 4 ivg a settimana per il Lazio. Appare difficile, a fronte di tali dati, sostenere che il numero elevato degli obiettori di coscienza sia un ostacolo per l’accesso all’ivg.
Il Ministero comunque ha già avviato, insieme alle regioni, un monitoraggio che coinvolge ogni struttura sanitaria in cui potenzialmente potrebbe essere presente un accesso ivg, e anche ogni singolo consultorio: le schede di raccolta dati, concordate nell’ambito di un tavolo tecnico ministero-regioni, sono già state inviate alle singole regioni, che le stanno elaborando.
Il Ministero valuterà se sia il caso di fornire questi dati, peraltro pubblici, al Comitato europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, per effettuare delle controdeduzioni».

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

 Sono già 505 i sindaci anti slot machine

 11 marzo 2014

Gli allarmi sono pressoché quotidiani, ma la gente rischia quasi di assuefarsi e di non cogliere la portata del fenomeno: parliamo della crescente diffusione di sale gioco, sale bingo, slot machine nei bar, tabaccherie, locali, e del crescente numero di giocatori che rischiano di cadere nella più recente delle “schiavitù” sociali: quella del gioco compulsivo o patologico. Ebbene, per dire della gravità del fenomeno, a Milano si sono accorti che, una dopo l’altra, in viale Monza, che è una delle vie più popolate con grandi condomini, nello spazio di 1400 metri, tra il numero 9 e il 110 si sono installate ben sette sale con slot machine. Hanno calcolato che ce n’è una ogni 15 condomini della zona. Nel solo anno 2013 in città sono state rilasciate ben 159 licenze, col risultato che il capoluogo del nord Italia vanta una sala giochi ogni 8000 abitanti, una slot machine ogni 160. C’è chi parla di mercato ormai saturo, ma la domanda semmai è un’altra: coloro che investono in questo “business” a tinte un po’ misteriose sono forse stupidi? Se ci mettono decine di migliaia di euro nel rilevare locali sfitti, arredarli, montare insegne luminose molto accattivanti, stile Las Vegas, con nomi ammiccanti quali “Dolphins pearl”, “Lucky lady”, “Fortune” e così via, avranno pur fatto i loro calcoli, o no? Significa che i giocatori ci sono, anzi che tendono ad aumentare, se non si ferma la gara tra gli imprenditori del settore per accaparrarsi le sale.

Quindi il fenomeno è ben chiaro, ha un forte impatto sociale e risvolti umani ben precisi: chi ci casca rischia di perdersi, di fare bancarotta, di entrare nel circuito diabolico di aver sempre più bisogno di soldi per giocare sempre più. È la “ludopatia”, malattia italiana di questi anni di crisi.

Il “Manifesto” dei 505 sindaci. Ed ecco che, di fronte a questa situazione, i sindaci italiani lanciano l’allarme e in più di 500 (tre giorni fa erano 505) a nome dei loro Comuni firmano un “Manifesto per la legalità contro il gioco d’azzardo” oltre a promuovere una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che dia loro maggiori poteri di controllo sulle sale gioco e delle slot machine. Il movimento di sindaci e amministratori bypartisan è partito da Milano e sta animando grandi città e piccoli paesi di ogni regione, di fronte alla “piovra” delle macchinette mangiasoldi che ha ormai assunto un livello e un’organizzazione diffusa e capillare.

I dati che preoccupano i primi cittadini sono noti: il gioco d’azzardo ormai raggiunge cifre astronomiche, con oltre 80 miliardi di giocate all’anno (4% del prodotto interno lordo nazionale) che significano 8 miliardi di tasse incassate dallo Stato e il resto spartito tra le società che gestiscono i giochi e le vincite distribuite agli scommettitori. Per le famiglie è un vero e proprio salasso, perché queste giocate ammontano al 12% della spesa annua media: è come se ogni famiglia si giocasse tra i 1500 e i 2000 euro, cioè 150 euro al mese, una fetta consistente delle entrate, buttandoli nelle oltre 400mila “macchinette” o nelle sale bingo, oppure su lotto, superenalotto, winforlife e così via. Il bilancio che i sindaci tirano è che siamo di fronte a un dispendio di risorse elevatissimo, che riguarda 15 milioni di giocatori abituali dei quali 2 a rischio patologico e circa 800mila già entrati nella fase critica in cui non riescono più a stare senza giocare e dilapidano i risparmi familiari, coi relativi drammi.

Fino al 9 aprile la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare. Nel loro manifesto, i sindaci dicono, di fronte a questi rischi, “che non ci stanno e reagiscono”, chiedendo una nuova legge nazionale, fondata sulla riduzione dell’offerta e il contenimento dell’accesso, con un’adeguata informazione e un’attività di prevenzione e cura. In particolare chiedono che sia consentito il potere di ordinanza dei sindaci per definire l’orario di apertura delle sale gioco e per stabilire le distanze dai luoghi “sensibili” (scuole, chiese, oratori, ospedali, centri di aggregazione sportivi ecc.). Chiedono inoltre che sia concesso ai Comuni e alle autonomie locali di esprimere un parere preventivo e vincolante per l’installazione dei giochi. Per poter essere efficaci, si stanno già organizzando in “rete” e gli oltre 500 Comuni che hanno firmato di fatto costituiscono una prima rete nazionale di condivisione di esperienze e decisioni operative, spesso in accordo con le Asl, Prefetture, Questure e Dia per monitorare il gioco e individuare e curare i giocatori patologici.
Tra i promotori di questo movimento di sindaci, c’è la casa editrice “Terre di mezzo” di Milano, insieme a Legaautonomie Lombardia. Tramite la loro “Scuola delle buone pratiche” proporranno, dal 28 al 30 marzo, nei padiglioni di Fieramilanocity, una serie di incontri e dibattiti, insieme alle ultime occasioni per poter firmare la legge di iniziativa popolare. Serviranno almeno 50mila firme che dovranno essere consegnate agli organi di governo per l’avvio della discussione parlamentare: il termine ultimo è il 9 aprile alle ore 11. I promotori contano di raggiungere e superare il limite delle 50mila firme e nel frattempo sottolineano i punti salienti della legge: dare ai sindaci il potere di intervento per prevenire il gioco patologico, vigilanza sui flussi economici che ruotano attorno alle sale gioco (società di gestione, proprietari, nomi), destinare l’1% del fatturato dei giochi alla cura dei malati e lo 0,50% ai Comuni per tali politiche sociali di contrasto e cura. Vedremo se e come una tale iniziativa di legge troverà sostegno e potrà crescere.

Luigi Crimella
(Fonte: Sir)

«Ho abortito in bagno». L’Asl smentisce tutto

12 marzo 2014

«Sono finita da sola, nel bagno dell’ospedale, ad abortire. Forse perché era cambiato il turno, c’erano solo medici obiettori». Ci sono esperienze di vita drammatiche. E ci sono modi diversi per raccontarle. Valentina, dopo il suo aborto avvenuto all’ospedale Sandro Pertini di Roma, ha scelto una conferenza stampa indetta dall’Associazione Luca Coscioni per dire tutta la sua sofferenza. Lunedì, quattro anni dopo quei fatti.

Una ricostruzione tanto bizzarra quanto efficace, sul piano dell’impatto mediatico: «Per colpa della legge 40» (che non consente la diagnosi preimpianto, ma nemmeno la provetta per le coppie non sterili) Valentina è stata “costretta” a restare incinta d’un figlio malato e a decidere di abortirlo. Poi, «per colpa degli obiettori di coscienza» è finita in un bagno d’ospedale ad abortire da sola, tra i dolori, mentre fuori, nei corridoi del reparto, si muovevano inquietanti figure di «volontari pro life col Vangelo in mano». Nemmeno preso in considerazione il fatto che il suo potesse essere stato un caso di malasanità e che, se davvero nessuno si era occupato di lei, questo non dipendesse dall’obiezione di coscienza o addirittura dalla legge 40, ma dalla cattiva organizzazione dell’ospedale. Eventualità, tuttavia, esclusa dalla Asl di Roma. Che dopo una breve indagine ha ristabilito la verità dei fatti: il Pertini di medici non obiettori ne ha, quella sera del 2010 ce n’erano addirittura due in camera con la donna. E in camera è avvenuto l’aborto, non in bagno.

Il racconto di Valentina, d’altronde, non pretendeva giustizia. Non a caso in quattro anni non sono partite denunce al Pertini. Il racconto, semplicemente, era (e rimane) lo strumento perfetto per riaprire il contenzioso sull’obiezione di coscienza. Specie dopo che il Comitato europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha bacchettato l’Italia per l’elevato e crescente numero di medici obiettori, colpevoli di ledere il diritto delle donne ad abortire.

Sulla questione, a dire il vero, pesa come un macigno il parere autorevole espresso nel 2012 dal nostrano – e peraltro laicissimo – Comitato nazionale per la bioetica. Secondo cui il diritto all’obiezione è sacrosanto e fondato sulla Costituzione: «È evidente – spiega il vicepresidente del Cnb Lorenzo D’Avack – che in campo bioetico lo Stato debba confrontarsi con temi delicatissimi e decidere come regolarli con delle normative. È il caso dell’aborto, della fecondazione assistita, ma anche della vivisezione. L’obiezione di coscienza garantisce coloro che vedono stabilirsi in una normativa ciò che non condividono: in una parola, è lo strumento che tutela i valori della minoranza».
Un baluardo della democrazia, insomma, che non può essere negato a nessuno, pena un “totalitarismo” etico inconcepibile in uno Stato civile. Ma ai medici, adesso, pare che l’obiezione debba essere negata. Poco importa che, sempre sul fronte della legge 194, da più parti si stia insistendo per la “liberalizzazione” della Ru486 fuori dagli ospedali: un metodo che porterebbe sì le donne ad abortire da sole, nel bagno di casa.

«Il diritto delle donne ad abortire d’altra parte – continua D’Avack – deve essere sempre garantito. Per questo bisognerebbe far sì che la sanità pubblica si organizzasse in modo da permetterlo. Ma la soluzione non è certo quella di cancellare, a fronte di un diritto delle donne, un diritto dei medici. Questo è inaccettabile».

Prima d’essere smentita, in ogni caso, la storia di Valentina ha avuto abbastanza tempo per mobilitare le istituzioni. Ieri pomeriggio il governatore del Lazio Nicola Zingaretti aveva annunciato imminenti, nuove linee guida della Regione per l’applicazione della legge 194 mentre il il Pd aveva presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Salute Lorenzin, a sua volta determinato a chiedere chiarimenti alla Regione sull’accaduto. Unica voce fuori dal coro, quella del presidente Movimento PER Politica Etica Responsabilità e vicepresidente della Commissione Cultura della Regione Lazio Olimpia Tarzia, che aveva parlato di una vicenda «quanto mai singolare» e della «vergognosa strumentalizzazione di un dramma».

Viviana Daloiso
(Fonte: Avvenire)

Tumori e prevenzione. Stile di vita corretto consentirebbe la guaribilità nell’80% dei casi. Lorenzin: «La prevenzione un dovere sociale per sé e per gli altri»

13 marzo 2014

‘Prevenire è vivere’ sono le parole chiave di oggi, alla vigilia della XIII Settimana Nazionale per la Prevenzione Oncologica, dal 16 al 23 marzo, uno dei principali appuntamenti annuali della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT). Se tutti adottassimo stili di vita corretti, comprendenti un’attività fisica regolare, l’eliminazione del consumo di tabacco, la riduzione del consumo di alcol e un’alimentazione sana, si raggiungerebbe in tempi brevi una guaribilità complessiva dal cancro di oltre l’80%, cioè di ben 8 casi su 10. A discuterne, il 13 marzo, è la LILT, durante una Conferenza a Palazzo Chigi, presieduta dal Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Quello che emerge con grande chiarezza, sia da parte delle Istituzioni che delle Associazioni, è che la Prevenzione rappresenta oggi lo strumento più efficace per i vincere i tumori. Il focus di questa tredicesima edizione della manifestazione LILT è il ruolo dell’obesità e del sovrappeso infantile ed adolescenziale come fattore favorente lo sviluppo di tumori. In particolare, la manifestazione prevede, dal 16 al 23 marzo, numerose iniziative di sensibilizzazione alla prevenzione, organizzate dalla LILT in collaborazione con la Fondazione Campagna Amica (e Coldiretti). Alla manifestazione prenderà parte anche l’Unione dei Ristoranti del Buon Ricordo. Per il dettaglio completo delle iniziative si rimanda all’approfondimento in calce al testo.

Ad aprire la Conferenza del 13 marzo è Francesco Schittulli, Presidente della LILT, che sottolinea, insieme al Ministro Lorenzin, l’importanza a livello formativo dell’educazione alimentare fin dall’infanzia, ipotizzando anche «una stretta collaborazione interministeriale, che, guidata dal Ministro della Salute, veda il coinvolgimento attivo e diretto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (con il quale abbiamo già un protocollo d’intesa che risale al 2006), e con il Ministero dell’Agricoltura, specificamente riguardo agli effetti benefici di una corretta alimentazione», ha dichiarato Schittulli. «Un’errata alimentazione, infatti, è responsabile del 35% dei tumori che colpiscono il grosso intestino e il colon retto, ma anche altri organi e apparati. È importante diffondere la cultura della prevenzione, dunque spiegare ai bambini fin dalle scuole materne che bisogna mangiare poco, alzandosi da tavola magari con ancora un po’ di appetito, consumare poca carne, soprattutto quella rossa, bere molta acqua (che oltre al potere di diluizione elimina eventuali sostanze tossiche) e praticare regolare attività fisica».

Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, poi, sottolinea l’importanza della prevenzione nella battaglia contro il tumore, come strumento che permette ogni giorno una nuova vittoria: «Una malattia, quella del cancro, di cui qualche tempo fa faceva paura soltanto pronunciare il nome e che al contrario, oggi, anche se difficile e grave, è una malattia come le altre: abbiamo cominciato a vincerla, grazie alla ricerca scientifica ed alla prevenzione. Se non ci fossero medici, volontari, associazioni che si prendono cura del malato in tutto il suo percorso e che si occupano della prevenzione, non avremmo ottenuto i risultati che abbiamo raggiunto», ha affermato il Ministro.
«Si deve combattere il tumore con la prevenzione primaria e secondaria, non si deve aver paura di pronunciare la parola cancro e di farne la diagnosi. Parlare di stili di vita a volte comporta anche delle critiche pretestuose: nel nostro paese talvolta è come se non si volesse ascoltare, un po’ come se parlando di stili di vita si volesse banalizzare la malattia, in realtà il cancro si combatte prima di ammalarsi. Gli aspetti preventivi più importanti sono l’educazione alimentare, la pratica sportiva come parte integrante della vita, la cura dell’ambiente circostante, combattendo fattori esogeni. Tale stile di vita deve far parte della nostra educazione e dobbiamo trasmetterlo ai bambini fin da piccoli: si tratta di qualcosa che si fa per se stessi, ma anche e soprattutto per gli altri, come contributo alla società. Alcuni tipi di tumori, che riguardano soprattutto le donne, possiamo vincerli con la prevenzione: quest’ultima, dunque, rappresenta un dovere sociale per la donna nei confronti di se stessa e, attraverso lei, nei confronti dell’intera famiglia».

Nella direzione della sensibilizzazione sociale, inoltre, va anche il messaggio del Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, letto durante la Conferenza. «Per sensibilizzare i cittadini su questo tema, bisogna occuparsi prima di tutto dei giovani. Ritengo importante introdurre nelle scuole un progetto sperimentale di educazione alimentare, e ho voluto discutere anche con il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, per fare in modo che questa idea sia attiva già dal prossimo anno. Si tratta di una proposta che non possiamo lasciar scorrere tra gli elenchi di cose da fare, ma che deve essere considerata una priorità perché rappresenta un importante sviluppo della formazione civica dei nostri ragazzi».

Simbolo della sana alimentazione e dunque di questa Settimana Nazionale per la Prevenzione Oncologica è proprio l’olio extravergine d’oliva, con un testimonial speciale, il cantautore italiano Albano Carrisi, che ha sconfitto il tumore. «Penso di aver vinto la malattia», racconta in conferenza Albano. «“Oltre alle indicazioni sullo stile di vita, un aspetto secondo me molto importante è la voglia di aggredire il problema e di dire al tumore ‘io ti batterò».

A parlare, in seguito, è David Granieri, presidente della Coldiretti Roma e Lazio e Vice Presidente della Fondazione Campagna Amica, che prendono parte alla Settimana Nazionale per la Prevenzione Oncologica: «In 100 mercati in tutta Italia, rintracciabili presso il nostro portale, viene distribuito mezzo litro d’olio in cambio di un contributo ridotto, a sostegno delle attività promosse dalla LILT», illustra Granieri. È importante collaborare per «la crescita della cultura enogastronomica, dato che a volte si assiste alla circolazione di prodotti non conformi» alla necessaria qualità.

Infine, l’intervento di Massimo Gargano, Presidente del Consorzio Olivicolo Unaprol, che sottolinea «il primato dell’agricoltura italiana come strumento per la prevenzione. In tal senso il nostro olio extravergine d’oliva aiuta in maniera importante. Questo olio aiuta la prevenzione», spiega Gargano, purché insieme ai corretti stili di vita si presti attenzione anche agli stili di acquisto «e ai prezzi eccessivamente bassi della grande distribuzione».

Viola Rita
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Farmaci, dal Cdm stretta contro “i cartelli”

 14 marzo 2014

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto che prevede norme precise contro i ‘cartelli’ delle aziende del farmaco dopo il caso Novartis-Roche e che inoltre reintroduce le tabelle per la classificazione delle sostanze stupefacenti.

Otto giorni fa la decisione dell’Antitrust di multare le due multinazionali per aver preso accordi su due farmaci oculistici. Dovranno pagare circa 90 milioni a testa per essersi accordare al fine di tenere sul mercato il medicinale più caro tra i due da loro prodotti per la lotta alla maculopatia. Inoltre si sono spartite i compiti per creare l’allarme presso i pazienti sull’uso di Avastin nelle cure oftalmiche. Un problema, quello delle intese tra case farmaceutiche, che solo nel 2012 è costato 45 milioni di euro al Servizio sanitario nazionale.

Il decreto legge approvato il 14 marzo dal Cdm stabilisce una serie di regole rigide per concedere le autorizzazioni alle aziende. Sarà l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) che si occuperà di fare i test sulla sicurezza dei farmaci per uso off label, cioè i prodotti che vengono usati per patologie diverse da quelle per le quali hanno avuto l’autorizzazione alla commercializzazione in Italia. Il decreto «prevede norme per favorire l’impiego di farmaci off-label meno onerosi per il Sistema sanitario nazionale ma altrettanto efficaci dal punto di vista terapeutico», ha spiegato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri.

Farmaci off label. La disciplina attuale vieta l’uso di farmaci ‘fuori indicazione’ se non sono disponibili sperimentazioni almeno di fase II. Ora il decreto prevede che in presenza di un medicinale usato off label in altri Paesi, o se esistono studi anche indipendenti a sostegno della sua efficacia terapeutica, l’Aifa possa avviare d’ufficio una sperimentazione. Proprio il 14 marzo amministratori e dirigenti delle società Roche e Novartis sono stati indagati a Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta campagna di denigrazione del farmaco Avastin che ha indotto l’Antitrust a comminare una multa di 180 milioni di euro.

Droghe leggere. C’era attesa anche sulla questione che riguardava le droghe leggere. Il Cdm ha anche ripristinato le tabelle sulle sostanze stupefacenti, dopo la bocciatura da parte della Consulta della legge Fini-Giovanardi un mese fa. Sono state in pratica ripristinate le tabelle cancellate dalla sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Fini-Giovanardi, che aveva creato un vuoto normativo. Annunciando la notizia il ministro Lorenzin, ha specificato però che sulla parte penale «ci sarà un’ulteriore riflessione”. Il decreto legge «interviene sugli aspetti amministrativi e non penali – ha detto Lorenzin – . Le tabelle sono state rimodulate tenendo conto della sentenza della Consulta, perché erano venuti meno tutti gli aggiornamenti dal 2006 a oggi».

Con il decreto resta intatta la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, che la legge Fini-Giovanardi aveva eliminato e la sentenza della Consulta ha di fatto ripristinato: una delle tabelle è specifica per la cannabis e i suoi derivati. Il ministro ha ricordato che 500 nuove droghe erano uscite da queste tabelle.

La terapia del dolore. Si era creato un «vuoto normativo che ha prodotto un’emergenza. Si era creata una situazione di ‘vacatio’ che rendeva complessa anche la terapia del dolore – ha precisato Lorenzin -. Erano state stabilite delle prescrizioni semplificate che erano venute meno così come per terapie sostitutive dei farmaci e per i trattamenti di alcune particolari patologie che necessitano di sostanze che sono state nel tempo autorizzate». Proprio sulla questione penale si era temuto uno scontro nell’esecutivo per la questione legata al sovraffollamento delle carceri.

 (Fonte: «la Repubblica»)

 Sindrome di down. «Cara futura mamma, non avere paura, sarò felice». Ecco lo spot dei ragazzi CoorDown

 14 marzo 2014

«La felicità è un diritto di tutti e per ognuno può esprimersi in maniera diversa. Per una persona con sindrome di Down essere felice può voler dire tante cose, anche quelle apparentemente più scontate per chiunque: andare a scuola e imparare a scrivere; poter viaggiare e conoscere il mondo; avere la possibilità di lavorare, guadagnare i propri soldi e poter andare, in alcuni casi, anche a vivere da solo, magari con la persona amata. Eppure il diritto alla felicità viene spesso negato proprio a causa dei molti pregiudizi che ancora devono essere superati». A denunciarlo è il CoorDown Onlus – Coordinamento Nazionale Associazioni delle persone con sindrome di Down, che per celebrale la Giornata Mondiale sulla sindrome di Down, in programma in tutto il mondo il 21 marzo 2014, lancia una campagna di sensibilizzazione a tutela dei diritti delle persone con sindrome di Down, anche il diritto ad essere felici.

 Dear Future Mom

CoorDown è capofila di un progetto internazionale di cui fanno parte dieci associazioni di nove paesi diversi: Italia, Francia, Spagna, Croazia, Germania, Inghilterra, Russia, Stati Uniti e Nuova Zelanda. Per il terzo anno consecutivo la campagna è prodotta in collaborazione con l’agenzia di pubblicità Saatchi & Saatchi. La regia del breve film è di Luca Lucini, autore cinematografico e pubblicitario, «che è riuscito con un trattamento di grande sensibilità a cogliere le aspirazioni e le grandi potenzialità dei ragazzi e delle ragazze che hanno partecipato».

L’idea creativa nasce da un’email che una mamma preoccupata, in attesa di un figlio con sindrome di Down, ha scritto di recente al CoorDown: «Che tipo di vita potrà avere mio figlio?», si è chiesta la donna. A rispondere a lei, e allo stesso tempo a tante altre mamme, sono diversi bambini, adolescenti e adulti con sindrome di Down, provenienti da tutta Europa, che le spiegano perché la vita di suo figlio potrà essere felice, proprio come la loro: potrà imparare a scrivere; potrà viaggiare; potrà andare allo stadio; potrà guadagnare dei soldi e portarla a cena fuori; potrà andare a vivere da solo. «Alcune volte sarà molto difficile, quasi impossibile, ma in fondo non sono le stesse difficoltà che affronta ogni giorno qualsiasi mamma?», osserva CoorDown spiegando che «la felicità di un genitore passa attraverso la felicità dei figli; ma il benessere di un figlio con sindrome di Down dipende anche dall’inclusione nella società e dalla possibilità di esercitare i propri diritti: una scuola di qualità, il giusto numero di ore di sostegno, i necessari interventi riabilitativi precoci, l’opportunità di trovare un lavoro, come chiunque altro».

La Giornata Mondiale sulla sindrome di Down (WDSD-World Down Syndrome Day in inglese) è un appuntamento internazionale – sancito ufficialmente anche da una risoluzione dell’ONU – nato per diffondere una maggiore consapevolezza e conoscenza sulla sindrome di Down, per creare una nuova cultura della diversità e per promuovere il rispetto e l’integrazione nella società di tutte le persone con sindrome di Down. «La scelta della data 21/3 – spiega CoorDown – non è casuale: la sindrome di Down, detta anche Trisomia 21, è caratterizzata dalla presenza di un cromosoma in più – tre invece di due – nella coppia cromosomica n. 21 all’interno delle cellule».

Il tema per l’edizione 2014 della Giornata è il benessere: per le persone con disabilità vuol dire innanzitutto integrazione nella società, in particolar modo nel mondo della scuola e del lavoro.

(Fonte:«Quotidiano Sanità»)

«Un attacco rabbioso e offensivo contro l’obiezione di coscienza»: Scienza & Vita interviene a seguito della relazione annuale sulla Legge 194

14 marzo 2014

«È in atto in questi giorni una nuova e rabbiosa offensiva contro il diritto all’obiezione di coscienza, messa in atto con l’uso strumentale di fatti avvenuti anni fa e ampiamente smentiti dalla documentazione fornita dall’ospedale interessato». Lo ha dichiarato Paola Ricci Sindoni, presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita.

«Sulle diverse piattaforme mediatiche si moltiplicano duri attacchi ai medici obiettori, con lo scopo di marginalizzare e demonizzare la loro scelta, rimettendo in discussione ciò che è base fondante di ogni democrazia: il diritto di opporsi a un atto che ferisce la propria coscienza», prosegue Ricci Sindoni.

«È la stessa Legge 194 a riconoscere questo diritto e il sempre più elevato numero di operatori sanitari che vi ricorre, a meno di non voler credere che la ginecologia sia professione scelta solo da cattolici praticanti, denota non una scarsa affezione al lavoro, ma piuttosto una più alta consapevolezza del valore della vita e della responsabilità del proprio operato».

«L’annuale Relazione sulla Legge 194, presentata al Parlamento, ha dimostrato con cifre puntuali e dati verificabili come il numero di interruzioni volontarie di gravidanza a carico di ogni non obiettore sia in realtà molto basso e pari a circa 2 interventi a settimana. Le polemiche pretestuose, che montano da più parti riguardo a una carente applicazione della legge, sono dunque frutto di una volontà ben precisa di accanimento forzoso per delegittimare l’operato di tutti coloro che, coerentemente con quanto previsto dal giuramento d’Ippocrate, preferiscono salvare una vita piuttosto che porvi fine», ha quindi concluso la presidente di Scienza & Vita.

(Fonte:«Zenit»)

Droga. Quasi 150mila studenti italiani consumatori abituali. La metà di cannabis. Ma è boom anche di cocaina, eroina, sintetiche e allucinogeni. I primi dati del report Ifc-Cnr

 17 marzo 2014

Sembra un bollettino di guerra, con feriti lievi e gravi. In questo caso i feriti lievi possono essere considerati i consumatori occasionali e quelli gravi coloro che ormai sono di fatto assuefatti al consumo di droghe “leggere” o “pesanti” che siano.

I numeri più alti si registrano per la cannabis, che arruola ormai un esercito di 75.000 persone. E stiamo parlando di ragazzi che la fumano 10 o più volte al mese. Studenti italiani, fotografati da una ricerca di Espad-Italia (European school survey on alcohol and other drugs) e realizzata dal Reparto di epidemiologia e ricerca sui servizi sanitari dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc -Cnr), condotta su 45.000 studenti distribuiti su oltre 500 scuole italiane e che verrà presentato ufficialmente tra due settimane.

Qui ne anticipiamo quindi solo alcuni dati insieme al commento secco della dottoressa Sabrina Molinaro: «I consumi vanno dietro al mercato – specifica la responsabile della ricerca dell’Ifc-Cnr – e l’aumento che registriamo già da due anni è dovuto ad un aumento della disponibilità. Ma oltre questo, la nostra maggiore preoccupazione in questo momento è l’aumento tra i giovani di coloro che fanno un uso frequente di sostanze stupefacenti».

