Riabilitazione e geriatria: sfide etiche nella cura dell’anziano

di Teresa Audasso *
pubblicato il 26 febbraio 2015
Riabilitazione e geriatria: sfide etiche nella cura dell’anziano

Quale bioetica per la persona anziana? A questa domanda non si sono sottratti gli operatori sanitari riuniti in un convegno, svoltosi il 3 dicembre scorso, presso il Presidio Riabilitativo «Fatebenefratelli» per parlare di etica e riabilitazione nell’anziano fragile.

I programmi di recupero e riabilitazione in area geriatria rischiano di essere influenzati da nuovi modelli culturali che, sotto la pressione della crisi economica, mettono in discussione il valore della cura per chi non è più socialmente utile.
Sembra quasi che una cultura giovanilistica, che sfida il passare del tempo con una visione sempre performante del corpo e della vita, non lasci spazio alla riflessione sul declino patologico nell’anziano. Mai come oggi appare attuale l’antico motto «Senectus ipsa morbus» : la vecchiaia è vista come un processo immodificabile e involutivo, anticamera inesorabile del termine della vita.

Le categorie della dipendenza e dell’autonomia definiscono un nuovo concetto di soggettività che mette ai margini della società chi non è più “produttivo“, imputando all’anziano i costi sociali che tale fragilità implica. Il rischio è che anche nella pratica clinica si resti abbagliati da una cultura performante  che giustifica solo gli interventi terapeutici risolutivi, dove l’unico risultato ammesso è la guarigione.
Come ben rifletteva Petrini in un articolo di qualche anno fa sui diritti dell’anziano fragile:

[…] la ricerca del senso e la ricerca della salute non camminano mano nella mano. La tentazione della medicina contemporanea di far valere il proprio metro di giudizio in termini di salute per determinare il valore globale della vita delle persone non tiene conto della complessità di tale valore […]1

L’anziano fragile con la sua vulnerabilità e debolezza ci ricorda il senso e il limite dell’umanità

La nostra cultura ha solo recentemente recuperato un immaginario positivo nei confronti della persona di una certa età, ma si tratta di un immaginario disponibile ad accogliere solo l’anziano attivo, efficiente, capace di consumare e godersi la vita. Alla vita di un anziano, autosufficiente, possibilmente benestante, magari in pensione e con la possibilità di avere a disposizione quel tempo libero che fino a poco tempo prima era solo un miraggio, si attribuisce non solo “valore” ma anche una certa quota di “desiderabilità”.
Diversa è la condizione del vecchio, malato, non autosufficiente, magari afflitto da un morbo incurabile o da gravi forme di malattia degenerativa. Di fronte a tali condizioni di salute prevalgono affermazioni del tipo: «Ma che vita è questa?» O, peggio ancora, «una vita così non ha più alcuna dignità».

Al contrario la dignità della vita che andrebbe rivendicata è proprio quella dell’anziano fragile che con la sua vulnerabilità e la sua debolezza ci ricorda il senso e il limite dell’umanità.
Si tratta non solo di recuperare una visione sapienziale dell’anziano, così indispensabile in tempi dove la velocità dello sviluppo tecnologico rischia di far perdere l’orientamento valoriale, ma anche di guardare con più lucidità ai mutamenti sociali e demografici degli ultimi anni.
Come ci ricorda la sociologa Saraceno:

L’aumento delle speranze di vita ha creato, per la prima volta nella storia dell’umanità, le condizioni materiali per cui il divenire adulto di una generazione non coincide più in larga misura con la scomparsa della generazione precedente […] Si cessa di essere figli molto tardi nel corso della vita, spesso quando si è a propria volta non solo genitori, ma anche nonni2

Appare quindi necessaria un’alleanza tra bioetica, medicina e politica per trovare risposte allo scontro tra  generazioni che, alla fisiologica contrapposizione dialettica del passato, sembra oggi spostarsi sul piano del diritto alle cure.
Partendo da questa consapevolezza, il Comitato Nazionale di Bioetica, ha proposto all’attenzione dell’opinione pubblica alcune riflessioni intorno allo spinoso tema della malattia di Alzheimer e delle demenze.
Il Comitato ribadisce che il malato di demenza vada riconosciuto:

come persona in ogni fase della malattia, a prescindere dal mutamento delle condizioni cognitive, graduali o immediate o dal mutamento di personalità e di comportamenti: tale riconoscimento giustifica la doverosità di trattamenti di cura e di assistenza3

Anche laddove il confine tra accanimento terapeutico e astensionismo è difficile da tracciare, il compito degli operatori sanitari è di sentirsi “tutori” dell’anello più fragile del sistema sanitario, ossia il paziente che non ha neppure più voce per reclamare i suoi bisogni.
Ecco quindi che si apre lo scenario delle direttive anticipate, come strumento per esercitare il rispetto delle volontà dei pazienti e più in generale del consenso informato nei pazienti cognitivamente compromessi.
Il Comitato Nazionale di Bioetica, pur riconoscendo che le dichiarazioni anticipate di trattamento sono uno strumento che può rafforzare il consenso informato nelle scelte mediche, ravvisa la necessità che tali strumenti siano calati all’interno della biografia del paziente e dell’evolversi della malattia, auspicando che siano accompagnati dall’interpretazione del care-giver o di un rappresentate legale ( tutore, curatore) che possa testimoniare della volontà del paziente quando il soggetto abbia perso definitivamente le sue capacità di intendere e di volere.
Eppure nonostante l’impegno etico a calibrare l’intervento medico a seconda delle condizioni cliniche, nel tentativo di alleviare le sofferenze pur rispettando le volontà del paziente, gli stadi finali della malattia nel campo della demenza, pongono nuove sfide nella quotidianità dell’assistenza. In quest’ottica è stato analizzato e approfondito il ruolo dell’alimentazione artificiale e dei quesiti etici che esso pone.

Le brevi osservazioni riportate in queste righe non rendono giustizia alla complessità dei temi trattati, ma confermano la delicatezza e l’importanza che il discernimento etico ha nella gestione delle scelte terapeutiche ed assistenziali, per la quale nessun protocollo medico potrà mai sostituire la necessaria compassione e attenzione verso i pazienti e il loro percorso di fine vita.


Bibliografia

1 PETRINI M., I diritti dell’anziano fragile: una prospettiva etica, G. Gerontol 2007; 55: 15-19

SARACENO C. – LARAS G., Onora il padre e la madre, Il Mulino, 2010

 3 CNB, Le demenze e la malattia di Alzheimer: considerazioni etiche, 20 giugno 2014 <Comitato Nazionale di Bioetica. Le demenze e la malattia di Alzheimer: considerazioni etiche, 20 giugno 2014 >

(*) Responsabile Ufficio Medicina Preventiva
Presidio Ospedaliero Riabilitativo B.V. Consolata «Fatebenefratelli»
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