Notizie dall’Italia

di Lara Reale *
pubblicato il 16 ottobre 2013
Notizie dall’Italia

1. Mario Negri, stop a ricerca Ue con Glaxo per poca trasparenza. L’azienda: scelta isolata

6 settembre 2013

L’Istituto Mario Negri ha ritirato l’adesione al progetto «Innovative Medicines Initiative» (Imi) che, finanziato al 50% dall’Unione Europea, intende sviluppare un farmaco di proprietà della GlaxoSmith&Kline (Gsk). Il fatto, che ha destato scalpore nell’ambiente scientifico, tanto da essere citato in un editoriale del «British Medical Journal», è stato reso noto il 5 settembre dallo stesso Istituto milanese, che in una nota spiega che Gsk pretendeva «per sé il diritto di accordare o negare l’accesso ai dati dello studio e il controllo della loro pubblicazione». E non solo nei confronti della comunità scientifica in genere, ma perfino nei confronti degli stessi ricercatori partecipanti allo studio.

La questione sollevata dal Mario Negri – osserva l’Istituto – si inquadra in un problema sempre più sentito a livello della comunità scientifica internazionale: «Evitare che i pur legittimi interessi dell’industria prevalgano sulla necessità di programmare, condurre e valutare i risultati della ricerca clinica in modo indipendente, per tutelare ciò che più conta, cioè i diritti dei pazienti».
«Il segreto posto sui risultati degli studi clinici», commenta Silvio Garattini, direttore del Mario Negri «rappresenta un’indebita spoliazione dei diritti dei pazienti e dei medici che partecipano allo studio. Il Mario Negri – precisa – non richiedeva per sé la proprietà dei dati. Non lo facciamo mai perché contrario ai nostri principi etici». Dal canto suo, Gsk, in una nota, sottolinea come nell’articolo del «British Medical Journal» l’Istituto stesso «sia segnalato come l’unico dei partner ad avere deciso di non aderire per mancanza di trasparenza». «L’iniziativa di ricerca» – prosegue – «vede la partecipazione di tre aziende farmaceutiche di grandi dimensioni, una di medie e soprattutto di 16 entità pubbliche di respiro internazionale, alcune delle quali hanno espressamente dichiarato nello stesso articolo di essere soddisfatte del livello di condivisione, trasparenza e collaborazione. Come azienda riteniamo che l’iniziativa sia caratterizzata da una trasparenza e da una possibilità di accesso e utilizzo dei dati senza precedenti anche se un’apertura totale non è stata ritenuta possibile per ragioni di carattere regolatorio e continueremo a fare del nostro meglio affinché si possa continuare a progredire lungo questa linea di condotta».

(Fonte: «Doctor33»

2. Per medici e pazienti tante trappole nel nuovo Codice deontologico

9 settembre 2013

Un fantasma si aggira per gli Ordini dei medici e passa con preoccupazione di mano in mano dei più accorti: è la bozza del nuovo Codice deontologico. Da circa un anno la Commissione deontologica della Fnomceo lavora alla revisione di questo testo, già aggiornato nel 2006 dopo lunghe trattative e una delicata operazione di condivisione. La versione targata 2013, inviata all’osservazione degli Ordini provinciali per discussione e proposte, sta però sollevando non poche polemiche, soprattutto per quanto riguarda la formulazione di alcuni articoli particolarmente sensibili: la limitazione dell’obiezione di coscienza, lo svuotamento della relazione medico paziente, l’introduzione del concetto di genere, lo sdoganamento anzitempo delle dichiarazioni anticipate di trattamento.

I primi quieti dissensi hanno trovato spazio sul «Corriere della Sera», secondo cui il Codice «è stato sottoposto a un restyling semantico» e si sono concentrati su una nuova definizione solo apparentemente “politically correct”: non più paziente, ma persona assistita. L’ematologo Francesco Mandelli ha espresso ampie perplessità in merito: «Il concetto legato ad assistito non mi piace, perché si può aver bisogno del medico, ma non della sua assistenza». Mentre è stato di parere opposto Amedeo Bianco, presidente Fnomceo e senatore Pd, per cui il cambiamento «trasmette il significato immediato di chi ha diritto a ricevere cure e assistenza senza passività».

Il minuetto sulla parola più efficace per definire il malato permette di sorvolare su questioni dalla forza problematica ben più cogente. Elemento paradigmatico è rappresentato dall’articolo 22 che tratta dell’obiezione di coscienza. Questa, nella nuova formulazione, è sostituita da «convincimenti etici» o da una vaga «clausola di coscienza» che, come anche i non medici possono facilmente intuire, non sono espressioni equivalenti ad «obiezione».

Inoltre, siccome la sintassi non è un’opinione, anche piccoli cambiamenti apparentemente innocui risultano invece portatori sani di criticità. Come evidenziato da alcuni medici, infatti, nel Codice attualmente in vigore è previsto che il medico possa rifiutarsi di fornire una prestazione se la ritiene in contrasto con le proprie convinzioni «morali o scientifiche». Nel nuovo Codice invece il medico potrebbe opporre un rifiuto solo nel caso che la prestazione sia in contrasto con aspetti «morali e scientifici». La sostituzione della congiunzione disgiuntiva con quella congiuntiva, come lucidamente sottolineato in un editoriale critico, «fa sì che laddove il trattamento richiesto abbia validità scientifica, il medico non possa più rifiutarsi sulla base del solo convincimento di coscienza».
Non solo, ad oggi il rifiuto del medico di fare qualcosa in conflitto con il proprio convincimento morale è sempre opponibile salvo nei casi di «grave e immediato nocumento per la persona assistita». Nella nuova formulazione sono state soppresse le due caratteristiche fondamentali del nocumento che esonera dall’obiezione: «grave» e «documentato». Senza di esse si apre la deriva di una valutazione soggettiva del danno, rendendo i medici meri esecutori di richieste.

Contro le storture e le possibili manipolazioni surrettizie contenute nella proposta del nuovo Codice, l’Associazione Scienza & Vita è intervenuta con fermezza, attraverso l’elaborazione e la diffusione del Manifesto dal titolo «Una buona deontologia fa una buona medicina. E fa una società migliore». «Il Manifesto è stato elaborato grazie all’ampio, dettagliato e rigoroso lavoro del gruppo dei medici di Scienza & Vita», hanno dichiarato Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, presidente e copresidente nazionali, «i punti critici riscontrati sono stati molteplici, ma si è scelto di tenere alta l’attenzione su alcuni articoli fondativi, le cui proposte di modifica, contenute nella bozza del nuovo Codice, sono fonte di preoccupazione condivisa da molti altri appartenenti ad associazioni mediche».

Le apprensioni non sono solo per l’esercizio della professione medica. Come sempre accade quando si interviene su un complesso prescrittivo, sono poi i cittadini ad essere direttamente interessati dai comportamenti conseguenti all’applicazione delle nuove norme. Per questo, parlarne al proprio medico è già terapia preventiva.

