Prevenzione oncologica

di Elvira De Marino *
pubblicato il 15 giugno 2018
Prevenzione oncologica

Introduzione

In Italia nel 2017 sono stati stimati 369.000 nuovi casi di tumore, 192.000 negli uomini e 177.000 per le donne. Sono previsti 6-7 nuovi casi per 1000 uomini e 5 per 1000 donne. Ogni giorno vengono diagnosticati 1000 nuovi malati e 30 sono al di sotto dei 40 anni (AIOM sett. 2017). Per quanto gli indici di mortalità siano in calo, grazie all’introduzione nella pratica clinica di terapie innovative efficaci, ma comunque sempre molto dispendiose sia in termini di costi umani oltre che economici, a tutt’oggi meno del 50% delle neoplasie maligne è guaribile. Il miglior trattamento resta sempre la prevenzione.

Italia 2017: 369mila nuovi casi di tumore e  – del 50% delle neoplasie maligne è guaribile

Infatti quando un tumore viene diagnosticato, anche con le migliori e più avanzate tecnologie disponibili, ha già trascorso più del 90% della sua vita biologica e purtroppo le migliori chance di guarigione e/o di cura sono state verosimilmente compromesse. Nell’ultima decade sono stati fatti notevoli progressi nella comprensione della carcinogenesi e delle alterazioni molecolari all’origine dei tumori solidi, oltre che nello screening e nella diagnosi precoce, grazie al coinvolgimento di molte branche specialistiche. Anche perseguire l’obiettivo di riduzione della morbilità e mortalità da cancro necessita di un nuovo approccio multidisciplinare. La prevenzione dei tumori non solo si basa su adeguate conoscenze inerenti l’eziologia e la patogenesi dei tumori nei singoli organi, ma anche sull’identificazione dei soggetti a rischio per caratteristiche familiari o genetiche e per influenze ambientali o professionali. Queste considerazioni impongono un cambio di strategia che preveda una maggiore e più stretta collaborazione tra oncologo, medico di medicina generale, anatomo patologo, biologo molecolare, radiologo, specialisti di diverse branche, infermieri, malati ed associazioni di volontariato per elaborare percorsi interdisciplinari appropriati ed efficaci.

Storia naturale dei tumori e livelli di prevenzione

La prevenzione del cancro si basa sulla conoscenza della storia naturale della malattia (fig. 1).

F.1 modificata da IARC Publication, Cancer Epidemiology: Principles and Methods, Ed. I. Dos Santos Silva

Fig. 1 modificata da IARC Publication, Cancer Epidemiology: Principles and Methods, Ed. I. Dos Santos Silva

La prima fase è definita “preclinica “. Durante questo lungo periodo si assiste alla comparsa di tutte quelle alterazioni genetiche ed a quella serie di eventi che rendono il processo neoplastico irreversibile. La malattia poi va incontro a progressione e compaiono i primi segni e sintomi che inducono il malato a recarsi dal medico per la diagnosi. Inizia quindi la fase “clinica” che potrà evolvere verso la guarigione, la cronicità o il decesso.

Questo percorso si basa su una concezione di malattia evolutiva a genesi multifattoriale che diventa irreversibile grazie ad una serie di alterazioni patologiche sequenziali. Scopo della prevenzione è intervenire nelle varie fasi della progressione neoplastica per bloccare questo processo a vari livelli con le seguenti modalità:
prevenzione primaria: si attua riducendo l’esposizione individuale o incrementando le difese nei confronti dei fattori di rischio e quindi evitando le alterazioni cellulari all’origine del tumore. Le misure da adottare sono rivolte a soggetti asintomatici e sono molteplici (modifica degli stili di vita, chemio-prevenzione, vaccini etc.).
2. prevenzione secondaria: si attua nella fase preclinica e si basa sostanzialmente sugli screenings. Infatti dal punto B al punto C la malattia ha raggiunto dimensioni tali da renderla rilevabile con le attuali tecnologie, prima che si manifestino i sintomi.
3. prevenzione terziaria: si attua in fase clinica, quando il tumore si è già sviluppato e si basa su trattamenti e programmi di riabilitazione volti a limitare o migliorare gli effetti della neoplasia sui malati, intervenendo anche farmacologicamente per evitare la comparsa di secondi tumori.

