Vita, corpo, persona.

di Laura Mazzoli *
pubblicato il 6 gennaio 2013
Vita, corpo, persona.

Il corpo umano in mostra: “The Human Body Exhibition”

È una mostra1, ma potremmo domandarci quale connessione abbia con l’arte. O con la scienza, o semplicemente con il sensazionalismo e il fenomeno. Genera curiosità, interesse o un immediato senso di repulsione e necessità di pudore.

L’effetto è che fa discutere e suscita emozioni contrastanti, sicuramente centrando l’obiettivo di chi l’ha pensata e voluta.  Se nel titolo “exhibition” rimanda a mostra, il significato già va oltre e assume le sfumature lessicali di esposizione e, riferendosi al corpo umano trasformato in specimen, esemplare, prelude a un percorso all’interno di esso; esibito quindi svelato. Solo un corpo messo a nudo? E per quale scopo?

L’esposizione del corpo è pratica consueta nella nostra realtà inflazionata da corpi, quelli levigati e perfetti delle pubblicità che inseguono e solleticano il nostro desiderio di perfezione e eternità, o quelli martoriati e lesi che compongono le scene della cronaca nera o degli eventi di guerra.

REMBRANDT, Lezione di anatomia del dottor Tulp, olio su tela, 1632, Museo Mauritshuis, L’Aja

Qui è altra cosa. La visione è diretta senza la mediazione del diaframma televisivo, o quello della carta stampata e delle pagine di internet. È  priva anche di quell’atmosfera interpretativa resa dall’autore nella raffigurazione dei corpi anatomici dell’arte. Pensiamo alla scena della dissezione del braccio dipinta da Rembrandt, in cui, trafitto dalla luce, il cadavere è attorniato dai visi dei presenti, connotati da una partecipazione emozionale e psicologica.

O come nei dettagli fotografici dei cadaveri in obitorio di Andres Serrano, in cui le immagini perfette e patinate, quasi dissacratorie del sentimento di rispetto e pudore, propongono la solitudine dei cadaveri in antitesi al mondo edulcorato che respinge e nasconde la morte.

A. SERRANO, The Morgue
(Homicide Stabbing), 1992

Human Body Exhibition presenta e espone senza filtri e mediazioni. Corpi di persone morte per cause naturali, che hanno dato il consenso, o di cui nessuno ne ha rivendicato il diritto a onorarne la memoria;  così nella dichiarazione dei curatori. Cercando in questo modo di allontanare l’associazione, che potrebbe affacciarsi repentina, con la valenza di quel consenso, la mercificazione e la violazione del rispetto verso i defunti che contrassegna in ogni cultura, dall’antichità ad oggi, il rapporto con la morte, il culto della memoria e il senso della vita.

Come sul tavolo anatomico per uno studio di cadaveri, o su una pedana che accoglie la statua marmorea del David, nelle posizioni più diverse, sono presentati corpi veri, o parti di essi, trattati con la tecnica della plastinazione, novella pratica dell’antica arte dell’imbalsamazione. Arte finalizzata a  perpetuare presenza e esistenza contro l’inevitabile disfacimento. Qui la conservazione ha altro fine, non è pietas o memento mori, e scisso il legame con l’uomo sono mostrati, in sezioni, parti e sovrapposizioni, gli elementi del suo funzionamento.

Nei corpi esposti dai tratti somatici orientali pare risuonare vicino l’eco degli esperimenti medico alchemici delle macchine anatomiche settecentesche della Cappella Sansevero a Napoli, con l’immancabile scia di leggende popolari e citazioni letterarie, o dei reperti degli studi antropologici del positivismo. Tutto reso attuale dalla comunicazione diffusa, che apre al pubblico delle famiglie e delle scuole le porte degli studi anatomici.

Ibrido tra arte e tecnica, c’è l’uomo nella sua composizione organica, macchina biologica nella congerie di vene, muscoli, tendini e organi veri e reali. Esibito anche ai non addetti ai lavori. Privo dell’involucro che lo contiene.

