Siamo tutti OGM: allarme rosso?

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 15 novembre 2014

Lo scorso agosto la rivista «The New Yorker», nota per le sue posizioni liberali e le sue pungenti vignette, ha pubblicato un articolo di M. Specter, autore d’un discusso libro («Denialism», o Negazionismo), che nel sottotitolo denunciava “come il pensiero irrazionale ostacola il progresso scientifico, danneggia il pianeta e minaccia le nostre vite” (sic). Era il 2009: ora Specter attacca l’indiana Shiva per il suo “pensiero irrazionale” e la sua lotta agli Ogm. Un equilibrato commento di Rampini su «la Repubblica» del 3 ottobre 2014 ha scatenato una raffica d’interventi (Cattaneo, Petrini, Serra, Veronesi e altri). Riparte il dibattito sulle manipolazioni genetiche? Pare di sì, ma forse c’è qualche novità. Si noti anzitutto una relazione tra scelta di campo e professione degli antagonisti: in Italia gli “scienziati” (Cattaneo, Veronesi) sono pro Ogm, gli “altri” (Shiva, Petrini, Serra) contro. Come mai? “La scienza ha sempre ragione”, fa dire un po’ capziosamente Serra a Cattaneo che aveva rivendicato il primato della scienza sulla … scienza, anche su quella che sbaglia: il geocentrismo di Tolomeo cede all’eliocentrismo di Copernico, cioè a una nuova scienza o almeno a un suo “cambio di paradigma”, secondo Popper (o il «New Yorker»). Se la scienza degli Ogm è fasulla, solo la scienza può e deve dirlo: e nel farlo non si svilisce, anzi. Di recente è stato così per Dolly la pecora clonata; ma potrebbero emergere altri casi. Comunque oggi alla scienza non basta essere corretta: deve confrontarsi anche con i suoi risvolti politici, economici, sociali e etici. L’acronimo Ogm sta per “Organismo Geneticamente Modificato” (o “Manipolato”, se si vuol enfatizzare l’artificiosa creazione), ma la definizione è carente: gli organismi per vivere devono continuare a modificare i loro componenti, quindi anche i loro geni. Le mutazioni sono inevitabili e per lo più neutre o dannose; quelle utili per l’evoluzione delle specie e lo sviluppo degli individui sono rare e secondo il Nobel francese Jacob realizzano un lento bricolage naturale che i moderni apprendisti stregoni cercano d’accelerare e migliorare. Oggi s’evita di parlare di manipolazioni del DNA in vitro: si parla di “editing” per sottolineare la precisione e la delicatezza d’interventi sempre più assimilabili alle modifiche subite dal DNA in vivo. Il trapianto di geni, vanto (o onta?) delle biotecnologie, avviene anche in natura: sfrutta un imprevisto ma diffuso trasferimento orizzontale di DNA (e RNA) ed è studiato da una “metagenomica”, che indaga su quantità e funzioni di questi geni senza fissa dimora in un organismo. Se le manipolazioni genetiche non sono poi così artificiali, alcuni termini del dibattito vanno rivisti. Partiamo dalla storia recente: dopo l’epocale scoperta del DNA come vettore molecolare dei geni (1944), la clamorosa delucidazione della sua doppia elica (’52) e la geniale decifrazione del codice (’60), s’è passati dall’analisi alla sintesi: si parla d’isolamento (’68), assemblaggio (’69), ricombinazione in vitro (’70) modifiche e trapianti in vivo (’71), prima di geni e poi di genomi, come vorrebbe fare la clonazione (’96). È stato un crescendo wagneriano, o meglio rossiniano: i progressi sono stati notevoli, ma s’è parlato d’una “seconda creazione”, l’avvento d’un suo “ottavo giorno”, un “ritorno all’Eden” (sono solo un campionario dei titoli usciti in quegli anni, e oggi dimenticati). Altri più laicamente hanno brindato alla terza rivoluzione tecnologica, dopo l’invenzione dell’agricoltura (10.000 anni fa) e dell’industria (200). Le nuove frontiere portano all’Eldorado: quella comprensibile eccitazione per