Emanuela Vinai
(Fonte: agenzia Sir)
(approfondimenti: http://www.scienzaevita.org/materiale/Manifesto_Codice_deontologico_settembre2013(2).pdf)

3. Consenso informato, il modulo prestampato non basta

10 settembre 2013

Far firmare il modulo prestampato non basta  informare il malato. La Cassazione, con sentenza n. 19220 del 20 agosto, ricorda ai medici il dovere di un rapporto personale con il malato in procinto di andare in sala operatoria, che ha il diritto di ricevere le informazioni sui rischi dell’operazione con un linguaggio che tenga conto anche del suo grado culturale.

Il “sì” di chi deve finire sotto i ferri, in sostanza, «deve essere pienamente consapevole» e cioè basato su «informazioni dettagliate fornite dal medico». La Cassazione ha così annullato in parte la sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma aveva rigettato la richiesta di un avvocato che – peggiorato nella vista dopo un intervento con il laser agli occhi – aveva chiesto il risarcimento dei danni al chirurgo, sostenendo tra l’altro di non essere stato informato del rischio di un esito negativo.

(Fonte: «Il Sole 24 Ore-Sanità»)

4. Stamina, metodo bocciato: è senza fondamento

12 settembre 2013

IL CASO. Il metodo Stamina messo a punto da Davide Vannoni, che utilizza cellule staminali e che, secondo il suo ideatore, sarebbe una cura efficace per varie malattie neurodegenerative, non avrebbe consistenza scientifica. La bocciatura è contenuta nell’ atteso parere che il comitato scientifico per la sperimentazione del metodo, nominato dal ministro Beatrice Lorenzin, ha consegnato al Ministero della Salute. Un parere che segue al via libera alla stessa sperimentazione del metodo, deciso dal Parlamento lo scorso maggio. Duro il primo commento da parte del presidente di Stamina Foundation: «Me lo aspettavo – ha detto Vannoni – d’altronde è evidente che il comitato non fosse imparziale».

IL PARERE. Il parere del comitato sarà vagliato dal ministro della Salute che però, come precisato il dicastero, «non ha ancora ricevuto alcuna relazione in merito alle valutazioni del comitato scientifico incaricato di esprimersi sull’ avvio della sperimentazione del metodo Stamina dalla direzione generale competente per materia». Il documento redatto dal comitato non è comunque vincolante, ma è uno strumento di approfondimento scientifico che viene messo a disposizione del ministro della Salute.

LA REPLICA. Netta la posizione espressa da Vannoni: «Non mi aspettavo niente di diverso dal comitato scientifico. Il 70% dei suoi membri si è espresso contro il metodo Stamina prima ancora di essere nominato all’interno del comitato. Se così stanno le cose – ha annunciato – Stamina farà ricorso al Tar in merito alla nomina di precise personalità, non imparziali, all’interno del comitato». Con questo metodo, ha quindi ricordato Vannoni, «sono curate in questo momento a Brescia 40 persone, senza effetti collaterali e con risultati evidenti che mostreremo al Tar il prossimo 7 ottobre».

LE POLEMICHE. La bocciatura del comitato scientifico arriva dopo mesi di polemiche. Se infatti da un lato molti scienziati e la rivista scientifica «Nature» si sono pronunciati contro il metodo, accusandolo di mancanza di base scientifica, dall’altro lato le associazioni di malati e familiari a favore della libertà di cura con le staminali hanno invece sostenuto Vannoni. Plaude al comitato l’Associazione Luca Coscioni: «Non c’è metodo scientifico, non c’è rispetto delle regole dietro il metodo di Davide Vannoni. Il ministro Lorenzin – afferma il segretario dell’associazione, Filomena Gallo – non può non prendere in considerazione la relazione degli esperti: dunque deve bloccare l’inizio della sperimentazione».

Carlo Mercuri
(Fonte: «Il Sole24Ore»)

5. Scienza&Vita: dalla prolusione del cardinale Bagnasco a Torino un invito alla riflessione e al confronto in difesa della famiglia

12 settembre 2013

«Il Cardinale Angelo Bagnasco nella sua prolusione alle Settimane Sociali ha offerto una lettura attenta e sensibile ai mutamenti epocali dell’antropologia e delle rappresentazioni culturali», commentano Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, Presidente e Copresidente nazionali dell’Associazione Scienza & Vita.
«Rielaborando criticamente il paradigma della differenza, utile a ridefinire l’insopprimibile base naturale delle identità sessuali all’interno della famiglia, che nessuna costruzione ideologica può annullare, il Cardinale ha riproposto l’originalità di questa istituzione sociale ai fini di una ricostruzione dell’intera architettura del vivere comunitario».

«Nella sua Prolusione il Cardinale Bagnasco mette a disposizione di tutti noi, cattolici e non, un contributo serio al dibattito sociale e politico di questi giorni, invitando ad affrontare questi argomenti in modo dialogico e a guardare insieme al bene comune, così come proposto da queste giornate di riflessione promosse dalle Settimane Sociali».

(Fonte: «Scienza&Vita»)

6. Bioetica. Il Cnb sulla separazione nei gemelli congiunti: «No all’accanimento sperimentale»

13 settembre 2013

Il Comitato nazionale per la Bioetica ha pubblicato il parere, approvato all’unanimità nella seduta del 19 luglio scorso, in cui affronta la delicata questione dei gemelli congiunti e gli interventi di separazione, che, seppur non frequente, necessita di un’attenta riflessione bioetica per essere eventualmente da orientamento nelle decisioni complesse sul piano clinico.

Il Cnb, pur riconoscendo la complessità e variabilità dei singoli casi, discute due situazioni principali, con riferimento ai neonati/minoriUna prima condizione è quella in cui non è in pericolo imminente la vita dei gemelli, mentre l’intervento di separazione, sebbene sia possibile tecnicamente, risulta altamente rischioso per la vita di uno o di entrambi. Il documento delinea due prevalenti linee di pensiero: la linea di chi, richiamandosi al valore della vita umana, ritiene che nella misura in cui un’operazione chirurgica non sia necessaria e sia sproporzionata, essa non sia eticamente giustificata; la linea di chi, sulla base di diversi argomenti, ritiene lecito eticamente un intervento chirurgico di separazione anche ad elevato rischio, purché fornisca speranze, ancorché esili, di successo. Una seconda condizione è quella in cui, sulla base di un’obiettiva valutazione clinica suffragata da dati empirici, si evidenzia la certezza dell’imminente e grave pericolo di vita di entrambi i gemelli. Si delineano anche in questo ambito diverse linee di pensiero: alcuni ritengono, sulla base di argomenti diversi, che la scelta di non intervento da parte dei genitori sia giustificabile, anche in contrasto con il parere clinico del medico; la ampia maggioranza del Comitato ritiene che a fronte di un apprezzabile e ragionevole previsione di un esito salvifico per uno dei due gemelli, l’intervento di separazione sia doveroso, richiamandosi alla tutela del bene vita.

Nelle conclusioni il documento delinea alcune indicazioni quale contesto di riferimento per favorire decisioni eticamente complesse sul piano clinico, che si richiamano alla promozione della ricerca e della formazione del personale sanitario, alla rilevanza di una adeguata informazione e supporto psicologico ai genitori, al dovere di non intervenire in caso si configuri un accanimento sperimentale, al ruolo del comitato etico, al dovere di confidenzialità.

