Violenza sulle donne. C’è ancora molto da fare

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 9 novembre 2014

Parliamo di violenza di genere: i dati della ricerca europea «Violence against women: an EU-wide survey» (2014), ci dicono che in Italia il 19% delle donne ha subito nel corso della vita violenze fisiche o sessuali da un partner o da un ex-partner, e il 38% ha subito da lui abusi psicologici gravi; il 9% inoltre ha subito comportamenti di persecuzione (stalking), quasi sempre da un ex partner.

Queste violenze comportano delle conseguenze negative sulla salute: le donne vittime presentano più spesso qualsiasi problema di salute fisica o psicologica, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la violenza contro le donne come un “problema di salute enorme” e stima che sia “una causa di morte o di invalidità per le donne in età riproduttiva altrettanto grave del cancro”.

La Vice Presidente del Senato Valeria Fedeli, da sempre impegnata sul tema della parità e della violenza di genere, in una intervista su DonnEuropa, pubblicata nel suo sito e di cui prendo in “prestito” una parte, parla proprio di Prevenzione e dei pilastri fondamentali attraverso i quali poter agire: la scuola e i mass media.

E ci parla anche della Convenzione di Istanbul: ” ….sembra l’Italia si sia dimenticata di aver ratificato la Convenzione. Dal primo agosto di quest’anno, principi e norme contenuti in quel testo sono divenuti obbligo, eppure manca ancora un serio monitoraggio della loro applicazione, perché manca una pratica politica, nel nostro Paese, che sappia costruire un metodo di lavoro realmente in linea con quanto la Convenzione stabilisce; è cosa grave, che non diventi ancora realtà una commissione bicamerale che relazioni in Parlamento, ogni anno, lo stato di attuazione della stessa. Eppure, la realizzazione di una commissione di questo tipo richiederebbe una settimana di tempo, non di più. Dobbiamo introdurre, nella nostra politica, il metodo del monitoraggio delle leggi che si adottano. Anche perché questo significa fare leggi che poi si applicano davvero!

Per ottenere questi risultati, in particolare sulla piena attuazione della Convenzione di Istanbul, credo si debba costruire un solido rapporto tra chi sta nei movimenti e le istituzioni, perché senza sostegno, confronto, senza un raccordo, è impossibile governare il cambiamento sociale. Il monitoraggio delle politiche, a tutti i livelli, è fondamentale per contrastare veramente la violenza sulle donne. Senza conoscenza e monitoraggio, senza relazioni dello stato dell’arte al Parlamento, svolte con dati oggettivi e completi, è impossibile comprendere pienamente di cosa si parla quando si affrontano sia le violenze che le discriminazioni, che delle prime rappresentano le fondamenta.

Riflettiamo anche sui passaggi avvenuti in merito alla responsabilità delle pari opportunità in sede di Governo: abbiamo prima avuto la Ministra, poi una vice Ministra al Ministero del Lavoro; con il Governo Renzi la delega è rimasta al premier, un passaggio molto importante che però, almeno fino a poche settimane fa, con la nomina di Giovanna Martelli, è rimasta una delega priva di reale capacità di incisione sull’attuazione dei necessari cambiamenti.

Con il primo decreto di attuazione realizzato, l’Italia ha dato priorità alle problematiche della vittima di violenza. Questo doveva essere l’inizio di un percorso senza precedenti per costruire gli strumenti di attuazione della Convenzione, invece credo ci sia stata una sorta di assuefazione all’idea secondo la quale la politica debba occuparsi, quasi esclusivamente, di questo aspetto, trascurando totalmente quel profondo cambiamento di prospettive che ci offre la Convenzione stessa, laddove spinge ad operare innanzitutto sulla prevenzione.

Se non si riparte da questo aspetto, vuol dire che non si è capito nulla delle radici delle discriminazioni, e dunque anche del femminicidio. Una gravissima lacuna politica e culturale. È ovvio che se il dibattito riparte da questo terreno, saremo anche in grado di cogliere un altro aspetto su cui deve essere orientata la ricerca: monitorare e cambiare tutte quelle leggi che sono in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione.

Attuare la Convenzione di Istanbul vuol dire anche affrontare i due pilastri della prevenzione: la scuola e i mass media. Quando dico scuola, però, non mi riferisco semplicemente all’inserimento di un’ora formativa sul tema dell’educazione alla differenza di genere nei programmi scolastici, ma a un cambiamento reale e generale di programmi in grado di modificare la cultura dei generi e della relazione tra uomo e donna. Questione necessaria e utile per condurre le nuove generazioni più lontane dalle ragioni che portano alla violenza contro le donne.

