Salute in tempo di crisi: come garantirla?

di Lara Reale *
pubblicato il 10 ottobre 2012
Salute in tempo di crisi: come garantirla?

Esperti a confronto in un convegno del Centro cattolico di Bioetica di Torino

Sabato mattina 22 settembre si è svolto nell’Aula Magna della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – Sezione di Torino un convegno sul tema «Società e Sanità. Declinare la salute nel tempo della crisi». Segue l’articolo di Lara Reale pubblicato su «il nostro tempo».


In un contesto di dissesto economico generalizzato, a livello internazionale, nazionale, locale, con bilanci pubblici in rosso e disponibilità di spesa ridotte all’osso, è possibile garantire le terapie e le cure mediche essenziali ai cittadini? Se è vero che in alcune Regioni la Sanità rappresenta circa l’80 per cento della spesa pubblica e la disponibilità economica si contrae sempre di più, è inevitabile domandarsi come sia ancora possibile «declinare la salute nel tempo della crisi». Questo il quesito su cui si è imperniato il convegno organizzato dal Centro cattolico di Bioetica dell’Arcidiocesi di Torino il 22 settembre scorso. Otto esperti, in altrettanti settori della sanità, delle scienze mediche ed economiche, si sono confrontati in un dibattito schietto e concreto, offrendo preziosi spunti di riflessione agli oltre trecento partecipanti, appartenenti alle principali professioni sanitarie.


Nella foto da sinistra, Gian Paolo Zanetta direttore generale Federazione sanitaria 1 Torino Sud-Est, Sergio Bortolani preside della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Torino, Enrico Larghero responsabile Master in Bioetica-Facoltà Teologica di Torino e moderatore dell’incontro, mons. Valter Danna vicario generale dell’Arcidiocesi di Torino e Giorgio Palestro presidente del Centro Cattolico di Bioetica

Il terzo Dopoguerra

«La crisi economica attuale», ha esordito Sergio Bortolani, preside della Facoltà di Economia a Torino, «ha avuto un detonatore in epoca recente, ma viene da lontano. Ed è un esempio macroscopico di ciò che comporta non usare l’etica come guida dell’azione umana in generale ed economica in particolare». La crisi del debito pubblico italiano, ha spiegato il preside, è frutto di decisioni prese negli ultimi 40 anni da governi di tutti i colori, con l’unico obiettivo di ottenere consenso sociale pro-tempore. «Sì è detto sì a tutto e a tutti: alle rivendicazioni salariali di ogni genere, ai sostegni alle imprese private, all’evasione fiscale generalizzata, alle pressioni di lobby e corporazioni… La ricerca indiscriminata di consenso sociale ha scaricato sulle generazioni successive l’inevitabile aggiustamento».

Le statistiche sul debito pubblico sono impietose: negli ultimi quattro decenni non c’è stato un solo anno in cui si sia ridotto, arrivando agli attuali 1.967 miliardi di euro. Anche nel 2012, nonostante l’austerity, il debito è aumentato. «La colpa», ha commentato Bortolani, «è principalmente della classe di governo: certi provvedimenti sono stati presi dai politici e, ancora oggi purtroppo, in diverse Regioni assistiamo a pessimi esempi di uso del denaro pubblico». Tuttavia queste gestioni “disinvolte” «sono anche frutto di una cultura che ciascuno di noi ha contribuito a creare: quella che ammira i “furbetti” anziché coloro che pagano le tasse».

A scoperchiare il vaso di Pandora è stata la crisi finanziaria dei cosiddetti mutui subprime, che tra il 2007 e il 2009 ha sconvolto gli Stati Uniti e, da lì, il resto del mondo. «Fin dal 2004 gli attori finanziari sapevano che il sistema sarebbe crollato, ma continuavano a concedere prestiti a persone insolventi», ha spiegato l’economista. «Abbiamo assistito a livelli di criminalità, tra gli operatori del settore, mai visti in precedenza e purtroppo ben pochi di quei delinquenti alla fine hanno pagato». I titoli “tossici” statunitensi furono acquistati in tutto il mondo, soprattutto dalle banche europee (poco da quelle italiane), così i governi, per contenere le ripercussioni sull’economia reale, hanno introdotto ammortizzatori sociali eccezionali, tra cui milioni di ore di cassa integrazione, con inevitabile aggravio del debito pubblico.

«Il colpo di grazia è giunto con il quasi fallimento di Grecia, Irlanda e Portogallo: a quel punto i mercati hanno aggredito Spagna e Italia, considerandole potenzialmente “morose”. Poiché il 40 per cento del debito pubblico italiano è in mano alla speculazione finanziaria globale, abbiamo corso il serio rischio che gli investitori stranieri iniziassero a liberarsi dei nostri titoli di Stato, innescando un effetto domino che avrebbe portato al crash finale». Tutto ciò ha portato all’incremento forsennato dello spread (differenziale di rendimento tra il nostro Btp decennale e il Bund decennale tedesco), con ripercussioni sulla vita di ciascuno di noi.

