Uno sguardo sul mondo. Bioetica e comunicazione (Conclusioni)

di Leonardo M. Macrobio *
pubblicato il 16 ottobre 2013
Uno sguardo sul mondo. Bioetica e comunicazione (Conclusioni)

Bioetica e comunicazione: dove, come e cosa si comunica nel campo della vita?

Conclusioni

«Occorre giungere al cuore del dramma vissuto dall’uomo contemporaneo: l’eclissi del senso di Dio e dell’uomo. […] Smarrendo il senso di Dio, si tende a smarrire anche il senso dell’uomo, della sua dignità e della sua vita; a sua volta, la sistematica violazione della legge morale […] produce una sorta di progressivo oscuramento della capacità di percepire la presenza vivificante e salvante di Dio» (EV 21).
Mi pare che la gigantesca figura del Beato Giovanni Paolo II, in perfetta continuità con il Magistero precedente, abbia sintetizzato in maniera ineccepibile il “cuore del dramma” attuale. L’uomo contemporaneo cui si voglia togliere l’innato anelito verso l’infinito, verso Dio, si ritrova “offuscato”, smarrito. Ossia preda di chiunque abbia un qualsiasi progetto di potere.

Alla luce delle considerazioni fatte, ma anche semplicemente leggendo i quotidiani o ascoltando un TG, si rischia di essere presi dallo sconforto più radicale, sentendosi totalmente inadeguati ed impotenti.

Ma qui la novità cristiana assume tutta la sua grandiosità. Così canta, nel periodo pasquale, la Chiesa: «Mors et vita duello conflixere mirando: Dux Vitae mortuus regnat vivus!1» (Victimae Paschali Laudes). Il male, di cui la morte e la sofferenza sono segni, è già stato sconfitto sulla Croce e nella Resurrezione. L’esito della guerra non è nelle nostre povere mani: nel conflitto la Vita ha vinto, ha già vinto.
In questa prospettiva (e, mi si permetta: solo in questa prospettiva) è possibile un rinnovato impegno a difesa del Vangelo della Vita, anche in un mondo che sembra essere sordo ad ogni richiamo alla dignità infinita dell’uomo, di ogni essere umano.

Come veicolare quella Novità che da venti secoli taglia la storia

Siamo in un mondo immerso nella comunicazione, e molte volte questa “veicola” una visione riduttiva sia dell’uomo che del suo essere-in-relazione: spero di essere riuscito a dare ragione di questa mia premessa negli interventi precedenti2. Sarebbe irreale pretendere di “chiudere” i canali comunicativi per evitare i drammi di cui ho tentato di dare cenno. Si può, a mio avviso, invece, cercare di usare questi strumenti per veicolare quella Novità che da venti secoli taglia la storia. Quanto segue è una mia personalissima proposta, nata più dall’esperienza che dalla ricerca.

DALLA COMUNICAZIONE ALLA COMUNIONE.
Comunicare, etimologicamente, significa “rendere partecipe, accomunare”. Interessante notare la presenza del termine munus, che significa “dono, ricompensa”. Dunque, la comunicazione è assumersi la responsabilità di rendere partecipe qualcun altro di un dono, di un qualcosa di bello. Il primo passaggio è, allora, rendere evidente che la comunicazione non è mera informazione, ma partecipazione di qualcosa con qualcun altro.

DALLA COMUNIONE ALLA TESTIMONIANZA.
Ora, la condivisione di un dono è comunione (cum+munus), è mettere in comune ciò che si ha. La dimensione comunionale, però, trascende il semplice discorso: richiede che tutta la persona si giochi sul messaggio. Come ricordava il Cardinal Biffi, uno può conoscere il Teorema di Pitagora senza essere minimamente innamorato dei cateti, ma non può conoscere Cristo senza esserne coinvolto3. Si tratta, cioè, di passare dal “prendere parte” al “restituire ciò che a mia volta ho ricevuto” (Cf. 1 Cor 11,23), ossia di testimoniare con la propria vita (limiti inclusi… anzi: sono proprio questi a mostrare con chiarezza che ciò che diciamo è di un Altro).