La prevenzione primaria

Il primo passo ed elemento chiave alla base di una corretta strategia preventiva è l’individuazione dei soggetti a rischio. Un’anamnesi completa volta ad esplorare le patologie familiari e personali, l’esposizione professionale, gli stili di vita, consente di identificare i fattori di rischio sia modificabili (es. uso di tabacco, esposizione al sole) che non modificabili (es. storia familiare di cancro, sesso, razza, età avanzata, assetto ormonale).

A tale proposito sono stati elaborati dei modelli di calcolo che quantificano il rischio di cancro. Uno di questi è il modello di Gail per il carcinoma mammario. Si basa sulla valutazione di alcuni parametri come età, razza, menarca, età del primo parto, numero di biopsie mammarie, presenza o assenza di iperplasia atipica, familiarità positiva per carcinoma mammario.

La familiarità è importante giacché la gran parte dei tumori nella popolazione generale può essere definita sporadica, ma circa il 10% delle neoplasie è su base ereditaria, dovuta a mutazioni di geni come BRCA1 e BRCA2. Gran parte di queste alterazioni geniche possono essere rilevate con un semplice esame del sangue o con un prelievo di tessuto. Attualmente queste indagini e l’eventuale consulenza genetica sono regolarmente raccomandate per soggetti la cui storia personale o familiare suggerisce la presenza di una diatesi ereditaria di neoplasia. In caso si rilevi la presenza di una mutazione, l’esame viene esteso anche ai familiari più prossimi e può condizionare un diverso approccio inerente screening, chemio-prevenzione e chirurgia profilattica.

La vera sfida per la prevenzione oncologica: i fattori modificabili

Alle sindromi geneticamente determinate si aggiunge un 15-20% di neoplasie familiari, dovute a geni di bassa penetranza che mutano per effetto di fattori ambientali o comportamenti a rischio. Questi, come si descriverà più avanti, sono per la gran parte modificabili e rappresentano la vera sfida da affrontare per la prevenzione oncologica.

Il fumo di tabacco

È al primo posto tra i comportamenti a rischio perché causa dipendenza psicologica e biochimica, danneggia i fumatori oltre che i non fumatori, vittime del cosiddetto “fumo passivo”. È responsabile di circa un terzo delle morti per cancro grazie a molte sostanze chimiche e ad almeno 69 cancerogene conosciute che possono agire danneggiando i tessuti con meccanismo diretto oppure provocando processi infiammatori e rottura delle barriere fisiologiche. Tumori attribuiti al tabagismo sono più frequentemente quelli polmonari, ma è stata provata correlazione anche con quelli del sangue, della testa e collo, dell’esofago, del pancreas, del fegato, dello stomaco, della cervice, del rene, del colon, della vescica, della prostata. La prevenzione ideale nei confronti di tutte queste neoplasie è evitare il fumo di tabacco soprattutto nei giovani, attivando campagne divulgative ed informative.

Smettere di fumare ha effetti benefici sulla salute che sono evidenti precocemente dal momento della sospensione, anche nei fumatori inveterati. Dopo 10 aa dall’astensione completa il rischio di mortalità per cancro del polmone si riduce della metà e dopo 30 anni scende ulteriormente fino al 10%.

L’intensa esposizione ai raggi solari

In particolare agli ultravioletti, soprattutto nei bambini, aumenta l’incidenza di tumori cutanei, in particolare di melanomi che hanno una particolare tendenza a metastatizzare ed una elevata mortalità. Il melanoma è aumentato dal 3% al 7% nelle popolazioni europee in questi ultimi anni, con punte massime di 20 vittime ogni 100mila abitanti. Frequenti scottature raddoppiano il rischio di melanoma e si associano ad una significativa presenza di carcinomi basocellulari. Anche i lettini abbronzanti sono ritenuti pericolosi, per cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha raccomandato di non usarli prima dei 18 anni.

La prevenzione si attua limitando l’esposizione al sole quando è più intenso, dalle ore 10-11 fino alle ore 15-16, applicando sempre su tutto il corpo creme protettive contro i raggi ultravioletti A e B, che abbiano un filtro ad ampio spettro con fattore di protezione almeno 30. La quantità di crema da applicare dovrebbe essere circa 20-30 g., pari ad una tazzina da caffè o un bicchierino da liquore. Il prodotto andrebbe spalmato una prima volta 30 minuti prima dell’esposizione, poi ripetuto ogni 2-4 ore ed eventualmente dopo il bagno, a seconda del tipo di crema. A queste precauzioni andrebbero aggiunti abiti, cappelli ed occhiali di protezione, soprattutto in soggetti molto giovani con pelli chiare.

