Trattamento sperimentale di terapia genica per l’elemofilia al Policlinico di Milano

di redazione Bioetica News Torino
redazione Bioetica News Torino
6 dicembre 2019

Il Centro Emofilia e Trombosi del Policlinico di Milano, punto di riferimento a livello internazionale nella diagnosi e cura delle coagulopatie, ha utilizzato in forma sperimentale la terapia genica per curare un paziente affetto da emofilia di tipo A grave, una malattia genetica rara che impedisce la coagulazione del sangue. Si è concluso il trattamento, innovativo nel settore scientifico per l’emofilia, che viene ad essere il primo in Italia e con il quale non dovrebbe più fare infusioni di sangue per molto tempo, né dover ricorrere alle infusioni settimanali  e si potrà riprendere una qualità di vita migliore.

Il medico ematologo Flora Peyvandi, direttore dell’Unità Operativa di  Medicina Generale – Emostasi e Trombosi della Fondazione Ircss  Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e  professore ordinario di Medicina interna all’Università degli Studi di Milano,  che dirige il Centro di riferimento per l’emofilia e la trombosi «Angelo Bianchi Bonomi» ed  è responsabile dello studio clinico,  afferma che «il paziente è stato trattato a inizio novembre, e dopo quattro settimane dall’infusione è in buone condizioni e sta conducendo la sua vita regolarmente, senza alcun particolare problema» E aggiunge che «lo staff del nostro centro di Emofilia «Angelo Bianchi Bonomi», in collaborazione con diverse altre unità operative del Politecnico, ha partecipato all’organizzazione della procedura e sta monitorando il paziente settimanalmente».

Con la terapia genica con cui si va a correggere il difetto genetico sul Dna, nel campo dell’emofilia si andrebbe a ripristinare la funzionalità dei fattori VIII o IX  che regolano la coagulazione del sangue. Infatti la carenza di queste due proteine coinvolte nella coagulazione causano l’emofilia: il  fattore VIII è responsabile della forma di  tipo A e il fattore IX del tipo B.  La gravità della malattia, che può essere lieve, moderata o grave,  è legata alla concentrazione dell’attività del fattore coagulante funzionante.

Per gli emofiliaci è sufficiente una lesione o un piccolo trauma per provocare un’emorragia, ad esempio una caduta mentre si pratica uno sport o si cammina, la ferita mentre ci si rade o un taglio mentre si cucina, che avviene talvolta anche in modo spontaneo. Possono manifestarsi anche, come complicanza correlata alla malattia, dei sanguinamenti interni più o meno gravi all’interno delle articolazioni (emartro) di gomito, polso, caviglia, ginocchio che se non trattata nel lungo periodo può diventare artritica cronica. O nei muscoli creando difficoltà nel movimento e in altre parti del corpo, nell’intestino, in cavità, negli occhi, nell’oro-faringe, nella colonna vertebrale.

Attualmente il trattamento consiste nella terapia sostitutiva dei fattori VIII e IX mancanti,  avviene tramite  la somministrazione farmacologica di derivazione plasmatica da un donatore o sintetica con tecniche di ingegneria genetica in via endovenosa. È utile sia per evitare danni alle  articolazioni sia  per ridurre la frequenza delle emorragie. Per far funzionare regolarmente la coagulazione tali prodotti devono essere infusi con regolarità anche tre volte alla settimana per sempre. Tra le complicanze, vi è la comparsa, nel sangue dei riceventi, di anticorpi diretti contro il fattore VIII o IX detti “inibitori”, come riporta la Federazione delle Associazioni Emofilici nella descrizione dei trattamenti. I principali regimi terapeutici sono la terapia “on demand”, al momento del sanguinamento,  e la profilassi che prevede la somministrazione della terapia costante.  Le persone affette da forma grave hanno necessità di una terapia continua a differenza di quelle da forma  lieve  la cui terapia sostitutiva si effettua solo a seguito di traumi o di operazioni chirurgiche o estrazioni dentarie.

Sono affette  da emofilia A e B circa 5 mila persone in Italia.  «I risultati degli studi clinici hanno dimostrato che una singola infusione di questa terapia può consentire a un paziente con emofilia grave di poter raggiungere livelli di fattore VIII o fattore IX quasi nella norma e per lunghi periodi di tempo, anche per alcuni anni», afferma Silvio Bosari direttore scientifico del Policlinico di Milano.

La terapia genica pare essere dunque  rivoluzionaria nel settore della cura dell’emofilia. Per tale studio occorre però ancora attendere il monitoraggio del paziente e le  successive verifiche.

Tuttora con le terapie innovative attuali gli emofilici possono praticare anche lo sport come nuoto e gli  sport acquatici esclusa la pallanuoto, mentre non sono raccomandate  le discipline che prevedono un contatto fisico come il rugby, il pugilato e le arti marziali. «I pericoli riguardano in particolare chi non fa una profilassi continuativa e quindi non può prevenire le emorragie intra-articolari» come afferma il prof. Raimondo Cristofaro direttore del Servizio Centro Malattie Emorragiche del Policlinico universitario «Agostino Gemelli», in un articolo dell’Osservatorio di malattie rare (Emofilia e sport, 2017).

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