E sì, perché, come dicevamo, i numeri fanno impressione. Non tanto le percentuali quanto quelli assoluti che danno la dimensione di un vero e proprio piccolo esercito di giovani che sembra di nuovo coinvolto nella spirale degli stupefacenti. Di tutti i tipi. Perché se è vero che il dato sulla cannabis potrebbe anche non colpire più di tanto, soprattutto tra coloro che insistono sulla definizione di droga “leggera” per la cannabis e i suoi derivati, quello su cocaina, eroina, allucinogeni e sintetiche, non lascia dubbi su un fenomeno in ascesa e molto preoccupante.   Secondo i numeri anticipati il 17 marzo dalla dottoressa Molinaro sono infatti 18.500 i giovani consumatori abituali (ovvero che la consumano 10 o più volte al mese) di cocaina, 16 mila quelli schiavi dell’eroina e 38 mila quelli che fanno uso abituale di droghe sintetiche e allucinogeni (divisi alla pari, 19mila per le une e altri 19mila per gli altri).

Ma vediamo i dati nel dettaglio. Il risultato principale che emerge dai dati dell’indagine è che tra gli studenti italiani non solo crescono i consumi occasionali (uso una o più volte l’anno) di cannabis (dal 21,5% del 2011 al 25% del 2013) e stimolanti (dal 2,4% al 2,8%), ma cresce anche la quota di studenti che fa un uso frequente. In particolar modo aumentano i consumatori frequenti di cannabis (da 2,5% del 2011 a 3,2% nell’ultimo anno), e allucinogeni (da 0,6% a 0,8%), ma anche di cocaina (dal 0,6% del 2011 a 0,8% dell’ultimo anno) ed eroina (da 0,5% a 0,7%).

Nell’anno si stima che gli studenti che hanno utilizzato cannabis almeno una volta siano circa 580.000 e quasi 75.000 l’hanno consumata quasi quotidianamente, mentre sono circa 65.000 quelli che hanno utilizzato cocaina almeno una volta nell’ultimo anno (il 2,8%) e 18.500 (cioè lo 0,8% degli studenti italiani) quelli che ne ha fatto un uso intensivo, per 10 o più volte nell’ultimo mese.  Sono circa 36.000, invece, gli studenti italiani che hanno provato eroina e/o altri oppiacei almeno una volta nella vita (l’1,5%) e di poco inferiore è il numero di chi l’ha utilizzata nell’ultimo anno, 28.000, cioè l’1,2% degli studenti; di questi poco meno di 16.000, quasi l’1% degli studenti italiani, l’hanno consumata per 10 o più volte nell’ultimo mese.

 E le droghe sintetiche? Stimolanti sintetici e allucinogeni vanno di pari passo. Sono circa 66.000 i ragazzi che nell’anno anno prima della rilevazione hanno fatto uso di stimolanti e 60.000 quelli che hanno assunto allucinogeni, numeri che corrispondono rispettivamente al 2,8% e 2,5% degli studenti italiani. Sono invece 19.000 per ciascuna sostanza gli studenti che hanno utilizzato queste sostanze 10 o più volte nell’ultimo mese.

 Il pianeta “cannabis”. Usi e abitudini dei giovani italiani. 132 mila i consumatori “problematici”

Sul tema cannabis, di grande attualità dopo la pronuncia della Consulta che ha bocciato la legge Fini-Giovanardi e il recente decreto del Governo che ha colmato il ‘vuoto legislativo’ lasciato dalla sentenza, il rapporto segnala come i consumi di cannabis tra i giovani è nel complesso abbastanza simile a quello di 15 anni fa, ma dopo un andamento tendenzialmente in discesa fino al 2006, si osserva ora una ripresa dei consumi tra il 2012 ed il 2013.

I giovani che hanno sperimentato la sostanza almeno una volta nella vita sono 3 su 10 e il consumo nell’ultimo anno riguarda il 25% dei ragazzi. Mentre il consumo attuale (30 giorni precedenti alla compilazione del questionario) riguarda il 16% degli studenti e, fra questi, 1 su 5 (poco più di 75.000 ragazzi) consuma cannabis quasi quotidianamente (20 o più volte al mese, “frequent users”). La maggior parte dei giovani fuma cannabis occasionalmente, non più di 10 volte durante l’anno (61%), soprattutto le ragazze (70%; M=55%). Ed il 27% la consuma più assiduamente, 20 o più volte durante l’anno.

Per la maggior parte si tratta di un uso esclusivo della sostanza, l’84% cioè non ha usato altre sostanze illegali, preferendo utilizzare le sostanze legali: il 62% ha fumato quotidianamente almeno 1 sigaretta, soprattutto le ragazze; l’11% ha bevuto alcolici quasi tutti i giorni ed il 14% ha utilizzato psicofarmaci senza prescrizione medica.

Per i ricercatori sono circa 132.000 i consumatori problematici di cannabis, risultati tali secondo il test di screening per la valutazione del comportamento problematico CAST – Cannabis Abuse Screening Test, inserito nella survey ESPAD-Italia®, (pari al 6% di tutti gli studenti e al 68% dei frequent users).

(Fonte:«Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=2226239.pdf)

Donazioni e trapianti. Stabili i dati del 2013. Diminuiscono i decessi in lista d’attesa. E per l’anno in corso trend in crescita del 5%. Intervista al direttore del Cnt Nanni Costa

17 marzo 2014

«“Il sistema tiene positivamente». È questo, in sintesi, il commento del direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa, sui dati definitivi dell’attività di donazione/trapianto nel 2013. «E i dati dei primi mesi del 2014 fanno ben sperare, basti pensare gli il numero di accertamenti nelle rianimazioni segnano un trend in crescita del 5%», sottolinea Nanni Costa.
Per conoscere come evolverà l’attività dei trapianti nel 2014 bisognerà aspettare i dati definitivi dell’anno. Per quanto riguarda il 2013, il trend conferma quanto già annunciato ad ottobre con i dati preliminari e mostra un quadro pressoché stabile rispetto al 2012. I decessi con accertamento neurologico sono stati 2.270, praticamente uguali all’anno precedente (2.271). Anche il numero di donatori utilizzati resta sostanzialmente stabile rispetto a quelli del 2012 (1.102 rispetto ai precedenti 1.123).
A livello territoriale, la Regione con il maggior numero di donatori è la Lombardia (245), anche se alla Toscana va il record di donatori per milioni di abitanti (45,7), seguita dal Friuli Venezia Giulia (34,5) e dalle Valle d’Aosta (31). Ma restano in lista d’attesa 8.828 persone.

Ma anche su questo fronte non mancano notizie positive.«Non solo il dato non è in aumento, ma registriamo una forte riduzione della mortalità in lista e questo è estremamente positivo», spiega Nanni Costa. Infatti «da una parte sono alte le probabilità di un paziente di ottenere un organo entro 2-3 anni dall’ingresso in lista d’attesa, dall’altra sono molto migliorate le terapie a cui vengono sottoposti i pazienti prima del trapianto e che permettono la sopravvivenza dei pazienti durante l’attesa», prosegue il direttore del Cnt.

Meno soddisfacente è il risultato sulle opposizioni, che sono cresciute dal 29,2 del 2012 al 29,6. «Un dato pressoché stabile e tra i più bassi d’Europa, ma sul quale è certamente necessario lavorare di più», commenta Nanni Costa, secondo il quale, ad influire sull’atteggiamento delle persone è probabilmente anche il clima di sfiducia generato dalla crisi anche nei confronti del sistema sanitario.

«Ma il sistema trapianti in Italia è ottimo e rappresenta un modello in Europa», ribadisce Nanni Costa che sottolinea come il leggero calo del numero di donatori utilizzati sia legato a elementi positivi: «la sicurezza e l’anzianità dei donatori». Quest’ultimo dato, in particolare, perché indica che nel nostro Paese c’è un numero minore di traumi con esito fatale. Certo, dal punto di vista dei trapianti vuole dire anche meno organi a disposizione. A risentirne di più sono i trapianti di cuore e rene. Tuttavia per il rene «aumentano i trapianti da vivente, così che il dato definitivo riesce ad essere fondamentalmente stabile». Nel caso del cuore, invece, la diminuzione dei donatori utilizzabili viene compensata dall’utilizzo di soluzioni alternative. «I ventricula assistance device permettono di raggiungere risultati paragonabili a quelli del trapianto, tanto che la sostituzione dell’organo sta diventando sempre più un intervento d’emergenza e non più la prima scelta», spiega Nanni Costa.
A non risentire dell’aumento dell’età dei donatori è invece il trapianto di fegato, che infatti appare in crescita rispetto allo scorso anno. Aumentano anche gli interventi di trapianto di polmone, dove si sono fatti passi avanti anche nel trattamento post trapianto.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?approfondimento_id=4864)

Fine vita: Scienza & Vita, «confronto sereno, sempre dalla parte dei malati»

18 marzo 2014

«Invece di promuovere la soluzione definitoria dell’eutanasia, occorre potenziare la rete delle cure palliative per fornire una risposta concreta alla sofferenza e al dolore, incrementando adeguatamente le risorse per la ricerca scientifica e il sostegno alle famiglie». È quanto propone Scienza & Vita, che in una nota raccoglie “volentieri” l’invito del presidente della Repubblica «a un confronto sereno e non pregiudiziale sul fine vita». “Per mantenere aperto il dialogo sul fine vita – affermano Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, presidente e co-presidente dell’associazione – è necessario dare voce anche ai malati, alle famiglie, alle associazioni e a tutti coloro che in varie forme, negli ospedali e nel servizio di assistenza domiciliare, si prendono cura dei pazienti, bisognosi di sostegno e di rispetto, più che di ‘pietose’ decisioni”.

«In questi anni abbiamo continuato a tenere alta l’attenzione sul tema promuovendo convegni, incontri e dibattiti per difendere i più fragili dall’arbitrio della società dei sani», proseguono, facendo notare che«“il dibattito prepolitico, incentrato sui possibili dettati di una buona legge in materia, non può prescindere da elementi fondanti quali l’alleanza terapeutica tra medico e paziente, la previsione di alimentazione e idratazione come sostegni vitali, il rifiuto di ogni accanimento sproporzionato». Soprattutto però, il dibattito politico «non può sottrarsi dal caposaldo di ogni democrazia: la tutela dei più deboli dagli abusi del sistema». «L’opzione eutanasica non può essere intesa come scelta di libertà – ammoniscono Ricci Sindoni e Covielloma piuttosto come il segno doloroso dell’emarginazione del singolo e della resa a una società dello scarto, che preferisce eliminare anziché accompagnare».

(Fonte: «Sir»)

Tubercolosi. Allarme microbiologi: “Aumenta tra i giovani”. Un italiano su 5 positivo alla forma latente

18 marzo 2014

Secondo stime recenti due italiani su dieci potrebbero essere positivi ai test immunologici per la Tubercolosi latente. E la patologia è in aumento tra i giovani tra i 15 e i 24 anni. A lanciare l’allarme è l’Associazione Microbiologi Clinici Italiani (Amcli) in occasione della Giornata mondiale contro la tubercolosi, che si celebra il 24 marzo.

«Le persone con infezione tubercolare latente – hanno spiegato i microbiologi – non presentano sintomi e non possono trasmettere la malattia che, per insorgere, necessita di condizioni in grado di ridurre considerevolmente le difese immunitarie”. Ma tra i soggetti positivi ce ne è uno su dieci che si ammala. “Sono immunodepressi, anziani oppure malati oncologici, trapiantati, sebbene anche una dieta esagerata può essere elemento sufficiente per scatenare la malattia».
«Ai fini di una corretta diagnosi e trattamento della TB è fondamentale l’attività svolta dai laboratori di microbiologia clinica – spiega Pierangelo Clerici, presidente Amcli – infatti solamente attraverso un’attenta analisi si riesce a stabilire se un paziente è infetto in modo latente, oppure in modo attivo, se elimina bacilli con la tosse e quindi è contagioso, oppure no ed infine a quali farmaci è sensibile».

Secondo le stime presentate dall’Amcli nelle grandi città la malattia raggiunge picchi di incidenza fino a 4 volte rispetto alla media nazionale di 7 casi ogni 100.000 abitanti. Discoteche, scuole, aule universitarie e luoghi di ritrovo in generale ne favoriscono la diffusione. «È sufficiente una persona affetta da TB polmonare contagiosa per creare numerosi casi secondari», spiegano gli esperti sottolineando che «il contagio può avvenire anche nelle strutture sanitarie».

Per questo, secondo i microbiologi, «la diagnosi di laboratorio di TB deve essere maggiormente estesa e resa facilmente disponibile, soprattutto ai servizi che si occupano di immigrati e rifugiati». «Stanno infatti – ha spiegato Claudio Piersimoni, Microbiologo Clinico AOU Ospedali Riuniti di Ancona – aumentando i casi di bacilli tubercolari resistenti ai due farmaci di prima linea (isoniazide e rifampicina) in pazienti che arrivano prevalentemente dell’Europa dell’Est, oltre che dall’Africa. Per ridurne l’incidenza sarebbe fondamentale intercettare i portatori, sottoporli ad una diagnostica di laboratorio approfondita e a terapie idonee».

Un sintomo che deve far scattare il campanello di allarme è la tosse persistente, accompagnata da febbre o un leggero calo di peso, che non passa dopo un normale trattamento antibiotico. «In questo caso – raccomanda l’Amcli – meglio fare una radiografia al torace ed evitare che la TB possa essere scambiata per una banale influenza».