Dieta, esercizio fisico, obesità, consumo di alcolici

Oltre a quanto considerato fino a questo punto, un rilevante contributo alla prevenzione primaria può venire da altri fattori strettamente correlati tra loro quali dieta, esercizio fisico, obesità, consumo di alcolici. Le abitudini alimentari sono importantissime, infatti non a caso si dice che la prima prevenzione la attuano le mamme quando fanno la spesa. L’uso eccessivo di grassi animali, l’alimentazione povera di frutta e verdura favoriscono lo sviluppo di adenomi e carcinomi del colon, l’abuso di alcolici incrementa il rischio di cancro del 4% negli uomini e del 6% nelle donne.  Analogamente l’obesità aumenta del 14% la mortalità per cancro nell’uomo e del 20% nella donna e la vita sedentaria ne causa un incremento del 5%. È consigliabile fare almeno 5 pasti di frutta e verdura al giorno, alimentarsi prevalentemente con cereali integrali e zuccheri non raffinati, limitando il consumo di alcol ad un bicchiere al giorno per le donne e due per l’uomo; riducendo l’introito di carni rosse, insaccate, ricche di grassi; evitando un eccessivo incremento ponderale. A questo proposito evidenze in letteratura documentano che nei soggetti obesi sottoposti a chirurgia bariatrica il rischio di mortalità per tumore cala del 60%.

Attività sessuale o abitudini promiscue

Stili di vita scorretti o disordinati, non solo inerenti le abitudini alimentari, ma anche altri ambiti come l’attività sessuale o abitudini promiscue possono incrementare il rischio di tumori che riconoscono un’eziopatogenesi infettiva. Circa il 17% delle neoplasie è secondario ad infezioni. Esempi sono il virus del papilloma umano (HPV), responsabile della comparsa di carcinomi anogenitali e della cervice uterina, i virus dell’epatite B e C (HCV ed HBV), causa di carcinomi epatocellulari (HCC), il virus umano HTLV-I, correlato alla leucemia a cellule T dell’adulto, il virus Herpes (HHV-8) e quello dell’immunodeficienza umana (HIV), promotori dello sviluppo di sarcomi di Kaposi e di linfomi non Hodgkin. Questi ultimi tumori sono spesso associati anche al virus di Epstein–Barr. Inoltre tra gli agenti infettivi si riconoscono alcuni batteri, ad esempio l’ Helicobacter pylori (HP), che possono essere coinvolti nello sviluppo di neoplasie come il carcinoma gastrico o alcune forme di malattie linfoproliferative.

Per i soggetti a rischio la prevenzione si attua evitando la trasmissione virale con l’uso di vaccini, ausili e presidi sterili, screening di donatori di sangue, metodi di barriera e condom durante l’atto sessuale. Per i soggetti che hanno già contratto l’infezione è indicato l’uso di farmaci come gli inibitori di pompa e gli antibiotici nel caso di HP e di terapie antivirali nel caso di HCV o HIV.

Esposizione ambientale ed occupazionale a cancerogeni

Prima di affrontare l’importante capitolo della prevenzione secondaria e degli screenings non si può concludere quello della prevenzione primaria senza citare uno dei fattori più importanti nella cancerogenesi umana: l’esposizione ambientale ed occupazionale a cancerogeni. La presenza nell’aria o nell’acqua di agenti chimici come benzene, cadmio, uranio, asbesto o nickel incrementa notevolmente il rischio di cancro. Esempi sono la frequente insorgenza di carcinomi vescicali nei lavoratori delle industrie tessili, petrolifere, metallurgiche, chimiche; di tumori polmonari e di mesoteliomi in soggetti esposti al radon o all’asbesto; di tumori cutanei causati dall’arsenico.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha suddiviso in gruppi le sostanze cancerogene. Attualmente 108 sostanze sono classificate nel gruppo 1 e sono ritenuti certamente responsabili dello sviluppo di neoplasie. Altre 66 sono classificate nel gruppo 2A e sono ritenuti probabili cancerogeni nell’uomo.
L’unica strategia preventiva efficace nei confronti della cancerogenesi secondaria ad esposizione ambientale o occupazionale a queste sostanze è evitare il contatto o la contaminazione con esse.