Tempo fa il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha affermato che lo spread a livelli così elevati ha obbligato l’Italia a fare riforme che erano ferme da decenni. «Caduto il governo precedente, quello tecnico attuale ha introdotto provvedimenti radicali nell’ambito del lavoro, della spending review, delle pensioni e delle liberalizzazioni (seppure annacquate). Ma mancano ancora: corruzione, produttività, giustizia…».

Per il futuro, Bortolani ha alcune ragioni di pessimismo e altre di speranza. «Sono scettico, se penso che sono imminenti le elezioni politiche e l’attuale governo tecnico ha fatto solo metà del lavoro. Altrettanto angosciante è la consapevolezza che occorreranno almeno altri dieci anni di sacrifici per pensare di portare il debito pubblico a un livello accettabile (80-90 per cento del Pil). Terza considerazione, forse più disarmante, è constatare che la finanza globale non si è affatto ravveduta». Gli elementi di speranza sono «lo spirito di sacrificio, che abbiamo sempre tirato fuori nelle situazioni di maggiore criticità; la tenuta dell’export, indice della validità del sistema produttivo italiano; l’azione illuminata della Banca centrale europea, che considera l’euro un processo irreversibile e indica così il cammino da seguire per salvare l’intero sistema; il recupero “obbligato” di valori dimenticati come sobrietà, solidarietà e responsabilità. Se, grazie alla crisi, riuscissimo a mettere in atto il 10 per cento di quanto scritto nella Caritas in Veritate, approderemmo a un mondo diverso».

Il dato di fatto, ha concluso il preside, «è che siamo in un terzo Dopoguerra: le macerie, che hanno lasciato dietro di sé 40 anni di debito pubblico incontrollato, sono pari a quelle della Seconda guerra mondiale; ma come ne siamo usciti allora, possiamo farcela anche adesso».

La Sanità piemontese si riorganizza

Se questa è la situazione, è ancora possibile garantire la cura delle persone? Secondo Gian Paolo Zanetta, direttore generale della Federazione sanitaria Torino Sud-Est, «la drammaticità del momento impone un cambiamento non solo del sistema sanitario, ma di tutto il welfare. Il taglio dei servizi erogati si impone a tutti i livelli, perché è profondamente cambiato il quadro socio-demografico, così come il sistema produttivo, che è passato dalla produzione di beni materiali al terziario. Il welfare state, teorizzato a fine Ottocento dall’economista britannico W. Henry Beveridge, è stata una delle maggiori conquiste della nostra civiltà e, dunque, non possiamo rinunciarvi; ma a questo punto è indispensabile rivederne efficienza ed equità».

Il Piemonte si sta muovendo su diversi fronti: ha disposto la creazione di sei Federazioni locali (ciascuna composta da asl, aziende ospedaliere…) al fine di concentrare logistica, acquisti, consulenza legale, prenotazioni… «L’obiettivo», ha spiegato Zanetta, «è raggiungere masse critiche, che consentano economie di scala e risparmi che verranno rigettati nel sistema». Sempre nella direzione della razionalizzazione delle spese va la decisione di riordinare la rete ospedaliera, chiudendo le strutture più piccole e meno efficienti e migliorando, al contempo, l’assistenza territoriale. Altrettanto importanti sono le campagne di prevenzione e la collaborazione con le realtà del volontariato.

Trapianti e farmaci: quali garantire?

Mario Eandi, docente di Farmacologia
all’Università degli Studi di Torino

Piuttosto critico Mario Eandi, docente di Farmacologia all’Università di Torino, che ha sollevato dubbi circa l’efficacia della concentrazione di potere in poche mani, poiché non sempre in passato ha dato prova di un’equa allocazione delle risorse. L’esperto si è detto poco convinto anche del nuovo obbligo di indicare sulle ricette mediche i soli principi attivi dei farmaci e non il loro nome commerciale: «Il ricorso ai farmaci generici può essere utile in termini di risparmio pubblico, ma non è altrettanto scontato l’effetto a livello di mercato e sul piano terapeutico: ricordo che i generici sono equivalenti ma non identici, inoltre per il paziente il marchio ha un valore simbolico che non va sottovalutato». Infine, poiché aumentano sempre più i costi di sviluppo dei nuovi farmaci a fronte di ridotti ritorni dell’investimento, diventa sempre più indispensabile indirizzare le risorse della ricerca farmaceutica verso le reali necessità delle popolazioni, anziché perseguire come si è fatto finora le esigenze dei più benestanti.