(Fonte: «Quotidiano Sanità»

Carceri. L’allarme dei medici penitenziari: «Tra il 60% e l’80% dei detenuti italiani è malato». E per gli Opg si prospetta una nuova proroga fino al 2017

18 marzo 2014

Il 60-80% dei detenuti ospitati presso le carceri italiane presenta almeno una malattia, con prevalenza di malattie infettive (48%), tossicodipendenze (32%) e disturbi psichiatrici (27%%). Le infezioni a maggior valenza in termini di salute pubblica sono rappresentate dal bacillo della tubercolosi (22% dei detenuti), dall’Hiv (4%) e da epatite B (5% con infezione attiva). Cifre che testimoniano la drammatica condizione in cui versano i nostri istituti e che hanno costituito il punto di partenza per riflessioni e dibattiti che hanno animato il convegno ‘Salute in carcere, oggi”, organizzato presso il Senato dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe). Nel corso del convegno viene inoltre confermata la notizia secondo cui il Ministero ha accettato di prorogare di 3 anni la chiusura degli Opg, riviandola al primo aprile 2017.

Le altre patologie ad ampia diffusione sono le malattie osteoarticolari (17%), le malattie cardiovascolari (16%), i problemi metabolici (11%) e le malattie dermatologiche (10%). Alla base di queste cifre ci sono i numerosi fattori, particolarmente radicati nell’ambiente carcerario italiano, che favoriscono il rischio sanitario e che ostacolano l’applicazione di programmi di controllo incentrati su prevenzione, diagnosi e cura. In particolare a incidere è soprattutto il sovraffollamento che con 64.758 detenuti presenti raggiunge il 178% della capienza regolamentare. A ciò si aggiungono i frequenti spostamenti dei carcerati sia all’interno dello stesso istituto che tra strutture differenti. Emerge così una vastissima diffusione di epidemie infettive, sia intramurarie che extramurarie.

«Quella carceraria è una popolazione molto giovane che presenta problemi molto gravi – ha evidenziato il presidente della Simspe, Sergio Babudieri – E spesso i dati ufficiali sottostimano la situazione effettiva. E’ una vera e propria emergenza, perché la tutela della salute nelle carceri è un problema di salute pubblica, in quanto si traduce sull’intera collettività. C’è poi un problema di carattere istituzionale, perché le Regioni non riescono ancora a penetrare e comprendere i meccanismi sanitari che operano nel carcere».

Il fenomeno, sottolinea la Simspe, non viene però monitorato in maniera adeguata poiché manca un sistema di sorveglianza epidemiologica ad hoc. E’ quindi doveroso iniziare a pensare all’istituzione di un apposito osservatorio in modo da modulare con maggiore cognizione politiche e interventi. Proposta che ha raccolto immediatamente il consenso di Fabrizio Oleari, presidente dell’Istituto superiore di sanità. «Siamo pronti a mettere le nostre competenze a disposizione dei decisori politici e istituzionali. Su questo punto possiamo essere il catalizzatore di diversi soggetti».
«È inaccettabile che in un Paese avanzato troppo spesso chi entra in carcere sano poi ne esca malato – ha sottolineato Luigi D’Ambrosio Lettieri, senatore Fi-Pdl e capogruppo in Commissione Sanità – Si tratta di un tema che deve riacquisire centralità. Serve quindi, al più presto, una risposta seria in sede legislativa, ma è essenziale che contestualmente vengano costruiti meccanismi applicativi efficaci e incisivi. Un intervento da non rinviare è l’introduzione dei codici di struttura, che consentirebbero appunto un salto di qualità nella fase operativa. Va poi risolto al più presto il problema degli Opg, che rappresentano una questione umiliante e mortificante».

Osservatorio e codici di strutture, dunque. Ma non solo. Altra richiesta emersa nel corso del convegno è di intervenire sugli attuali Lea per adeguarne alcuni aspetti alla specificità penitenziaria. E anche effettuare un riesame dell’art.112 del Dpr 230/2000 nel quale non è ancora stabilita la possibilità di osservazione psichiatrica in istituti ordinari e in Opg. E, osserva la Simpe, alla luce dell’imminente chiusura degli Opg, il provvedimento dovrà essere sviluppato soltanto nelle sezioni regionali di osservazione psichiatrica.

Altro aspetto nodale riguarda il passaggio della sanità penitenziaria al Ssn, sancito il 14 giugno 2008. Un processo ancora incompleto, avvenuto tra innumerevoli pastoie e difficoltà e con un elevatissimo livello di frammentarietà. Manca, infatti, un coordinamento organico e omogeneo nella gestione sanitaria tra le varie regioni e, in alcuni casi, addirittura tra le singole Asl. L’assenza di una gestione armonica determina spesso situazioni in bilico tra il surreale e il drammatico: nel passaggio tra le diverse strutture, i detenuti vengono sottoposti a modelli assistenziali differenti e non sempre integrabili.

Elemento strettamente legato al passaggio al Ssn è la collocazione del personale, non più quindi alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Si tratta di uno snodo analizzato con attenzione dal Comitato nazionale per la bioetica nella relazione, dello scorso novembre, ‘La salute dentro le mura’. Secondo il comitato, il passaggio dal concetto di ‘medico penitenziario’ a quello di ‘medico tout court’, deve automaticamente generare una maturazione culturale che però stenta ancora a definirsi, anche per la diversità dei compiti che spesso gli operatori sono chiamati ad adempiere.

Per quanto concerne il lavoro degli infermieri, dalla categoria proviene la richiesta di promuovere percorsi formativi specifici, che però attengano a un modello teorico uniforme e applicabile a tutti gli istituti. Gli infermieri della Simpe chiedono quindi che venga definita la dotazione organica aziendale del personale infermieristico da destinare all’attività di medicina penitenziaria.

La partita si gioca però anche sul rapporto delle strutture con il contesto di riferimento. «L’allontanamento dei detenuti dalle loro regioni di appartenenza – ha osservato Paola Montesanti, dirigente Dipartimento amministrazione penitenziaria – genera una serie di problemi strettamente connessi al tema della salute – Per questo sarebbe decisivo ridurre all’osso i trasferimenti e ricollocare la persona al centro del ragionamento, stabilendo lo spostamento soltanto quando l’Asl dichiara di non poter erogare cure adeguate».

Purtroppo però il tema della salute nelle carceri viene spesso sottovalutato «È un elemento centrale che però non riceve la giusta considerazione, anche in ambienti sanitari – ha ammonito Luciano Lucania, vicepresidente della Sismpe – Spesso ci scontriamo con un sottofondo culturale assai vecchio. Dobbiamo, invece, portare il tema tra le più alte linee guida del Ssn e far in modo che la sanità penitenziaria venga inserita nell’assistenza primaria».

E una svolta radicale e incisiva passa anche per la definizione di un nuovo rapporto tra i dicasteri della Salute e della Giustizia. «Sono due istituzioni troppo diverse e distanti tra loro – ragiona Paola Di Fiandra, psicologa e dirigente presso il Ministero della Salute – Bisogna mettere tutti gli attori intorno a un tavolo, incluse ovviamente le Regioni che gestiscono la sfera operativa, e cercare di allineare tempi e obiettivi». Altro nodo ancora da sciogliere è quello legato al superamento degli Opg «che prosegue ancora a rilento a causa di una grande dose di ingenuità della politica che ha valutato una tempistica poco realistica».

Gennaro Barbieri
(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=2805540.pdf)

Sostanze energizzanti. Allarme Aifa su reazioni avverse. Possono essere anche gravi

19 marzo 2014

«Uso lo xanax per concentrarmi, l’ambien per dormire, l’erba per calmarmi, la cocaina per tirarmi su e la morfina perché è ottima»”. Cita Jordan Belfort, il protagonista dell’ultimo film di Martin Scorsese, «The Wolf of Wall Street», l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) per introdurre il tema dell’uso di droghe, smart drugs e sostanze energizzanti, in un articolo pubblicato il 19 marzo sul proprio sito internet. Sostanze stupefacenti per affrontare tutto, dal risveglio al lavoro, passando per cibo, sesso e sonno, successo, famiglia, relazioni interpersonali.

Tutto questo, però, secondo l’Agenzia, non è solo un film. «In una società che corre sempre più velocemente l’ambizione di superare e migliorare le proprie prestazioni non conosce limiti, neanche quando vi è un palese pericolo per la salute. Pressioni, aspettative, ansia vengono quindi affrontate non considerando gli effetti devastanti che l’assunzione di certi prodotti può causare. Non siamo mai abbastanza magri, svegli o reattivi, abbastanza allegri, flessibili, ma – piuttosto che fermarci a riflettere e a risolvere i coni d’ombra dei nostri stati d’animo – ci rifugiamo in soluzioni tanto veloci quanto, spesso, dannose. La pubblicità virale ci spinge a ripensare di continuo la nostra idea di benessere psicofisico, spingendo oltre i limiti le nostre capacità».

Ma attenzione, avverte l’Aifa. Le conseguenze dell’uso di droghe e di altre sostanze anche legali possono essere molto negative per la salute. «I potenziatori cognitivispiega infatti l’Aifa -, a volte chiamati smart drugs o ‘potenziatori di memoria’, sono sostanze utilizzate allo scopo di aumentare alcune funzioni mentali quali l’attenzione, la memoria, la concentrazione, la motivazione, la pianificazione, l’autostima e la capacità di prendere decisioni. Se da un lato però aumentano le capacità cognitive e riducono la sensazione di fatica, il sonno e la fame, dall’altro causano danni al pari delle vere e proprie droghe, sebbene le ‘smart drugs’ apparentemente non siano sempre illegali e pertanto perseguibili dalla legge».

Ma anche la semplice caffeina può essere tutt’altro che innocua. «Secondo la Johns Hopkins University School of Medicine e l’University of Vermont (…) questa sostanza viene utilizzata anche quando sarebbe sconsigliata ovvero, ad esempio, durante la gravidanza, in presenza di malattie del cuore o di un disturbo della coagulazione del sangue. La dipendenza produce una condizione chiamata ‘Caffeine Use Disorder’, ossia disturbo da uso di caffè; l’intossicazione da caffeina presenta di fatto gli stessi sintomi riscontrati in un’overdose di farmaci stimolanti. La comunità scientifica, e nello specifico l’American Psychiatric Association, hanno pertanto ufficialmente riconosciuto il disturbo da (ab)uso di caffeina come un problema di salute reale ed ecco perché il ‘caffeine use disorder’, per incoraggiare ulteriori ricerche in tal senso, è stato incluso nella sezione III del DSM-5».

Occhi puntati anche sulle “bevande energetiche”. «Nel 2013 – spiega l’Aifa – l’Agenzia francese per la sicurezza sanitaria ed alimentare, si è espressa sulle cosiddette bevande energetiche (a base di caffeina, ma anche taurina), analizzando 257 casi di reazioni avverse, tra cui attacchi di panico, nervosismo ed epilessia. Altri studi hanno dimostrato che l’elevato consumo di energy drink tra gli studenti delle scuole superiori può rappresentare un marker per altre attività che potrebbero influenzare negativamente lo sviluppo, la salute e il benessere degli adolescenti. In ambito europeo infine ci si è posti l’obiettivo di calcolare l’uso di energy drink tra i giovani danesi, esaminando anche le associazioni dei fattori socio-demografici e comportamentali in termini di salute. Ne emerge che in Danimarca il consumo sembra essere relativamente basso. Allo stesso tempo, sembra che il fenomeno sia perlopiù maschile e molto più diffuso tra le persone con bassi livelli di istruzione».

Secondo l’Aifa, «il fattore più interessante dello studio è però che i fumatori, così come coloro che fanno consumo di alcool, sono anche i più inclini a consumare bevande energetiche. A riprova – conclude l’Agenzia del farmaco – del fatto che utilizzare stili di vita sani rimane una delle migliori ‘medicine’ a nostra disposizione».

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

 Perché gli italiani credono alle bufale su Facebook

20 marzo 2014

«Ieri il Senato della Repubblica ha approvato con 257 voti a favore e 165 astenuti», si leggeva in un post divenuto virale su Facebook qualche tempo fa (35 mila condivisioni in meno di un mese), «il disegno di legge del senatore Cirenga che prevede la nascita del fondo per i “parlamentari in crisi” creato in vista dell’imminente fine legislatura». Il presunto «fondo» avrebbe dovuto prevedere lo «stanziamento di 134 miliardi di euro da destinarsi a tutti i deputati che non troveranno lavoro nell’anno successivo alla fine del mandato». Conclusione: «Rifletti e fai girare». Inverosimile? Certo, visto che si tratta di una evidente bufala, e sarebbe bastato contare i presunti voti per capire che non combaciano con il numero dei senatori. E del resto, il senatore Cirenga nemmeno esiste – anche se ha una pagina Facebook.

Ma allora perché così tanti utenti di Facebook ci sono cascati? Un gruppo di ricercatori delle Università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston ha cercato di inquadrare il ruolo e le dinamiche delle bufale diffuse da troll sul social network di Mark Zuckerberg proprio a partire dall’esperienza del dibattito online durante le ultime elezioni politiche italiane. Analizzando un campione di 2,3 milioni di individui distribuiti in 50 pagine Facebook divise in tre categorie – media ‘mainstream’, pagine di informazione alternativa e di attivismo politico – tra il 1 settembre 2012 e il 28 febbraio 2013, gli studiosi sono giunti a diverse conclusioni interessanti.

La più sorprendente riguarda il rapporto tra verità e menzogna nel dibattito pubblico su Facebook: a scambiare più spesso la satira e le bufale diffuse dai troll politici per fatti sono i lettori che frequentano maggiormente le pagine di «controinformazione». Ovvero, proprio quelli più critici dei media tradizionali; che li ritengono cioè più corrotti, manipolati e incapaci di dare notizie affidabili. «Abbiamo scoperto», si legge nella ricerca intitolata «Collective Action in the Age of (Mis)Information» (pdf), «che la maggior parte degli utenti che interagiscono con i memi prodotti dai troll è composta principalmente da utenti che interagiscono con le pagine di informazione alternativa».

