Come parlare di morte ai bambini, incontro svoltosi a Villa Lascaris

di Valeria Malcangi e Piergiacomo Oderda *
pubblicato il 10 giugno 2014
Come parlare di morte ai bambini, incontro svoltosi a Villa Lascaris

«Tanta confusione, rabbia, tristezza» sono le emozioni alla base della ricerca di senso sul tema della morte da parte di Stefania Raymondo, psicologa di Pinerolo, chiamata a Villa Lascaris di Pianezza per sostenere i gruppi famiglia della diocesi di Torino (www.diocesi.torino.it)nel rispondere alle domande dei bambini, aiutarli a rielaborare la perdita delle persone care.

«È un tema di solito lasciato da parte», Tiziana, mamma di un bimbo di sei anni e una bimba di nove confessa di non saper sempre rispondere alle domande inaspettate «se tu e papà dovete morire, dove andate?».

Raymondo parte da un’asserzione di Concita De Gregorio, «ora che so tutto su come si sono estinti i dinosauri, dov’è andato a finire mio nonno?». La psicologa ha preparato una tesi sulla morte raccontata ai bambini per conseguire il master in Scienze del matrimonio presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II. «Se la morte è intesa come “opposto della vita”, cerco di cacciarla via da me, bisogna cercare altre parole che vadano oltre a quello che istintivamente vediamo». Più che un opposto, la morte fa parte di un ciclo, nascere, crescere, morire.

Come rispondere alle domande dei bambini, aiutarli a rielaborare la perdita delle persone care?

La morte tocca i nostri sentimenti, i nostri valori. «In una società dove conta il produrre, dà fastidio la consapevolezza di essere creature». Per i credenti, «nella morte c’è un significato grande, l’inizio della vera vita, Gesù è diventato uomo anche nella morte». Chi è morto, continua a vibrare, ad essere qui, «certo non li tocchiamo, la mente umana non ci fa capire pienamente, anche l’eucarestia è un già e non ancora».

Viktor Frankl rifletteva sul senso di trascendenza che permetteva di sopravvivere nei lager, «la capacità di astrarre e di puntare in altro, avere valori su cui puntare».

Non si sa come stare vicino a chi soffre, «un bambino che soffre ci spiazza, pensiamo che il bambino non abbia risorse per riuscire ad affrontare un dolore». Gillini e Zattoni parlano di un “guaritore interno”. Se i genitori nascondono sempre tutto, il bimbo non avrà la capacità di affrontare il dolore. «Non è detto che gli adulti debbano rispondere a tutte le domande, “non lo so ma possiamo farcela insieme, ti tengo per mano”».

Gramellini denuncia nel suo libro Fai bei sogni (Longanesi, 2012) il fatto che la mamma si suicidi e nessuno glielo dica. «Nel non verbale capisce che lei aveva fatto qualcosa che non andava, ma guai a parlargli della madre, si nascondeva la sua foto nel cassetto». Ne consegue per il piccolo Gramellini la maturazione dell’idea che non valesse l’amore della madre, invece l’ultimo pensiero per lui era stato “fai dei bei sogni!”.

«Ognuno ha il proprio modo e il proprio tempo per elaborare il lutto», occorre «abitare il dolore dell’altro».

Alcune linee guida secondo l’età

Raymondo tratteggia delle linee guida, da ritenere senza rigidità.

Bimbi dai 2 ai 6 anni. La morte è revocabile, «quando torna?». La magia gioca un ruolo importante, il bimbo è autocentrato, se non spieghi rischia di pensare che sia colpa sua.

Bimbi dai 6 ai 9 anni. «La morte è personificata, un ladro che ti porta via, la morte è definitiva ma non capita a me».

Dai 9 ai 12 anni. Matura il senso della moralità, tra comportamento giusto e sbagliato. «Le ho disobbedito, è colpa mia. Sviluppa un interesse per il dato biologico, “come mai ha il naso violaceo?”, una curiosità che ti sembra fuori dal tempo per te che sei adulto. “Con lo zio andavo a pescare, chi verrà a pescare con me, chi mi racconterà le storie?”. Ha bisogno di essere rassicurato, era importante il ruolo che rivestiva».

Nell’adolescenza prevale l’aspetto relazionale, «i sentimenti sono amplificati e ingarbugliati, “anch’io sto soffrendo con te”». «Non ci sono ricette, è importante stare con lui, accompagnarlo così come Maria stava ai piedi della croce, “soffro anch’io”». Se lo porto dal vicino per non far vedere nulla, passa il messaggio che non si può soffrire, soffrire è una vergogna. A Gramellini è mancato un passaggio importante, «quel legame non è spezzato, assume una dimensione nuova».

Un suggerimento da Baricco, «i grandi scrittori ci aiutano nominando le cose, occorre aiutare i bambini a nominare le emozioni». “Se n’è andato, è mancato”, cosa vuol dire? “Mia mamma se n’è andata”, per un bimbo autocentrato significa “ha scelto di andare lontano da me”. “Dio la prese con sé”, allora Dio è cattivo?

È di aiuto la concretezza, «è morto, il corpo è stato sepolto, non torna più, quando ti passa la parte emotiva, capisci che è in compagnia dell’amore del Padre». Serve dialogo, rassicurazione, condivisione emotiva. «Se il bimbo è inquieto cerco di capire cosa lo spaventa, creo una relazione, sono pronto a sentire i suoi dubbi, cerchiamo insieme delle risposte». Altre raccomandazioni: rispettare i suoi tempi, le sue modalità, evitare eufemismi.

È importante partecipare ai rituali, proporre “vieni al funerale”, gli amici della classe porteranno un segno, un palloncino. Non si dimentichi la valenza dei disegni, della scrittura, a Gramellini faceva bene scrivere dei temi. Al termine della tesi, più che di morte raccontata ai bambini, Stefania Raymondo ha preferito titolarla, «La morte vissuta con il bambino».

(*) Valeria Malcangi e Piergiacomo Oderda
Direttori dell'Ufficio diocesano per la Pastorale della Famiglia
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