Il film “Bella addormentata” di Marco Bellocchio

di Paolo Perrone *
pubblicato il 10 ottobre 2012
Il film “Bella addormentata” di Marco Bellocchio

Recensione cinematografica di Paolo Perrone da «il nostro tempo» 16 settembre 2012 pp. 20-21


Fra i tre film italiani impegnati a difendere i nostri colori alla recente Mostra del cinema di Venezia, «Bella addormentata» è certamente quello che ha catalizzato le maggiori attenzioni. Per la presenza dietro la macchina da presa di un regista di lungo e stimato corso, Marco Bellocchio, e, soprattutto, per il tema affrontato, gli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro, la cui drammatica vicenda fa da collante a un gruppo ristretto di personaggi di fantasia che, di diversa impostazione ideologica, si collegano emotivamente alla storia della ragazza, in stato vegetativo dal 1992, dopo un terribile incidente stradale, e morta a Udine il 9 febbraio 2009 a causa dell’interruzione del trattamento di idratazione e alimentazione voluta dal padre, Beppino Englaro, dopo l’autorizzazione della Corte d’appello civile di Milano.

Una vicenda che tre anni fa ha suscitato nel Paese prese di posizione laceranti e che Bellocchio, volendo restituire «l’esasperazione mediatica» di allora, ricostruisce compattando negli ultimi sei giorni di vita di Eluana un tragitto narrativo articolato, con un senatore di centro-destra (Toni Servillo) in preda ai dubbi se votare o no, disubbidendo alla disciplina del partito, una legge sul “fine vita” che va contro la sua coscienza, rapportandosi alla sua storia personale di marito che ha “staccato la spina” alla moglie malata terminale, proprio mentre la figlia Maria (Alba Rohrwacher), attivista del Movimento per la vita, insieme ad alcune amiche parte per Udine, si raccoglie in preghiera davanti alla clinica dove è ricoverata la Englaro e si innamora di Roberto (Michele Riondino), schierato con il tracotante fratello nell’opposto fronte laico e laicista. Intanto, in un altro luogo in Italia, una famosa attrice (Isabelle Huppert), sacrificando il rapporto affettivo con il figlio, aspirante attore, spera invocando Dio nella guarigione della figlia, da anni in coma irreversibile, bella e bionda come una bambola, venerata come una reliquia. Infine, una tossicomane sbandata e incosciente (Maya Sansa), che cerca ripetutamente di togliersi la vita, è salvata da un medico (Piergiorgio Bellocchio) che si oppone con tutte le forze al suo suicidio e la accudisce, in un letto d’ospedale, con infinita pazienza.

La locandina del film

Come ha ribadito lo stesso Bellocchio, «queste storie, non estranee alla storia di Eluana, eppure indipendenti, “pescano” in un tempo lontano, il tempo di tutta la mia vita, l’infanzia, l’adolescenza, la famiglia, l’educazione cattolica, il compromesso della politica, i principi morali, l’importanza della coerenza alle proprie idee». In effetti in «Bella addormentata» non si fa fatica a percepire il punto di vista del regista piacentino, che pur senza costruire un film “a tesi” schierato irriducibilmente a favore dell’eutanasia, riduce a un protagonismo chiassoso e a una militanza isterica la testimonianza di fede dell’attrice (rappresentandola come una madre egoista e invasata che si appoggia alla religione per puro opportunismo psicologico, sperando che susciti nella figlia il miracolo del risveglio) e tratteggia con compiaciuta contraddittorietà la giovane attivista pro life, che cede al fascino dello sconosciuto Roberto, abbandona furtivamente la veglia di preghiera e si abbandona al trasporto fisico in una camera d’albergo dopo aver opportunamente spostato dietro la schiena nuda il crocifisso che porta al collo.

Lo sguardo di Bellocchio nei confronti dei difensori della vita è, dunque, piuttosto liquidatorio e talvolta ambiguo, disponibile ad accettare la pietosa sopportazione di una famiglia di fronte ad un’esistenza aggredita dalla morte (con il padre della ragazza e marito dell’attrice che, riattivando l’ossigenazione interrotta per qualche secondo a quel corpo perfetto e immobile, blocca il gesto omicida del figlio e gli ricorda energicamente che nessuno può imporre la propria volontà agli altri), ma dimentico delle battaglie silenziose che si combattono con coraggio quotidiano, senza fare notizia, in molte realtà domestiche. Una lotta costante per la sopravvivenza, di cui non c’è traccia sullo schermo, nella quale il dolore per un familiare in stato vegetativo, nel suo ostinato mutismo, non perde affatto in dignità.

Come ne «L’ora di religione», «Buongiorno, notte», «Il regista di matrimoni», «Vincere!», i suoi lungometraggi precedenti, anche in «Bella addormentata» Bellocchio punta ad uscire dagli stretti confini della realtà, proiettando le vicende oltre i fatti di cronaca e allargandosi, in più di un passaggio, a squarci surreali, onirici e grotteschi, soprattutto nella descrizione della classe politica alla quale appartiene il senatore in crisi di coscienza. Ma rispetto alla personalissima tangenzialità che contrassegnava quei film, in «Bella addormentata» l’immissione di un plurimo racconto privato all’interno della cornice di un evento pubblico funziona solo a metà, appiattendosi, dopo una buona prima ora, in ripetute lungaggini e in dialoghi fin troppo sopra le righe.

La bella addormentata a cui fa riferimento il titolo del film, d’altronde, non è Eluana. Lo si capisce fin dall’inizio, dalla prima inquadratura, che mostra assopita e assente la giovane tossicodipendente. È lei che apre e chiude il film, in un finale aperto alla speranza che Bellocchio propone al pubblico con indubbia sensibilità, riservandolo, però, solo a quelle “anime perse” ancora recuperabili, riconvertibili, a suo giudizio, alla pienezza della vita. Una speranza, insomma, riservata unicamente ai vivi, anche se mutilati dal dolore. Non a Eluana. Evidentemente, per il regista piacentino, già morta da tempo.

Bella Addormentata di Marco Bellocchio, 110′, Italia/Francia 2012

(*) Paolo Perrone
Caporedattore del settimanale «il nostro tempo»
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