Il Comitato ritiene che nel caso degli adulti, la volontà dei gemelli va considerata identica a quella di ogni adulto competente, anche con riferimento alla scelta di sottoporsi alle cure sperimentali o di rifiutare le terapie.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)

7. Legge 194. Lorenzin: «Obiettori aumentati. Ma il problema non c’è perché si fanno meno IVG»

13 settembre 2013

È stata trasmessa il 13 settembre al Parlamento la relazione annuale sull’attuazione della legge 194/78, sulla tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza, che presenta i dati preliminari relativi al 2012 e quelli definitivi del 2011.

«Per la prima volta – ha detto il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin – è stato avviato un monitoraggio articolato sul territorio relativamente ad alcuni aspetti dell’applicazione della 194, quelli più specificamente legati all’obiezione di coscienza, che arriva fino ad ogni singola struttura e ad ogni singolo consultorio. I dati della relazione indicano che relativamente all’obiezione di coscienza e all’accesso ai servizi la legge ha avuto complessivamente una applicazione efficace. Stiamo lavorando per verificare, insieme alle Regioni, la presenza di eventuali criticità locali per giungere al più presto al loro superamento».

Nella Relazione ancora una volta viene confermato il trend degli anni precedenti: una diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza secondo tutti gli indicatori.
I dati preliminari indicano che nel 2012 sono state effettuate 105.968 IVG, con un decremento del 4.9% rispetto al dato definitivo del 2011 (111.415 casi) e un decremento del 54.9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’IVG (234.801 casi).
Il tasso di abortività (numero delle IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’IVG, nel 2012 è risultato pari a 7.8 per 1.000, con un decremento dell’1.8% rispetto al 2011 (8.0 per 1.000) e un decremento del 54.7% rispetto al 1982 (17.2 per 1.000). Il valore italiano è tra i più bassi di quelli osservati nei Paesi industrializzati.

L’IVG con trattamento farmacologico (RU 486) è stata effettuata nel 2010 in 3.836 casi (3.3% del totale delle IVG per il 2010) e 7.432 casi nel 2011 (7% del totale). L’uso è avvenuto nel 2010 in tutte le regioni tranne Abruzzo e Calabria e nel 2011 non è stato utilizzato solo nelle Marche.

Dal 1983 il tasso di abortività è diminuito in tutti i gruppi di età, più marcatamente in quelli centrali. Tra le minorenni, nel 2011 è risultato pari a 4.5 per 1.000 (stesso valore del 2010), con livelli più elevati nell’Italia settentrionale e centrale. Come negli anni precedenti, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale, così come minore è la percentuale di aborti ripetuti e di quelli dopo novanta giorni di gravidanza.

Rimane elevato il ricorso all’IVG da parte delle donne straniere, a carico delle quali si registra un terzo delle IVG totali in Italia: un contributo che è andato crescendo negli anni e che si sta stabilizzando. Anche tra queste donne, comunque, si inizia ad osservare una tendenza alla diminuzione al ricorso all’IVG.

Si osserva come l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza abbia riguardato elevate percentuali di ginecologi fin dall’inizio dell’applicazione della Legge 194, con un aumento percentuale del 17.3% in trenta anni, a fronte di un dimezzamento delle IVG nello stesso periodo. In particolare, una stima della variazione negli anni degli interventi di IVG a carico dei ginecologi non obiettori mostra che dal 1983 al 2011 le IVG eseguite mediamente ogni anno da ciascun non obiettore si sono dimezzate, passando da un valore di 145.6 IVG nel 1983 (pari a 3.3 ivg a settimana, ipotizzando 44 settimane lavorative annuali, valore utilizzato come standard nei progetti di ricerca europei) a 73.9 IVG nel 2011 (pari a 1.7 IVG a settimana, sempre in 44 settimane lavorative in un anno).

I numeri complessivi del personale non obiettore appaiono congrui al numero complessivo degli interventi di IVG. Eventuali difficoltà nell’accesso ai percorsi IVG sembrano quindi dovute ad una distribuzione inadeguata del personale fra le strutture sanitarie all’interno di ciascuna Regione. In collaborazione con le Regioni, il Ministero delle Salute ha avviato un monitoraggio a livello di singole strutture ospedaliere e consultori per verificare meglio le criticità e vigilare, attraverso le Regioni, affinché vi sia una piena applicazione della Legge su tutto il territorio nazionale, in particolare garantendo l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza dei singoli operatori sanitari che ne facciano richiesta e, al tempo stesso, il pieno accesso ai percorsi di IVG, come previsto dalla Legge, per le donne che scelgano di farvi ricorso.

(Fonte: «Quotidiano Sanità»)
(Approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=8801252.pdf)

8. Antibiotici in pediatria, Sipps: Italia primato per consumo e resistenza

16 settembre 2013

L’Italia è considerato il Paese in Europa con un consumo di antibiotici eccessivo in età pediatrica e con i livelli più elevati di antibiotico-resistenza. Lo ha spiegato a Bari Giuseppe Di Mauro, presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps), in occasione della 25-esima edizione del Congresso Nazionale della Sipps. Secondo Di Mauro sono diversi i fattori alla base dell’eccessivo utilizzo di antibiotici in pediatria. Tra questi la difficoltà, in molti casi, nel raggiungere una diagnosi microbiologica dell’infezione e le pressioni da parte dei genitori sul proprio medico. «Quando si utilizza una terapia antibiotica, non bisogna poi sottovalutare le eventuali reazioni avverse: mi riferisco ad un netto aumento del fenomeno delle resistenze batteriche, associate proprio ad una eccessiva prescrizione di antibiotici, con un impatto rilevante sulla sanità pubblica».

Secondo i dati (della Consensus conference) l’Italia risulta infatti tra i Paesi europei con i livelli più elevati di antibiotico-resistenza, soprattutto verso lo Streptococco, lo Stafilococco, l’Enterococco, l’Escherichia, la Klebsiella o la Pseudomonas. Tale fenomeno si manifesta con maggiore frequenza nelle regioni del Centro e del Sud rispetto a quelle del Nord. Dai dati presentati a Bari emerge inoltre che gli antibiotici sono i farmaci più utilizzati in età pediatrica soprattutto a livello ambulatoriale: l’88,7% delle prescrizioni antibiotiche in età pediatrica viene realizzato dal pediatra (61,2%) o dal medico di famiglia (27,5%) e, di queste, oltre il 33% interessano bambini in età pre-scolare. Il maggior numero di prescrizioni di antibiotici viene eseguito per il trattamento delle infezioni respiratorie.

Il rapporto dell’Osservatorio Arno pubblicato nel 2011, che ha preso in esame una rete di 31 Asl sul territorio nazionale, ha messo in luce come la classe degli antibiotici sia così ripartita tra le seguenti fasce d’età: 42% nei bambini di età inferiore ad 1 anno, 66% in quelli di 1 anno, 65% dai 2 ai 5 anni, 41% dai 6 agli 11 anni e 33% negli adolescenti dai 12 ai 13 anni.

(Fonte: «Doctor33»)

9. Vendita on line di farmaci, Piccinno (Nas): problema culturale non di polizia

17 settembre 2013

«La filiera farmaceutica, e in particolare i farmacisti per il loro contatto quotidiano con i pazienti/acquirenti, deve fornire informazioni corrette sull’utilizzo di Internet nel settore non solo farmaceutico, ma della salute in genere». Così il generale Cosimo Piccinno, comandante del Nucleo antisofisticazioni e Sanità dei Carabinieri, interpellato da Farmacista33, ribadisce il ruolo chiave svolto dai farmacisti in un ambito che, pur governato da regole molto severe non è esente da buchi neri.

