Si è rilanciato il Sacramento dell’Unzione degli Infermi al convegno diocesano GMM 2015

di Gabriella Oldano *
pubblicato il 26 febbraio 2015
Si è rilanciato il Sacramento dell’Unzione degli Infermi al convegno diocesano GMM 2015

Quest’anno, all’appuntamento annuale del convegno diocesano per la Giornata Mondiale del Malato, svoltosi sabato 7 febbraio presso il Centro Congressi «Santo Volto» di Torino, promosso dall’Arcidiocesi di Torino in collaborazione con la Piccola Casa della «Divina Provvidenza» – Cottolengo, il presidio sanitario «San Camillo» e l’Ordine ospedaliero San Giovanni di Dio «Fatebenefratelli», si è approfondito il tema pastorale dell’Unzione degli Infermi.
Come ha spiegato don Marco Brunetti, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute, che ha svolto il ruolo di moderatore e ha introdotto il tema, il convegno riporta il titolo del nuovo sussidio pastorale «L’Unzione della speranza per la vita» (ed. Camilliane, gennaio 2015, € 3,00) che è stato  redatto dalla  Consulta Regionale per la Pastorale della Salute il 14 giugno 2014 e approvato dalla Conferenza Episcopale Piemontese il 17 settembre 2014,  al fine di mettere a disposizione delle Comunità ecclesiali del nostro territorio alcuni suggerimenti per rilanciare tale Sacramento nelle case e nei luoghi di cura dove si trovano le persone malate. L’occasione della Giornata del malato è stata propizia per la presentazione di tale documento.

Non con la lettura magistrale «L’Amore più Grande» dell’Arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia, che era purtroppo assente, i cui contenuti sono però espressi nel documento pubblicato del suo Messaggio diocesano per la GMM ai malati e ai sofferenti e che riporta il medesimo titolo, ma con la  presenza di monsignor Guido Fiandino, vicario generale e vescovo delegato Cep per la Pastorale della Salute si è aperto il convegno. Dopo aver porto il saluto dell’Arcivescovo Nosiglia, riconoscente  particolarmente verso coloro che a vario titolo si fanno prossimi per le persone sofferenti, monsignor Fiandino ha voluto ribadire l’importanza di coloro che si prendono cura delle persone malate, in primis i familiari, raccontando alcuni aneddoti.

Non ci sono vite non degne di essere vissute

L’antropologia cristiana  sottolinea la centralità della persona che va sempre considerata tale nella sua globalità – di essere bio-psico-sociale–spirituale – e anche soprattutto quando la cosiddetta “qualità della vita” è diventata scadente è sempre persona umana,ha fatto notare Fiandino. Non ci sono vite non degne di essere vissute. Ha interpellato i partecipanti con una riflessione: «Non tocca allora a noi sani rendere vivibili certe vite “invivibili”?». E alle persone sane va  infatti il pensiero di Papa Francesco nel messaggio per la GMM con il motto «Io ero gli occhi per il cieco, io ero i piedi per lo zoppo» (Gb 29,15). Non è questo allora il compito, domanda monsignor Fiandino, di chi si fa prossimo per le persone che soffrono? Essere occhi per il cieco, piedi per lo zoppo, cuore per chi è solo, amore per chi è deluso, conforto per i feriti dalla vita? La malattia fa emergere interrogativi nuovi e problematiche interiori in credenti e non credenti che non possiamo ignorare, omettere, dimenticare. Chi è stato malato sa che nel tempo della sua fragilità è emersa con forza l’interrogativo: quale senso ha la mia vita, quale futuro avrò, quale senso ha forse la mia morte?

Il cristiano sa che non sempre si può dire di Dio, ma sempre si può dare Dio

Sul Sacramento dell’Unzione degli Infermi ha fatto notare che è temuto più dai familiari che non dalla persona malata. Richiamando infine alla mente l’immagine a tutti cara, quella della beata Madre Teresa di Calcutta, Missionaria della Carità, mentre si china sui malati per le strade della città, ha osservato come attraverso un cuore che davvero ama, senza nominare Dio, con il suo corpo ricurvo e il volto sorridente su di loro, ella ha fatto intuire che c’è dell’Altro, dell’Oltre. Il cristiano sa che non sempre si può dire di Dio, ma sempre si può dare Dio, perché se Dio è Amore, donando amore si dà Dio.

Don Antonio Nora, responsabile della Pastorale della Salute al Cottolengo e assistente religioso presso il San Giovanni Bosco, nonché membro della Consulta regionale per la Pastorale della Salute, e, tra coloro che ne hanno curato la stesura, ha illustrato il sussidio pastorale L’Unzione della speranza per la vita. Una comunità accanto al malato.

Formazione e informazione: finalità del nuovo sussidio pastorale

È il frutto di quasi un anno di lavoro e di approfondimento da parte della medesima Consulta piemontese. Un documento con cui si vuol fare formazione e informazione – ha spiegato don Nora – sul Sacramento dell’Unzione degli Infermi, affinché «cessi di essere pensato con difficoltà, ma sia richiesto e vissuto come dono di grazia per tutti i malati, quale segno che “non sono soli nella prova, ma che ad essi è vicino Gesù» (Conclusione, 12, pp. 27-28). È un aiuto della Chiesa a vivere la situazione della malattia come un momento di grazia.

Si rivolge «a tutte le categorie a cominciare dal malato, ai familiari, agli operatori sanitari e pastorali, ai volontari, ai sacerdoti, ai diaconi e ai religiosi e religiose che a diverso titolo, attraverso il loro carisma o ministero, servono i malati e i sofferenti nel corpo e nello spirito» (pp. 3-4). Suddiviso in 12 numeri, la prima parte che va dal numero 1 a 3 (Perché l’Unzione degli infermi?, La malattia, situazione di crisi, L’azione sacramentale), ha un  taglio biblico e teologico, mentre ogni soggetto della Pastorale della Salute a cui è indirizzato l’opuscolo è identificato dal titolo riferito nei numeri che vanno dal 4 all’11, caratterizzati da un profilo pastorale. Il primo di questi soggetti è la Comunità Cristiana (p. 14-15) a cui si chiede – in tutte le sue componenti – «di avere cura dei malati, di non isolarli, di sostenerli nelle loro necessità materiali e spirituali».

Al personale che lavora nelle istituzioni sanitarie si chiede di «far conoscere la possibilità di chiamare in qualsiasi momento, attraverso di loro, il sacerdote […] se non siete credenti, facciamo appello al vostro senso di professionalità, perché si arrivi a considerare del tutto normale – quando si prospettano le cose che si possono fare a beneficio di un paziente – il dire: “Se lo desiderate, vi possiamo chiamare il sacerdote”» (8, pp. 21-23).

E alle testimonianze su come l’Unzione degli Infermi è vissuto a casa e nei luoghi di cura è stata data voce nella seconda sessione del convegno. Hanno parlato l’assistente religioso presso l’Ospedale Molinette don Renato Re, il medico Alessandro Comandone, il parroco di Avigliana don Ugo Bellucci e una persona malata.

(*) Redazione Bioetica News Torino
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