Stupore per quando Dio compie. La bellezza della vita, nella XXV Giornata diocesana del Malato

di Gabriella Oldano *
pubblicato il 20 febbraio 2017
Stupore per quando Dio compie. La bellezza della vita, nella XXV Giornata diocesana del Malato

Tra il folto pubblico del Centro Congressi «Santo Volto» di Torino, sabato scorso 11 febbraio, vi erano numerose persone, giovani e anziane, che con la loro presenza e per molte di loro anche con una narrazione diretta, in platea o al tavolo dei relatori, hanno condiviso la testimonianza della loro vita da persona malata, sofferente o con disabilità. Insieme a loro, operatori sanitari, socioassistenziali, operatori pastorali, religiosi, ministri straordinari dell’Eucarestia, diaconi, volontari e tante altre persone convenute hanno ascoltato le loro storie, tutte diverse l’una dall’altra non solo per cosa sia loro accaduto e in quale condizione si trovino attualmente, se in una fase successiva o in un cammino ancora irto da percorrere o agli inizi, ma soprattutto il modo di affrontare la loro esperienza di fragilità, il loro coraggio e la loro speranza.

Stupore per quanto Dio compie. «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49), GMM 2017 Arcidiocesi di Torino−Ufficio Pastorale Salute, Centro Congressi «Santo Volto», 11 febbraio 2017 © Foto A. D’Angelo

Le persone malate non sono corollario di una comunità ma ne fanno parte integrante: è questo quanto si è percepito vivamente nella celebrazione della Giornata mondiale del Malato diocesana intitolata «Stupore. Per quanto Dio compie. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49).  Con ammirazione la giovane e umile fanciulla Maria si è abbandonata alla volontà divina divenendo Madre di Dio, accettando ai piedi del Cristo Crocifisso con patimento la morte di suo figlio Gesù per la redenzione dell’umanità e divenendo per noi madre consolatrice degli afflitti. Dal suo insegnamento impariamo ad essere vicini, compagni di viaggio nella sofferenza e nella morte, nell’emarginazione, con gesti concreti di amore gratuito.

Gli infermi, spesso gli anziani e non autosufficienti, che non si trovano solo negli ospedali, nelle strutture di assistenza e socio sanitarie, negli hospice,  e nelle case di cura e residenziali, ma anche nelle case non devono essere lasciati soli. Un aspetto su cui più volte Papa Francesco pone l’attenzione e invita la comunità ad essere accanto alle persone anziane come nel recente  Discorso ai partecipanti all’incontro  promosso dalla Commissione Carità e Salute della Cei  tenuto alla vigilia della celebrazione della GMM che quest’anno per l’occasione straordinaria del  Giubileo d’Argento si è svolta nel Santuario di Lourdes.

Una giornata in cui non solo la Chiesa ma tutta la comunità è chiamata a sentirsi partecipe e coinvolta  nel rinnovare l’impegno  caritatevole e di servizio, nell’ambito del mondo della salute, con rispetto per la dignità della persona umana anche in gravissime condizioni come lo stato vegetativo  fino al compimento naturale della vita: rafforzare l’alleanza con la persona malata,  i familiari e/o il caregiver, con gli operatori sanitari e infermieristici che si prendono cura con competenza professionale e responsabilità e carico della persona in modo umanizzante, con gli operatori pastorali e religiosi per la parte spirituale e di assistenza religiosa, con le istituzioni sanitarie  affinché non vengano obliati i diritti dei più bisognosi o con gravissime disabilità come l’accesso all’assistenza e alle cure sanitarie indispensabili.

GMM Torino 2017_ mons. Cesare Nosiglia

Monsignor Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino, Centro Congressi Santo Volto, Torino, 11 febbraio 2017 © F. A. D’Angelo

Monsignor Cesare Nosiglia ha parlato del fine vita, tema di discussione Parlamentare in questi giorni, richiamando le linee guida della nuova Carta per gli Operatori sanitari dell’Ufficio  Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari redatta dopo  vent’anni da quella del 1994: «La Carta conferma che la tutela della dignità del morire deve rispettare il malato nella fase terminale della vita, escludendo sia di anticipare la morte con l’eutanasia sia di dilazionarla con il cosiddetto accanimento terapeutico. Circa la nutrizione e idratazione, anche artificialmente somministrate, esse vanno considerate tra le cure di base dovute al morente e come sostegno vitale, dunque obbligatorie (e non semplici terapie che possono essere sospese su richiesta del paziente o in base alla sua volontà, espressa quando era cosciente), ovviamente quando non risultino troppo gravose o senza alcun beneficio. La loro sospensione ingiustificata può avere il significato di un vero e proprio atto eutanasico».

L’alleanza terapeutica virtuosa fra medico e paziente si basa su un rapporto fiduciale tra la competenza professionale del medico e il suo agire in scienza e coscienza nell’opzione di trattamenti terapeutici  e il paziente che si affida nelle sue mani condividendo il percorso. Il medico è vocato a salvare la vita umana e non a far morire facendo appello al Giuramento di Ippocrate (di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale).

Cosicché, come spiega l’Arcivescovo Cesare Nosiglia: «La Carta in particolare afferma che devono essere sempre rispettati la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente; ma il medico non è comunque un semplice esecutore, conservando il diritto e dovere di sottrarsi a volontà discordi dalla propria coscienza, e dunque ha la possibilità e l’obbligo grave e preciso di opporsi mediante l’obiezione di coscienza (come avviene per l’aborto)».