La prevenzione secondaria e gli screenings

In questo ambito gli screenings sui tumori più frequenti giocano un ruolo fondamentale. Sono indagini effettuate su un’ampia popolazione sana per cui devono avere alcune caratteristiche. Devono essere sicuri, per non esporre a rischi; accettabili, per garantire adeguata adesione; sostenibili economicamente, per non gravare eccessivamente sui servizi sanitari; utili, per offrire adeguato impatto sulla storia della malattia; attendibili con specificità molto alta e buon livello di sensibilità, per essere il più possibile affidabili.

Al momento sono considerati efficaci nei confronti del carcinoma della mammella, della cervice uterina e del colon retto, possibili nei confronti del carcinoma polmonare e della prostata, non raccomandati per il carcinoma dell’ovaio e dell’endometrio. Solo i primi tre saranno oggetto di questa trattazione.

Uno studio statistico basato su metanalisi ha stimato una riduzione della mortalità per carcinoma mammario del 34% a 7 anni nei soggetti sottoposti a screening mammografico. mammografia, soprattutto al di sopra dei 50anni di età. In Italia infatti si propone una mammografia ogni due anni per le donne dai 50 ai 69 anni. Per le donne di età inferiore, tra i 40 ed i 49 anni, l’incidenza del cancro mammario e la sensibilità della mammografia sono più basse, per cui in alcune regioni si sta proponendo l’estensione della mammografia con cadenza annuale in questa fascia di età. Nelle donne al di sopra dei 70 anni lo screening mammografico è piuttosto controverso, sia per l’attesa di vita più breve, sia per la difficoltà di verificare il reale impatto sulla sopravvivenza del programma di prevenzione. In linea di massima sembrerebbe ragionevole proporre di proseguire l’esecuzione della mammografia quando ci siano almeno 10 anni di aspettativa di vita.
Il rischio radiologico dovuto alla ripetizione degli esami, si può considerare trascurabile, eccetto che nelle donne portatrici di mutazione del gene BRCA, maggiormente sensibili agli effetti delle radiazioni. A tale proposito alcuni hanno suggerito di sostituire la mammografia con la risonanza magnetica (MRI) ma al momento non è proponibile un uso della MRI su larga scala. In donne ad alto rischio ha mostrato maggiore sensibilità ma minore specificità in uno studio comparativo nei confronti della mammografia con un eccesso di falsi positivi e di conseguenti biopsie.

Una RMN mammaria annuale attualmente viene raccomandata solo nelle donne portatrici di mutazione del gene BRCA o altre mutazioni note della linea germinale e altre situazioni che condizionino un alto rischio di cancro della mammella, in coloro che hanno familiari di primo grado portatori di mutazioni, in soggetti con anamnesi personale di mammelle sottoposte a radiazioni tra i 10 ed i 30 anni.

Subito dopo il carcinoma della mammella il cancro della cervice uterina è la neoplasia per la quale esistono le maggiori evidenze di efficacia dello screening grazie al test di Papanicolau (PAP test). Questo test non è mai stato sottoposto ad un trial clinico randomizzato, ma viene considerato uno standard sulla base di evidenze consolidate basate su studi osservazionali che hanno mostrato un calo della mortalità per neoplasie della portio in aree con elevata aderenza all’indagine. Poiché il virus del papilloma umano è l’agente etiologico di gran parte delle neoplasie, il test per l’HPV può essere associato al PAP test nello screening.

L’esame viene effettuato semplicemente analizzando un campione di cellule prelevate con una spatola (spatola di Ayre) ed un tampone nella zona di transizione tra endocervice ed esocervice, laddove si rilevano più frequentemente are displastiche e neoplastiche. Le cellule vengono classificate secondo il sistema di Bethesda (2001) Ogni anno si diagnosticano anormalità nel 6-7% dei campioni. La sensibilità del test varia dal 30% all’87% e la specificità dall’86 al 100%. Il Pap test è consigliato nelle donne in età fertile dai 21-25 ai 65 anni, anche se alcune linee guida lo raccomandano a partire da 3 anni dall’inizio dell’attività sessuale con cadenza triennale. Dai 35 aa è preferibile associare anche il test per HPV.

Lo screening si ferma a 65 aa per le donne che sono state seguite regolarmente e che non sono a rischio di carcinoma della cervice per altri motivi. Può essere considerato inutile per quelle che sono state sottoposte ad isterectomia totale (con rimozione della cervice) per cause benigne, mentre è opportuna una sorveglianza ventennale per chi ha un’anamnesi personale con storia di carcinoma della cervice e/o dell’utero. Anche i soggetti immunodepressi o con esposizione uterina al dietilstilbestrolo potrebbero richiedere un monitoraggio più frequente.