Non solo. Nello studio, proseguono Luca Rossi, Walter Quattrociocchi e colleghi, «mostriamo che i pattern dell’attenzione sono simili di fronte a contenuti diversi nonostante la differente natura qualitativa delle informazioni, il che significa che le affermazioni prive di fondamento si diffondono quanto le informazioni verificate». I dibattiti scaturiti da ogni singolo post, misurati dalla distanza temporale tra il primo e l’ultimo commento, non fanno eccezione: permangono allo stesso modo «indipendentemente dal fatto che l’argomento sia il prodotto di una fonte ufficiale o meno». Insomma, nel campione studiato le interazioni sociali sono complesse: «Diverse culture coesistono, ciascuna in competizione per l’attenzione degli utenti». Il punto è che la diffusa scarsa considerazione delle notizie prodotte dai media tradizionali fa sì che «ogni tipo di processo di persuasione» sia «molto difficile, anche se basato su informazioni più affidabili». Il dibattito prodottosi in rete durante le ultime elezioni, in altre parole, si è sviluppato a prescindere dalla bontà delle notizie sulla cui base gli utenti hanno discusso. È questo il danno prodotto a partire dal cattivo giornalismo, e perpetuato da un’opinione pubblica incapace di fare lo sforzo per separarlo dal buon giornalismo.

Se il World Economic Forum del 2013 ha sottolineato che «la disinformazione digitale di massa» è «uno dei principali rischi per la società moderna», come si legge all’inizio del paper, i ricercatori tra le conclusioni confermano, aggiungendoci un vero e proprio allarme: «I risultati del nostro studio segnalano un pericolo concreto, dato che più il numero di affermazioni prive di fondamento in circolazione è elevato, più utenti saranno tratti in inganno nella selezione dei contenuti». Perché in rete, certo, è possibile reperire – accanto alla bufala – ripetute segnalazioni del suo essere bufala. Ma se i lettori non fanno lo sforzo per capire la differenza, l’esito non pare molto diverso dalla situazione prodotta dai precedenti mezzi di comunicazione, di gran lunga meno interattivi e aperti a refutazione.

Da parte sua, il fantomatico senatore Cirenga reagisce sulla propria pagina Facebook: «Continua questa indegna campagna di disinformazione basata su questo articolo pseudo-scientifico che parla della mia presunta non-esistenza», scrive. «Prego tutti i miei elettori passati, presenti e futuri di non lasciarsi influenzare dalle maldicerie della propaganda e di continuare a votarmi». Se i ricercatori hanno ragione, qualcuno l’avrà perfino preso sul serio.

Fabio Chiusi
(Fonte: «Wired»)

Ecco gli esami e i trattamenti sanitari inutili o dannosi. La lista di Slow Medicine

 20 marzo 2014

Da tempo è stato evidenziato che molti esami e molti trattamenti farmacologici e chirurgici largamente diffusi nella pratica medica non apportano benefici per i pazienti, anzi rischiano di essere dannosi. Negli USA si valuta che almeno il 30% della spesa sanitaria sia utilizzata per prestazioni inefficaci. In Italia il rapporto tra risultati clinici e spesa pro capite per la salute è uno dei migliori a livello internazionale e nettamente più favorevole rispetto a quello USA: la spesa pro capite per l’assistenza sanitaria è inferiore alla media dei paesi OCSE e i risultati di salute mediamente superiori. Sono però presenti, accanto ad aree di sottoutilizzo di risorse (es. la spesa per le cure agli anziani), aree in cui si rileva un eccesso di esami e trattamenti: basti pensare all’altissimo numero di TAC e RMN per numero di abitanti, alla percentuale di parti con cesareo, al sovrautilizzo di antibiotici.

Slow Medicine, rete di professionisti e di cittadini che si riconosce in una “Medicina sobria, rispettosa e giusta”, è partita da questa premessa per lanciare in Italia, in analogia all’iniziativa Choosing Wisely già in atto negli Stati Uniti, il progetto “Fare di più non significa fare meglio”. Promuovono il progetto anche Fnomceo, Ipasvi, Siquas-Vrq, l’Istituto Change di Torino, PartecipaSalute, Inversa Onlus, Altroconsumo e Slow Food Italia.

Il progetto si propone di migliorare la qualità e la sicurezza dei servizi sanitari in Italia attraverso la riduzione di esami diagnostici e trattamenti che spesso non sono efficaci e rischiano di essere addirittura dannosi. Molte Società Scientifiche e Associazioni professionali italiane hanno aderito al progetto di Slow Medicine e arrivano i primi risultati. Eccoli:

 Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica (Adi) 

– Non utilizzare i cosiddetti “test di intolleranza alimentare” come strumento per la terapia dietetica dell’obesità né per diagnosticare sospette intolleranze alimentari.

– Evitare di trattare obesità e disturbi dell’alimentazione con diete prestampate e in assenza di competenze multidimensionali.

– Non incoraggiare un uso estensivo e indiscriminato di integratori alimentari come fattori preventivi delle neoplasie e della patologia cardiovascolare.

– Evitare in età evolutiva approcci a sovrappeso e obesità, restrittivi, di non dimostrata efficacia e non coinvolgenti la famiglia.

– Evitare la Nutrizione Artificiale (NA) nelle situazioni cliniche in cui un approccio evidence-based non ha dimostrato beneficio, come nei pazienti con demenza in fase avanzata o oncologici in fase terminale.

 Associazione italiana di radioterapia oncologica (Airo)

– Non definire un programma terapeutico che comprenda la radioterapia senza che l’oncologo radioterapista sia coinvolto fin dall’inizio (e cioè subito dopo la diagnosi della malattia) nella definizione del programma stesso.

– Non raccomandare l’impiego di tecniche od apparecchiature radioterapiche “speciali” senza un parere motivato dell’oncologo radioterapista.

– Non utilizzare, per quanto possibile, trattamenti radioterapici prolungati quando la finalità della radioterapia è quella sintomatico-palliativa ed in persone malate con aspettativa di vita ridotta.

– Non eseguire un trattamento radioterapico per patologie articolari degenerative (benigne), specie al di sotto dei 60 anni.

– Al di fuori di studi clinici, non eseguire PET, TC e scintigrafia ossea per la stadiazione del tumore della prostata, in pazienti candidati a trattamento radioterapico radicale, per i quali il rischio di metastasi è minimo.

 Collegio italiano dei primari medici oncologi ospedalieri (Cipomo)

– Non prescrivere antibiotici allo scopo di prevenire le complicanze infettive da neutropenia, in pazienti neoplastici trattati con chemioterapia a dosi standard.

– Non prescrivere markers tumorali serici in corso di processo diagnostico o per la stadiazione dei tumori.

– Non effettuare di routine terapia antitumorale nei pazienti affetti da tumori solidi con Performance Status (PS) compromesso (3-4) o in progressione dopo 2-3 linee terapeutiche, ma privilegiare le cure palliative.

– Non eseguire esami del sangue incluso il profilo biochimico, scansioni ossee, radiografie toraciche, ecografie epatica e pelvica, TAC, PET e marker tumorali, dopo terapia sistemica precauzionale, in pazienti operate per cancro della mammella, asintomatiche e in assenza di risultati specifici all’esame clinico.

– Non prescrivere la chemioterapia nel trattamento sistemico del carcinoma duttale in situ della mammella.

Cochrane neurological field (Cnf)

– Non prescrivere la nutrizione artificiale enterale (PEG – Percutaneous Endoscopic Gastrostomy o sonda naso-gastrica) ai pazienti affetti da demenza in fase avanzata, ma contribuire a favorire l’alimentazione fisiologica assistita.

– Non usare gli antipsicotici come farmaci di prima scelta nei disturbi comportamentali in corso di demenza, evitando di prescriverli prima di un’attenta valutazione delle cause scatenanti la cui rimozione potrebbe rendere inutile il trattamento.

– Non usare le benzodiazepine o altri ipnotici negli anziani come prima scelta nell’insonnia.

– Non usare la PET nella diagnostica della demenza a meno che il paziente non sia stato valutato da uno specialista esperto in demenze.

– Non sottoporre pazienti con soggettiva percezione di ridotta prestazione mnesica, esenti da deficit funzionali, a indagini per la ricerca di biomarker liquorali e indicatori nel neuroimaging, se non in un contesto di ricerca.

 Società italiana di radiologia medica (Sirm)

– Non eseguire Risonanza Magnetica (RM) del Rachide Lombosacrale in caso di lombalgia nelle prime sei settimane in assenza di segni/sintomi di allarme (semafori rossi o red flags).

– Non eseguire di routine Risonanza Magnetica (RM) del ginocchio in caso di dolore acuto da trauma o di dolore cronico.

– Non eseguire Risonanza Magnetica (RM) dell’encefalo per cefalea non traumatica in assenza di segni clinici di allarme.

– Non eseguire radiografie del torace preoperatorie in assenza di sintomi e segni clinici che facciano sospettare patologie capaci di influire sull’esito dell’intervento.

– Non eseguire di routine radiografia del cranio nel trauma cranico lieve.

 Società scientifiche di Ipasvi: Aico, Aioss, Aiuc, Animo

– Non eseguire la tricotomia pre-operatoria con rasoio a lama in previsione di un intervento chirurgico (Aico)

– Non utilizzare in modo improprio dispositivi di raccolta per stomie con placca convessa (Aioss)

– Non utilizzare in modo improprio sostanze chimiche per la detersione del complesso stomale (Aioss)

– Non utilizzare disinfettanti istiolesivi sulla cute integra nei soggetti anziani, allettati, con cute fragile e/o compromessa (Aiuc)

– Non fare ricorso alla ginnastica vescicale (chiusura ripetuta del catetere) prima della rimozione del catetere vescicale (Animo)

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Per la sanità la formula giusta è «più Stato e meno Regioni»

 20 marzo 2014

«In epoca di spending review – per il momento ancora teorica, atteso che dovrà essere la politica a decidere quali e quanti tagli effettuare e scandirli per come necessitano – parlare di sanità è arduo. Diventa quasi impossibile esprimersi in termini di sostenibilità, rispetto a quella attuale, per due ordini di motivi.

 Il primo. Perché è impensabile accontentarsi della sostenibilità nelle attuali condizioni prestazionali, attesa la folla promiscua sdraiata spesso sulle barelle del 118 – rendendo, di conseguenza, non più operative le autoambulanze – che fa la ressa avanti i pronto soccorso. Quell’accesso selettivo del ricovero ospedaliero ingombrato da utenti che hanno bisogno estremo e dai “clienti” di una assistenza territoriale che li lascia soli, abbandonati a se stessi.

 Il secondo. Una economia impossibile con 30 milioni di cittadini, otto regioni in piano di rientro, con cinque commissariate, che fanno finta che le cose vadano bene. Perché così vogliono la politica, l’Agenas, i commissari, gli advisor e i Tavoli di verifica per giustificare la loro pressoché inutile esistenza e il loro intralcio all’esercizio dell’autonomia regionale. Le cose vanno peggio di ieri, con presidi ospedalieri allo sbando perché senza risorse e senza personale, a fronte dei conti che vanno meglio (dicunt), solo perché vige la regola della spending review “stupida” del blocco del turn over.

Per capire quanto sia “intelligente” vantarsi di ciò, sarebbe sufficiente proporre a Sergio Marchionne piuttosto che a qualche suo omologo la ricetta di realizzare lo stesso prodotto con la metà del personale. Avremmo così inventato i migliori imprenditori “cinesizzati” in casa e le maestranze eroiche, così come sono eroi i tanti medici e sanitari ospedalieri che si fanno in tre per fare ciò che serve. Ciò accade ovunque. Ho scritto dell’assistenza allo sbando con i medici “eroi” in sciopero nella mia Cosenza (per dire ovunque!), ove di qui a molto riprenderanno legittimamente la protesta.

Evitiamo di fare finta di nulla. Occorre pensare oltre l’attuale. Necessita individuare sistemi nuovi, facendo tesoro di una sanità accettabile e apprezzata per le sue eccellenze, concentrate in aree ben individuate, corroborate da circa un miliardo di euro che oscilla da una parte all’altra del Paese. Basta pensare ad una Lombardia, si badi bene con 14 IRCCS, che gode di oltre 600 milioni di mobilità attiva proveniente dalle Regioni povere, come la Calabria che paga ticket per la propria inefficienza, per oltre 250milioni di euro di viaggi della speranza. È l’aziendalismo che non funziona più. Con esso, in mano alla politica, è impossibile rimediare agli sprechi, collaborati al massimo dalle connivenze malavitose e dagli ingombri di personale non sanitario messo lì perché la sanità è da sempre ammortizzatore sociale.

La soluzione sta nella formula più Stato e meno Regioni, da tradurre in agenzificazione del SSN. Un sistema che, forte dell’universalismo consolidato, realizzi l’uniformità reale delle prestazioni nel Paese attraverso una Agenzia nazionale e 19 agenzie regionali e due facenti capo alle altrettante province autonome. Un organismo di insieme diretto da dirigenti pubblici, selezionati concorsualmente, con i naturali obblighi di risultato, funzionali ad attuare le rispettive programmazioni regionali.

Il DDL costituzionale non va proprio in tale senso. Va corretto, tenendo anche conto dell’interessante documento elaborato il 19 marzo dalla Confindustria. Sanità e sociale, un tutt’uno da assegnare alla competenza esclusiva dello Stato!»

