Suicidio assistito senza limiti: una sentenza che agita il Canada

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 10 marzo 2015

Vent’anni di giurisprudenza ribaltati, un Parlamento scavalcato, un governo attendista e infastidito di trovarsi fra le mani una patata bollente, e una società civile confusa. La sentenza della Corte suprema canadese che ha cancellato il divieto di aiutare un paziente a morire, ha lasciato il Paese nordamericano senza una direzione sulle norme che regolano la fine della vita. E con la spada di Damocle di una legalizzazione de facto del suicidio assistito se entro un anno il potere esecutivo e legislativo non troveranno una soluzione al vuoto creato dalla Corte. Per ora il governo federale canadese ha preso tempo, non escludendo la possibilità di chiedere al massimo tribunale un’estensione dei dodici mesi ricevuti per disciplinare la cosiddetta ‘assistenza medica per morire’. L’Amministrazione di Stephen Harper vuole infatti sondare i canadesi sulla spinosa questione, con un’ampia consultazione pubblica, prima di prendere una decisione. Nel frattempo il dibattito è iniziato, e ferve su giornali, tv, nelle università e persino nelle piazze, dove sono emerse forti obiezioni alla mossa della Corte su diversi fronti: giuridico, medico ed etico.

Le obiezioni legali vertono su accuse di ‘attivismo giudiziario’ della corte, sottolineando che la sentenza è antidemocratica. «La Corte suprema ha emesso un altro dei giudizi che entreranno negli annali della storia del Canada – spiega il giurista progressista Jocelyn Caron -. Al di là delle implicazioni etiche, che possono vedermi a favore del suicidio assistito, tale decisione è sintomo di uno squilibrio profondo nelle istituzioni canadesi». Come Caron ed altri spiegano, infatti, nel 1993, la canadese Sue Rodriguez aveva sfidato la sezione del codice penale che impedisce di ottenere ‘assistenza medica per morire’, ma il massimo tribunale aveva respinto la sua richiesta, riaffermando la costituzionalità dell’articolo del codice.

Nel 2015, Kay Carter e Gloria Taylor hanno presentato lo stesso ricorso e la Corte suprema questa volta ha accolto la loro richiesta. In base agli stessi articoli della Costituzione, i giudici hanno dunque emesso un verdetto e poi il suo esatto contrario, anche se la formulazione del codice penale non è cambiata. Per giustificarsi, i togati hanno affermato che le esperienze in altre parti del mondo hanno dimostrato che ‘la società si è evoluta’.

Ma da quando, si chiede Caron, il Tribunale si adatta alla società, invece di interpretare la legge? E quali risorse ha a disposizione per concludere che le pratiche straniere sono sicure? Ha disturbato non pochi giuristi anche il fatto che la Corte, che non ha legittimità rappresentativa perché nominata dall’esecutivo, abbia sentito il dovere di intervenire ignorando la chiara volontà dei parlamentari.

Negli ultimi dieci anni, infatti, la Camera dei Comuni canadese ha avuto l’opportunità di affrontare la questione almeno tre volte, e ha sempre respinto il suicidio assistito. Fra le democrazie occidentali, il Canada è l’unica ad aver deciso le grandi questioni sociali del nostro tempo – aborto, matrimonio gay e suicidio assistito – attraverso i tribunali. L’analisi della sentenza ha sollevato le inquietudini di un’altra categoria di professionisti canadesi, quella degli psichiatri, preoccupati che il suicidio assistito venga messo a disposizione di chi soffre di depressione.

«Secondo i massimi giudici, soddisfano i criteri per l’accesso al suicidio assistito non solo i pazienti con malattie fisiche incurabili – sostiene Udo Schuklenk, psicologo ed esperto di bioetica canadese – ma anche la persona affetta da depressione che non risponde ai trattamenti tradizionali, la forma della malattia che l’attore Robin Williams ha combattuto prima di suicidarsi lo scorso agosto. L’idea è stata a lungo esclusa dal dibattito sul suicidio assistito in Canada, ma ora vi è entrata prepotentemente, mentre i sondaggi rivelano che il pubblico canadese è estremamente a disagio quando si tratta di suicidio assistito per chi soffre di disturbi mentali. Come possono questi malati essere abbastanza competenti da fornire un consenso libero e informato?».

È d’accordo Padraic Carr, presidente della Canadian Psychiatric Association, convinto che la depressione e altri disturbi psichiatrici possono influenzare la comprensione e il giudizio morale. «Queste condizioni modificano la capacità di elaborare le informazioni razionalmente», spiega Carr, che è anche docente di psichiatria presso l’Università di Alberta. Mentre Sidney Kennedy, professore presso l’Università di Toronto, sottolinea che il campo della psichiatria sta progredendo molto velocemente: «Non voglio trovarmi nella posizione di dire: se non avessimo aiutato questa persona a morire cinque anni fa, oggi avrebbe tratto beneficio da una nuova cura». Fra gli esperti della sanità canadesi, ad aver accolto con maggiore freddezza la sentenza sono i medici che forniscono cure palliative. La vice presidente dell’Alleanza degli ospizi per malati terminali del Quebec, Suzanne Fitzback, che dirige una clinica per le cure palliative, ha svolto un sondaggio fra i membri della sua associazione e ha concluso che la maggior parte delle strutture sono contrarie al suicidio assistito perché contraddice la loro ragione di essere. «Queste cliniche permettono alle persone malate o in età avanzata di ottenere sollievo dal dolore fisico e psicologico – precisa – Ho visto molti pazienti che volevano morire cambiare idea una volta entrati in un ospizio».

Passare alcuni giorni in Canada permette di rendersi conto che si sta formando nel Paese una vasta e variegata coalizione contro l’intervento della Corte. Ne fanno parte gruppi come Toujours Vivant (‘Siamo ancora vivi’) che unisce associazioni di aiuto per i disabili, la cui direttrice, Amy Hasbrouck, giudica la decisione l’opzione meno restrittiva nel mondo in questo momento in termini di suicidio assistito. «Sono estremamente scoraggiata perché, 20 anni fa, la Corte ha respinto il suicidio assistito proprio sostenendo che la discriminazione delle persone con disabilità era un rischio troppo grave – dice -. Oggi i giudici hanno deciso che non è abbastanza importante proteggere le persone con disabilità da questo pendio scivoloso, tanto che sono stati loro a voler rimuovere il freno». I gruppi di difesa della vita sono stati i primi a mobilitarsi e hanno organizzato manifestazioni in varie città nei primi giorni di marzo. A loro si affiancheranno probabilmente i medici che vedono nella sentenza un’inaccettabile violazione del giuramento di Ippocrate. L’associazione medica non ha ancora raggiunto un consenso pro o contro la sentenza, ma ha fatto sapere che solo il 20% dei suoi iscritti è disposto ad assistere un paziente a togliersi la vita, dopo aver giurato solennemente «di non fornire un farmaco mortale a chiunque lo chieda, e di non offrire suggerimenti in tal senso».

Elena Molinari

fonte: Avvenire

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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