Per la prevenzione del carcinoma del colon retto esistono due modalità di screening: esame delle feci per la ricerca del sangue occulto ed esami endoscopici o radiologici. Il sangue occulto nelle feci andrebbe eseguito ogni 2 anni tra i 50 ed i 69 anni. È un test molto semplice ed abbastanza economico, che viene effettuato su 3 diversi campioni di feci. Consente di rilevare precocemente la comparsa di carcinomi o adenomi del colon retto. Se effettuato con il guaiaco ha una bassa specificità per cui richiede l’esecuzione di indagini endoscopiche aggiuntive. Recentemente con il test immunochimico la specificità è aumentata, ma il costo della metodica è più elevato, così come la ricerca del DNA (Fl-DNA) recentemente messa a punto da ricercatori italiani.

Qualora la ricerca del sangue occulto nelle feci sia positiva, si raccomanda l’esecuzione di un esame endoscopico con rettosigmoidoscopia che indaga i primi 60 cm di intestino e/o colonscopia completa se occorre una valutazione di tutto il colon.
Da qualche anno ha destato interesse anche la cosiddetta “colonscopia virtuale” che viene effettuata con tomografia computerizzata. Ha il vantaggio di evitare possibili complicanze endoscopiche come la perforazione o il sanguinamento, ma ha molte limitazioni. Infatti necessita di preparazione intestinale, non consente l’esecuzione della biopsia e si associa ad aumento del rischio cumulativo correlato all’esposizione a radiazioni che potrebbe diventare significativo se eseguita routinariamente nell’ambito di un programma di screening.

Altre modalità di prevenzione: i farmaci, i vaccini, la chirurgia

Dopo il capitolo degli screenings è doveroso affrontare quello della prevenzione attuato con farmaci e vaccini.

Per il carcinoma mammario femminile, sono disponibili due farmaci: tamoxifene e raloxifene, due modulatori selettivi del recettore estrogenico (SERMs), con attività estrogenica antagonista e parzialmente agonista. In uno studio il tamoxifene si è dimostrato efficace nel ridurre del 50% il rischio di tumori correlati al recettore estrogenico in donne in postmenopausa con età maggiore di 60 anni, anamnesi personale con storia di carcinoma lobulare in situ ed altri parametri (score di Gail). Malgrado il risultato, il farmaco può raddoppiare il rischio di carcinomi dell’endometrio e patologie cardiovascolari come trombosi venosa profonda o stroke.

In un altro studio i dati di efficacia sulla riduzione di mortalità non sono stati confermati, per cui il trattamento con tamoxifene non è al momento raccomandato per la prevenzione. Risultati migliori sono stati ottenuti con il raloxifene, che ha un profilo di tossicità con minori effetti collaterali. Per questo motivo la Food and Drug Administration (FDA) ne ha approvato l’uso con finalità preventiva nelle donne in postmenopausa.

Come per la mammella, anche per la prostata sembrano esserci due farmaci attivi nella prevenzione del carcinoma: finasteride e dutasteride, inibitori della 5-alfa reduttasi. In alcuni studi hanno dimostrato di ridurre del 25% l’insorgenza della neoplasia. I risultati inerenti la finasteride sono controversi sia per l’insorgenza nei soggetti trattati di tumori più aggressivi (score di Gleason maggiore di 6) sia per l’inefficacia sulla riduzione di mortalità, mentre ben noti sono gli effetti collaterali incluso la ginecomastia e la disfunzione sessuale. Qualche speranza in più sembra esserci con la dutasteride che ha dimostrato una riduzione dei tumori di circa il 23%, senza aumento di tumori aggressivi. Tuttavia ancora non sono disponibili dati definitivi.

Per quanto riguarda la prevenzione con i vaccini abbiamo già accennato in precedenza all’importanza del virus HPV, correlato allo sviluppo di molte neoplasie, ma soprattutto del carcinoma della cervice uterina, della vulva, dell’ano e del pene. Attualmente sono disponibili sia per le femmine che per i maschi un vaccino tetravalente, attivo contro il virus HPV 6,11,16 e 18, ed un vaccino nonavalente, attivo contro l’HPV 6,11,16,18,31,33,45,52 e 58. I ceppi 16 e 18 sono responsabili del 70% dei carcinomi della cervice uterina, mentre al 6 e l’11 sono ascrivibili il 90% dei condilomi genitali.