È di questi giorni, peraltro, l’annuncio del ministro Lorenzin in risposta a un’interrogazione parlamentare, della chiusura del sito www.121.doc, che vende farmaci etici online “nascondendosi” dietro una sede britannica. Un caso non isolato come spiega Piccinno: «I siti simili a 121 sono numerosi e di difficile contrasto da parte dei Nas», conferma il comandante dei Nas, «poiché la maggior parte di questi hanno i provider allocati all’estero, quindi le procedure di chiusura o oscuramento sono molto difficoltose».

E i numeri snocciolati da Piccinno in un recente evento sulla vendita dei farmaci on line non rassicurano affatto, visto che l’Italia è il terzo Paese al mondo per acquisto di Viagra e sta crescendo in maniera preoccupante anche il consumo di pillole abortive acquistate via Internet. «I dati di vendita on line di farmaci per la disfunzione sessuale o per l’eventuale sospensione della gravidanza sono certamente in aumento», rincara Piccinno. «Il problema non è di polizia ma culturale. Occorre che i cittadini capiscano la pericolosità per la salute dell’acquisto on line di medicinali». In Francia, nel frattempo, aumentano le segnalazioni di attacchi di hacker ai siti autorizzati delle farmacie, favorendo inevitabilmente il rischio contraffazione. Ma almeno su questo fronte il comandante dei Nas sembra meno allarmista: «Allo stato non risulta che in Italia vi siano stati casi simili a quelli segnalati in Francia», conclude.

Marco Malagutti
(Fonte: «Farmacista33»)

10. Proteggere i bambini. Anche in Italia è un’emergenza

18 settembre 2013

«Sono quasi 100mila i bambini in Italia vittime di maltrattamenti e abusi, e più della metà sono femmine»: è quanto emerge dalla prima indagine nazionale quali-quantitativa sul maltrattamento dei bambini ad opera di Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia) e Terre des hommes, presentata il 17 settembre, a Roma. Alla conferenza hanno preso parte Enrico Giovannini, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali; Vincenzo Spadafora, garante per l’infanzia e l’adolescenza; Dario Merlino, presidente Cismai; Donatella Vergari, segretario Terre des hommes; Federica Giannotta, advocacy e programmi Italia Terre des hommes; Roberta Gaeta, assessore alle Politiche sociali e Welfare, e Beatrice Lorenzin, ministro della Salute.

I NUMERI. La ricerca, avviata nel primo semestre del 2012, si è rivolta ai servizi sociali di 49 Comuni su tutto il territorio nazionale, tramite un questionario che chiedeva loro di stilare la situazione relativa al 31 dicembre 2011. Dei 49 Comuni contattati, 36 hanno risposto, il che equivale al 73,4%. «Il maltrattamento è la prima causa che richiede l’intervento dei servizi sociali», rivela l’indagine, secondo la quale «1 bambino su 100 è vittima di una qualche forma di abuso».

La ricerca ha raggiunto circa 5 milioni di abitanti, di cui 758.932 minori, intercettando un bacino di quasi 50 mila bambini assistiti dai servizi sociali. I dati rivelano che «1 minore su 6 fra quelli in affido e 1 minore su 100 fra tutta la popolazione minorile, è vittima di maltrattamenti, e che 6 bambini su 1000 subiscono violenze sessuali». Dai risultati dello studio emerge che le bambine, per il 52,51%, sono le più esposte ai maltrattamenti: «La trascuratezza materiale e/o affettiva è al primo posto (52,7%), seguita da violenza famigliare (16,6%), maltrattamento psicologico (12,8%), abuso sessuale (6,7%), patologia delle cure (6,1%), e maltrattamento fisico (4,8%)». «Ciò testimonia che il sesso femminile è sempre il più vulnerabile», ha dichiarato Giannotta. «C’è ancora grande resistenza al problema da parte delle istituzioni», ha aggiunto Dario Merlino, «i dati raccolti indicano quanti sono i minori maltrattati – ha proseguito – anche se il numero effettivo di bambini abusati è molto di più, motivo per cui il maltrattamento rimane ancora un fenomeno sommerso».

UN FENOMENO DIFFUSO E SOMMERSO. Lo studio rivela come «il fenomeno sia largamente diffuso nel nostro Paese e richieda l’urgenza di procedure standard su cui attivare politiche di prevenzione adeguate». L’indagine, però, non vuole lanciare allarmismi, ma, come ha sostenuto Vincenzo Spadafora, «occorre creare una rete di prevenzione per curare al meglio i bambini al fine di diminuire il numero delle violenze».

Proprio per aprire un dibattito nazionale su questi temi, Cismai ha organizzato per il 2013 gli «Stati generali sul maltrattamento all’infanzia in Italia», che si concluderanno a Torino il 12 e 13 dicembre prossimi con una conferenza nazionale dal titolo: «Proteggere i bambini nell’Italia che cambia». Dall’indagine si evince, per altro, che «non sempre il motivo per cui un minore viene affidato ai servizi sociali è il maltrattamento, ma vi possono essere casi in cui quest’ultimo avvenga successivamente». «Sono 3.890 i minori assegnati ai servizi sociali per motivi diversi dall’abuso, ma maltrattati in seguito» – riferisce ancora lo studio – «con un totale di 11.354 minori maltrattati, in affido ai servizi sociali, nei comuni intervistati». «Cerchiamo di fornire dati concreti anche per le generazioni future”», ha affermato Donatella Vergari, ponendo la questione: «Quanto costerà ai nostri bambini la mancata protezione contro gli abusi?».

Lo scopo ultimo del lavoro di Cismai e Terre des hommes consiste nel «sollecitare le autorità nazionali ad adottare un sistema di monitoraggio sul maltrattamento, lacuna ancora presente in Italia, più volte evidenziata dall’Onu, e fondare nuove leggi per la protezione dei bambini». Lo studio, inoltre, ha dimostrato «la fattibilità di una mappatura nazionale sui maltrattamenti», che può e deve indurre a ripensare le misure di prevenzione contro gli abusi sui minori.

a cura di Chiara Landi
(Fonte: «Sir»)

11. Omofobia? Italia nella top ten del rispetto

19 settembre 2013

L’Italia un Paese intollerante? Dove i gay sono visti con diffidenza e discriminati? Falso. Al netto dell’acida propaganda ideologica, che ci vorrebbe «omofobi», l’Italia appare come un Paese sereno e accogliente. Tre italiani su quattro, oggi, non sono ostili nei confronti della persone omosessuali e meno di uno su cinque li ritiene un problema. Siamo dunque in larga misura un Paese tollerante, almeno quanto Francia e Gran Bretagna. Anzi, i transalpini dichiaratamente ostili sono in numero maggiore. A dimostrarlo è un’indagine condotta a livello mondiale, in ben 39 Paesi di tutti i continenti, dal Pew Research Center.