Occorre un cambio radicale dei programmi scolastici a trecentosessanta gradi, e questo cambio ha bisogno di investimenti sulle competenze del corpo scolastico. C’è un legame stretto e diretto tra la buona scuola e gli elementi di progettazione del cambiamento. Come per la ricerca e l’analisi dei dati, anche per la formazione quello che occorre è un approccio scientifico, competente, professionale: non è sufficiente essere donna per formare alle relazioni e ai sentimenti, per trasmettere consapevolezza dell’identità di genere. Sappiamo bene che l’approccio al femminile non è garante di una soggettività consapevole, e questo è un problema culturale che investe sia insegnanti nelle scuole che genitori nelle famiglie.

Se la prevenzione primaria della violenza comporta un cambiamento culturale che riguarda ognuno di noi e tutte le istituzioni sociali e formative, la prevenzione secondaria e terziaria riguarda soprattutto i servizi socio-sanitari, le forze dell’ordine e i tribunali. ”

Scuole primarie e secondarie ed Università possono, anzi, devono giocare qui un ruolo centrale, quello della prevenzione e informazione le prime due e per quanto riguarda la ricerca scientifica l’ultima. Se per intervenire efficacemente è necessario conoscere a fondo il fenomeno della violenza, le sue conseguenze, le strategie degli aggressori e quelle, volte alla resistenza, delle vittime si rende altrettanto importante ed essenziale , diciamo, capire come poter agire nella società una volta determinato e circoscritto il fenomeno.

L’Università ha, quindi, un ruolo fondamentale diretto alla formazione dei futuri operatori che sono rivolti a servizi con queste tematiche. Questo soprattutto ha valenza per gli operatori sanitari che, sempre secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sono spesso tra i primi a vedere le vittime di violenza, e la cui autorevolezza è riconosciuta dalla società. A seguire, poi, i professionisti, quali psicologi e psicoterapeuti, che vedrebbero nella ulteriore e specifica formazione un supporto maggiore. La Psiconeuroimmunologia nasce proprio per unire scibili ben distinti ma uniti dal filo conduttore che lega Mente, Corpo e Cervello. Di recente , ad esempio, La Sapienza, Università di Roma, ha predisposto un Corso di Alta Formazione atto allo scopo suddetto, un percorso formativo finalizzato alla realizzazione di competenze specifiche riguardanti la Promozione della salute ed Educazione sanitaria ad indirizzo psicologico- sociale. Ciò proprio per promuovere Benessere e Salute attraverso percorsi ” personalizzati” incentrati sullo sviluppo delle risorse di ciascun individuo. Il Corso, infatti, si prefigge di fornire metodologie necessarie atte a diagnosticare, prevenire e curare le patologie correlate al fenomeno dello Stress in tutti i suoi molteplici aspetti eziologici e di scatenamento, con particolare riferimento al Distress psicosociale, che si inserisce direttamente al fenomeno ” violenza di genere” .

Il 25 novembre sarà la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, se parliamo di dati e delle caratteristiche della violenza sulle donne, in Italia e in Europa, vediamo come ancora siamo lontani dalla Convenzione di Istanbul, come afferma Fedeli, essere il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per proteggere le donne dalla violenza. Quindi come poter agire mettendo in sinergia Università, servizi sanitari e associazioni? Indispensabile predisporre Servizi Integranti con compiti precisi e risorse, mettendo in azione le attività di ricerca, agire con il lavoro dei servizi sanitari, degli specialisti assieme a quello dei Centri anti-violenza.

La Sanità non viene, quindi così, solo relegata a “numero di posti letto e costi” ma viene vista come ambito ampio e vasto che comprende essenzialmente la cura e l’educazione ai “corretti stili di vita”. Diventa così Salute e non solo centro di costo. Solo “integrando” possiamo avere una visione intera dell’individuo che potrà trovare aiuto e sostegno oltre alla cura e alla riabilitazione anche senza sentirsi ” un costo ” a posto letto ed un “peso” sociale.

Antonella Gramigna (esperta in orientamento e promozione della salute)

fonte: Quotidiano Sanità

approfondimenti: http://fra.europa.eu/en/publication/2014/vaw-survey-main-results

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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