Centro Congressi «Santo Volto», Torino, 11 febbraio 2017 © F. A. D’Angelo

È susseguito un fitto alternarsi di persone che hanno dato testimonianza della loro fragilità, nella malattia e nella disabilità, intercalati da diversi punti sul tema della Giornata che don Luciano Gambino, in veste di cappellano ospedaliero del rinomato San Luigi Gonzaga di Orbassano ha evidenziati nell’esposizione del suo intervento. Uno scrigno prezioso che racchiude l’esperienza personale di don Gambino che ha conosciuto e incontrato i tanti e molteplici volti della sofferenza e della fragilità umana come sacerdote, parroco e cappellano, tra le pareti di un ospedale, di una casa, nella sua attività educativa di formatore professionale presso le carceri di Torino e Ivrea che ha svolto per nove anni e nella sua vicinanza ai giovani universitari come un “vivace” animatore della Pastorale universitaria “Servire con lode”.

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Don Luciano Gambino, assistente religioso – Ospedale San Luigi Orbassano, relatore sul tema «Grandi Cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49) © F. A. D’Angelo

Ad ogni aspetto menzionato è legato un nome e a questa la persona il cui gesto o le cui parole o la cui vita gli è rimasta nel cuore, non l’ha dimenticata. Ciascuna, a suo modo, ha lasciato un segno indicibile nel suo abitare la sofferenza. Chi viene ricordato attraverso una fotografia, chi è ancora “un paziente”, chi racconta l’esperienza del “calvario” che ha vissuto o che sta vivendo. Don Luciano si è soffermato sulla vocazione del malato nella comunità cristiana:  vivere la malattia con dignità;  la significativa presenza di un sacerdote nell’accompagnamento spirituale e di fede per  ri o scoprire la bellezza di Dio quando si sta attraversando un cammino di vita difficile e  per ricevere i sacramenti, in particolar modo di  penitenza, di “guarigione” con  l’Unzione degli infermi, o Speranza della vita, e di comunione; l’essere soggetto attivo nella società che deve farsi prossima verso gli altri e non lasciarli a se stessi; l’essere operatore di salvezza dell’umanità con l’offerta di preghiere e delle pene sofferte, accettando la croce, il dolore,  senza la chiave interpretativa di un Dio castigatore; l’ascolto delle loro sofferenze.

In occasione del Convegno abbiamo rivolto a don Luciano Gambino un paio di domande:
Come cappellano ospedaliero come vivono le persone oggi la malattia e la fragilità?

La malattia e la fragilità sono presenti come esperienze di vita. A volte piombano improvvisamente, altre volte pian piano si affacciano alla nostra mente, invadono il nostro cuore, logorano il corpo, mettono a dura prova la fede. Non siamo mai sufficientemente preparati. Eppure siamo chiamati a vivere la malattia con Gesù. Gesù ha incontrato tanti ammalati nel Vangelo. Di ogni genere. Si è affiancato a loro, ha patito con loro.
Gesù ha vissuto in sé la fragilità: il pianto su Gerusalemme, la morte dell’amico Lazzaro, le incomprensioni sui contenuti del Regno di Dio da Lui inaugurato, il significato del Suo essere Messia, il tradimento e il rinnegamento subiti, le tentazioni nel deserto….
Ciò che è autenticamente umano tocca la nostra vita di fede. L’esperienza della sofferenza fisica e psichica è umana. C’entra la fede. C’entra Gesù. C’entra la dimensione ecclesiale.

Che cosa può dirci sul recente Discorso ai partecipanti alla Commissione Carità e Salute (10 febbraio 2017) di Papa Francesco quando afferma:  «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri – e i malati sono poveri di salute – è la mancanza di attenzione spirituale»?
«In un mondo lacerato da lotte e discordie, Tu rendi l’uomo disponibile alla riconciliazione» (Dalla Preghiera Eucaristica  della Riconciliazione II). Ma il mondo in cui siamo immersi è tremendamente segnato da un profondo individualismo. Il malato, in struttura ospedaliera o in casa, rischia di essere lasciato solo, di essere considerato “scarto” dalla società efficientistica, come direbbe Papa Francesco. Non produce, non rende…  Invece è umano. È un figlio di Dio che ci testimonia che non è tutto qui… che la pienezza sarà in Paradiso, che tutti noi abbiamo bisogno degli altri, per essere felici, per essere noi stessi … che siamo limitati… che in Dio si può essere autentici e credibili testimoni perché l’idolo del corpo sano e bello e ostentato non è tutto…. che i pesi condivisi diventano più leggeri … che una persona ammalata può dare tanto…

Dinanzi ad una cultura dominante della società che ritiene un peso le persone non più utili ed efficienti dai bambini alle persone anziane ammalate, in stato vegetativo o  con gravi handicap eppure paradossalmente quelle persone che hanno raccontato i loro vissuti di sofferenza al convegno amano la vita, nonostante tutto.

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Don Paolo Fini, direttore Ufficio per la Pastorale della Salute – Arcidiocesi Torino © F. A. D’Angelo

In questa giornata, “del tempo e della situazione della malattia” come l’ha definita don Paolo Fini,  direttore dell’Ufficio diocesano per Pastorale della Salute, si è dato rilevanza a diverse testimonianze quale esempio stimolante perché ciascuna persona sia chiamata a farsi carico delle proprie fragilità, delle proprie vulnerabilità per essere poi capace di abitare la malattia. È stato un momento di incontro in cui è emerso l’aspetto umano delle persone che sono intervenute. «Nell’attraversare e nel raccontare la loro vita e malattia ci hanno preso per mano durante tutto il convegno e guidato nei loro sentimenti, nei loro ragionamenti, nelle loro paure, ovvero nelle loro storie di vita. Di questo sono e siamo grati»: con tali parole  don Paolo Fini ha concluso il convegno per poi proseguire con i laboratori didattici aperti agli operatori pastorali.

 

(*) redazione «Bioetica News Torino»
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