Uno sguardo sul mondo. “Etica, bioetica ed economia”

di Giovanni Carluccio *
pubblicato il 3 aprile 2013
Uno sguardo sul mondo. “Etica, bioetica ed economia”

La crisi economica e finanziaria mondiale che stiamo attraversando ha delle connotazioni che la rendono intrinsecamente diversa rispetto alle crisi affrontate nei decenni precedenti, a partire dal primo shock petrolifero del 1973, durante la guerra dei sei giorni del Kippur e dal secondo shock petrolifero avvenuto nel 1979.

I provvedimenti adottati dai governi che si sono succeduti, riflettevano uno scenario economico basato sul paradigma dell’andamento ciclico dell’economia in cui ad ogni recessione, si sarebbe accompagnata una successiva ripresa, stimolata dall’attuazione di appropriate politiche monetarie e fiscali.

L’ingresso dell’Italia nell’euro nel 2002, ha sancito la definitiva inapplicabilità di misure monetarie correttive come ad esempio la svalutazione della lira, storicamente finalizzata a fornire “ossigeno” alle esportazioni (applicando lo stesso prezzo di listino in valuta nazionale si riusciva a collocare all’estero i prodotti ad un controvalore in valuta relativamente più basso e quindi più competitivo).

La bolla Speculativa

Con il fallimento della Lehman Brothers del 2008 causato dall’esplosione della cosiddetta “bolla speculativa”1, si è manifestata una rapida propagazione della crisi finanziaria ed economica prima negli Stati Uniti e successivamente nel resto del mondo, una crisi che sin da subito ha assunto delle connotazioni strutturali (non più congiunturali) e che ha manifestato sin dall’inizio delle caratteristiche radicalmente diverse rispetto a quelle dei decenni passati.

Recentemente, le scelte dei governi europei di porre rimedio alle voragini del debito pubblico, come Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, si sono rivelate inadeguate o comunque tardive, e nel momento in cui si sono rese necessarie manovre di riassetto dei conti pubblici, si sono generate in misura crescente delle spinte di segno contrario da parte di un elettorato sempre più disorientato e che ha alimentato le file di gruppi parlamentari ad orientamento populista.

Ma l’elemento che sta maggiormente condizionando i destini di gran parte dell’Europa e del Nord America è il trasferimento permanente di attività produttive verso i paesi che fino a qualche anno fa erano considerati il fanalino di coda dell’economia mondiale. Dopo il crollo del muro di Berlino dell’’89 si sono attuate le prime delocalizzazioni degli impianti, a partire dalla Polonia, per poi “tralsare” sempre più verso est, fino a raggiungere la Cina, l’India, Singapore, la Malesia.

la centralità dell’uomo non è sempre riconosciuta

L’attrattiva dei capitali verso l’Asia è motivata dalla presenza simultanea di tre principali elementi:

1. l’appetibilità dei tassi di interesse bancari rispetto a quelli applicati nell’area occidentale;
2. il basso costo dei salari accompagnato da una scarsa tutela dal punto di vista della sicurezza nell’ambiente di lavoro;
3. gli incentivi alle imprese sotto forma di contributi a fondo perduto e di sgravi fiscali.

La logica fredda del mercato come sappiamo impone delle regole che non sempre riconoscono la centralità dell’uomo rispetto agli altri fattori produttivi, il quale trova nel lavoro la fonte indispensabile per il proprio sostentamento ma anche la sua realizzazione nella veste di essere relazionale.

Quali premesse per un’economia che rispetti l’uomo?

C’è da chiedersi a questo punto se sono presenti i presupposti per avere dei punti di contatto tra etica ed economia, ove l’etica va intesa nel significato più ampio del termine e non solo quello riguardante le policy aziendali che il dipendente deve annualmente sottoscrivere e che lo impegna alla tenuta di un comportamento corretto nella gestione del denaro e dei rapporti con i propri colleghi che appartengono ad altre etnie, o prevenendo l’insorgenza di discriminazioni riguardanti il sesso o la religione. Ci si chiede quindi se all’interno delle logiche che impone il mercato, si stia rispettando l’uomo in quanto tale.

Alla presenza di imprese che hanno incrementato il guadagno anche in periodi di crisi come le banche per esempio, non sempre si è accompagnata una altrettanta attenzione alla questione  occupazionale, o alla concessione del credito per le aziende o le famiglie in difficoltà, ma si è concretizzata nella concentrazione della ricchezza in mano a pochi (problema antico e lontano dal dare segnali di inversione di tendenza). Qui non si tratta di mette in discussione la libera iniziativa del privato ma di sensibilizzare l’opinione pubblica e indirizzando i Governi ad incentivare i comportamenti virtuosi di chi investe nel proprio Paese e crea lavoro, e disincentivare la speculazione di Borsa che presa isolatamente manifesta la sua natura parassitaria.

La scelta di delocalizzare fa spesso leva sulla carenza, nei paesi asiatici, di una legislazione che tuteli il lavoratore dal punto di vista degli orari, la tutela della maternità e dei minori, la sicurezza degli impianti. Elementi, che in Occidente hanno contribuito a migliorare la vita sui posti di lavoro (nonostante l’elevato tasso di mortalità tuttora presente soprattutto in Italia), faticosamente conquistati dai lavoratori e in gran parte recepiti nelle legislazioni e negli statuti dei lavoratori. Quegli stessi elementi che in una economia globalizzata vengono considerati dei vincoli in cui districarsi, in un neo colonialismo ove alla tradizionale ricerca di sfruttamento delle risorse naturali, si accompagna un grezzo confronto tra le legislazioni locali, per indirizzare gli investimenti nei Paesi meno sensibilizzati riguardo ai diritti dei lavoratori, ma molto sensibili a minimizzare i costi di produzione.