Una ricerca che riserva alcune conferme e parecchie sorprese, dando un’energica spallata a non pochi luoghi comuni. L’Italia, per cominciare. Abituati a stazionare nelle retrovie delle classifiche mondiali d’ogni genere, stavolta occupiamo una lusinghiera ottava posizione (in rimonta). Ad accettare serenamente le persone omosessuali è il 74% della popolazione; meno sereno è ancora il 18; il rimanente 8 non ritiene di dover esprimere alcun parere. Tanti, pochi? Osserviamo i Paesi che possiamo considerare analoghi al nostro. La Francia, continuamente elevata a modello di tolleranza e laicità, ha il 77% di favorevoli ma il 22 di contrari; l’evoluta Gran Bretagna 76 e 18 (come noi). Tollerantissime sono invece la Germania, 87 e 11, e addirittura al primo posto mondiale troviamo un Paese latino, la Spagna, con 88 e 11.

E gli Stati Uniti? Il grande Paese dove uno Stato dopo l’altro stanno introducendo il matrimonio gay? Dove lo stesso Obama spinge in quella direzione? A quanto pare, gli Usa non sono soltanto San Francisco, Hollywood, le grandi metropoli e le élite intellettuali vicine al presidente. Il dato, all’apparenza sorprendente, è di appena un 60% di cittadini che guardano senza astio all’omosessualità, con un ragguardevole 33 dichiaratamente ostile. Ben diverso quanto accade nel vicinissimo ma diversissimo Canada, al terzo posto mondiale con il suo 80 e 14, posizione (dietro a Spagna e Germania) condivisa con la Repubblica Ceca.
Al quinto posto troviamo l’Australia; l’Argentina è il nostro gemello, con il 74% di cittadini sereni e appena qualche inquieto in più, 21. Ma l’America Latina appare tutt’altro che omogenea, con il 60-36 del Brasile e il precipizio del Salvador, 34-62.
Dove non sembrano emergere sorprese né contraddizioni è in Africa (la società sudafricana è un caso a parte) e nei Paesi islamici, con l’abisso di Nigeria (1-98: vita durissima per gli omosessuali) e Pakistan (2-87: idem). Neppure Egitto, Tunisia e Indonesia superano il 5% di cittadini che dichiarano di «accettare» l’omosessualità.

Ma i dati più interessanti, forse, emergono dal confronto con un’analoga indagine del 2007. I non ostili agli omosessuali in Italia sono aumentati del 9%: tantissimo, il quarto maggior incremento a livello mondiale. A dire il vero gli Usa, pur bassini, sei anni fa erano appena al 49%. La maggioranza delle società dei 39 Paesi esaminati cresce in tolleranza, com’è prevedibile. La vera sorpresa è trovare all’ultimo posto, con un drastico calo dei favori del 6%, la nostra cugina Francia. Proprio mentre il governo Hollande spinge per far passare il matrimonio gay, tra le resistenze di un’ampia porzione di società, l’accoglienza dell’omosessualità cala dall’83 al 77%. Una coincidenza?

Un altro luogo comune a saltare è che le forti radici religiose inducano sempre inimicizia nei confronti dei gay. La Spagna, dove la pratica religiosa è ancora molto diffusa e le radici religiose sono comunque salde, è al primo posto della tolleranza. Il “religioso” Israele è di difficile lettura, perché spaccato in due: tolleranti i laici, ostili gli ultra-ortodossi. La Cina non è sicuramente da considerare “religiosa”, eppure gli amichevoli si fermano al 21%. Messico e Brasile sono attestati al 60%. E le indubbiamente cattoliche Filippine sono ai livelli europei, con il 73% di “amicizia”. Forse la religione è meno determinante di quanto spesso voglia farci credere chi ama dipingere la fede come intollerante e liberticida.
Che alcuni Paesi stiano cambiando più rapidamente e profondamente di altri è suggerito dai confronti per gruppi di età. In Italia, la differenza tra under 29 e over 50 è marcata (86% di favorevoli i primi, 67 i secondi: ben 19 punti). Pochi Paesi hanno una forbice tanto ampia.

Umberto Folena
(Fonte: «Avvenire») 

12. Test animali: ricercatori italiani sulle barricate

20 settembre 2013

Parlano di «legge disastrosa» e il 19 settembre hanno fatto sentire la loro voce anche in Parlamento: i ricercatori italiani, sulla barricata a causa di un provvedimento che vieta le sperimentazioni sugli animali, sono stati ascoltati dalle Commissioni Sanità e Politiche Ue del Senato dove hanno riferito che negli ultimi 10 anni gli animali coinvolti sono scesi del 30% e che grazie anche alle ricerche la mortalità per tumore è crollata. Tra i risultati, la decisione di avviare un confronto con la Commissione europea e con i ministri incaricati di elaborare il decreto legislativo che verrà emanato sulla base dei criteri di delega approvati dal Parlamento. Criteri però, è stato chiarito il 19 settembre, non conformi alla direttiva comunitaria, che prevale su quella nazionale, dunque da rivedere.

«Proibire gli xenotrapianti vieterebbe tutta quella ricerca oncologica che consiste nel prelevare tumori dai pazienti e trapiantarli sui topi per poi analizzarne l’evoluzione», ha sottolineato nell’incontro coi senatori Giuliano Grignaschi, dell’Istituto ricerche farmacologiche Mario Negri. «Un incontro importante», per il presidente della Commissione per le Politiche Ue, Vannino Chiti, «perché ha consentito di ascoltare la voce dei ricercatori, cosa che non era stata possibile prima, per motivi di tempo e perché gli stessi hanno sottovalutato quel momento». Voce che si è fatta sentire chiaramente contro una legge che «si ripercuoterebbe in una triplice perdita: di malati che dovrebbero curarsi altrove, di sviluppo scientifico e di ricercatori, incentivati a fuggire all’estero», ha detto Angelo Lombardo di Telethon. «È importante che il tema non venga isolato in una battaglia fondamentalista», dichiara Emilia De Biasi, presidente Commissione Igiene e Sanità. «Laddove ci sono alternative al loro utilizzo, è obbligatorio adottarle», aggiunge Grignaschi, «negli ultimi 10 anni gli animali coinvolti sono scesi del 30%, in particolare i conigli di circa il 70%».

«Nei Paesi anglosassoni di queste cose si discuteva 20 anni fa e la norma europea è frutto di quei dibattiti» dichiara Marco Foiani, dell’Ifom, Istituto ricerca molecolare oncologica. Ed è proprio il testo europeo che chiedono venga adottato. «Avendo già una legge approvata anche dagli animalisti, non si capisce perché dobbiamo inventarci un provvedimento che blocca 4000 ricerche in corso», si chiede il direttore scientifico dell’Airc Maria Ines Colmaghi che ricorda: «La mortalità per tumori era quasi al 100% mentre oggi salviamo il 50% dei pazienti».

(Fonte: «Doctor33»)

13. Papa Francesco a ginecologi cattolici: «Non c’è vero sviluppo senza apertura alla vita»

20 settembre 2013

«Non c’è vero sviluppo senza apertura alla vita». Lo ha detto il Papa, ricevendo il 20 settembre in udienza i ginecologi cattolici. «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita – ha ammonito il Papa – anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono». «L’accoglienza della vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco», ha detto il Papa citando la «Caritas in Veritate» e denunciando la “situazione paradossale” per cui, «mentre si attribuiscono alla persona nuovi diritti, a volte anche presunti diritti, non sempre si tutela la vita come valore primario e diritto primordiale di ogni uomo».

