Uno sguardo sul mondo. «Stare più che bene. Dalla cura al potenziamento» (Seconda Parte)

di Michele Farisco *
pubblicato il 8 novembre 2013
Uno sguardo sul mondo. «Stare più che bene. Dalla cura al potenziamento» (Seconda Parte)

Segue dalla prima parte: Introduzione: quale potenziamento?, in «Bioetica News Torino», numero di ottobre 2013


La fabbricazione del sé

L’enhancement psico-cognitivo pone, tra gli altri, il problema etico-antropologico dell’autenticità dell’identità: esso implica la perdita o la conquista del “vero sé”?

Riferito alla questione specifica degli psicofarmaci di fatto il problema non è nuovo, come dimostra la discussione relativa alle conseguenze sull’identità personale dell’uso di antidepressivi. Sul punto Peter Kramer, autore dell’ormai best-seller Listening to Prozac, asserisce che alcune persone facenti uso di Prozac® sentono come se finalmente il loro vero sé sia venuto alla luce7. Secondo altri, come Carl Elliott, l’uso di psicofarmaci potrebbe seriamente mettere in pericolo il modo di vivere che è unicamente proprio e non condiviso con nessun altro, ossia potrebbe separarci da ciò che veramente siamo8 . Ovviamente la valutazione etica di tali rischi assume una connotazione diversa a seconda che si riferisca a un uso terapeutico degli psicofarmaci (nel qual caso i possibili effetti di spersonalizzazione potrebbero essere giudicati il male minore) oppure a un loro uso per fini di potenziamento.

Questione etico-antropologica: potenziamento psico-cognitivo e autenticità dell’identità

Particolarmente rilevante sul piano etico, al confine del discorso biopolitico, è, inoltre, il pericolo della cosiddetta medicalizzazione9, per cui anche caratteri propri di una certa personalità (come timidezza, chiusura, introversione etc.) sono letti quali segni di patologie e i soggetti portatori di tali caratteristiche sono indotti o obbligati a trattarle farmacologicamente.

Il citato Elliott parla in proposito di alienazione, termine filosoficamente e psicologicamente tanto significativo quanto ambiguo. Con essa egli intende indicare l’esito di una pratica sociale di medicalizzazione delle caratteristiche caratteriali oltre che la perdita di contatto con la realtà del mondo. Tuttavia secondo alcuni critici l’errore di Elliott e di tutti coloro che si oppongono all’uso del potenziamento psicologico giudicandolo una minaccia per l’autenticità dell’identità personale consiste nel ritenere quest’ultima un’entità fissa data una volta per sempre, mentre essa non sarebbe affatto né data né pre-esistente, ma autonomamente rimodulata a seconda delle nuove circostanze di vita10.

Il concetto di medicalizzazione, che tanto sviluppo sta trovando soprattutto in ambito biopolitico, sintetizza un rischio implicito nella logica sottesa al potenziamento farmacologico: la riduzione dell’intelligenza dell’uomo, e quindi per esteso della sua mente, alle interazioni elettrochimiche dei neuroni cerebrali. L’uomo della réclame del neuroenhancement è l’uomo neuronale, appiattito sulla sola dimensione biologica11: assolutizzando la strategia del potenziamento chimico si tralasciano altre già possibili modalità di miglioramento dell’intelligenza umana, come la formazione, l’educazione, l’interazione sociale.

Sul piano empirico di grande interesse è una ricerca effettuata su pazienti adulti affetti da ADHD12, dalla quale emerge che:

a. Non tutti riescono a distinguere tra la propria personalità e la patologia di ADHD

b. Tutti affermano che la cura farmacologica ha in qualche modo condizionato la propria personalità: si sentono meno se stessi dopo la cura farmacologica, meno autentici

c. Alcuni sostengono che l’uso di psicofarmaci ha loro consentito di essere più pienamente se stessi, di scoprire nuovi aspetti della propria personalità

d. Altri affermano che l’uso di psicofarmaci non condiziona affatto la propria identità, ma al massimo il proprio comportamento

Un punto rilevante è che alcuni tratti caratteriali sono cambiati a causa del trattamento medico: i pazienti si sentono meno creativi, spontanei, felici o socievoli, e quasi tutti giudicano questa situazione come una perdita. Lo si giudichi positivamente o negativamente è innegabile che l’uso di psicofarmaci abbia un effetto di modificazione rilevante sull’identità personale. Questa modificazione è una perdita di autenticità, una scoperta di nuovi aspetti della propria personalità, oppure l’espressione nuova di una pratica antica dell’uomo, ossia della sua autopoiesi, che oggi risulta intrinsecamente e inestricabilmente legata all’azione tecnica?

