Uno sguardo sul mondo. Bioetica e comunicazione (Prima parte)

di Leonardo M. Macrobio *
pubblicato il 11 giugno 2013
Uno sguardo sul mondo. Bioetica e comunicazione (Prima parte)

Dove, come e cosa si comunica nel campo della vita?

 

Prima parte
Qualche tempo fa, studiando un protocollo di sperimentazione clinica, mi sono imbattuto in due espressioni: “fattori di rischio” e “rischio di patologie cardio-vascolari”. Più per assonanza linguistica che per questioni concettuali, mi sono ritornate alla mente altre due espressioni: “rapporto (sessuale) a rischio” e “rischio di gravidanza”, ampiamente usate (ma quanto comprese?) per indicare quei comportamenti che potrebbero dare origine ad una paternità/maternità.
La cosa mi ha poi spinto ad una semplice riflessione: la nostra società considera il diventare padre e madre come un pericolo, come un qualcosa, appunto, di rischioso. Per carità: magari a certe condizioni sociali o economiche, ma pur sempre un “rischio”. Ed è stato quasi immediato chiedermi: dove, in che modo, con che strumenti passa l’idea che un figlio sia un “problema”, un “rischio”? Le considerazioni che seguono vorrebbero proprio tentare di rispondere a questo interrogativo. Attraverso quali percorsi comunicativi arriva, chiaro e netto, il giudizio che una gravidanza non sia un momento bello della vita di una donna, ma piuttosto un impedimento?
Intendo qui occuparmi soltanto degli aspetti relativi ad alcuni strumenti di comunicazione di massa, ben sapendo che anche altri ambiti contribuiscono, ed in maniera non indifferente, alla nascita di questa forma mentis.

Dove si comunica

Fino a qualche decennio fa il numero e la qualità dei mezzi di informazione era tale per cui ci si poteva attendere di ricevere notizie dei maggiori accadimenti a livello nazionale o, in casi eccezionali, di avvenimenti internazionali. Il livello di informazione locale era, appunto, locale: nessuna speranza di avere comunicati su quanto accadeva oltre un certo numero di chilometri. Oggi, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa (principalmente Internet, in ogni sua declinazione) non è così difficile trovare articoli interi su accadimenti “di quartiere” avvenuti letteralmente dall’altra parte del Mondo. D’altronde i numeri parlano chiaro: secondo alcune ricerche,

– chi si reca in edicola può scegliere tra un bouquet di circa 270 tra quotidiani e periodici maggiori, per citare la sola lingua italiana;
– non molto diversa è la situazione dell’etere: l’Auditel monitora qualcosa come 184 emittenti televisive (DVBT);
– ancora più complessa è la situazione di Internet, dove prosperano tra i 650 ed i 700 milioni di siti web (mediamente 1 sito ogni 10 abitanti della Terra…).

I limiti di chi scrive e dello spazio assegnatogli non consentono, ovviamente, di affrontare ogni singolo “sistema” comunicativo. Per l’impatto numerico e per la sua pervasività, mi permetto di seguire la traccia del Web, sperando di sollevare almeno qualche spunto per ulteriori riflessioni1. .

C’è, infatti, il rischio oggettivo che manchi la possibilità di cogliere la gerarchia delle fonti…

Tra le centinaia di milioni di siti probabilmente buona parte sono pagine “personali” o comunque di bassa diffusione, ma non ci si può dimenticare che, tra questi, si trovano due domini che, da soli, collezionano milioni di visite ogni ora: Wikipedia (l’enciclopedia “sociale” più diffusa) e FaceBook (il social network per definizione).
Ancora qualche numero, per rendere meglio l’idea di ciò di cui stiamo parlando: Wikipedia conta 285 versioni in altrettante lingue o dialetti; contiene più di 37.600.000 articoli in quasi 99 milioni di pagine, il tutto scritto da più di 40 milioni di utenti in un miliardo e seicento milioni di interventi2. Dal canto suo, FaceBook non ha minor impatto numerico: le statistiche parlano di un miliardo di utenti che quotidianamente pubblicano centinaia di migliaia di stati; i “mi piace” (cifra peculiare di questo network) sono due miliardi e settecento milioni al giorno3.

A fronte di questi numeri è lecito domandarsi con quale senso critico, con quale metro di giudizio ci si accosti a questa mole di informazione.
C’è, infatti, il rischio oggettivo che manchi la possibilità di cogliere la gerarchia delle fonti, mettendo, di fatto, sullo stesso piano il “mi piace” del compagno di classe o di lavoro con il commento entusiasta all’ultimo successo editoriale del noto critico letterario. Il che, al di là di tutto, crea una mentalità per la quale il “buono” o il “vero” sono tali nella misura in cui una certa percentuale di utenti li dichiara tali, confondendo drammaticamente una qualità con una quantità.