«Il fine ultimo dell’agire medico rimane sempre la difesa e la promozione della vita», ha ribadito il Papa, che ha fatto notare: «Da una parte constatiamo i progressi della medicina, grazie al lavoro di scienziati che, con passione e senza risparmio, si dedicano alla ricerca delle nuove cure. Dall’altra, però, riscontriamo anche il pericolo che il medico smarrisca la propria identità di servitore della vita», grazie al «disorientamento culturale» che «ha intaccato anche quello che sembrava un ambito inattaccabile: il vostro, la medicina! Pur essendo per loro natura al servizio della vita, le professioni sanitarie sono indotte a volte a non rispettare la vita stessa».

Rispondere alla “cultura dello scarto” con un “sì”, “deciso e senza tentennamenti”, alla vita. È l’appello rivolto dal Papa ai ginecologi cattolici, a Roma per partecipare all’incontro promosso dalla Federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici. Un appello, quello di Papa Francesco, rivolto «alle coscienze di tutti i professionisti e i volontari della sanità», e in maniera particolare ai ginecologi, «chiamati a collaborare alla nascita di nuove vite umane». «La vostra – ha detto loro – è una singolare vocazione e missione, che necessita di studio, di coscienza e di umanità. Un tempo, le donne che aiutavano nel parto le chiamavamo “comadre”: è come una madre con l’altra, con la vera madre. Anche voi siete “comadri” e “compadri’, anche voi». «Una diffusa mentalità dell’utile, la cultura dello scarto che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti – ha spiegato il Papa – ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. La nostra risposta a questa mentalità è un ‘sì’ deciso e senza tentennamenti alla vita».

«Le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo», il grido d’allarme del Papa, secondo il quale «tante volte, ci troviamo in situazioni dove vediamo che quello che costa di meno è la vita».

Per questo, ha osservato il Papa, «l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa». «Nell’essere umano fragile – le sue parole – ciascuno di noi è invitato a riconoscere il volto del Signore, che nella sua carne umana ha sperimentato l’indifferenza e la solitudine a cui spesso condanniamo i più poveri, sia nei Paesi in via di sviluppo, sia nelle società benestanti».

Ogni bambino non nato, «ma condannato ingiustamente ad essere abortito», per il Papa «ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo. E ogni anziano, anche se infermo o alla fine dei suoi giorni, porta in sé il volto di Cristo. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”!”.

«Siate testimoni e diffusori di questa cultura della vita», l’altro invito del Papa: «Il vostro essere cattolici comporta una maggiore responsabilità: anzitutto verso voi stessi, per l’impegno di coerenza con la vocazione cristiana; e poi verso la cultura contemporanea, per contribuire a riconoscere nella vita umana la dimensione trascendente, l’impronta dell’opera creatrice di Dio, fin dal primo istante del suo concepimento. È questo un impegno di nuova evangelizzazione che richiede spesso di andare controcorrente, pagando di persona».

«Voi che siete chiamati a occuparvi della vita umana nella sua fase iniziale – l’appello centrale del Papa – ricordate a tutti, con i fatti e con le parole, che questa è sempre, in tutte le sue fasi e ad ogni età, sacra ed è sempre di qualità», perché «non esiste una vita umana più sacra di un’altra, come non esiste una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra». «La credibilità di un sistema sanitario non si misura solo per l’efficienza, ma soprattutto per l’attenzione e l’amore verso le persone, la cui vita sempre è sacra e inviolabile», ha concluso il Papa.

(Fonte: «Sir»)

14. Omofobia: D’Agostino (Ugci), mantenere «il rilievo della differenza»

21 settembre 2013

Spingere il legislatore, ove la legge sia approvata, ad inserire in essa «clausole che garantiscano, in modo inequivocabile, la libertà di pensiero, di espressione e di ricerca in materia, nonché il concreto esercizio dei diritti fondamentali costituzionalmente garantiti» e «ribadire l’importanza che il legislatore mantenga fermo il rilievo della differenza sessuale in ambito matrimoniale, familiare (con particolare riferimento all’adozione) ed educativo». Sono i due principali impegni che l’Ugci (Unione giuristi cattolici italiani), tramite una nota del suo presidente, Francesco D’Agostino, si assume in merito al ddl sull’omofobia, che attende il vaglio del Senato.

L’Ugci, si legge nella nota, «prende atto e si interroga sulle richieste che emergono in alcuni settori dell’opinione pubblica per reprimere penalmente l’omofobia e si impegna ad approfondire adeguatamente tale tematica, pur ritenendo che la normativa vigente sia già adeguata a punire atti violenti e/o discriminatori contro gli omosessuali». «L’Ugci non ignora – scrive D’Agostino – ed anzi valuta con profonda preoccupazione il tentativo ingiusto e anticostituzionale di strumentalizzare l’eventuale approvazione di una normativa anti-omofobica per limitare, anche marginalmente o indirettamente, il dibattito in merito all’omosessualità».

L’Ugci, spiega D’Agostino, «fa propria nei confronti dell’omosessualità la fondamentale asserzione del magistero della Chiesa, che, qualificando le pulsioni omosessuali alla stregua di un ‘disordine oggettivo’ della personalità, non condanna moralmente le persone omosessuali in quanto tali, ma le pratiche omofile che essi possano porre in essere». Sempre in piena sintonia con l’insegnamento della Chiesa, l’Ugci ribadisce «la ferma condanna di ogni atto violento e/o ingiustamente discriminatorio» e quindi «deplora con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevoli e di azioni violente», che «rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile».

L’Ugci condivide, infine, le affermazioni fatte dal cardinale Bagnasco nella sua recente prolusione alle Settimane Sociali, in merito ad un’eventuale normativa penale contro l’omofobia: «Nessuno discute il crimine e l’odiosità della violenza contro ogni persona, qualunque ne sia il motivo: tale decisa e codificata condanna dovrebbe essere sufficiente in una società civile». E ancora: «Nessuno dovrebbe discriminare, né tanto meno poter incriminare in alcun modo chi sostenga pubblicamente che la famiglia è solo quella tra un uomo e una donna, fondata sul matrimonio o che la dimensione sessuata è un fatto di natura e non di cultura».

(Fonte: «Sir»)

15. La Cassazione contro i dubbi dei papà: «Illeciti i test del dna sulla prole»

23 settembre 2013

La Cassazione, in una sentenza depositata nei giorni scorsi, ha affermato che sono illeciti i test del DNA fatti in segreto da padri esasperati dal pensiero che il figlio che stanno crescendo sia in realtà figlio di un altro uomo. Il dubbio e il sospetto, quando si insinuano nella mente, sono tarli che divorano gli affetti. Forse per questo hanno ormai grande successo i test genetici sulla paternità che si acquistano su Internet ed ora anche in farmacia: bastano poco più di 100 euro; si effettua un prelievo di materiale genetico (basta un po’ di saliva o un capello); si aspetta qualche giorno e i risultati vengono inviati al padre «con la massima riservatezza» (così dicono decine di pubblicità in Rete).

