Uno sguardo sul mondo. Bioetica e comunicazione (Seconda parte)

di Leonardo M. Macrobio *
pubblicato il 14 luglio 2013
Uno sguardo sul mondo. Bioetica e comunicazione (Seconda parte)

Dove, come e cosa si comunica nel campo della vita?

Le riflessioni precedenti 1 ci hanno portato ad intravedere le dimensioni dell’attuale “universo” comunicativo. Il mio contributo non vuole, né può, essere di carattere sociologico: piuttosto mi propongo di indicare le ricadute bioetiche di quanto delineato. Il particolare punto di osservazione che mi propongo di avere è antropologico (o antropocentrico, se si preferisce): ci interesseremo in particolare di quale immagine di uomo si possa delineare nell’oceano agitato ed instabile della comunicazione. Questo significa certamente interrogarsi su chi sia l’uomo, ma anche – e, forse, soprattutto – in che modo si relazioni agli altri uomini.

«Se lo dice la scienza…»: l’uomo ridotto a quantità

Lo scorso mese di ottobre è stato assegnato il Premio Nobel per la medicina a Sir John B. Gurdon ed al dott. Shinya Yamanaka per le loro ricerche sulle cellule staminali adulte2. Puntualmente il dibattito sulle staminali si è (ri)acceso, invadendo, per così dire, anche le pagine dei social network. Dove, però, ha assunto caratteristiche interessanti. In particolare ha “scandalizzato” molti utenti di Facebook l’affermazione del neo premio Nobel sulla “piccola differenza tra l’embrione e le sue figlie”3. Tra i molti commenti all’affermazione, uno in particolare – scritto in un gruppo chiuso – aveva attirato la mia attenzione.  L’utente “V”, il 10 ottobre 2012, sosteneva che  l’argomento era  talmente complesso che solo pochi esperti ne capiscono qualcosa; ma “la scienza” (si badi: non gli esperti…) troverà una soluzione. A scanso di equivoci vorrei rilevare che ciò che è interessante non è tanto che un utente dichiari la propria incompetenza su un argomento così specialistico quanto che, a fronte di uno scenario “ingarbugliato” si faccia una vera e propria professione di fede nella Scienza4.

Che la nostra società sia estremamente propensa a questa sorta di “credo laico” è abbastanza evidente: basti pensare ai “salotti” televisivi o comunque massmediatici, dove non manca (quasi) mai un esponente del mondo scientifico, anche quando i temi trattati esulano abbondantemente dalle competenze sue proprie. La particolare autorevolezza dello “scienziato” si fonda sul fatto che quanto sostiene è “verificabile” sperimentalmente, numericamente, quantitativamente. Come se l’unica possibilità di riconoscere la verità fosse quella di misurarla,  il camice bianco di turno sostiene, fondamentalmente, che esiste ed è degno di attenzione solo ciò che è scientificamente provato, mentre tutto il resto (a cominciare, ovviamente, da Dio) è mera opinione e come tale va rispettata a patto e nella misura in cui resta privata e non pretende di irrompere nei rapporti interpersonali.

Si rinuncia a riconoscere che esista una “componente” dell’uomo che possa esulare da misure e quantità

Questo particolare modo di concepire la realtà, più che legittimo quando si tratta del campo di ricerca proprio delle scienze positive, nel momento in cui è applicato all’uomo nella sua totalità comporta una riduzione. Riduzione perché l’essere umano è concepito come una sorta di “macchina”, straordinariamente complessa, raffinata e in gran parte sconosciuta, ma pur sempre regolato e mosso da meccanismi biochimici. Si rinuncia, cioè, a riconoscere che esista una “componente” dell’uomo che possa esulare da misure e quantità, nonostante l’evidenza mostri che questa non solo sia presente ma costituisca una parte non marginale dell’esperienza e della vita umana5.

Accade così che si introduce una profonda scissione tra la vita biologica (scientificamente misurabile, della “macchina-uomo”) e vita personale (l’universo delle relazioni interpersonali, della coscienza di sé e degli altri). Ci si trova così di fronte ad “ammassi di cellule” che “non sono ancora persona”6 o, sul versante opposto della vita, a “corpi” che non sono più persone. Sulla base di questa separazione si pretende, poi, di “misurare” e stabilire la qualità della vita7: determinate patologie comportano necessariamente, si dice, una sofferenza insopportabile, che non rende quella vita degna di essere vissuta.

Forse il frutto più amaro di questa concezione “piatta” dell’uomo è proprio la disperazione

Un essere umano che si auto-comprende a partire da queste premesse si ritrova innanzitutto di fronte alla propria finitudine: l’evidenza del proprio essere limitato, non solo nelle capacità, ma anche nel tempo, si presenta in tutta la sua drammaticità quasi in ogni istante della vita. Senza una prospettiva ultra-temporale, però, il limite diventa condanna, cioè ultimamente infelicità. Sì, perché l’uomo, ogni uomo, ha in sé un desiderio di assoluto, di infinito. Segno di questo desiderio è la progettualità dell’uomo, che è in grado di “lavorare” non solo per il proprio immediato tornaconto, ma anche, ad esempio, per chi ancora non c’è8. E quando questo desiderio si scontra con il limite o riconosce la possibilità di un compimento futuro (anche, cioè, dopo questa vita) oppure si dispera. E forse il frutto più amaro di questa concezione “piatta” dell’uomo è proprio la disperazione, cioè la mancanza della Speranza9.