l’ignoto diventa presto una vera e propria corsa al profitto e gli scienziati, attratti più dal Nasdaq che dal Nobel, pretendono di brevettare non solo le tecnologie, ma anche gli organismi e persino i geni, nella riduttiva forma di sequenze di DNA; e di controllare non solo i flussi delle conoscenze, ma anche quelli di farmaci, alimenti, semi, enzimi, diserbanti, disinfestanti ecc. Prendono corpo un monopolio tecnologico e un colonialismo scientifico insofferenti di regole e insensibili ai rischi: il giovane ricercatore che nel suo laboratorio in cantina ha appena fatto una scoperta, smette jeans e t-shirt, indossa camicia bianca e cravatta scura, e diventa Ceo d’una multinazionale. Ma dopo la prima ricombinazione in vitro, alcuni ricercatori s’accorgono che c’è del nuovo: invitati nel 1975 dall’americano Berg, in circa 150 (tra cui il sottoscritto) convennero da tutto il mondo a Asilomar, California e si confrontarono apertamente sugli Ogm prossimi venturi. Tre giorni e tre notti d’accese discussioni (i giornalisti erano stati lasciati fuori) sviscerarono gli Ogm: per alcuni erano il frutto d’una pericolosa “hubris” che violava biblici comandamenti (l’uomo non congiunga ciò che Dio ha separato!), per altri fornivano all’uomo un nuovo e potente mezzo di controllo sulla materia (i geni sostituiranno la chimica; e la fisica: datemi un gene e solleverò il mondo), per altri ancora erano strumenti di democratizzazione della medicina (l’insulina da Ogm costerà meno della siringa che l’inietterà). Asilomar premiò questo “coming-out”: ritornammo tutti fieri d’aver licenziato ragionevoli linee-guida; due, Boyer e Cohen, ansiosi di brevettare tutta quanta l’ingegneria genetica; uno, Berg, felice d’una sicura candidatura a un Nobel che gli arrivò nel 1980. Questi entusiasmi furono amplificati dai media in chiave sensazionalistica e s’avviò un vero e proprio processo di mitizzazione del DNA. Nuove conoscenze s’accumulavano senza un’adeguata metabolizzazione: ricordiamone alcune tra quelle che oggi riconosciamo come le più importanti. Al concepimento ogni vivente riceve dai genitori un genoma nuovo, unico e irripetibile, ma effimero (dura 24 ore, poi incomincia il ciclo delle copiature); crescendo, nelle sue cellule si ritrova genomi diversi dall’originale, copie di copie, e così via per decine di cicli, ma la fedeltà delle copie decresce. In più, metà del nostro DNA è instabile e tutto è danneggiabile: quindi ogni vivente è un mosaico di genomi in continuo, seppur limitato, cambiamento; i gemelli monozigotici hanno all’inizio genomi identici ma alla fine diversi, sia entro che tra loro. Il concetto della discontinuità del genoma individuale è provato da una robusta teoria e da un’ampia sperimentazione. Questa discontinuità contrasta col “dogma centrale della biologia molecolare”, con cui mezzo secolo fa Watson e Crick, i padri Nobel della doppia elica, imposero al DNA individuale una costanza tanto improbabile quanto ingiustificata; oggi invece s’ammette che modifiche sia accidentali e quindi casuali, sia funzionali e quindi programmate, alterano le sequenze del DNA individuale vita natural durante con ritmi, frequenze e modi diversi; si tende però a minimizzarne gli effetti sulle tecnologie emergenti basate sul DNA (staminali, analisi forensi ecc.). Solo le modifiche dei genomi delle cellule riproduttive sono ereditabili, quindi “immortali”; non lo sono le modifiche dei genomi delle altre cellule (dette “somatiche” e destinate invece a morire con l’organismo); questa differenza risulterebbe da una “barriera” che, proposta verso la fine dell’800 da un autorevole scienziato tedesco, Weismann, divideva le cellule somatiche dalle riproduttive e impediva che le mutazioni passando dalle prime