Il tema dell’identità è filosoficamente molto complesso e non esauribile nel breve spazio qui a disposizione. In estrema sintesi è possibile concepire l’identità come auto-controllo oppure come auto-espressione13.

Identità come auto-controllo o auto-espressione?

Nel primo caso centrale risulta la libertà di volere da parte del soggetto, il cui comportamento non si spiega solo con motivi e desideri, ma col fatto che egli soggettivamente voglia fare qualcosa14. In questo senso una tale prospettiva può essere definita di autocontrollo perché per essere se stesso il soggetto deve essere in grado di controllare i propri desideri. L’autenticità del sé, quindi, dipende dalla capacità di affermarsi come volontà libera e autonoma dal condizionamento esterno.
L’identità come auto-espressione, invece, si connette a una natura intesa come elemento essenziale del sé, il quale, a sua volta, può essere variamente inteso.

Potremmo sintetizzare la questione dicendo che nel primo caso l’essere personale segue l’agire libero e autonomo, mentre nel secondo questo è conseguenza ed espressione di quello. Da ciò segue che la prospettiva dell’auto-controllo esprime il fatto che siamo alienati dalle nostre azioni quando non possiamo controllarle o dirigerle; secondo la visione dell’auto-espressione, invece, siamo alienati quanto le nostre vite non esprimono le nostre nature.
Nel primo caso, quindi, l’enhancement sarebbe un’ulteriore declinazione dell’attitudine dell’uomo a costruire se stesso, mentre nel secondo, secondo un registro opposto, rischia di essere una nuova minaccia a ciò che l’uomo è.

È possibile un dialogo tra queste due diverse prospettive? Probabilmente la possibilità di un loro incontro è in una considerazione della natura umana non in termini (ipo)statici e astorici, ma dinamici e interattivi, la quale, come abbiamo cercato di argomentare in altra sede, è sorprendentemente suggerita da un recupero della tradizione classica15. Se la natura dell’uomo è intrinsecamente esposta al cambiamento, declinandosi sia come auto-modificazione, sia come etero-modificazione, è possibile affermare una mediazione tra nature e nurture, natura e cultura, e sulla base di questa delineare un limite etico alla stessa modificabilità tecnica dell’uomo. In questo modo il tema dell’enhancement e quelli a esso conseguenti dell’autenticità e dell’alienazione si connettono alle questioni della buona vita e del significato di essere umano16, mostrando un innegabile rilevanza e attualità filosofica alle quali si è qui inteso solo introdurre.

 


Bibliografia

7 Cfr. KRAMER P.D., Listening to Prozac: A Psychiatrist Explores Antidepressant Drugs and the Remaking of the Self,  Viking, New York 1993

8 Cfr. ELLIOTT C., The Tyranny of Happiness: Ethics and Cosmetic Psychopharmacology, in PARENS E. (ed.), «Enhancing Human Traits: Ethical and Social Implications», Georgetown University Press, Washington D.C. 1998, pp. 177–188; ELLIOTT C., Better than Well: American Medicine Meets the American Dream, Norton, New York 2003

9 Cfr. CONRAD P., The Shifting Engines of Medicalization, in «Journal of Health and Social Behavior» 46 (2005), pp. 3–14

10 Cfr. DEGRAZIA D., Prozac, Enhancement and Self-Creation, in «The Hastings Center Report» 30 (2): pp. 34–40 (2000)

11 Cfr. FARISCO M., Filosofia delle neuroscienze. Cervello, mente, persona, Edizioni Messaggero, Padova 2012, pp. 160; VIDAL F., Brainhood, anthropological figure of modernity, in «History of the Human Sciences» 22 (1): pp. 5-36 (2009)

12 Cfr. BOLT I., SCHERMER M., Psychopharmaceutical Enhancers: Enhancing Identity?, in «Neuroethics», 2 (2009), pp. 103–111

13 Cfr. SCHECHTMAN M., Self-expression and self-control, in «Ratio» 17 (4): pp.409-427 (2004)

14 Cfr. DWORKIN G., The Theory and Practice of Autonomy, Cambridge University Press, Cambridge 1988; DEGRAZIA D., Human Identity and Bioethics, Cambridge University Press, New York 2005; FRANKFURT H.G., The Importance of What We Care About, Cambridge University Press, Cambridge 1988

15 Cfr. FARISCO M., Ancora uomo. Natura umana e postumanesim, Vita&Pensiero, Milano 2011

16 Cfr. PARENS E., Authenticity and Ambivalence: Toward Understanding the Enhancement Debate, in «Hastings Center Report» 35 (3):pp. 35-41 (2005)

(*) Michele Farisco
Centro di Ricerche Genetiche Biogem - Ariano Irpino (Av)
Centre for Research Ethics & Bioethics (CRB) - Uppsala Universitet
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