Molti, di fronte al sospetto, preferiscono non sapere: dimenticano la frase «non ti assomiglia per niente» e vanno avanti per la loro strada di genitori. Altri vogliono conoscere la verità perché non ci stanno ad essere stati ingannati. Poi, di fronte alla lettera che contiene i risultati, hanno un momento di incertezza. Alcuni, dopo aver saputo, fanno finta di nulla ma coltivano un rancore sordo nei confronti della moglie. Molti vanno invece dal giudice per esercitare l’azione di disconoscimento di paternità, per cancellare il figlio dalla loro vita: una scelta dolorosissima, per tutti.

La legge non si fa carico dei sentimenti e spazza via questo tormento con il linguaggio giuridico. Il test del DNA è una forma di «trattamento di dati personali» e questo «trattamento » non può essere effettuato senza il «consenso dell’interessato» o l’autorizzazione del Garante della privacy. Dunque l’esame non può essere fatto dal padre segretamente, prelevando – all’insaputa del figlio e della madre – un campione di saliva.

Un uomo aveva fatto raccogliere da una agenzia investigativa due mozziconi di sigaretta del figlio per fare effettuare il test di paternità. Per questo è stato sanzionato dal Garante per la privacy. Egli si è rivolto alla Cassazione affermando che non gli può essere impedito di raccogliere dati indispensabili per far valere in giudizio un suo diritto: il diritto a disconoscere il figlio di cui non è padre. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l’illiceità del test genetico effettuato segretamente.

La motivazione fa riflettere: il padre avrebbe dovuto rivolgersi al Tribunale e chiedere che fosse il giudice ad ordinare il test del DNA. È una motivazione severa che non lascia spazio al dubbio, all’incertezza, alla cautela. Molti padri non sanno la verità e vogliono, prima di tutto, scoprirla. Certo non si può chiedere loro di fare una causa per questo: una causa contro un bambino e contro una moglie, contro la propria famiglia, solo per eliminare il sospetto. Che cosa accadrebbe in quella famiglia se la paternità fosse confermata? E certamente, dopo avere scoperto la verità durante un giudizio, il padre non potrebbe consapevolmente scegliere di continuare a fare il padre. La vita è più complicata delle regole sulla privacy.

Carlo Rimini, ordinario di Diritto privato
(Fonte: «La Stampa»)

16. Smart drug: un Piano nazionale per fermare i consumi

24 settembre 2013

Un Piano di azione nazionale per fermare il crescente fenomeno di vendita e consumo delle smart drug, sostanze “furbe” in quanto “nascoste” in pastiglie e prodotti con nomi apparentemente innocui. È questo l’obiettivo dell’iniziativa, realizzato dal Dipartimento delle politiche antidroga (Dpa) in collaborazione con il ministero della Salute, che ha avuto il patrocinio delle Nazioni unite e di dieci società scientifiche, presentato il 23 settembre a Palazzo Chigi dal ministro Beatrice Lorenzin assieme a Giovanni Serpelloni, capo del Dpa.

Il programma sarà presentato in maniera itinerante in 10 città italiane, a cominciare dalla prima tappa del 23 settembre a Roma con il primo corso di aggiornamento tecnico scientifico, presso l’Università Cattolica e che proseguirà presso altrettanti centri collaborativi del Sistema Nazionale di Allerta Precoce. Gli incontri riguarderanno gli operatori dei servizi per le tossicodipendenze, il personale di laboratorio, quello delle unità di emergenza-urgenza, fino al personale delle Forze dell’ordine e a quello della magistratura. L’Obiettivo è di far conoscere e diffondere le nuove strategie nazionali per affrontare il fenomeno su sollecitazione della Commissione europea.

Le sostanze che vanno dalla cannabis sintetica alle fenetilamine, dai catinoni sintetici alle triptamine, vengono vendute con nomi ingannevoli come “Spice”, “Bath salts”, “Ivory wave” ma hanno «effetti enormi e devastanti sulla salute, in particolare dei giovani», ha sottolineato il ministro Lorenzin. Secondo il ministro, infatti, «è una priorità per il Paese vigilare su quella degli adolescenti e dei giovani, affinché possano avere un futuro senza pesi». Tuttavia l’Italia si difende bene, stando a quanto riportato da Serpelloni, poiché, nonostante il mercato sia in fortissima crescita e di difficile controllo, «il nostro Paese è al penultimo posto per i consumi, in una classifica che vede in testa l’Irlanda, la Polonia e l’Estonia». L’Italia ha aggiunto Serpelloni, può vantare tempi record per la registrazione delle nuove sostanze: 4-5 mesi contro i quasi 2 anni degli altri Paesi europei.

(Fonte:«Farmacista 33»)

17.  Inquinamento e tumori, da Venezia novità sul nesso ambientale

24 settembre 2013

«La nona conferenza “Future of Science” fa emergere una realtà nuova con ricadute chiave nella lotta ai tumori: siamo in grado di misurare l’impatto ambientale sui geni». Dal meeting delle Fondazioni Cini, Veronesi e Tronchetti Provera a Venezia, Pier Giuseppe Pelicci, Direttore del Dipartimento di oncologia sperimentale all’Ieo di Milano condivide il messaggio di un numero crescente di medici che invitano ad andare oltre i consueti stili di vita errati (fumo, alcol etc) per spiegare l’insorgenza dei tumori. «Ci si sofferma ancora troppo sul ruolo dei geni», dice Pelicci. «Fatta eccezione per i tumori ereditari –7-8% del totale– è forte la probabilità che le mutazioni cellulari all’origine dei tumori derivino da un accumulo di alterazioni genetiche indotte dall’ambiente. Oggi si è scoperto che la cromatina, questo involucro intorno al DNA che ne controlla funzioni e stabilità, riceve segnali dal mondo esterno che si trasmettono al codice genetico, di continuo. C’è di più. Ricerche degli ultimi anni confermano che le alterazioni indotte dall’ambiente si possono trasmettere per 4-5 generazioni. La cromatina conserva la memoria dell’effetto ambientale sul Dna: ciò apre prospettive per misurare anche la carcinogenesi e arrivare a diagnosi e terapie individuali».

Per sensibilizzare la politica verso investimenti ambientali come per i casi di Taranto e Campania, secondo Pelicci «è importante disporre di Registri Tumori aggiornati del territorio e che la medicina generale offra dati sempre più ricchi per preparare il terreno a un cambiamento imminente, epocale, nella comprensione di come si generano e si combattono i tumori».

Mauro Miserendino
(Fonte: «Doctor 33»)

18. Genetica: 500 laboratori. Dallapiccola, necessaria una “razionalizzazione”

25 settembre 2013

Più di 500 tra laboratori e servizi di genetica operanti in 268 macrostrutture, diffuse soprattutto nel Nord Italia (53%). Oltre 580 mila test genetici e 100 mila consulenze effettuate in un anno. Si stabilizza con una tendenza alla riduzione il numero delle indagini cromosomiche prenatali, mentre aumentano significativamente le analisi finalizzate allo studio dei tumori.

La medicina “personalizzata” in Italia ancora non decolla. Sono alcuni risultati dell’ultimo Censimento nazionale sulle strutture e le attività di genetica medica in Italia, presentati il 25 settembre a Roma dal direttore scientifico dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, Bruno Dallapiccola, in occasione del XVI Congresso nazionale della Società italiana di genetica umana (fino al 28 settembre).