La vaccinazione è raccomandata dalla WHO per le adolescenti dai 9 ai 13aa ed in Italia è stata inserita nei LEA. In Italia la vaccinazione universale contro l’HPV per entrambi i sessi viene effettuata in 9 regioni. La vaccinazione può ridurre il rischio di neoplasia della cervice uterina fino al 90%, tuttavia non garantisce la copertura assoluta, per cui il Pap test è comunque indicato.

Al termine di questo excursus sulla prevenzione qualche cenno merita sicuramente la prevenzione chirurgica. Soggetti a rischio per caratteristiche ereditarie o genetiche possono infatti beneficiare della chirurgia. È il caso dei portatori di mutazione del gene BRCA per i quali possono essere indicate la mastectomia e la salpingo-annessiectomia profilattiche o per i portatori di poliposi adenomatosa familiare (FAP) per i quali è proposta la colectomia.

La mastectomia bilaterale profilattica nei portatori di mutazione di BRCA è efficace nel prevenire il 90% del tumore della mammella. La tecnica preferita è la mastectomia “skin –sparing” rispetto alla sottocutanea al fine di ridurre al minimo il tessuto mammario residuo, potenziale sede di neoplasia.
L’ovaro-annessiectomia profilattica stranamente trova maggiore spazio ed è praticata più frequentemente della mastectomia. Il motivo è da ricercare sia nella migliore compliance dei soggetti per i risvolti psicologici e sessuali di minore impatto sia nell’assenza di test di screening efficaci come la mammografia. Inizialmente è stata proposta solo per i soggetti con mutazione di BRCA 1-2, ma poi l’intervento è stato esteso anche alle donne con sindrome di Lynch e ad altre sindromi ereditarie. Nelle portatrici di mutazione di BRCA in premenopausa riduce il rischio di cancro dell’ovaio fino al 90-95% e di cancro della mammella fino al 50%; mentre nelle donne in postmenopausa è efficace esclusivamente nei confronti delle neoplasie ovariche. L’intervento andrebbe effettuato tra i 35 ed i 40 anni, dopo le gravidanze e può associarsi all’isterectomia, soprattutto nei casi di sindrome di Lynch dove il tumore dell’utero è più frequente.

La colectomia profilattica è indicata per i soggetti con FAP, che oltre a presentare centinaia o anche migliaia di polipi del colon, possono sviluppare carcinomi. Il tipo di intervento dipende dalle caratteristiche fenotipiche individuali e può prevedere una proctocolectomia totale con borsa ed anastomosi ileale o una colectomia addominale totale con ileo-rettoanastomosi, o proctocolectomia con ileostomia.

Oggi nuove prospettive si aprono nell’ambito della diagnosi precoce dei tumori con nuove modalità di intervento e nuovi test. Recentemente la rivista Science ha pubblicato un lavoro della John Hopkins University sulla cosiddetta” biopsia liquida”. I ricercatori hanno messo a punto un nuovo test, denominato CancerSEEK, basato su un semplice prelievo di sangue, che migliorerebbe la diagnosi di cancro. Il test consentirebbe di rilevare precocemente la presenza delle principali neoplasie (mammella, ovaio, fegato, stomaco, esofago, colon retto e polmone) prima che si sviluppino metastasi, con una specificità del 90%. La sensibilità è del 70%, per cui dovrà essere migliorato e non è ancora utile per uno screening. Tuttavia la strada è aperta ed il futuro offre nuovi sviluppi positivi.

La prevenzione in Italia

In Italia è stato implementato un sistema di sorveglianza nazionale, denominato PASSI, che indaga i fattori comportamentali di rischio per la salute e la diffusione degli interventi di prevenzione messi in campo dalle Aziende Sanitarie per la tutela del benessere dei cittadini con 18-69 anni.

PASSI fa parte delle strategie di contrasto e prevenzione messe in campo dal Ministero della Salute e dalle Regioni. Attivo dal 2007, PASSI raccoglie dati di continuo e per questo consente di rappresentare fenomeni nel tempo cogliendo le variazioni dei fattori di rischio o gli effetti delle azioni preventive. Quindi fornisce indicazioni utili sia alla progettazione delle azioni sia alla loro valutazione. Passi «permette di studiare l’evoluzione dei fenomeni nel tempo e rappresenta uno strumento importante per le finalità di governo centrale e locale di pianificazione, monitoraggio, valutazione degli interventi di prevenzione e promozione della salute», si legge in un comunicato.