alle seconde compromettessero l’identità della specie. Le modifiche del genoma d’organismi d’ogni specie basate su trapianti di geni estranei alla loro storia evolutiva (anche inventati) li rendono “transgenici” e come tali ancor più sospetti, specie se le modifiche toccano la linea riproduttiva. Oggi è sempre più evidente che i caratteri ereditabili, per tradizione associati a sequenze del DNA, sono determinati anche da modifiche chimiche, interazioni con RNA e proteine e (tras)posizioni di elementi genetici mobili: le proteine prioniche fanno addirittura saltare l’equazione “gene=sequenza di DNA”. Alla “genetica”, scoperta da Mendel nel 1865 ma tanto complessa da dover essere riscoperta ben 35 anni dopo, si sovrappone un’“epigenetica”, ancor più complessa: divinata da Waddington negli anni ’40, ha dovuto venir anch’essa riscoperta mezzo secolo dopo e da allora contribuisce al raccordo tra l’apollinea riproducibilità della struttura-funzione del DNA e la dionisiaca arbitrarietà degli effetti ambientali nello sviluppo e nell’evoluzione, oggi accomunati in una nuova disciplina chiamata “evo-devo”. I dettagli di questo raccordo sono oscuri e impegnano le migliori menti delle bioscienze: lo stesso Darwin quando non sapeva spiegare certe stranezze evolutive, le attribuiva all’imprevedibilità delle variazioni casuali dell’ambiente e comunque ne affidava il successo, o meno, alla sua scoperta prediletta, la selezione naturale. A riguardo sarebbe quanto meno salutare rivisitare il conflitto un po’ fittizio sull’ereditabilità dei caratteri acquisiti proposta da Lamarck all’inizio dell’800, a lungo contestata come eresia ma oggi riconsiderata da molti: ne attesta la necessità l’opera di giganti delle bioscienze come Temin e Baltimore, che scoprirono la copiatura di sequenze di RNA in DNA (retro-trascrizione) e l’incorporazione dei DNA retro-trascritti nel genoma; e soprattutto come McClintock, che scoprì la mobilità degli elementi genetici mobili e la sua dipendenza da stress ambientali. I Nobel assegnati a questi geni a lungo ignorati agevolarono l’accettazione dei loro insegnamenti ma solo dopo decenni. Infatti, è stata la dogmatica costanza dei genomi nel corso dello sviluppo che ha legittimato l’idea stessa della clonazione di animali adulti, e ne ha ostacolato l’inevitabile rottamazione, come imposto anche dai suoi insuccessi, reiterati ma disinvoltamente insabbiati. Ed è stato così che la clonazione di Dolly, nonostante l’unicità dell’evento e la debolezza delle prove, subito denunciate da chi scrive e dal collega americano Zinder, non solo è stata universalmente accettata ma insieme col lancio del Progetto Genoma Umano ha suggellato la mitizzazione del DNA. Non dovrebbe sorprendere la fascinazione del mito del DNA su divulgatori e applicatori, ma lascia perplessi la sua presa sugli scienziati: nel 2012 i Nobel per la medicina sono andati all’inglese Gurdon per i suoi ultradecennali (e vani) tentativi di clonare rane e al giapponese Yamanaka, per le sue audaci induzioni di cellule adulte in staminali “pluripotenti”. Quanto al Progetto Genoma Umano non solo non ha spiegato che cosa ci rende tutti umani, ma dice anche poco su che cosa differenzia un uomo da un altro, come promesso agli esordi. La diffusa ostracizzazione degli Ogm per molti dipende anche dalla presa che la dogmatica costanza del DNA ha avuto sulla percezione della determinazione dei caratteri ereditabili. Infatti per molti il DNA, per essere l’elegante, onnipotente protagonista della caratterizzazione di ciascuno, deve restare costante per tutta la sua vita. Operativamente, se le transazioni dell’ingegneria genetica sono le stesse in vitro e in vivo e se gli Ogm possono essere nel bene e nel male simili agli organismi