Senso dell’esistenza e squilibri ecologici: i dubbi del filosofo

di Marco Fracon *
pubblicato il 23 novembre 2017

Intervista al prof. Gianluca Cuozzo, allievo di Riconda1

Un vero maestro non genera solo ripetitori del proprio pensiero, ma allievi autonomi e creativi. Questo si può dire di Giuseppe Riconda, classe 1931, professore emerito di Filosofia teoretica all’Università di Torino, che nel suo ultimo libro intervista Una filosofia attraverso la storia della filosofia (Mimesis 2017) racconta l’evoluzione dei suo sessant’anni di appassionata ricerca. Uno dei suoi allievi più giovani è Gianluca Cuozzo, oggi docente ordinario di Filosofia teoretica dell’Università di Torino.

Prof. Cuozzo, la sua ricerca si concentra sul tema ecologico. Quale linea di continuità tra la sua riflessione e quella del suo maestro? 
Il prof. Riconda nel suo ultimo libro dice: «Noi in questa terra non riusciamo mai ad esperire il bene puro. Il bene puro è qualcosa di cui non abbiamo assolutamente esperienza, si costituisce come l’aldilà escatologico. ⌈…⌉ lo sforzo di realizzare il bene attraverso la lotta è una testimonianza che il male non ha vinto, e quindi ci può aprire alla speranza escatologica». Io inizio le mie considerazioni proprio dove Riconda le ha lasciate, dando un nome alla crisi. Pongo come problema quello della probabile catastrofe ecologica, cercando di aprire il mio discorso, sulle orme di Riconda e forse di Pareyson, all’incredibile questione escatologica. Parlo quindi di un’eco-escatologia come orizzonte di senso problematico in cui iscrivere le riflessioni sul senso ultimo dell’uomo. Sapendo che, sebbene non sia uno dei suoi temi di ricerca, Riconda non è insensibile al problema.

Ma qual è il punto di contatto tra escatologia e crisi ecologica?
La scienza parla chiaro: il countdown è iniziato, stiamo entrando nella fine degli equilibri sistemici del pianeta. La crisi finale non è davanti a noi, in un più o meno lontano futuro. È presente nel cibo che ingeriamo, nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo.

Per affrontare la crisi ecologica sarebbero però sufficienti il buon senso, la tecnica e l’educazione, senza scomodare la filosofia…
Sicuramente buon senso, tecnica ed educazione sono necessarie.  Come filosofo, però nella crisi ecologica vedo anche la rivelazione del nichelismo confortevole in cui si esprime il capitalismo tecnocratico, e del tradimento che la società dei consumi ha perpetrato rispetto alla promessa di una vita piena e felice. Siamo entrati in una fase in cui la storia sembra da se stessa invocare una dimensione di salvezza altra dal mondo dato. È la natura a farsi portavoce della nostra miseria.

Si direbbe che oltre alla filosofia lei invochi la teologia…
Ripensare teologicamente al nostro tempo storico è la chance rivoluzionaria della nostra epoca storica, in cui l’ideologia del progresso si è tradita. In fondo se mi sono occupato di spazzatura è perché credo sia un segno anticipatore, di quelli che Giovanni non avrebbe mai potuto concepire, tale da annunciare la nostra Apocalisse 2.0.

C’è una consonanza di temi con l’attuale Pontefice…
Papa Francesco ha certo contribuito a questa svolta del pensiero; quello che ancora manca è una riconsiderazione in termini escatologici della crisi. È in questa via che, almeno credo, seguo le orme di Riconda, allo stesso tempo riprendendo le ultime ricerche di Pareyson sul tempo metamondano della salvezza.

Per lei, dunque, il «tempo stringe», sia in senso ecologico sia escatologico?
Sì, e di fronte a questa improvvisa contrazione del tempo ogni gesto assume un significato immenso: qualunque nostra azione potrebbe essere l’ultima chance  che ci è data per instillare nel mondo un frammento di verità, di altruismo, di pentimento, di riscatto. Il gesto si fa cosmico, come se dipendesse solo da esso un cambiamento di rotta. Ogni forma di vita è divenuta carne da macello; ma noi, forse, siamo ancora in grado di decidere, dando un segno in controtendenza, le sorti del pianeta.
Forse il nostro gesto cadrà nel vuoto, forse no…L’unica certezza è che, rimanendo indifferenti, ci facciamo complici della grande mattanza. 

Non le sembrano considerazioni disperate e disperanti e che lasciano all’agire dell’uomo solo uno spazio residuale e probabilmente vano?
Forse in alcuni momenti perdo ogni fiducia. Tuttavia, scriveva Benjamin, speranza si dà solo per quell’uomo che ha perso ogni speranza. E se così fosse davvero, anche io, come il mio maestro mi ha sempre insegnato, sono sulla buona strada: pieno di dubbi, con qualche tendenza alla rassegnazione, ma con improvvisa voglia di ricominciare la lotta contro ogni forma di nichilismo. Anche di questo sarò sempre grato al caro Beppe.

 

1  tratto da «La Voce e il Tempo» di domenica 19 novembre 2017, p. 15

(*) sacerdote Diocesi di Torino, giornalista
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