Come si comunica

Vi è, poi, un aspetto che riguarda non tanto la “estensione” dei vari network, quanto piuttosto il modo di raccontare ed informare. Così sintetizza Koestler nel suo Buio a mezzogiorno: «L’esperienza insegna che alle masse deve essere data per ogni processo difficile e complicato una spiegazione semplice, facilmente afferrabile»4. Questo significa, concretamente, che ogni notizia, per essere “viabile”, deve poter essere maneggiata in poco tempo, anche a costo di pesanti riduzioni e/o semplificazioni. Il modus vivendi di Twitter, da questo punto di vista, è esemplare: ogni tweet non può superare i 140 caratteri…
Quanto al modo di informare mi preme sottolineare un fattore, tanto presente quanto sottovalutato: l’antilingua. Il termine, coniato da Italo Calvino, è dallo stesso Autore descritto in un articolo apparso su «Il Giorno» del 3 febbraio 1965. L’antilingua è una lingua inesistente, la cui caratteristica fondamentale è il «terrore semantico, cioè la fuga di fronte ad ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato», tanto che si crea un nuovo vocabolario in cui le parole «di per se stesse non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente»5.

…l’antilingua […] “sposta” l’attenzione (anche emotiva) dall’oggetto che la parola naturalmente indicherebbe

D’altra parte cosa significano parole comeprodotto del concepimento”, “ootide”, “oosoma”, “zigote/morula/blastocistise non “figlio”? Certo: sono termini tecnici, dunque corretti. L’antilingua, infatti, non introduce una menzogna, o almeno non immediatamente. Semplicemente “sposta” l’attenzione (anche emotiva) dall’oggetto che la parola naturalmente indicherebbe e per la quale è storicamente nata ad un più generico “quid” che, pur non negando la realtà, la rende più nebulosa.
E qui basta prendere in mano il grandioso Dizionario dell’Antilingua di Liverani per godersi questo circo mass-mediatico: non c’è intervista (talvolta, purtroppo, anche ad esponenti della Chiesa) che non riporti e non si adegui a questo nuovo linguaggio.
Quali le conseguenze per il nostro discorso? È la “fuga” di fronte alla realtà (o, meglio, al confronto con essa) che caratterizza l’antilingua. È il tenere separato il mondo intellettuale da quello reale. È, dunque, il costruire un mondo etsi res non daretur, come se non ci fosse una realtà, un mondo puramente ideale e, per questo, manipolabile.
Ma questo mondo, nel momento in cui viene comunicato, si “trasferisce” in qualche modo sul mondo reale, costituendo una (se non addirittura l’unica) lente attraverso la quale il reale stesso viene letto. Se si inizia a sostenere che alcune parole non si devono o non si possono più usare (come ad esempio “bambino” per indicare l’essere umano ancora nel ventre materno), i significati cambiano, perché le parole, in qualche modo, trascinano con sé il loro contenuto.
Non per niente nei dibattiti pubblici i termini che abbiamo sommariamente elencato sono ampiamente usati, soprattutto a sostegno delle posizioni pro choice: molte volte dire i fatti con termini comprensibili rischia di far crollare buona parte dell’impianto oratorio.

Fine prima parte 

 

Date queste premesse tenterò, nella seconda parte di questo intervento, di allacciare più strettamente il tema della comunicazione a quello della bioetica. Il percorso che vorrei tracciare non intende mostrare “come” alcuni temi di bioetica vengono trattati nei vari mass media: per questo ci sono moltissime ed autorevoli pubblicazioni. Più semplicemente cercherò di tracciare il ritratto che dell’uomo e delle relazioni che questo instaura emerge dalla nuova “etica massmediatica”: se, infatti, in una relazione fortemente asimmetrica come quella, ad esempio, tra medico e paziente, si introduce una antropologia “debole” o una concezione di diritto come frutto di un consenso sociale, nessuno potrà mai realisticamente impedire che il forte sovrasti il debole, che il nato possa decidere sul non-nato, che il sano possa giudicare più o meno utile la vita del malato.

Continua nel  prossimo numero di luglio-agosto


Bibliografia 

Quanto alla pervasività del Web basti ricordare che, attraverso la quasi totalità dei telefoni cellulari oggi in commercio è possibile accedere alle risorse presenti sulla Rete delle Reti. Quanto, invece, alle riflessioni ulteriori, ben volentieri rimando agli studi del padre Antonio Spadaro, SJ: una rapida ricerca sul sito del Sistema Bibliotecario Nazionale o in uno dei principali motori di ricerca renderà immediatamente ragione di questo mio rimando

I dati appena riportati si possono trovare, molto più dettagliati, a partire dalla seguente pagina: http://meta.wikimedia.org/wiki/List_of_Wikipedias 

3 I dati su FaceBook si possono trovare, ad esempio su http://royal.pingdom.com/2013/01/16/internet-2012-in-numbers/#_jmp0_ o direttamente dalla pagina di FaceBook https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10151908376636729.1073741825.20531316728&type=1

4  KOESTLER A.,  Buio a mezzogiorno, Mondadori, Milano 1996

 CALVINO I, L’antilingua, ne «Il Giorno» del 3 febbraio 1965, ripubblicato integralmente in CALVINO I, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Gli struzzi 219, Einaudi, Milano 1980, pp. 122-126. Le due citazioni sono state prese da quest’ultima pubblicazione

6 LIVERANI P.G.,  La società multicaotica con il Dizionario dell’Antilingua, Ares, Milano 2005

(*) Leonardo M. Macrobio
Docente presso la Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio «Regina Apostolorum» di Roma
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