«Ogni medico di famiglia ha almeno 120 pazienti vittime di violenza. Seconda causa di morte nelle donne in gravidanza»

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 27 novembre 2014

Secondo l’Istat (dati 2008) le donne comprese fra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza fisica e sessuale sono il 14,3% e perciò le donne vittime di violenze che frequentano gli studi dei medici di medicina generale variano da un numero che oscilla tra le 115 e le 120.

Però solo il 30% di queste ne parla con il proprio medico di famiglia. Le motivazioni di questa ritrosia sono diverse: un po’ perché pensano che il Mmg non se ne occupi e un po’ perché non ricevono domande dirette sul tema.

Questi dati vengono dal 31° Congresso nazionale della Simg aperto il 27 novembre a Firenze. Claudio Cricelli, presidente della Società italiana dei medici di medicina generale invita le donne “a parlare con il proprio medico in caso subiscano delle violenze”. Il fenomeno è infatti sottostimato e sottovalutato ma è drammatico se consideriamo che nel 2013 si sono registrati in Italia 179 femminicidi, nel 70% dei casi all’interno delle mura domestiche, e che la violenza domestica è la seconda causa di morte nelle donne in gravidanza.

Davanti a questi numeri la Simg ha deciso di agire perché, ha spiegato ancora Cricelli, “i camici bianchi del territorio possono rappresentare le prime vere sentinelle dell’integrità delle donne, grazie al rapporto diretto con le pazienti. Per questo, la Simg lancia il manifesto contro la violenza domestica, che sarà distribuito non solo nelle sale d’aspetto degli ambulatori, ma anche in tutti i commissariati di polizia e nelle Procure della Repubblica”.

Il manifesto è strutturato come un’agenda settimanale: ogni giorno è descritto un tipo di violenza fisica, psicologica o economica. “Ogni medico – ha aggiunto Cricelli – nella sua attività quotidiana ha dei sospetti di pazienti vittime di violenze. In questi casi è difficile trovare dei modelli di diagnosi precoce. Riusciamo a capirlo solo quando la vittima presenta degli evidenti segni. E noi possiamo agire solo quando le donne decidono di rompere il muro del silenzio e ci chiedono il certificato per denunciare l’aggressore. È un progetto molto delicato perché si vanno a toccare sensibilità particolari”.

“Gli abusi sono compiuti quasi sempre da uomini che la vittima conosce bene, come il marito o il fidanzato – ha concluso Cricelli –. Chiediamo alle donne di parlare con il medico di famiglia prima che sia troppo tardi. Fino ad oggi la patologia della violenza è stata relegata al Pronto Soccorso, alla Medicina d’Urgenza, alla Ginecologia, alla Ortopedia, alla Gastroenterologia, alla Cardiologia, alla Psichiatria e alla Psicologia. La Simg vuole far parte della squadra. Il primo passo è costituito da questo manifesto, che colpisce l’attenzione di tutti: le donne violate, i loro aguzzini e le persone che non vogliono vedere”.

Gli abusi spesso oltre ad essere fisici sono anche psicologici. E su questi insiste il Progetto Viola, spiegato da Raffaella Michieli, segretario Simg: “Vìola è un progetto articolato– ha sottolineato la Michieli –, i cui obiettivi sono innanzitutto sensibilizzare i medici di medicina generale perché prendano in considerazione la violenza domestica nelle diagnosi differenziali dei disturbi più comunemente associati al fenomeno, per intercettarne i segnali. Registrare il problema nella cartella informatizzata: ciò permetterà di ottenere i dati di incidenza del fenomeno. Aiutare la donna fornendo le informazioni sulle reti di sostegno locale (numero verde e centri antiviolenza). Sensibilizzare le assistite attraverso l’esposizione nella sala d’aspetto di poster informativi con i riferimenti delle organizzazioni locali preposte all’aiuto. Infine, sensibilizzare tutti gli utenti dello studio per aumentare la percezione del problema”.

Il progetto “Vìola” rispecchia il nuovo ruolo del medico di famiglia, chiamato a curare non solo il corpo, ma la persona.

Ulteriore strumento di indagine per aiutare e capire il dramma che le donne vivono lo suggerisce Ovidio Brignoli, vice segretario Simg, secondo il quale “avere una cartella sanitaria che contenga anche le informazioni di un’eventuale violenza sarebbe un ulteriore elemento d’aiuto”.

fonte: Quotidiano Sanità

approfondimenti: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?approfondimento_id=5671

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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