Unite to cure. A Global Health Initiative

di redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 27 aprile 2018

Quale impatto ha la nuova tecnologia, la scienza e la medicina del 21 secolo sulla società e sulla cultura? È il tema su cui discutono da giovedì 26 aprile fino a sabato 28  esperti nei settori della salute, della scienza,  della tecnologia, dei media, di etica, autorità religiose,  rappresentanti di istituzioni  governative e filantropiche in Vaticano, non senza racconti  di speranza da parte di pazienti,  nella Sala del nuovo Sinodo. Si tratta della quarta conferenza internazionale intitolata Unite to Cure,  promossa dal Pontificio Consiglio per la Cultura in collaborazione con  Cura Foundation, Stem for Life Foundation e STOQ Foundation (www.vaticanconference2018.com).

Si prefigge attraverso la conoscenza, scientifica e tecnologica, di migliorare la salute umana, prevenire malattie, proteggere l’ambiente, non senza  considerare le implicazioni sociali, culturali e religiose.  Si crea un campagna globale Unita nella cura  per migliorare la salute delle persone e creare un forum tramite il quale poter collaborare nell’avanzamento delle cure usando un approccio interdisciplinare.  Si vuol diffondere  nel pubblico le conoscenze delle scoperte scientifiche più recenti.  Al centro delle conversazioni sono la medicina personalizzata, le tecnologie rigenerative, il CRISPR e altre innovazioni, il loro impatto nell’ambiente, sulla salute umana,  cultura e società, la diminuzione delle cause di cancro nei bambini.

Un centinaio gli interventi nelle tre giornate. Nella prima  ha porto i saluti il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura,  che ha precisato – riporta agensir.it  – come la scienza non abbia il compito di dare la vita ma di curare,  ovvero «accompagnare sulla strada dell’esistenza la persona nella sua vicenda umana» e richiamata l’attenzione sulla scrittrice americana Susan Sontag che si ammalò di cancro e raccontò  in un suo volume La malattia come metafora la propria esperienza, dove ne usciva anche la parte esistenziale e non solo biologica della malattia. Conclude Ravasi: «La persona umana ha bisogno non solo di cure materiali ma anche di essere abbracciata nella mente, nel cuore, nei sentimenti».

Sull’influenza dell’elemento religioso sulla salute hanno contribuito al dibattito Kevin T. FitzGerald, membro della Pontificia Accademia per la vita che ha affermato che «vivere in una dimensione di fede aiuta ad andare avanti anche nel trial clinico» e che «se non sempre è possibile la guarigione fisica un paziente può essere sempre curato e spesso guarito nelle sue relazioni. La religione può aiutare anche in questo», Rabbi Edward Reichman, professore di medicina d’emergenza e docente all’Albert Einstein College of Medicine of Yeshiva University che dice «Gli scienziati credono di poter controllare ogni dimensione della vita, prima, durante e dopo, noi crediamo invece che sia Dio a controllarla. La religione informa la scienza , e viceversa» e infine Elder Dale G. Renlund, membro del Quorum of the Twelve Apostles – The Church of Jesus Christ of Latter-day Saints (Lds Church), «il medico deve incoraggiare la fede del paziente, non sminuirla o ridicolizzarla».

Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, si è soffermato, nella seconda giornata sulle sfide etiche facendo alcuni esempi  nel campo delle biotecnologie, come  l’intervento sui geni che –   nota di agensir del 27 aprile –  «rischia di diventare una norma cui uniformarsi favorendo la selezione e la segregazione delle persone, secondo una vera e propria discriminazione genetica».  Ne porta un esempio: si parla già di  «esame genetico preconcezionale  per i potenziali genitori , che sarebbe allora una sorta di autorizzazione a concepire».

Sabato mattina  Papa Francesco  incontrerà i partecipanti.

(*) redazione Bioetica News Torino
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