Prof. avv. Ettore Jorio – Università della Calabria, Fondazione trasPArenza – Cosenza

(Fonte:«Quotidiano Sanità»)

 Ritmi di lavoro eccessivi, allarme dagli anestesisti: «Errori di programmazione»

21 marzo 2014

Il sovraccarico di lavoro per i medici è un problema molto sentito nel nostro Paese che, non a caso, «è stato sanzionato dalla Comunità europea per il mancato rispetto delle norme che attengono ai riposi lavorativi». Così Alessandro Vergallo, presidente dell’Aaroi-Emac commenta la notizia, che arriva dalla Francia, di una giovane anestesista suicida nell’ospedale dove lavorava, molto probabilmente anche per il sovraccarico di lavoro, visto che aveva lavorato 78 ore nella settimana precedente al suicidio, in una struttura in cui i turni erano recentemente passati da 8 a 10 ore al giorno. Un problema ancora più rilevante per gli anestesisti, spiega Vergallo, perché «siamo i primi a essere coinvolti nell’erogazione delle cure in situazioni di urgenza ed emergenza; le guardie attive devono essere presenti in tutti gli ospedali e durante i turni di guardia non possono essere garantiti più servizi in contemporanea. Inoltre, la presenza è garantita anche in regime di pronta disponibilità, che non figura nei carichi di lavoro legati all’orario di servizio normale ma rappresenta un ulteriore impegno».
Vergallo sottolinea anche come la situazione presenti grosse differenze nelle varie realtà regionali italiane, a dimostrazione, sottolinea il presidente Aaroi-Emac «che il titolo V debba essere completamente rivisto perché non si può lasciare alla Regioni la programmazione, oltre che dei servizi sanitari al cittadino, dei carichi di lavoro che occorrono per poterli garantire». Certo, le difficoltà economiche sono un dato di fatto, ma esistono soluzioni realistiche? «Nei piccoli ospedali – propone Vergallo – potrebbero esserci dei margini per recuperare personale. Per esempio, le sale parto con ridotti numeri di parti annui offrono servizi che non rispondono a criteri di efficienza e forse si potrebbero recuperare risorse, tra cui anestesisti, da destinare ad altre strutture sanitarie».

 (Fonte:«Doctor 33»)

 Bagnasco: «Genitori, non fatevi intimidire dalla dittatura gender»

25 marzo 2014

La società ha il «grave dovere» di «non corrompere i giovani con idee ed esempi che nessun padre e madre vorrebbero per i propri ragazzi» e i cittadini hanno «il diritto ad una scuola non ideologica e supina alle mode culturali imposte»: lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, in un passaggio della prolusione con la quale ha aperto i lavori del Consiglio permanente dei vescovi, puntando molto sull’emergenza educativa e sulle difficoltà vissute dalla scuola cattolica.

Bagnasco ha aspramente criticato gli opuscoli che parlano dell’identità di genere distribuiti negli istituti italiani, parlando di «logica distorta e ideologica», a proposito dei tre volumetti intitolati “Educare alla diversità a scuola”, destinati alle scuole primarie e alle secondarie di primo e secondo grado. «In teoria – ha aggiunto il presidente della Cei – le tre guide hanno lo scopo di sconfiggere bullismo e discriminazione – cosa giusta –, in realtà mirano a “istillare” (è questo il termine usato) nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre… parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte».

È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza – ha detto Bagnasco – se si vuol fare della scuola dei “campi di rieducazione”, di “indottrinamento”. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati? Si è chiesto a loro non solo il parere ma anche l’esplicita autorizzazione? I figli non sono materiale da esperimento in mano di nessuno, neppure di tecnici o di cosiddetti esperti. I genitori non si facciano intimidire, hanno il diritto di reagire con determinazione e chiarezza: non c’è autorità che tenga».

 Sul banco degli imputati, nelle parole di Bagnasco, c’è «l’iperindividualismo» che caratterizza le società occidentali, dove riemergono le ideologie «sotto vesti diverse, ma con la medesima logica e arroganza». Un segno di ciò, afferma il cardinale «sta nel fatto che l’obiezione di coscienza è ormai sul banco europeo degli imputati: non è più un diritto dell’uomo? E l’Europa dà al mondo un esempio di comunità di popoli, ciascuno con un proprio volto e storia? E perché accade che in Europa alcune serie “raccomandazioni” sono tranquillamente disattese, mentre altre – non senza ideologismo – vengono assunte come vincoli obbliganti?».

Bagnasco non le cita, ma tra le raccomandazioni disattese a cui potrebbe riferirsi ci sono quelle sulla libertà di educazione e sulla parità scolastica, o quelle sulla condizione delle carceri; mentre tra quelle «assunte» il riferimento potrebbe essere al «diritto» di aborto o al tema del gender.

L’Occidente vive -secondo il presidente dei vescovi italiani – una fase di «neocolonialismo culturale» e vuole imporre «con mezzi spesso ricattatori, finanziamenti in cambio di leggi immorali, contrarie alle identità di popoli e nazioni che vogliono mantenere le proprie radici». Ma se «l’Occidente vuole corrompere l’umanesimo, sarà l’umanesimo che si allontanerà dall’Occidente e troverà – come già succede – altri lidi meno ideologici e più sensati».

 Bagnasco ha anche ribadito l’importanza del «valore della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla nascita, dalla crescita alla piena maturità, dal declino fino alla morte naturale», una difesa, quella della vita nascente, ha spiegato citando Papa Francesco, che «è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano».

Il cardinale ha parlato dei «diritti del bambino, oggi sempre più aggredito: ridotto a materiale organico da trafficare, o a schiavitù, o a spettacolo crudele, o ad arma di guerra, quando non addirittura esposto all’aborto o alla tragica possibilità dell’eutanasia. Ciò grida vendetta al cospetto di Dio». E ha citato pure «la tratta delle donne, la violazione – a volte fino alla morte – della loro dignità».

Nella prima parte della prolusione, significativamente più breve del solito (cinque cartelle e mezza), il presidente della Cei ha commentato il messaggio di Francesco per la Quaresima e a proposito della «miseria materiale» e delle difficoltà dell’Italia, ha detto: «Ormai, sono passati più di sei anni dall’inizio della grave crisi economica, che chiede un prezzo altissimo al lavoro e all’occupazione. In modo speciale, si riversa come una tempesta impietosa sui giovani che restano, come una moltitudine, fuori della porta del lavoro che dà dignità e futuro».  Serve «un tessuto industriale pronto a riconoscere» i pregi dell’intraprendenza dei giovani, «a recepirne i risultati e a metterli in circolo su scala». Senza dimenticare «quanti – non più in giovane età – hanno perso il lavoro e spesso si trovano esclusi da ogni circuito lavorativo e con la famiglia sulle spalle». È poi necessario «incentivare i consumi senza ritornare nella logica perversa del consumismo che divora il consumatore». Ma è anche indispensabile, ha continuato Bagnasco, «sostenere in modo incisivo chi crea lavoro e occupazione in Italia, semplificando anche le inutili e dannose burocrazie. Se non si velocizzano i processi e non si incentiva, si scoraggia ogni intrapresa vecchia e nuova».

Per il cardinale «bisogna ripensare e rimodulare anche la concezione del lavoro: il vecchio schema di dura contrapposizione è superato e rischia di danneggiare i più deboli. È necessario promuovere sempre più una mentalità partecipativa e collaborativa dentro ai luoghi di lavoro, una visione per cui i diversi ruoli sono distinti ma non separati, perché tenuti insieme da un comune senso di appartenenza e di responsabilità verso il proprio lavoro, la famiglia, l’azienda, la società e il Paese».  Insomma, no a scontri tra le parti sociali. E quanto al nuovo governo Renzi, la Cei auspica che, con la «partecipazione convinta e responsabile del Parlamento», riesca a incidere «su sprechi e macchinosità istituzionali e burocratiche, ma soprattutto a mettere in movimento la crescita e lo sviluppo, in modo che l’economia e il lavoro creino non solo profitto, ma occupazione reale in Italia».

 Infine, il presidente della Cei ha anticipato alcuni dati del prossimo rapporto Caritas sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia: «Le iniziative sono in quattro anni raddoppiate, registrando un aumento impressionante di italiani che bussano alla porta, così come di gruppi sociali che fino ad oggi erano estranei al disagio sociale. I fondi diocesani di solidarietà aumentano dell’11%, e gli sportelli, per aiutare la ricerca del lavoro o della casa, sono giunti a 216. Si registrano anche gravi e crescenti difficoltà derivanti purtroppo dalla rottura dei rapporti coniugali, sia a livello occupazionale che abitativo. Il 66,1 % dei separati dichiara di non riuscire a provvedere all’acquisto dei beni di prima necessità. A questi dati di ordine materiale si devono aggiungere quelli di tipo relazionale tra padri e figli: il 68% dichiara che la separazione ha inciso negativamente su tale rapporto».

Andrea Tornielli
(Fonte:«La Stampa»)

Conoscere per deliberare. Anche online

25 marzo 2014

Che cosa c’entra l’attuale dibattito sulla sorte del Senato italiano con la democrazia partecipativa e le pratiche deliberative, di cui sempre più si sente parlare? C’entra, se è vero che qualcuno – guarda caso ricercatori e giornalisti delle pagine culturali di importanti quotidiani – hanno contrapposto al Senato delle regioni (o dei comuni) un “Senato della conoscenza”.

Ad alcuni questa proposta sarà parsa élitista e – in qualche modo – addirittura antidemocratica. Si può deliberare in base al merito e alla competenze, prima ancora che in base all’investitura popolare? O al fatto stesso di esistere, e di farsi rumorosamente sentire sulla rete? Domanda difficile, a cui si potrebbe rispondere con il titolo di un famoso saggio di Luigi Einaudi: “Conoscere per deliberare”.

La democrazia senza conoscenza, senza le competenze che Socrate interpellava nella piazza di Atene già duemilacinquecento anni fa, è piena democrazia? Nella formula di Einaudi vi è già tutto, se interpretato bene. Ed è proprio una retta interpretazione della deliberazione che può arginare il populismo delle emozioni che recentemente ha fatto strame di qualsiasi corretta argomentazione nei casi Stamina, così come negli attacchi ciechi e violenti contro l’uso di animali modello.

 Pesare e valutare

Deliberare su solide basi di conoscenza, insomma, è vitale, per la scienza come per la politica? Ma cosa vuol dire “deliberare”? L’etimo ci fa capire, in realtà, che la conoscenza è già inclusa nella deliberazione; deliberare: mettere in libertà, specie nel caso della scelta; ma anche de-libra: togliere dalla “libra”, dalla bilancia dopo avere conosciuto il peso. Da qui librare che indica, per estensione, il giudicare dopo averci pensato. Subito capiamo che il deliberare è il processo che porta a scegliere in base ad argomenti che pesano la bontà delle varie possibilità. Non stiamo parlando solo di teoria. Già da tempo vi sono interessanti esempi di deliberazioni democratiche.

Per esempio nel campo delle politiche sanitarie: lo Stato dell’Oregon nel 1990 organizzò una consultazione pubblica con più di mille persone (divise in 47 gruppi) per decidere quali cure potevano essere comprese nel programma assicurativo pubblico federale (Medicaid).

Qualche anno dopo in Gran Bretagna l’Hfea (la Human Fertilisation and Embryology Authority) allestì un commesso processo deliberativo per rispondere alla richiesta di produrre linee cellulari staminali da embrioni ottenuti trasferendo il nucleo di cellule somatiche umane in ovociti non-umani (mucche) privati del proprio nucleo; creando così quelli che furono chiamati ibridi citoplasmatici (cibridi).

Intendiamoci: la logica non è quella semplice e brutale dei referendum, a cui anche noi italiani più volte abbiamo fatto ricorso. È piuttosto un processo di consultazione a più fasi dove si cerca di bilanciare le preferenze morali delle persone e la conoscenza specifica delle tecniche in questione. Quella britannica del 2006 prevedeva (i) una consultazione diretta e non strettamente regolamentata, della popolazione, (ii) un sondaggio d’opinione a campione e (iii) l’organizzazione di workshop consultivi i cui partecipanti venivano prima informati sulla scienza in questione e sulle problematiche etiche e legali. Il risultato di questa complessa consultazione pubblica fu che l’Hfea riconobbe una generale opposizione della ricerca a meno che sotto una stretta e continua supervisione. Cosa che non le impedì di concedere le due licenze richieste.

Anche in Italia qualcosa del genere è stato tentato con le “giurie dei cittadini” su temi del test per i portatori sani di fibrosi cistica o l’indicazione al test della prostata (vedi partecipasalute.it) e, con minore successo, anche su temi ambientali: dalla localizzazione degli inceneritori ad altri esperimenti di deliberazione su infrastrutture e rischi ambientali (per un rassegna leggi http://www.envplan.com/abstract.cgi?id=a44161).

 Servono tre competenze

Da tutte queste esperienze emerge che la deliberazione è un processo di decision-making che inizia con cittadini con le opinioni più disparate ma che, attraverso un metodo basato sulla esposizione a conoscenze e argomenti razionali, cercano di arrivare a una soluzione condivisa.

Ma questo comporta che il cittadino (o il politico) che voglia parteciparvi debba “fare la fatica”. Se vorrà deliberare sulla plausibilità etica della produzione di energia nucleare, o dell’uso di terapie cellulari, o dell’uso di animali modello, dovrà saperne abbastanza da poterne parlare senza dire sciocchezze. E così può capitare di cambiare idea, cioè di superare posizioni preconcette.

Cosa serve alla buona deliberazione? Tre aspetti: (i) si dovrebbe avere la sufficiente competenza scientifica; (ii) si dovrebbe avere la sufficiente competenza etica (l’etica ammette un suo sapere specifico e molte volte sono socialmente più dannose le sciocchezze etiche che non le sciocchezze scientifiche); (iii) si dovrebbe avere la sufficiente competenza argomentativa, ossia la capacità di riconoscere argomenti razionali e fallaci. Tutto ciò non è astrazione, come visto; anzi dovrebbe essere pratica quotidiana per un cittadino che vuole essere tale.

E forse un Senato non elettivo ma specializzato nell’istruire questi processi di documentazione e deliberazione sui molti temi controversi della politica, dell’economia e della morale, potrebbe davvero rappresentare un potenziamento, non una diminuzione, della vita democratica del nostro paese.

 Un nuovo progetto

 Anche il web può rappresentare una risorsa importante per le deliberazioni pubbliche. È l’esperimento che stanno tentando ad esempio in queste settimane il gruppo di Biomedical Humanities del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dello IEO (Giovanni Boniolo e Giuseppe Schiavone), la Genome Function Unit dell’Ospedale San Raffaele (Elia Stupka) e il Laboratorio di Informatica Civica dell’Università di Milano (Fiorella De Cindio), che su Scienzainrete lanceranno una piattaforma di consultazione online intorno a temi scientifici (specie biomedici) dove i tre aspetti conoscitivi prima ricordati saranno centrali. Appuntamento mercoledì 26 marzo (Acquario di Milano, 17:30-19:30) dove il progetto verrà per la prima volta presentato e discusso.

