Pazienti in “stato vegetativo”: secondo uno studio americano il cervello di 3 su 16 di loro risponde allo stesso modo dei soggetti sani

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 3 novembre 2014

L’impegno del Magistero della Chiesa nel difendere la vita umana in tutte le sue manifestazioni e le sue forme, ha talvolta preceduto anche le stesse conferme scientifiche, come nel caso delle persone in stato vegetativo in grado di “percepire l’amore, l’attenzione, l’affetto di chi sta loro intorno”

Attualmente si definisce stato vegetativo quella condizione in cui il paziente, a causa di un grave danno cerebrale, non è in grado di comunicare ed esprimersi con comportamenti sia pur minimi. Nell’ambito di ciò è emersa la distinzione, basata esclusivamente su criteri temporali, di stato vegetativo temporaneo e persistente. In quest’ultimo caso si presuppone una condizione di irreversibilità, che non si basa su nessuna certezza scientifica, ma che anzi è stata diverse volte smentita da risvegli anche tardivi. Tuttavia l’attuale riflessione non vuole soffermarsi su questo concetto del possibile risveglio, bensì sulla definizione stessa di stato vegetativo come “stato di incoscienza ad occhi aperti nel quale il paziente ha periodi di veglia e cicli di sonno/veglia fisiologici, ma non è mai consapevole di sé o dell’ambiente circostante[1].

Ciò ha indotto a ritenere che in questo stato il paziente sia sempre incosciente e la vigilanza che noi osserviamo sia solo apparente (coma vigile). In questo stato il paziente mostra una sua attività cerebrale, può presentare movimenti degli arti e della bocca e degli occhi, può anche sorridere, senza che tutto ciò sia riconducibile alla volontà e alla coscienza.

In contrasto con questa ipotesi, alcuni studi effettuati impiegando la Risonanza Magnetica Funzionale (fRM), hanno dimostrato che vi è un sottogruppo di questi pazienti che conservano effettivamente un certo livello di coscienza, intesa come consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante, pur essendo impossibilitati ad esprimersi e a comunicare.

Inoltre, recentemente, un gruppo di ricercatori dell’Università del Western Ontario (USA), coordinati dal professor Damian Cruse, con uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica «The Lancet» [2] ha dimostrato che è possibile, anche con un semplice apparecchio per gli elettroencefalogrammi (assai meno costoso della fRM), individuare lo stato di coscienza anche in pazienti in coma irreversibile. Sono stati sottoposti allo studio 16 pazienti in stato vegetativo a cui veniva chiesto di stringere il pugno ogni volta che sentivano il bip. Poi, in una successiva prova, i soggetti venivano invitati a muovere le dita, ogni volta che sentivano un suono. Per avere la certezza che le risposte motorie fossero realmente la conseguenza degli ordini impartiti, i ricercatori hanno ripetuto entrambe le prove per 200 volte. Si è visto che il cervello di 3 di essi su 16 rispondeva allo stesso modo di quello dei soggetti sani. “Abbiamo dimostrato che la risposta del loro cervello ai comandi è indistinguibile da quella che potete osservare in voi o in me”, ha sottolineato Cruse.

Tom Schweizer, autorevole neuroscienziato del St. Michael Hospital, ha definito questa ricerca straordinariamente emozionante. “Questo studio – ha aggiunto – fornisce un’ulteriore prova che alcuni pazienti in stato vegetativo hanno consapevolezza della realtà, ma non sono in grado di esprimerla”.
La scoperta apre nuove prospettive di comunicazione con questi pazienti, in modo facile ed economico, per poter capire i loro desideri e venire incontro alle loro necessità.

Vi sono numerosissime testimonianze di persone che al risveglio dal coma raccontano le loro terrificanti esperienze vissute nell’impossibilità di far capire agli altri che esse capivano. Vale per tutte quella di Salvatore Crisafulli rimasto in stato vegetativo per due anni a seguito di un incidente stradale: “I medici dicevano che non ero cosciente, ma io capivo tutto – dice Crisafulli – e piangevo perché non riuscivo a farmi capire. Sentivo mio fratello che diceva che secondo lui invece capivo tutto, e lo sentivo urlare perché non gli credevano. Ma io non potevo parlare, non potevo muovermi, non potevo far nulla per fargli capire che c’ero, che li sentivo. Così piangevo”.

In quest’ottica non possiamo non ricordare le parole di Benedetto XVI nella trasmissione di Rai Uno «A sua Immagine», del 22 aprile 2011, in cui ha affermato che “le persone in coma, anche quelle che vivono in questo stato da molti anni, possono percepire l’amore, l’attenzione, l’affetto di chi sta loro intorno”.
Ma, indipendentemente dall’avere o no coscienza, sentimenti o emozioni, sul rispetto della vita, il Magistero della Chiesa si è espresso in modo deciso e rassicurante. La vita va sempre difesa, anche nelle situazioni in cui non è consapevole di sé.

Molto chiare e profondamente incisive sono state le parole del Cardinale Bagnasco sul caso di Eluana Englaro, la ragazza per la quale il tribunale aveva autorizzato l’interruzione dell’alimentazione qualora, tra le altre cose, in base a un rigoroso apprezzamento clinico si fosse riscontrato che la condizione della paziente era caratterizzata da assenza di sentimento e di esperienza, di relazione e di conoscenza[3]. “La vita umana – disse allora Bagnasco – non può essere assolutamente giudicata o soppesata sul piano dell’efficienza e dell’apparenza, ma in sé per sé. È quindi come un richiamo, un invito, una sfida, una grandissima sfida verso l’intera società. La vita umana ferita deve essere accudita, curata, accompagnata con amorevolezza”.

Bruno Brundisini

fonte: Zenit

approfondimenti:

[1] Multi-Society Task Force, 1994, American Congress of Rehabilitation of Medicine,Arch. Phys. Med. Rehabil. 1995; 76: 205-9

[2] The Lancet, Bedside detection of awareness in the vegetative state: a cohort study The Lancet, vol.378, Iussue 9809, Pages 2088 – 2094, 17 December 2011

[3] 9 Lug. Corte D’appello Di Milano, Sez. I Civile. Decreto 9 luglio 2008

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
© Riproduzione Riservata