naturali, allora dovrebbe essere consentito un loro uso altrettanto vigilato e condizionale. Ma c’è almeno un aspetto che li differenzia: la scala del loro rilascio nella biosfera. I mutanti naturali sono poco frequenti (in omaggio alla vecchia idea che la natura non fa salti): la loro misteriosa adattabilità all’ambiente ne decreta l’eventuale successo evolutivo. Invece gli Ogm (per ora più vegetali che animali) possono essere rilasciati in quantità tanto massicce da stravolgere i normali meccanismi selettivi; possono così saturare le nicchie in cui sono immessi e debordarne disordinatamente; se privi di marcatura, come assurdamente preteso dai produttori, non possono essere rintracciati, e tanto meno richiamati, vanificando ogni possibilità di studi epidemiologici e d’interventi riparativi. È qui il caso di ricordare che gli ecodisastri sinora denunciati nascono da rilasci improvvidi e irrevocabili d’organismi naturali, quali indubbiamente sono i casi dei pesci persici nel lago Vittoria, dei conigli in Australia, degli scoiattoli americani in Italia: ciascun caso meriterebbe un capitolo tutto suo. È però altrettanto certo che gli organismi immessi erano sì normali ma estranei agli ecosistemi invasi, e questo sottolinea un’altra variabile del sistema. A questo riguardo va segnalata un’importante novità: sono appena stati pubblicati dati relativi alla diversa adattabilità di organismi normali rispetto a Ogm in ambienti naturali sfavorevoli: varietà di mais e frumento ottenute per incroci s’adattano a suoli africani secchi e poveri meglio di Ogm appositamente prodotti. La notizia è importante: la riportano su «Journal Of Developing Areas» (48, 199, 2014) R. La Rovere e coll. nell’ambito d’un programma delle Nazioni Unite e la rilancia il 18 settembre N. Gilbert sull’autorevole «Nature», l’organo ufficiale delle biotecnologie avanzate. Se confermati, questi dati ridimensionano il mito del DNA onnipotente e della superiorità delle manipolazioni genetiche. Tutti gli organismi viventi, transgenici, manipolati o prodotti da incroci tradizionali, sono Ogm. Così come tutti i bambini, concepiti in vitro o in vivo, sono umani. Le prestazioni degli organismi dipendono dai geni che contengono e dall’ambiente in cui sono immessi: ma geni e ambiente, pur governati da leggi diverse, s’influenzano a vicenda nel determinare diverse caratteristiche individuali, modalità di sviluppo degli individui e d’evoluzione delle specie. La vita risulta dall’attività di un’ingegneria genetica esercitata dalla natura, le sue manipolazioni dall’attività di un’ingegneria genetica esercitata dall’uomo. È auspicabile che dalla loro convergenza nasca una nuova “biologia sintetica”. Ma ambiente e ingegneria genetica naturale seguono percorsi distinti e imprevedibili, che possono portare a gravi situazioni di stress e produrre forme di vita particolarmente aggressive, come certi virus: vanno prevenute e/o contenute con interventi meditati, pronti e efficaci. Vanificarli per ragioni ideologico-religiose (sacralità della natura) o politico-economiche (strapotere delle multinazionali) è comprensibile ma autolesionistico. Il virus Ebola è un prodotto dell’ingegneria genetica naturale, ma potrebbe esser sconfitto da vaccini prodotti da piante rese transgeniche con geni umani. L’uomo ha imparato a convivere con l’atomica ed è auspicabile che impari a convivere con gli Ogm. Vittorio Sgaramella Fonte: Scienza in Rete Approfondimenti: http://www.scienzainrete.it/files/vandana_shivas_crusade_against_genetically_modified_crops.pdf http://www.repubblica.it/ambiente/2014/10/03/news/intervista_vandana_shiva_ogm-97215746/

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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