«Il numero delle strutture – afferma Dallapiccola – è troppo elevato e necessita di una razionalizzazione anche in termini di distribuzione geografica. È migliorato il livello dell’accreditamento e della certificazione della qualità, ma occorre tenere sotto controllo i costi anche attraverso una revisione delle linee-guida alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche e tecnologiche». I dati del Censimento, raccolti dai ricercatori del Bambino Gesù (Orphanet) su mandato della Sigu, fanno riferimento all’anno 2011. Il precedente Censimento, presentato nel 2009, registrava i dati del 2007.

Oltre la metà delle 268 macrostrutture di genetica medica presenti in Italia è situata nel Nord del Paese (142, il 53%). Al Centro (Toscana, Umbria, Marche e Lazio) le strutture censite sono 54 (20%); 45 al Sud (17%); 27 nelle Isole (10%). Lo ha detto il 25 settembre a Roma il genetista Bruno Dallapiccola,  presentando i risultati dell’ultimo Censimento nazionale sulle strutture e le attività di genetica medica in Italia.

I servizi di genetica medica sono complessivamente 517, di cui 372 laboratori. In 198 di questi centri si svolgono attività di genetica molecolare; 153 sono dedicati alla citogenetica (analisi cromosomiche); 145 alla genetica clinica; 21 alla immunogenetica (analisi del sistema immunitario). La maggior parte delle strutture afferisce ad aziende ospedaliere (25%), ospedaliere universitarie (21%) e Irccs (21%). Le strutture private sono circa il 16%. Nel 2011 sono stati eseguiti complessivamente oltre 580 mila test genetici (+24 mila rispetto al 2007) e 100 mila consulenze, per un totale di 684 mila prestazioni. Il numero delle analisi citogenetiche appare in flessione (-9%) rispetto al 2007; aumentano invece le indagini oncologiche: da 34 mila a 71 mila (+105%). Il Censimento ha monitorizzato circa 100 mila diagnosi prenatali invasive.

Dal Censimento nazionale sulle strutture e le attività di genetica medica in Italia non risulta invece l’offerta di test di medicina personalizzata, al momento venduti in alcuni Paesi stranieri: «Un mercato – commenta Dallapiccola – che in Italia non sembra aver preso ancora piede nella rete dei laboratori». Si afferma invece la domanda di nuovi test sofisticati e costosi, in particolare gli array-Cgh (11.600); tecnica sviluppata per identificare anomalie genomiche al di sotto della risoluzione cromosomica standard. Il dato, è il commento del genetista, suggerisce che «la domanda di queste analisi andrebbe governata attraverso la disseminazione di linee-guida di appropriatezza, riorganizzando le strutture e monitorando l’impatto sul Sistema sanitario nazionale». Da valutare attentamente anche la congruenza tra le diagnosi cliniche (che giustificano la richiesta dei test molecolari) e il risultato delle analisi. «Rispetto al Censimento precedente – conclude Dallapiccola – è aumentata l’appropriatezza della domanda di test per le malattie monitorizzate, ma è comunque necessario investire ancora nella formazione in genetica clinica».

(Fonte: «Sir») 

19. Troppa burocrazia in corsia manda medici e pazienti in collisione

27 settembre 2013

Il sospetto c’era ora è una realtà: in tempi di crisi il rapporto tra pazienti e medici ospedalieri alle prese con compiti gestionali si va logorando. Lo dice un’indagine commissionata, alla vigilia del congresso del 26-28 settembre, da Cimo (Confederazione Italiana Medici Ospedalieri)-Asmd alla Sics, Società italiana di comunicazione scientifica e sanitaria, su più di 6 mila medici Ssn.

A trovare peggiorato il rapporto è il 63 per cento del campione. Oltre metà di questi rispondenti “pessimisti” (2000 su 3500) afferma che la causa della diffidenza verso i medici sta nelle inefficienze organizzative delle strutture; quasi mille medici (936) dichiarano che il rapporto con i pazienti è peggiorato per i troppi oneri economici e le complicazioni burocratiche; infine 821 sono convinti che la causa dipenda dalle campagne mediatiche in tema di malasanità. Indirettamente a sua volta il medico conferma le ragioni dei pazienti: il 73 % degli intervistati ritiene che ormai il suo lavoro sia solo un insieme di adempimenti gestionali. Uno su due non si sente più gratificato dalla sua professione. Tutti (93%) si vedono come impiegati amministrativi.

«I dati confermano quanto Cimo sostiene da anni – dice Riccardo Cassi, presidente della Confederazione Italiana Medici Ospedalieri – la figura del medico è stata sempre più depauperata dei veri poteri e valori. Il medico deve essere l’unico responsabile delle cura e dell’assistenza al paziente, non un manager con l’unico compito di stare nelle spese». Fra l’altro, l’aziendalizzazione «ha fallito: la spesa sanitaria regionale ha continuato a crescere. Per Cimo Asmd, è il momento di una riforma quater: un provvedimento che corregga gli errori del passato e riporti l’atto medico al centro delle cure».

Un altro tema di cui si è parlato diffusamente durante le quattro giornate congressuali è il rapporto con le professioni sanitarie: «È indubbio che oggi non siano più quelle di dieci anni fa ed è giusto che venga riconosciuta la loro professionalità – premette Cassi – ma anche a questo proposito occorre definire bene l’atto medico e cosa il medico fa, ossia la diagnosi e la cura delle malattie; per diventare medico occorrono sei anni di università e cinque di specializzazione e dobbiamo prendere atto della differenza di preparazione». «Invece – conclude Cassi – in diverse Regioni ci sono sperimentazioni che vedono altre professioni svolgere compiti che fino ieri (o ancora oggi, in Regioni differenti) sono di attribuzione del medico; serve uniformità e una regolamentazione, per evitare conflitti e per tutelare il paziente».

(Fonte: «Doctor 33»)

20. Scienza & Vita: sulla diagnosi preimpianto il giudice non può sostituirsi al legislatore

27 settembre 2013

«Si è di fronte, ancora una volta, ad una indebita intromissione della magistratura volta a delegittimare una legge, con il suo dettato etico, votata da una maggioranza trasversale e confermata da un referendum popolare»,  commenta Paola Ricci Sindoni, presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita.
«La diagnosi preimpianto è un’indagine invasiva sull’embrione il cui scopo non è quello di curare una vita nascente, ma quello di selezionare i sani, scartando gli embrioni ritenuti ‘malati». La legge 40 garantisce il diritto alla vita del concepito, diritto che trova fondamento già nella Costituzione e che non può essere bypassato da una singola decisione».
«Esprimiamo la massima solidarietà e vicinanza verso i portatori di malattie genetiche, ma il desiderio dei genitori di un ‘diritto ad avere un figlio sano’, non può esprimere la volontà di decidere la non esistenza di vite che ‘non vale la pena di far vivere’. Un figlio non è un prodotto. Sentenze come questa aumentano la confusione nella società civile ed evidenziano il progressivo riduzionismo antropologico verso forme di vita nascente programmate tecnologicamente».

(Fonte: «Scienza&Vita»)

(*) Dott.ssa Lara Reale
Giornalista scientifica
Dottore in Scienze della Comunicazione
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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