Siria, il ruolo dei cambiamenti climatici nella guerra

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 3 marzo 2015

È iniziata nel contesto della primavera araba, come ribellione contro il regime del presidente Bashar al-Assad. In poco più di tre anni però, le originarie sommosse popolari si sono trasformate in quella che è ormai nota come la guerra civile in Siria, un conflitto internazionale che ha assunto le tinte del peggiore fondamentalismo islamico, segnando la definitiva avanzata del Califfato (o Stato islamico), e provocando oltre 200mila morti e milioni tra rifugiati e sfollati. Le cause politiche, storiche e culturali del conflitto ovviamente sono molte, ma secondo un recente studio della Columbia University, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences tra gli elementi scatenanti ve ne sarebbe anche uno forse meno diretto, e proprio per questo più insidioso: la straordinaria ondata di siccità che ha colpito il paese tra il 2006 e il 2010, provocato dal riscaldamento globale.

“Non stiamo dicendo che la siccità abbia provocato la guerra”, spiega Richard Seager, climatologo della Columbia e coautore dello studio. “Quello che pensiamo è che, insieme a tutti gli altri fattori scatenanti, abbia aiutato a spingere gli eventi oltre la soglia di non ritorno, fino a scatenare il conflitto. Un’ondata di siccità così grave inoltre è di certo stata resa possibile, o quanto meno molto più probabile, dall’inaridimento della regione provocato dall’attività umana”.

Molte ricerche in effetti hanno evidenziato già in passato che gli eventi climatici estremi, come picchi di temperature e siccità, possono aumentare il rischio che si verifichino episodi di violenza, sia intesi come atti isolati, che come vere e proprie guerre. È per questo che in molti nella comunità scientifica temono che una delle conseguenze peggiori del riscaldamento globale possa essere un’escalation di conflitti militari nelle regioni politicamente più instabili. Quello della Columbia però è il primo studio che tenta di analizzare questa possibilità guardando ad un conflitto tutt’ora in corso, con un’analisi che combina dati climatici, economici e sociologici.

L’inaridimento della cosiddetta Mezzaluna fertile, spiega Seager, sarebbe iniziato all’incirca a metà dello scorso secolo, a causa di due fenomeni legati al riscaldamento globale: l’indebolimento del sistema di venti che trasportano le nubi dal Mediterraneo, che avrebbe diminuito le precipitazioni stagionali tra novembre e aprile, e l’innalzamento delle temperature, che ha aumentato l’evaporazione dell’umidità del suolo nei mesi estivi. Nello studio, i ricercatori calcolano che rispetto agli inizi del ‘900, le temperature medie nella regione oggi si sarebbero alzate di circa 1-1,2 gradi. Il risultato di questi cambiamenti sarebbe stata l’eccezionale ondata di siccità durata dal 2006 al 2010, la più lunga e intensa mai registrata, e per questo, scrivono i ricercatori, quasi certamente legata all’intervento umano.

Se l’aumento delle temperature e l’inaridimento del suolo sono fenomeni comuni a diverse nazioni della regione (e anche alle zone europee del Mediterraneo), secondo i ricercatori americani alcune caratteristiche della situazione in Siria avrebbero contribuito a peggiorare la situazione. Per prima cosa un forte incremento demografico, che negli ultimi decenni ha aumentato la popolazione della nazione dai quattro milioni di abitanti degli anni ’50 fino a oltre 22 milioni. Il governo di al-Assad inoltre avrebbe incoraggiato la produzione e l’esportazione di colture che necessitano di grandi quantità di acqua, come ad esempio il cotone, spingendo allo sfruttamento eccessivo delle riserve idriche del paese, che sarebbero risultate essenziali durante i periodi di siccità.

A causa di questi fenomeni, gli effetti della siccità sono stati gravi ed immediati. La produzione agricola è crollata, diminuendo di circa un terzo in poco tempo, le mandrie di bestiame nelle zone più colpite sono praticamente sparite, il prezzo dei cereali è raddoppiato e le malattie in età infantile hanno visto un aumento drammatico. Spinte da queste difficoltà, quasi un milione e mezzo di persone sarebbero fuggite dalle campagne, cercando rifugio nei sobborghi delle città già sovrappopolati dall’arrivo di rifugiati provenienti dall’Iraq. Proprio in queste periferie caotiche e colme di tensione, spiegano i ricercatori, avrebbero iniziato a montare le proteste che hanno poi scatenato la guerra civile in Siria.

“Cambiamenti demografici repentini incoraggiano l’instabilità”, scrivono gli autori dello studio. “Che sia stato un fattore primario o sostanziale è impossibile da stabilire, ma la siccità può di certo avere conseguenze devastanti quando è accompagnata da vulnerabilità preesistenti e acute”.

Simone Valesini

fonte: Wired

approfondimenti: http://www.pnas.org/content/early/2015/02/23/1421533112

 

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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