Sempre sul fronte delle terapie, a Pier Paolo Donadio, primario di Anestesia e rianimazione alle Molinette di Torino, è stata posta la domanda provocatoria: in carenza di risorse, ha senso fare i trapianti, così costosi e per così poche persone? L’esperto ha dimostrato che fare un trapianto di rene anziché tenere in dialisi un nefropatico comporta un risparmio netto di circa 89 mila euro a paziente in 5 anni. Per i trapianti di cuore, fegato e polmoni i benefici “economici” sono forse meno evidenti, ma resta il discorso etico-morale; inoltre garantire solo i trapianti di rene comporterebbe lo “spreco” di molti organi salvavita per altrettante persone. Detto questo, Donadio ha chiarito che il sistema dei trapianti è comunque razionalizzabile, migliorando ad esempio la selezione dei riceventi e anche quella dei centri autorizzati ai trapianti (devono essere sufficientemente grandi e concentrati da garantire un adeguato numero di interventi e, grazie all’esperienza maturata, qualità e sicurezza).

Anche le cure di terapia intensiva, ha ammesso Donadio, sono molto dispendiose. Pure qui si possono trovare dei correttivi: il 37 per cento dei pazienti che entra in questi reparti (160.000 persone l’anno) necessita di un monitoraggio dopo interventi chirurgici gravi; per questi si potrebbero predisporre aree sub-intensive intermedie, con strutture più agili e meno costose. Inoltre un quarto dei pazienti che muore in terapia intensiva (il 18 per cento del totale, a fronte di un 70 per cento che torna a casa) vengono accettati sebbene non abbiano fin da principio alcuna possibilità di farcela: i medici rianimatori sanno bene che ne prolungheranno solo l’agonia e posticiperanno di qualche ora la morte. «Questi casi», ha commentato il rianimatore, «non dovrebbero accedere alla terapia intensiva soprattutto per ragioni etiche e deontologiche, prima che economiche. In generale, per rendere più efficiente il sistema, credo occorra ripartire dalla considerazione-base della bioetica, e cioè che non tutto ciò che è fattibile è, perciò stesso, buono».

da sinistra don Mario Rossino presidente Master universitario in Bioetica Facoltà Teologica di Torino, Enrico Larghero moderatore, Pier Paolo Donadio primario di Anestesia e rianimazione alle Molinette-Torino, don Marco Brunetti direttore Ufficio per la Pastorale della Salute-Arcidiocesi di Torino, Paola Brusa professore associato presso la Facoltà di Farmacia dell’Università degli Studi di Torino

Anche gli ospedali cattolici in difficoltà

Particolarmente prezioso, in tempi di ristrettezze economiche, è il contributo delle strutture sanitarie no profit di ispirazione cristiana. Queste, ha ricordato don Marco Brunetti, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale della Salute e membro della Consulta nazionale per la Pastorale della Sanità della Cei, obbediscono al mandato originale di Gesù ai Discepoli: «Sanare infirmos (Lc 9,2) costituisce per la Chiesa un costante impegno di evangelizzazione, al quale nei secoli non si è mai sottratta. Lungi dall’avere obiettivi di lucro, le nostre strutture offrono elevati standard di qualità e curano il malato in una prospettiva olistica; inoltre richiedono costi di gestione inferiori rispetto all’ente pubblico. Per questo sono integrate a pieno titolo nel Servizio sanitario nazionale fin dalla sua costituzione (legge n° 883 del 1978), con pari diritti e doveri rispetto alle istituzioni pubbliche».

Eppure gli ospedali e le case di cura di ispirazione cristiana sono a serio rischio di sopravvivenza, a causa degli oneri di accreditamento e della non adeguata remunerazione delle prestazioni, ma anche per il protratto rinvio dei rimborsi da parte delle amministrazioni pubbliche, richiamato ancora lo scorso 14 settembre dall’Arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, nell’incontro dei direttori della Sanità piemontese. Altri elementi critici sono la fedeltà alla cura globale della persona e il rapido processo di concentrazione economica delle strutture sanitarie private for profit, a cui presto dovranno adeguarsi anche gli enti religiosi, pur nel rispetto delle reciproche autonomie.

Da quanto precede, ha concluso Giorgio Palestro, presidente del Centro cattolico di bioetica e già preside della Facoltà di Medicina a Torino, «è chiaro che l’attuale crisi economico-finanziaria nasce da un altro tipo di crollo, sul piano etico, morale e valoriale. La storia dell’umanità è costellata da fasi di rottura, che alla fine hanno sempre prodotto effetti positivi enormi, perché ci hanno obbligati a trovare soluzioni per riprendere slancio. Come gli anticorpi generati dalle malattie, così i valori morali recuperati in seguito a questa crisi potranno farci tornare forti e sani».

(*) Dott.ssa Lara Reale
Giornalista scientifica
Dottore in Scienze della Comunicazione
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