L’assenza di una prospettiva trascendente spinge l’uomo a rifugiarsi nell’istante o, che è uguale, in se stesso. Ecco, allora, che criteri ultimi dell’agire sono il “sentire”, l’emozionarsi 10: storia casuale ed il cui futuro è a tempo determinato, un io la cui facoltà principale, la ragione, è ridotta a misura e quindi è incapace di sondare e conoscere profondamente ciò che lo circonda, l’unica via d’uscita che si presenta è la riduzione del desiderio di infinito a “sentimento”11.

Il che, ultimamente, ha come conseguenza il delegare ad altri la propria responsabilità di auto-compimento. Ma questo ultimo aspetto ci introduce nel successivo punto del mio intervento.

Fine seconda parte


Sul prossimo numero della Rivista proseguirò il cammino tracciato, tentando di mostrare come questa concezione di uomo si ripercuota a livello sociale. In particolare noteremo come gli aspetti normativi, essenziali per la convivenza tra uomini, abbiano notevoli ricadute sulla concezione che l’uomo ha di se stesso e degli altri, arrivando a modificarla profondamente.

Continua sul prossimo numero di settembre


Bibliografia

1 Cf. la prima parte di questo articolo: http://www.bioeticanews.it/2013/06/uno-sguardo-sul-mondo-bioetica-e-comunicazione/

2 Maggiori informazioni e link si possono trovare a partire dalla pagina istituzionale del Premio Nobel: Nobelprize.org  http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2012/

3  L’affermazione è stata pronunciata dal dott. YAMANAKA  nel 2007 durante un’intervista concessa al «New York Times». Il testo completo si trova (in inglese) qui:   http://www.nytimes.com/2007/12/11/science/11prof.html?pagewanted=all&_r=1&

4 Questa concezione forte, quasi assoluta della scienza, lo scientismo, ha radici profonde. Nasce alla fine del XVI secolo dalle posizioni filosofiche di Cartesio, Spinoza, Bacone, incontrandosi poco più tardi con la nuova concezione di scienza che Galileo introduce e fondendosi, poi, con le idee illuministe/razionaliste del tardo settecento e dell’ottocento (ad es. Comte). Non è, dunque, un’invenzione degli ultimi anni o decenni né, tantomeno, è figlia dell’enorme accelerazione che le scienze positive hanno subìto grazie alla tecnologia. La critica che tenterò di svolgere nelle prossime righe si riferisce allo scientismo in quanto tentativo assolutistico di spiegazione del reale, non certamente alle scienze positive in quanto tali.

5 Esperienze come l’innamoramento sfuggono a qualsiasi riduzione materialista. È vero che lo si può leggere secondo un paradigma chimico-ormonale, e purtroppo questo accade sempre più sovente in una società che non è più in grado di tenere separati gli aspetti affettivi da quelli sessuali e genitali. Ma comunque, per quanto si tenti di spiegare biochimicamente questo fatto, rimarrà sempre inspiegabile il gioco della libertà di due persone: si potrà spiegare il “come” l’innamoramento accade, ma non il “perché”.

L’ultimo episodio che ribadisce questa distinzione è un cartellone affisso  di recente  per le vie di Bologna. Qui, tra l’altro, si legge:

Gli obiettori e i pro-life  dimenticano la centralità della decisione delle donne, che sono persone, cioè hanno ricordi e progetti futuri, relazioni e ruoli sociali, per attribuire dei finti diritti all’embrione, che ancora persona non è. L’embrione, eliminato durante le interruzioni di gravidanza ordinarie, ovvero quando non presenta nessuna delle peculiarità della donna, non può essere considerato  titolare di diritti.

Maggiori informazioni, così come il testo integrale del volantino ed un commento di Giacomo ROCCHI  si possono trovare qui: http://veritaevita.blogspot.it/2013/06/il-bambino-e-gli-intolleranti-ignoranti.html

7 Difficile non percepire la paradossalità di questa posizione: quantificare delle qualità…

8 L’esempio più quotidiano è il continuo richiamo mediatico al rispettare la Terra e l’ambiente, per lasciarla alle generazioni future in “buono stato”: il sacrificarsi oggi per un domani è possibile soltanto se si è certi dell’effettiva presenza di un domani

9 Immediato, qui, il rimando a BENEDETTO  XVI, Lettera Enciclica Spe  Salvi, 30 novembre 2007, disponibile online http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20071130_spe-salvi_it.html

10 Emerge, anche qui, quella sorta di “schizofrenia” che affligge la nostra epoca: se lo scientismo dichiara “inutile” il mondo dell’emotività, questo convive pacificamente a lato di quello nel sentire comune. Il che, a ben vedere, è il frutto della divisione cartesiana tra res cogitans e res extensa

11 La prova del nove di questa riduzione dell’io si trova, ad esempio, negli attuali dibattiti sulle unioni omosessuali. L’argomento principale è il “volersi bene”, come se il matrimonio (anche solo sul piano civile, senza scomodare i Sacramenti) avesse come aspetto costitutivo il sentimento reciproco

(*) Leonardo M. Macrobio
Docente presso la Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio «Regina Apostolorum» di Roma
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