Si svela un segreto, lo si offre a un pubblico eterogeneo e con eterogenee motivazioni, e lo si rende accessibile. La mostra ci conduce a vedere ciò che è riservato ai professionisti della medicina e agli studenti di quell’arte. L’anatomia del corpo umano senza segreti, in una società che si sforza di svelare tutto.

Di fronte a quei corpi privati della  posa composta della morte può sorgere emozione o raccapriccio, interesse scientifico o avversione e necessità di recuperarne dignità e rispetto. L’evento diventa stimolo per la conoscenza o di contro familiarizza all’attitudine non selettiva a fruire di tutto.

La corporeità rimodellata dai polimeri di silicone, privata dell’identità e di ogni riferimento ad età e condizione, allontana il legame e ci restituisce uno specimen, da esplorare nel nome della  scienza che si rende accessibile e si fa popolare. L’immediatezza dell’informazione veicola l’idea della facilità  del sapere.

Sicuramente anche il luogo concorre a generare il dibattito, non ci troviamo in una sala di un museo di anatomia, o in un museo di archeologia, in una chiesa di fronte al corpo incorrotto di un santo o all’interno delle sale anatomiche di un ospedale. Il luogo è  privo di riferimenti che possano contestualizzare quelle presenze, è in antitesi a quello che nell’immaginario possiamo considerare il luogo consono allo scopo divulgativo e didattico di avvicinare all’anatomia del corpo umano, o allo studio scientifico. Nel suo essere sospeso tra spazio museale e fiera espositiva, ci lascia soli di fronte a quelle presenze. E rende crudo il nostro rapportarsi ad esse.

Ma c’è anche bellezza. La bellezza del corpo che promana dalla sua composizione organica interna è svelato e portato alla luce. Prende forma lo stupore, e il bisogno di scienza e conoscenza. Ci si potrebbe fermare qui. Ma, nel vuoto dello spazio scenico, i corpi possono riproporci gli interrogativi sulla nostra fragilità e sulla morte. E non solo, far risuonare l’eco del sottile filo interrotto che lega quei corpi alla persona che un senso ha dato e ricevuto da quei corpi.

Può valere e giustificare la ragione stessa di questa mostra? E occorre un corpo reale per suscitare questo? Nel tempo in cui la tecnica è in grado di riprodurre al computer e restituire le immagini del corpo biologico, anche tridimensionali e riplasmate con materiali artificiali, quale elemento aggiunto l’esposizione offre alla conoscenza di noi stessi? E allo scopo dichiarato dalla mostra: educare?

Al di là delle polemiche o degli entusiasmi acritici, dei patrocini istituzionali dati e negati, delle finalità scientifiche e didattiche addotte nel ricercare e motivare il pubblico delle scuole o dei limiti ed errori insiti in questa  divulgazione, e per chi con le più varie motivazioni ha scelto di partecipare o di non partecipare all’evento espositivo, ritengo utile interrogarsi sul senso di questa esposizione, ma anche guardare oltre la specificità dell’evento stesso.

Certo molto dipende dalla scelta di quali condizioni includere. Come riconoscere sensazionalismo e informazione scientifica, considerare la valenza dei diritti umani e  del consenso nell’uso del corpo a fini commerciali, individuare le responsabilità pubbliche e quelle personali nella tutela della dignità, riflettere sul rispetto della morte. Promuovere il sapere implica delle scelte, e tra queste quella di affinare la conoscenza per distinguere il rigore della scienza dalle facili credenze, dalla forza delle emozioni e dalle illusioni rassicuranti ed educative del marketing delle tecnoscienze.

Lo sguardo che dallo specimen si dilata sul “noi” porta a confrontarsi con l’idea che lo stupefacente corpo biologico appartiene e dà forma e materia alla persona con la sua ancor più stupefacente identità, di idee, libertà e spirito. Ed educare è anche insegnare a porsi domande.


Bibliografia

1«The Human Body Exibition», mostra  espositiva  di «corpi umani veri, sezionati e conservati per illustrare ciascun apparato del corpo», come si legge nel sito www.humanbody.it, allestita al Palaolimpico di Torino dal 29 settembre 2012 al 13 gennaio 2013.

(*) Prof.ssa Laura Mazzoli
Docente di Storia dell'Arte
Scuola secondaria di II grado
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