Anche nel nostro Paese talvolta si manifestano atteggiamenti di insofferenza da una parte del mondo imprenditoriale soprattutto quando le questioni legate alla sicurezza sul lavoro entrano in collisione con le ragioni del profitto.

Ma il nodo cruciale della questione fin qui sommariamente affrontata, riguarda la questione antropologica, colpevolmente e dolosamente disattesa rispetto alle priorità strategiche delle imprese multinazionali. La conseguenza è che in nome del profitto, si sta sempre più affermando un modello secolare o laico come:

– «l’individualismo, il quale pone un’enfasi estrema sulla libertà umana, intesa però come autonomia assoluta, nel senso del latino ab-soluta, svincolata cioè da ogni rimando che non sia il soggetto stesso2» in un liberismo che continua a credere dogmaticamente alla “mano invisibile del mercato” (Adam Smith) di un mercato che deve essere lasciato libero in quanto troverà al suo interno degli equilibri spontanei di aggiustamento;

– «il  riduzionismo in cui l’uomo viene ridotto al suo momento biologico e anche la cultura si risolve in natura, così persino l’etica, la religione, l’arte, i valori spirituali sono interpretati in chiave evoluzionistica2». E così applicando anche in economia tale modello antropologico si giunge all’assurdità di concepire una sorta di darwinismo sociale in cui il più forte e il più capace sarà in grado di sopravvivere.

Può sembrare inclemente che un lavoratore reso inabile dalla malattia alla competizione con i suoi simili, debba sopportare il peso delle privazioni. Può sembrare inclemente che una vedova o un orfano debbano essere lasciati alla lotta per la sopravvivenza [struggle for life and death]. Ciò nonostante, quando siano viste non separatamente, ma in connessione con gli interessi dell’umanità universale, queste fatalità sono piene della più alta beneficenza – la stessa beneficenza che porta precocemente alla tomba i bambini di genitori malati, che sceglie i poveri di spirito, gli intemperanti e i debilitati come vittime di un’epidemia.3 (Herbert Spencer, 1820-1903)

– «L’efficientismo. Uno degli elementi più preoccupanti che segnano la concezione contemporanea dell’uomo e quindi l’intero orizzonte temporale della nostra cultura è l’indiscusso primato che viene accordato all’avere, al conquistare e al dominare rispetto all’essere, al contemplare all’ammirare, e ai valori economico-produttivi rispetto a quelli spirituali 2».

Il primo se non l’unico obiettivo del lavoro e del pensiero umano è l’efficienza; il calcolo tecnico è sempre superiore al giudizio umano; la soggettività è un ostacolo alla chiarezza del pensiero; tutto ciò che non si può misurare non esiste o non ha valore 4(Visone R.:2010)

In questo quadro inquietante si stanno comunque mostrando i primi segnali di cambiamento attraverso il microcredito, lo strumento di sviluppo economico che permette l’accesso ai servizi finanziari alle persone in condizioni di povertà ed emarginazione.

In generale si sta sempre di più (anche se l’argomento non ha una sufficiente visibilità da parte dei media) creando una maggiore sensibilizzazione all’etica nell’economia. Segnali tenui ma che potrebbero lasciare un segno per ripensare secondo nuovi paradigmi che non siano finalizzati a mettere in soffitta quanto di buono e necessario l’economia di mercato e il liberismo ha messo in atto, ma di convogliare l’attenzione su aspetti qualitativi che restituiscano all’uomo il ruolo di protagonista.


Bibliografia

La bolla speculativa si è alimentata sull’illusione degli statunitensi di poter accedere in modo illimitato al  credito bancario affidandosi ad una crescita del valore di mercato degli immobili. Con le prime avvisaglie della crisi e con la disoccupazione, si ebbe un “effetto domino” che determinò dapprima una difficoltà e successivamente l’impossibilità da parte di coloro che avevano contratto i prestiti di onorare i propri impegni. Le banche che nel frattempo avevano collocato sul mercato le obbligazioni sui prestiti bancari si trovarono in mano carta straccia. La richiesta dei risparmiatori di liquidare i propri investimenti (che le banche avevano precedentemente allocato per soddisfare il fabbisogno di mutui o finanziamenti) venne delusa dall’innesco di una catena ininterrotta di insolvenze.
La perversità del fenomeno, è che i mutui contratti dagli americani vennero utilizzati per l’acquisto di beni di consumo come le automobili.

FAGGIONI M.P.,  La vita nelle nostre mani. Manuale di bioetica teologica , Edizioni Camilliane, Torino 2004, pp. 328, 43-49

3 VISONE R., Prima dell’evoluzione: le radici politiche della filosofia di Spencer e la Social Statics del 1850, Le Cariti, Firenze 2010

4 SALVINI  G.P., La tecnologia: aiuto o pericolo?  in  «La Civiltà cattolica», 145/2 (1994)

(*) Giovanni Carluccio
Dottore in Economia e Commercio
Professionista nel settore amministrativo e finanziario
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