Saluto dell’Arcivescovo di Torino

di Monsignor Cesare Nosiglia
Arcivescovo Diocesi di Torino
30 settembre 2019
Saluto dell’Arcivescovo di Torino

È più che mai urgente riflettere su quale ruolo debba avere l’adeguato servizio alla vita debole in una società sempre più complessa, bisognosa di risorse non solo economiche e tecno-scientifiche, ma anche e soprattutto umane.

Quest’attenzione − come ricordava San Giovanni Paolo II nel Motu proprio Dolentium hominum  (1985)è da sempre presente nella Chiesa che «nel corso dei secoli ha fortemente avvertito il servizio ai malati e sofferenti come parte integrante della sua missione e non solo ha favorito fra i cristiani il fiorire delle varie opere di misericordia, ma ha pure espresso dal suo seno molte istituzioni religiose con la specifica finalità di promuovere, organizzare, migliorare ed estendere l’assistenza agli infermi» (DH, 1).

Monsignor Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino @ F. A. D'Angelo

Monsignor Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino, F. Archivio

Nella realizzazione di quest’impegno − evidenziava ancora San Giovanni Paolo II − «la Chiesa è guidata da una precisa concezione della persona umana e del suo destino nel piano di Dio. Essa ritiene che la medicina e le cure terapeutiche abbiano di mira non solo il bene e la salute del corpo, ma la persona come tale che, nel corpo, è colpita dal male. La malattia e la sofferenza, infatti, non sono esperienze che riguardano soltanto il sostrato fisico dell’uomo, ma l’uomo nella sua interezza e nella sua unità somatico-spirituale» (DH, 2).

La storia della Chiesa, diceva ancora il Papa,  ci ha tramandato Santi e Sante che si sono dedicate alla cura dei malati. Alcuni sono stati anche fondatori di istituti religiosi, ospedali e case di cura per le diverse patologie. Penso, ad esempio, nel nostro territorio al Cottolengo, ai Camilliani, al Fatebenefratelli, al Koelliker dei Missionari della Consolata e vorrei aggiungere anche l’hospice della Faro che è una istituzione molto preziosa per i malati terminali. Tutte realtà di cui possiamo anche noi usufruire e che perseguono con sacrificio e impegno il loro servizio ponendo sempre al centro la persona del malato, promuovendo relazioni umani e spirituali con grande generosità di tempo e vicinanza fraterna.
Mentre sta prevalendo sempre di più nella sanità la tendenza all’aziendalismo dell’ospedale che, condizionato dal mercato, finisce per scartare i più poveri, queste realtà si sforzano di restare fedeli al loro carisma originario e a quella scelta umanistica, solidaristica e spirituale che cura il fisico e l’anima del malato, tiene conto dei suoi rapporti con la famiglia e la comunità, promuove l’etica dei medici e degli operatori sanitari, la fedeltà ai principi fondamentali della visione cristiana della persona umana e dei suoi diritti e doveri verso se stessi e gli altri nel rispetto della vita dal suo inizio al naturale tramonto e le richieste del malato attivo, protagonista del suo cammino terapeutico.
Si cerca anche di prendersi cura del malato nel rispetto della sua dignità, oltre che con la massima attenzione alle nuove scoperte scientifiche, anche con l’accompagnarlo passo a passo con amore, anche quando non è più in grado di guarire e di intendere.

È questo un patrimonio di valore incommensurabile che non possiamo e non dobbiamo disattendere e sminuire perché rappresenta il DNA del Vangelo dell’amore che qualifica il credente e lo conduce a riconoscere nella persona malata la presenza stessa di Cristo. Queste convinzioni sono state espresse recentemente anche da Papa Francesco che, ricevendo in udienza la Delegazione della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici  (2018), ha sostenuto che gli operatori nel mondo della salute sono «chiamati ad affermare la centralità del malato come persona e la sua dignità con i suoi inalienabili diritti, in primis il diritto alla vita». Egli ha proseguito puntualizzando che «va contrastata la tendenza a svilire l’uomo malato a macchina da riparare, senza rispetto per principi morali, e a sfruttare i più deboli scartando quanto non corrisponde all’ideologia dell’efficienza e del profitto. La difesa della dimensione personale del malato è essenziale per l’umanizzazione della medicina, nel senso anche della “ecologia umana”».

Sono certo che questa responsabilità nei confronti dei malati non deve essere demandata unicamente agli operatori del mondo sanitario. Plaudo pertanto nel constatare che oggi interverranno accanto a quanti sono professionalmente impegnati in qualità di medici, farmacisti e infermieri anche quanti affrontano queste urgenze in ambito politico e sociale. Con il concorso di tutti, comprese le famiglie e lo stesso paziente, infatti, si può favorire il diritto fondamentale alla tutela della salute, con politiche sanitarie meno succubi di posizioni ideologiche e condizionate da ragioni economico-finanziarie, ma volte a mettere al primo posto le cure proporzionate per le persone malate giovani, adulte o anziane che siano e offrendo a tutti, non solo un percorso terapeutico, ma anche un costante accompagnamento umano e spirituale fino alla fine naturale.

Esprimo gratitudine per quanti interverranno e auguro a tutti voi presenti di trovare in questa mattinata stimoli adeguati, indicazioni e orientamenti, per servire la vita in ogni sua fase dello sviluppo e verso ogni persona in qualsiasi condizione di malattia essa si trovi. Vi ringrazio molto e vi auguro buon lavoro.

Monsignor Cesare Nosiglia
Arcivescovo Diocesi di Torino
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