DALLA TESTIMONIANZA ALL’INCONTRO.
Il termine greco per “testimone” è martyr. I Martiri, infatti, sono testimoni del fatto che Cristo vale più della loro stessa vita. Storicamente è sempre accaduto che periodi di grandi persecuzioni abbiano rinvigorito la Chiesa. Perché? Perché di fronte all’estrema testimonianza della fedeltà a Cristo uno non può non rimanere colpito. Accade qualcosa nella sua vita che lo spinge a “uscire da sé”, a muoversi verso e con l’altro nella direzione chiaramente indicata dal testimone.

DALL’INCONTRO ALLA POSSIBILITÀ DI SALVEZZA.
È soltanto partendo da un incontro, dal com-muoversi, che è possibile la salvezza. Il testimone, infatti, mostra con tutta evidenza una bellezza di vita che non può non attrarre. E quando si scopre che l’unica possibilità di una vita vera, piena, giusta, bella è Cristo, allora si inizia un cammino in cui la libertà si gioca, si educa e cresce nella progressiva adesione a quanto di bello incontrato. Certo: il limite, la manchevolezza, le cadute segnano questo cammino. L’uomo può anche luciferinamente ritrarsi da questa possibilità. Ma una volta che si è “scontrato” con un testimone viene come segnato e non può più far finta che nulla sia accaduto nella sua vita. E proprio su questo incontro si fonda costantemente la possibilità, in qualsiasi momento della vita, di riprendere il cammino, magari con una decisione ed un “passo” tutti nuovi.

Penso, dunque, che mai come oggi il nostro mondo abbia bisogno di testimoni veri, credibili, che giocano tutta la loro vita per mostrare che è veramente possibile vivere pienamente, di una pienezza che non si limita al piano della storia ma lo buca, affondando le proprie radici nell’eternità e, contemporaneamente, attendendola come proprio compimento. E questo si può, si deve, fare non rinchiudendosi in una specie di torre eburnea, ma buttandosi nell’agone mediatico.


Bibliografia 

1«La vita e la morte si sono affrontate in un duello straordinario: il Signore della Vita era morto, ora regna vivo» (trad. mia)

2 Ho tentato di mostrare la pervasività (e la non neutralità) della comunicazione nel mio primo intervento su questa Rivista (qui:< http://www.bioeticanews.it/2013/06/uno-sguardo-sul-mondo-bioetica-e-comunicazione/>). Nella seconda (qui: <http://www.bioeticanews.it/2013/07/uno-sguardo-sul-mondo-bioetica-e-comunicazione-ii/>) e terza parte (qui: <http://www.bioeticanews.it/2013/09/uno-sguardo-sul-mondo-bioetica-e-comunicazione-terza-parte/>) ne ho tratteggiato le ripercussioni a livello antropologico-esperienziale e relazionale-sociale.

3 Si può trovare il breve video del Cardinal Biffi a questo indirizzo: <http://www.tempi.it/videogallery/biffi-cristo-e-lipotenusa> (Biffi: Cristo e l’ipotenusa, www.tempi.it, 13 giugno 2013, internet 3 ottobre 2013). Riporto una mia trascrizione del suo intervento perché, mi pare, vada meditata:

Uno può capire il Teorema di Pitagora senza appassionarsi di Pitagora. Uno può persuadersi che il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti senza innamorarsi dell’ipotenusa e senza avere una passione travolgente per i cateti. Ma non può capire Cristo adeguatamente se non comincia ad aprire a Lui la sua vita. Qui c’è un salto: è un tipo di conoscenza completamente diverso. Si può capire il Teorema di Pitagora senza giocare la propria vita per Pitagora, ma non si conosce sul serio Gesù Cristo se non nell’atto in cui ci si gioca in qualche modo per Lui. A questo punto uno resta anche un po’ spaventato […]. Qui c’è la ritrosia dell’uomo che fa fatica ad uscire da se stesso e non vuole mai rischiare. Difatti sarebbe quasi impossibile una cosa del genere se toccasse a noi cominciare per primi. Ma per fortuna ha cominciato Lui: Cristo ci ha amati per primo. Allora il nostro amore per Lui è una risposta.

(*) Leonardo M. Macrobio
Docente presso la Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio «Regina Apostolorum» di Roma
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