(Fonte: «Scienza in Rete»)
(Approfondimenti: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/giovanni-boniolo/sodali-della-rivoluzione-conoscitiva/dicembre-2013 
http://bioeticadeliberativa.scienzainrete.it/)

Osteoporosi. Oltre l’80% delle donne over 65 ne sono colpite. È allarme «pandemia silenziosa»

25 marzo 2014

Prendendo come riferimento i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, relativi ai criteri diagnostici per la diagnosi di osteoporosi utilizzando la tecnica densitometrica DXA, risulta che nella popolazione femminile over 65, oltre il 33% è colpito da osteoporosi e circa il 47% da osteopenia e che circa il 17% delle donne è andato incontro ad almeno una frattura non traumatica: questi dati emergono dalla ricerca realizzata da Fondazione per l’Osteoporosi Piemonte e Città della Salute e della Scienza di Torino, pubblicato sulla rivista internazionale «Calcified Tissue International». Lo studio sottolinea l’esistenza di una grave pandemia silenziosa, destinata a diventare anche un alto costo sanitario.

La ricerca, durata 4 anni, è stata realizzata con il contributo della Compagnia di San Paolo: i ricercatori dell’Università di Torino, indagando in un’altra direzione, si sono ritrovati a individuare la diffusione di osteoporosi/osteopenia e il relativo rischio di fratture nella popolazione italiana sana, che non presenta fattori di rischio a priori. Il risultato è che oltre 3/4 delle donne sottoposte a densitometria presenta una riduzione della densità ossea secondo i criteri dell’Oms e non ne è consapevole, mentre meno di un quinto presenta una massa ossea normale.

La ricerca condotta a Torino misura l’incidenza della malattia sulla popolazione generale e fa emergere la necessità di sottoporre con attenzione le donne a screening nel periodo post-menopausa tenendo in considerazione anche i fattori di rischio specifici. Le cifre emerse dalla ricerca tracciano indirettamente uno scenario oneroso per il servizio sanitario nazionale; i costi sostenuti dal sistema sanitario nazionale per le fratture di femore da osteoporosi ammontano a 6.8 bilioni di euro ogni 5 anni. Poiché una terapia adeguata è in grado di ridurre il rischio di fratture del 50-70%, la diagnosi precoce e la corretta terapia potrebbe far risparmiare circa 400 euro a persona al Ssn.

“Il dato che emerge è sorprendente – ha commentato la Presidente della Fondazione per l’Osteoporosi Piemonte Cavaliere del Lavoro Claudia Matta – soprattutto perché rivela con certezza che molte donne non sono consapevoli di essere a rischio. La sensibilizzazione sulla malattia è quindi fondamentale. È questa la mission della nostra Fondazione: fare informazione per richiamare l’attenzione sulla malattia e stimolare la prevenzione precoce. L’osteoporosi ha infatti un’enorme rilevanza sociale ed economica, perché comporta un alto rischio di fratture che, tra gli anziani, sono tra le maggiori cause di mortalità. Inoltre, il 50% delle persone con frattura di femore subisce una forte riduzione della propria autosufficienza e, in circa il 20% dei casi, richiede un’ospedalizzazione a lungo termine, con oneri economici per il sistema sanitario. E non sono solo le donne a esserne colpite”.

Il coordinatore della ricerca Giancarlo Isaia, Direttore della Struttura Complessa Geriatria e Malattie metaboliche dell’osso della Città della Salute e della Scienza di Torino e Presidente della Siommms (Società italiana dell’osteoporosi, del metabolismo minerale e delle malattie dello scheletro) ha aggiunto: ”Lo studio, effettuato con la tecnica DXA, considerata il gold standard nella diagnosi dell’osteoporosi, rappresenta il primo approccio al problema della prevalenza della malattia in Italia: in precedenza i dati disponibili erano stati ricavati da indagini eseguite con tecnica ultrasonografica che presenta non secondari problemi tecnici di esecuzione. Da segnalare che le pazienti arruolate sono state scelte in modo randomizzato e tratte dagli elenchi dei Medici di Medicina Generale: mi pare importante sottolineare la collaborazione offerta dai colleghi nella corretta individuazione delle Pazienti che ha consentito di esaminare una popolazione del tutto omogenea con la popolazione generale. Lo studio – ha concluso – ha anche consentito di validare un nostro precedente lavoro relativamente ai criteri in base ai quali prescrivere la densitometria ossea con un più favorevole rapporto costi/benefici, considerando che non è assolutamente razionale prescrivere l’esame indiscriminatamente a tutte le donne in menopausa. In generale il problema dell’osteoporosi è in Italia ampiamente sottovalutato e di conseguenza, pur potendo disporre di farmaci estremamente efficaci nel prevenirne le conseguenze fratturative, molti pazienti non hanno accesso ai trattamenti. La conseguenza è di constatare la presenza di numerose fratture, soprattutto di femore e di vertebre, che avrebbero potuto essere prevenute in presenza di una seria e diffusa campagna di prevenzione: auspico che i risultati da noi ottenuti possano contribuire ad una più efficace sensibilizzazione al problema”.

(Fonte: Quotidiano Sanità)

Cannabis terapeutica. Il monito di Garattini: «No alle autorizzazioni fai da te di medicinali»

 25 marzo 2014

«Ogni giorno si assiste ad un pasticcio nel campo della salute. Non bastavano i casi Di Bella, Stamina e più recentemente il caso dei farmaci per la terapia delle maculopatie; si aggiunge adesso l’autorizzazione all’impiego medico della cannabis per la terapia di alcune malattie: dal glaucoma alla sclerosi multipla deciso dalla Regione Abruzzo» e approvato dal Governo, che in precedenza su altre analoghe autorizzazioni si era opposto. Così sul settimanale «Oggi» in edicola il 26 marzo, nella sua settimanale rubrica, Silvio Garattini, Direttore dell’IRCCS-Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’, mette in guardia dai pasticci delle autorizzazioni di medicinali fai da te.

«Se la cannabis – si chiede Garattini – è un efficace trattamento per alcune malattie, come mai può essere utilizzata solo per qualche Regione?”…. Non si creano in questo modo discriminazioni in contrasto con la legge istituita dal Servizio Sanitario Nazionale che assicura universalità, equità e gratuità?».

«C’è da sperare – aggiunge l’autorevole farmacologo – che la disponibilità della cannabis non sia lo “spinello” e neppure un prodotto erboristico, perché oggi sono stati selezionati vari ceppi di cannabis che hanno un contenuto di principio attivo, il tetraidrocannabinolo, che può andare dal 2 al 60 percento con evidenti differenze sul piano non solo della eventuale efficacia, ma soprattutto dei possibili effetti tossici che accompagnano l’azione di ogni farmaco».

Silvio Garattini pone poi un’ulteriore domanda:« È compito delle Regioni approvare nuovi farmaci? Non abbiamo un ente autonomo che si chiama AIFA? Chi vuole commercializzare un farmaco con specifiche indicazioni deve presentare una adeguata documentazione tanto più importante, in questo caso, dato che la letteratura scientifica oggi disponibile sembra presentare ancora molti dubbi circa il rapporto benefici-rischi nell’impiego terapeutico della cannabis. Un’altra possibilità che già esiste è quella di importare i prodotti a base di tetraidrocannabinolo che già sono disponibili in altri Paesi senza inventare nulla di nuovo. Esiste il sistema del ‘mutuo riconoscimento’ secondo cui l’AIFA sulla base della documentazione già presentata per l’autorizzazione di un farmaco in un altro Paese può farla propria». «Insomma, – conclude – anche in questo caso si cercano le scorciatoie anziché seguire le vie maestre che proteggano gli ammalati. Ancora una volta in questo Paese prevale il pressapochismo».

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Comitato nazionale bioetica: approvato parere «Stili di vita e tutela della salute»

25 marzo 2014

La rilevanza e la connessione tra il diritto alla salute dei cittadini e il dovere di solidarietà sociale, «in un tempo in cui, in particolare, le risorse economiche sono assai ridotte». A sottolinearli è il Comitato nazionale per la bioetica, che ha approvato il parere “Stili di vita e tutela della salute”, elaborato e presentato da Silvio Garattini, direttore Irccs M.Negri di Milano, pubblicato il 25 marzo sul sito del governo www.governo.it/bioetica/pareri/html. Il documento, spiega una nota del Cnb, “pone in evidenza le correlazioni tra i diversi fattori di ordine biologico e socio-culturale (l’istruzione, le condizioni di lavoro, le situazioni abitative, la salubrità dell’ambiente) e i comportamenti individuali che incidono sulla salute”.

Nel richiamare i diversi percorsi delle politiche socio-sanitarie, il Comitato sottolinea «l’importanza di un’azione culturale ampia che metta in moto tutta la società attraverso vari livelli di intervento: educativo (familiare e scolastico), sociale (informativo e formativo) e statale». Le raccomandazioni finali esplicitano alcuni suggerimenti finalizzati a trovare una efficace sinergia tra la responsabilità degli individui per la propria salute e la responsabilità dello Stato nella tutela della salute, riconosciuta come diritto fondamentale di ogni persona.

(Fonte: «Sir»)

(Approfondimenti: http://www.governo.it/bioetica/pareri/html)

Vaccini e autismo. Istituto superiore di sanità: «Nessuna correlazione»

26 marzo 2014

La presenza di una possibile associazione causale tra vaccinazioni e autismo è stata estensivamente studiata e non è stata evidenziata alcuna correlazione. Anche l’ultima ricerca pubblicata nel marzo 2013 sul «Journal of Pediatrics» (Increasing Exposure to Antibody-Stimulating Proteins and Polysaccharides in Vaccines Is Not Associated with Risk of Autism) conferma tale conclusione in linea con le altre numerose evidenze scientifiche disponibili in materia.

Nella ricerca, condotta dai Centers for disease control (Cdc) di Atlanta (Usa), sono stati studiati 256 bambini con disturbi dello spettro autistico e confrontati con 752 bambini non autistici, quantificando la loro esposizione totale cumulativa, nei primi due anni di vita, ad antigeni contenuti nei vaccini, come pure il numero massimo di antigeni a cui i bambini erano stati esposti nelle singole sedute vaccinali. I risultati hanno mostrato che:

• il numero totale di antigeni ricevuti entro i due anni di età non differiva nei due gruppi di bambini (con e senza autismo);
• il numero massimo di antigeni ricevuto dai bambini autistici nelle singole sedute vaccinali era simile a quello ricevuto dai bambini senza autismo;
• i bambini affetti da autismo con regressione non avevano ricevuto un numero maggiore di vaccini rispetto ai bambini autistici senza regressione;
• anche se l’attuale calendario prevede la somministrazione di un numero più elevato di vaccini rispetto al passato, grazie al miglioramento delle tecniche di produzione, il numero totale di antigeni somministrati risulta diminuito.

Quest’ultima ricerca conferma le conclusioni del rapporto (2004) dell’Institute of Medicine (Iom) («Immunization Safety Review: Vaccines and Autism»), basato su una approfondita revisione degli studi clinici ed epidemiologici disponibili sul nesso tra vaccini e autismo, effettuata da un gruppo indipendente di esperti negli Usa.

Vaccino Mpr e autismo

L’ipotesi che la vaccinazione antimorbillo-parotite e rosolia (Mpr) in particolare possa essere associata ad autismo è stata sollevata negli anni Novanta da uno studio inglese pubblicato nel 1998 su «The Lancet». L’ipotesi è stata successivamente valutata da numerosi studi condotti sia in Europa che negli Usa, ma nessuno di questi ha confermato che possa esserci una relazione causale tra vaccino Mpr e autismo. Gli stessi autori dello studio inglese hanno successivamente ritirato le loro conclusioni e nel 2010 la rivista «The Lancet» ha formalmente ritirato tale articolo. Oltretutto è stato riportato che, oltre ai difetti epidemiologici di questo studio, numerosi fatti circa la storia anamnestica dei pazienti fossero stati falsificati dall’autore Andrew Wakefield (radiato dall’Ordine dei medici) per supportare i risultati e che l’intero studio fosse distorto da interessi economici. L’Autore è stato radiato dall’Ordine dei medici per il suo comportamento.

Successivamente la revisione dello Iom, gli studi dei Cdc statunitensi e di altre organizzazioni inclusa l’American Academy of Pediatrics, un’organizzazione professionale con 60 mila membri, come pure una revisione di numerosi studi epidemiologici condotti in diversi Paesi europei, hanno raggiunto le medesime conclusioni, respingendo perciò l’ipotesi di una relazione causale tra vaccino Mpr e autismo.

L’Istituto Superiore di Sanità promuove, attraverso la diffusione di informazioni scientificamente corrette, un’adesione consapevole alle vaccinazioni.

Precisazione

Infine, in riferimento a quanto riportato sul quotidiano «La Stampa» il 26 marzo 2014 nell’articolo a pag. 13 «La strana intesa fra il pm pugliese e il medico “eretico” anti-vaccini», in cui il dott. Massimo Montinari si definisce “esperto di autismo con nomina dell’Istituto Superiore della Sanità”, l’ISS precisa che il dott. Montinari nel 2010 è stato chiamato dall’ISS stesso, su indicazione di associazioni di pazienti, a partecipare al gruppo di lavoro per la stesura delle Linee guida “Trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti” pubblicata nel 2011. La multisciplinarietà del gruppo di lavoro è mirata a offrire opportunità di partecipazione e spazio a molteplici posizioni. Tuttavia il dott. Montinari non ha condiviso i criteri e la metodologia usata e non ha sottoscritto il documento finale. Nessuno dei partecipanti al gruppo di lavoro può essere qualificato come “esperto” o “consulente” dell’ISS. In particolare fin dal 2010 è stato richiesto al dott. Montinari di modificare quanto riportato su il proprio curriculum in diversi siti web.