Il convegno tenutosi a Roma il 9 gennaio 2018 per celebrare i 10 anni dall’istituzione del programma, rappresenta quindi un momento di riflessione sul tema delle sorveglianze di popolazione per promuovere l’uso dei dati, riflettere sui risultati raggiunti e sulle prospettive future. I dati PASSI mostrano chiaramente che le differenze per istruzione, condizioni economiche e cittadinanza nella partecipazione ai test di screening si riducono significativamente nell’ambito dei programmi organizzati e offerti dalle Aziende Sanitarie Locali rispetto a quanto si osserva nei dati sul ricorso al test di screening su iniziativa spontanea, ovvero fuori dai programmi organizzati.

Secondo PASSI in Italia fumano 10 milioni e mezzo di persone. I forti fumatori che fumano almeno 20 sigarette sono 2.350.000. Il fumo di tabacco, oggi in Italia, costituisce la prima causa evitabile di morte prematura.
Nella popolazione di 30 anni e più, il fumo provoca circa 80.000 morti l’anno: il 24% di tutti i decessi tra gli uomini e il 7% dei decessi tra le donne, con oltre 1.000.000 di anni di vita potenziale persi.
Secondo PASSI in Italia sono fisicamente attive (cioè raggiungono i livelli raccomandati oppure svolgono un lavoro che richiede sforzo fisico pesante) circa 20 milioni di persone tra i 18 ed i 69 anni. Le linee guida internazionali raccomandano per gli adulti almeno 150 minuti alla settimana di attività moderata o 75 di attività vigorosa o una combinazione delle due con esercizi di rafforzamento dei maggiori gruppi muscolari da svolgere almeno 2 volte alla settimana malattie cardio-vascolari casi di cancro al seno e al colon casi di diabete tipo II casi di morte prematura

Le diseguaglianze sociali sono quasi sempre correlate a differenze nello stato di salute e negli stili di vita. Avere maggiori disponibilità economiche e un livello di istruzione più alto, rende più facile condurre stili di vita sani e godere di una salute migliore. I dati PASSI mostrano che col diminuire del reddito disponibile e del livello di istruzione aumentano l’abitudine al fumo, la sedentarietà, l’obesità e si riduce l’attività fisica. Solo per il consumo a rischio di alcol non si nota questo gradiente. Le diseguaglianze sono presenti sia tra gli uomini che tra le donne e anche nei diversi gruppi di età.

Conclusioni

A tutt’oggi comunque l’educazione sanitaria resta il primo e fondamentale intervento ai fini di una prevenzione efficace. A tale proposito la Comunità Europea ha emanato dodici semplici regole a cui dovrebbe attenersi la popolazione generale, note come «Decalogo Europeo contro il cancro» (fig. 2).

Fig. 2 modificata da Codice Europeo contro il cancro http://cancer-codeeurope.iarc.fr

Fig. 2 modificata da Codice Europeo contro il cancro http://cancer-codeeurope.iarc.fr

A tale proposito si ricorda un preciso e puntuale intervento di Papa Francesco che in un Suo discorso ha detto:

bisogna favorire la mentalità della prevenzione oncologica [.…]. C’è tanto bisogno di diffondere una cultura della vita, fatta di atteggiamenti, di comportamenti. Una vera cultura popolare, seria, accessibile a tutti, e non basata su interessi commerciali. Più in particolare, le famiglie hanno bisogno di essere accompagnate in un cammino di prevenzione; un cammino che coinvolge le diverse generazioni in un ‘patto’ solidale; un cammino che valorizza l’esperienza di chi ha vissuto, insieme ai propri familiari, il percorso della patologia oncologica [….] Da ultimo, mi permetto di sottolineare che, poiché la salute costituisce un bene primario e fondamentale di ogni persona, è auspicabile che la prevenzione oncologica possa essere estesa a tutti, grazie alla collaborazione tra i servizi pubblici e privati, le iniziative della società civile e quelle caritative

 

 


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CODICE EUROPEO CONTRO IL CANCRO: http://cancer-codeeurope.iarc.fr

 

(*) Socio AMCI sezione di Vercelli
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