Testo a cura di Stefania Salmaso, Direttore del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’ISS

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

Ricerca: Corbellini, Sos pseudoscienza, 50% italiani crede a numeri fortunati

28 marzo 2014

«Le pseudoscienze e le credenze non scientifiche, riguardo a fatti scientificamente acclarati, sono largamente diffuse e fioriscono anche nelle società il cui funzionamento dipende sempre più, se non quasi del tutto, da conoscenze scientifiche di base e applicate»” Lo sottolinea Gilberto Corbellini, docente di Storia della medicina e di Bioetica all’università Sapienza di Roma, che il 27 marzo è intervenuto alla conferenza “Perchè ci lasciamo ingannare dai venditori di illusioni e come possiamo difenderci” all’Accademia dei Lincei.

«Nel gennaio scorso, mentre in Italia il caso Stamina infuriava – ha ricordato Corbellini – la National Science Foundation pubblicava il suo annuale ‘Science and Engineering Indicators 2014′, da cui risultava, tra molte altre cose, che la percentuale di americani che considerano l’astrologia non scientificamente fondata è scesa in due anni (dal 2010 al 2012) dal 62% al 55%. Qualcuno ha notato che forse anche questo è un indicatore del declino cognitivo dell’occidente, giacché in un paese orientale come la Cina questa percentuale è del 92%. Il segnale è particolarmente preoccupante se si considera che a giudicare l’astrologia una scienza sono soprattutto i giovani adulti (tra 55 e 45% tra 18 e 34 anni)».
In Italia, prosegue, «oltre il 50% di un campione valido crede esistano numeri più ‘fortunati’ di altri per le persone, e meno di un quarto sa come funziona il metodo scientifico. Nei paesi nordeuropei meno di un terzo in media coltiva superstizioni e oltre metà sa dire come si controlla l’efficacia di un farmaco. Nondimeno il consumo di medicine alternative o complementari è più diffuso nei paesi nordeuropei, che non in Italia».
«È ormai piuttosto facile, anche per chi di mestiere fa lo storico – continua l’esperto – capire e spiegare quali processi e meccanismi comportamentali hanno fatto sì che così a lungo l’uomo si sia lasciato ingannare dai venditori di illusioni, e soprattutto come mai nonostante i successi eclatanti della scienza e delle tecnologie la stragrande maggioranza delle persone continui a credere in idee e procedure false o pseudoscientifiche. Esiste una letteratura monumentale da cui risulta che veniamo al mondo con un cervello e delle predisposizioni cognitive ed emotive che nella sostanza non sono diverse da quelle evolute dai nostri antenati per sopravvivere nel Paleolitico, e che se non educhiamo opportunamente i cuccioli umani e non facciamo una costante manutenzione degli strumenti critici che ci può fornire l’istruzione scientifica, la maggioranza di noi precipita molto facilmente nelle trappole delle credenze intuitive, che ci mettono alla mercé di diverse categorie di impostori».

«Se i meccanismi e processi che inducono o fanno preferire agli esemplari della specie umana di credere senza controllare sono ben descritti – dice Corbellini -, meno chiaro è come riuscire a difendersi. Intanto ci si dovrebbe domandare perché difendersi; ovvero chi e in quanti riconoscono l’esistenza del problema, in quali termini. Probabilmente la questione è avvertita da una minoranza, e diventa di interesse generale quando esplodono casi eclatanti o abusi. Senza che ci si accorga che i casi esplodono perché esistono condizioni specifiche che lo consentono. Si può sostenere che più cultura scientifica risolverebbe il problema? Forse, ma non c’è da scommetterci».

Per l’esperto, «l’espressione cultura scientifica, nonché la sorella comunicazione scientifica, rimangono troppo vaghe, ed esistono indizi per cui si può ipotizzare che non sia tanto la cultura scientifica quanto piuttosto la comprensione critica di come funziona la scienza, che può essere acquisita solo attraverso specifici processi di istruzione, che può immunizzare contro le imposture della pseudoscienza e la loro contagiosa diffusione sociale. Ma questo significa usare nelle scelte politiche scolastiche e universitarie, soprattutto per quanto riguarda la formazione delle élite professionali, le migliori prove su come sia possibile o più probabile ottenere come risultati dei percorsi di apprendimento capacità di critica razionale, rispetto per i fatti controllati e autonomia di giudizio».

(Fonte: «Bdc/Ct/Adnkronos»)

Ambiente: mons. Paglia, «Scambiare se stessi con Dio» la deriva più grave

29 marzo 2014

Facendo suo l’invito a tutti di Papa Francesco ad assumere “il serio impegno di rispettare e custodire il creato, di essere attenti ad ogni persona, di contrastare la cultura dello spreco”, monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, conclude il suo saluto alla Giornata di studio “Famiglia, custodisci il Creato” che si è aperta il 29 marzo in Vaticano. L’evento è promosso dal Dicastero e da Greenaccord, network internazionale di giornalisti che ha a cuore la formazione e la sensibilizzazione dei giornalisti sui temi della salvaguardia del creato, in vista del Sinodo straordinario dei vescovi di ottobre su “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto della evangelizzazione” che precede l’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, nell’ottobre 2015, sempre sulla famiglia.

Nel sottolineare l’urgenza che le famiglie “maturino la consapevolezza che è parte essenziale della loro vita un nuovo rapporto con il creato”, mons. Paglia richiama le riflessioni e i moniti di Papa Francesco, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II sul “tradimento” da parte degli uomini della loro missione di “custodi” del creato, con il rischio di “diventare, da coltivatori, illusi creatori”, che definisce “errore antropologico”. Lo “scambiare se stessi con Dio – spiega il presule – è l’errore più drammatico della nostra cultura contemporanea in cui sembra prevalere la regola homo homini Deus”.

Già Cicerone, rammenta mons. Paglia, affermava il ruolo centrale della famiglia per l’equilibrio dell’ecologia. “Se la famiglia saprà custodire il creato – la conclusione del presule – il creato saprà custodire la famiglia”. Mons. Paglia dà quindi lettura del messaggio di Papa Francesco ai partecipanti alla Giornata, a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, nel quale il Pontefice esprime la certezza che “la famiglia, custode privilegiato del dono della vita, sia anche luogo fondamentale di educazione al rispetto del grande dono della creazione”, ed auspica che “si intensifichi presso credenti e non credenti la consapevolezza della comune responsabilità per l’intera famiglia umana e per il mondo, casa comune affidata alla custodia di tutti”.

Nel suo messaggio, il ministro per l’Ambiente Giancarlo Galletti rilancia l’invito del Papa “a proteggere un pianeta da cui dobbiamo trarre risorse in grado di assicurare nello stesso tempo lo sradicamento della povertà e la protezione dell’ambiente”. Il Governo italiano, assicura, “è in prima linea in questa battaglia” ma anche “nel lavoro ‘culturale’” di diffondere modelli di vita e di comportamento sostenibili.

(Fonte: «Sir»)

Identificato per la prima volta un nuovo gene che causa la SLA

30 marzo 2014

È stato identificato un nuovo gene, principale causa della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica – Morbo di Lou Gehrig). Il gene, denominato Matrin3 e localizzato sul cromosoma 5, è stato scoperto in diverse ampie famiglie con più membri affetti da SLA e da demenza frontotemporale. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale «Nature Neuroscience», che ha addirittura dedicato la propria copertina all’evento.

Gli autori di questa eccezionale scoperta di un nuovo gene associato alla SLA sono un gruppo di ricercatori italiani del consorzio Italsgen (che riunisce 14 centri universitari ed ospedalieri italiani che si sono uniti per la lotta contro la SLA), coordinati dal professor Adriano Chiò (Centro SLA del Dipartimento di Neuroscience ‘Rita Levi Montalcini’ dell’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza e dell’Università di Torino), dalla dottoressa Gabriella Restagno (Laboratorio di Genetica Molecolare dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Città della Scienza e della Salute di Torino) e dal dottor Mario Sabatelli (dell’Istituto di Neurologia – Centro SLA dell’Università Cattolica-Policlinico A. Gemelli di Roma), in collaborazione con il dottor Bryan Traynor (neurologo dell’NIH di Bethesda – Washington).

La scoperta di un nuovo gene implicato nell’eziologia della SLA fornisce informazioni fondamentali per l’identificazione dei meccanismi della degenerazione dei motoneuroni e avvicina la possibilità di nuove terapie mirate, grazie all’individuazione di vie cellulari suscettibili di interventi terapeutici. La scoperta è stata possibile grazie all’utilizzazione di nuove tecniche di sequenziamento dell’intero esoma (exome sequencing), cioè della parte del DNA che codifica per le proteine. La proteina Matrin3 è una proteina che lega il DNA e condivide domini strutturali con altre proteine che legano l’RNA, come FUS e TDP43 che sono anch’esse implicate nella SLA. Lo studio è stato eseguito su 108 casi (32 italiani, raccolti dai centri SLA aderenti al consorzio Italsgen). Per accertare l’assenza di mutazioni in soggetti sani, il gene Matrin3 è stato poi sequenziato in circa 5.190 controlli sani, 1.242 dei quali italiani.  Tutti i dati di sequenza degli esomi ottenuti con questa ricerca sono stati resi di dominio pubblico per poter essere utilizzati da altri ricercatori in tutto il mondo per ulteriori ricerche. La scoperta di questo nuovo gene rappresenta pertanto una svolta fondamentale per la comprensione di questa terribile patologia e offre prospettive per l’identificazione di terapie per il suo trattamento.

La ricerca è stata finanziata per la parte italiana da AriSLA – Fondazione Italiana di ricerca per la SLA nell’ambito del progetto Sardinials, dalla Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport Onlus, dalla FIGC Federazione Italiana Giuoco Calcio, dal Ministero della Salute e dalla Comunità Europea nell’ambito del 7° Programma Quadro.

(Fonte: «Città della Scienza e della Salute – Università degli Studi di Torino»)

Con l’orco in salotto: dopo i processi per pedofilia il 50% dei colpevoli va a casa

31 marzo 2014

Anna è stata violentata per anni dal padre sotto gli occhi della mamma che ha finto di non vedere, di non capire. E non le ha creduto neppure quando ha trovato il coraggio di parlare. Maria gli ha incubi tutte le notti da quando l’amico di famiglia l’ha obbligata per mesi a “giocare” con lui mentre Silvia non vuole più andare a catechismo e per settimane non ha trovato la voce per dire cosa le faceva il sacerdote, per raccontare l’indicibile.

Anna e altre, vittime quotidiane di pedofili, soprattutto di parenti (29%), aggredite da amici di famiglia, conoscenti e vicini di casa (39%). Da persone che avrebbero dovuto accudirle, proteggerle come insegnanti e religiosi (10%). Adulti che, nella metà dei casi, grazie al rito abbreviato e alla legge che lo prevede, hanno avuto condanne miti, due anni di media e soprattutto la pena sospesa. Uno su due fuori dal carcere (51,7%). Liberi di tornare alle loro case, vicino, accanto ai minorenni, agli adolescenti che li hanno denunciati vincendo minacce, paure, pressioni psicologiche e vergogna. E per i piccoli, ricomincia l’inferno. Con l’orco accanto.

A fotografare la drammatica situazione in cui vivono le vittime dei pedofili in Italia, Giuliana Olzai, esperta in statistica, che ha spulciato tre anni di carte e 180 processi e sentenze del tribunale di Roma che hanno visto 196 imputati accusati di violenze sessuali, il 77% condannati per abusi su 238 vittime, di cui 185 bambine e 53 maschi. Numeri, statistiche, storie e racconti agghiaccianti raccolti in un volume, “Abuso sessuale sui minori, scenari dinamiche e testimonianze”, edizioni Antigone.

«Spero serva a far cambiare la legge. Ora si concedono i benefici di legge e la sospensione della pena con la presunzione che nel futuro il condannato si astenga dal ripetere le violenze, ma è un assurdo: quando vengono scoperte durano in media da un anno se compiute da una persona esterna alla famiglia; più di tre se è un parente che abusa». Così dice la studiosa e concorda il professor Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta. «Difficile pensare che non ripetano la violenza soprattutto contando che, nella maggior parte dei casi, nulla a livello psicologico è cambiato, in Italia quello che manca è un adeguato intervento terapeutico. L’Europa ha addirittura fondi desinati alle cure per pedofili, eppure noi siamo tra i pochi paesi che non li hanno mai usati». In Italia infatti non è prevista, come accade invece in Francia per chi è accusato di abusi su minori, la possibilità di seguire un percorso di cura psicologica, un legame tra pena e riabilitazione.

Non solo, racconta la professoressa Olzai. Molto spesso a chi abusa, se compie atti diversi dallo stupro, viene riconosciuta l’attenuante speciale del caso di minor gravità. Così capita che un padre, un amico di famiglia che ha violato per anni e anni un bambino o una ragazzina abbia una condanna più mite di un molestatore di autobus.  E sono tanti. Perché l’orco purtroppo abita qui, accanto alle sue vittime, ha il volto che i bambini conoscono, amano. Dal quale non sanno difendersi quando li invita al “gioco”, quando li minaccia obbligandoli al silenzio,

Hanno media 9 anni quando subiscono la prima violenza, raccontano gli atti processuali, 11,3 quando scatta la denuncia. Ma questa è la media, guardando i singoli casi passano anche dai 5 ai dieci anni prima che la vittima trovi il coraggio di parlare, di denunciare parenti o amici di famiglia. Perché sono i processi a dirlo: il nemico è in casa, non è uno sconosciuto: il 14,3 abusato da genitore, il 14,7 da altro familiare, amico di famiglia 19,7 amico, conoscente 9,3 vicino di casa 10,5, insegnante, bidello, religioso, 10,1. Solo nel 19,7 % dei casi a compiere l’aggressione è uno sconosciuto.

E anche quando trova la forza di vincere minacce e vergogna, troppo spesso non viene creduto. Soprattutto se l’aguzzino è un familiare. Il 31% delle madri non crede infatti al racconto di figli o bambine se accusano di violenza il padre o il suo compagno, mentre il piccolo trova fiducia nel 64% dei parenti e nel 90% degli estranei.

Caterina Pasolini
(Fonte: «La Repubblica»)

(*) Lara Reale
Giornalista scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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