Vita, salute e malattia.

di Rosa Revellino *
pubblicato il 6 gennaio 2013
Vita, salute e malattia.

La verità? Una tavola rotonda per discuterne…

L’11 dicembre scorso, presso la sede del Museo di Scienze Naturali di Via Giolitti 36 a Torino, si è tenuto un convegno dedicato al tema della verità, organizzato dall’associazione Erreics Onlus, nell’ambito delle sue iniziative culturali per il 2012: «La verità, una tavola rotonda per discuterne».

Perché proprio questo tema? La scelta di Erreics Onlus affonda in un momento storico di grande disorientamento non soltanto dal punto di vista economico e assistenziale, ma forse proprio sul piano della cultura, antica forma di coesione e sviluppo sociale oggi ridotta, nella migliore delle ipotesi, a dibattito disimpegnato; quando non trasformata in collettore di generalizzazioni, banalità e pregiudizi rassicuranti. In una parola una cultura “interdetta”.

Da questa constatazione di realtà ha preso avvio la giornata di studi dedicata al tema della verità e veridicità nel contesto professionale, nel dibattito pubblico, sul piano dei comportamenti privati e delle scelte di tipo etico e di interesse collettivo. Al tavolo dei relatori infatti si sono presentate diverse professioni, da quella sanitaria a quella giornalistica, attraverso la lente di un’impostazione filosofica che ha caratterizzato complessivamente tutta l’analisi del tema.

L’essere umano e la sua verità 

Hanno aperto il Convegno due articolati interventi, di Rossana Becarelli e Nicola Ferraro, rispettivamente medico-filosofo e giornalista medico-scientifico. Un confronto aperto e libero sui diversi modi con cui la parola verità entra nel nostro lessico contemporaneo, condizionando il nostro bisogno di conoscenza e la ricerca di identità. La verità è potenzialità infinita di cambiamento, di approfondimento e interpretazione. Uno spazio di analisi profonda del rapporto tra soggetto e mondo, che non risulta mai esaurito in nessuna definizione o formulazione concettuale. La verità è quindi per estensione la rappresentazione del nostro stare sulla scena degli affetti e delle emozioni senza afferrarne il senso ultimo e definitivo. È  un esercizio di conoscenza che ognuno di noi agisce come atto di crescita e approfondimento dell’identità.

In questo ambito è certamente difficile quindi darsi delle certezze, parlare un linguaggio sicuro delle definizioni date alle parole e alla condivisione dei significati; è soprattutto più che mai contraddittorio usare delle sovrastrutture culturali per giustificare delle certezze rassicuranti, ma che evidentemente crollano di fronte alla variabilità dei codici culturali, alle tradizioni e ai miti contemporanei. La verità diventa quindi la metafora della nostra ricerca di autenticità. Essa però è anche un dato oggettivo, come ha affermato Ferraro, è un principio di realtà a cui non ci si può sottrarre.
Nonostante esistano tante verità da quella giudiziaria, a quella giornalistica fino a quella forse più difficile cioè quella della medicina, il nucleo centrale è costituito dalla realtà dei fatti e non dalle interpretazioni. A fronte di questa veridicità scientifica non è possibile però non rimanere anche ‘interdetti’, cioè fuori dal linguaggio in uso, insufficiente di fronte allo sconvolgimento per esempio di una malattia cronica che altera in modo irreversibile il nostro senso di realtà.

La verità nel mito; verità nel linguaggio

Il dibattito della mattina è continuato con l’analisi del tema attraverso due relazioni dedicate alla narrazione e alla finzione letteraria e al linguaggio come strumento possibile di accertamento della verità. In particolare l’intervento di Silvana De Mari, psicoterapeuta e scrittrice, è stato dedicato alla fiction narrativa come spazio di realtà vera che può affermarsi soltanto in modo pieno ed efficace nella letteratura di tipo fantastico. Questa relazione, che ha suscitato la curiosità del pubblico e la sua partecipazione diretta con domande e questioni aperte di riflessione, ha fatto da snodo essenziale per le molte suggestioni disseminate nel dibattito.

La forma di intervento scelta da Silvana De Mari, che è letteralmente entrata nel pubblico, sia valicando lo spazio ideale tra teoria e pratica, cioè tra discussione e partecipazione, sia con una modalità dialettica molto accesa, ha riproposto la grande questione del ruolo della cultura nelle società contemporanea: semplice sovrastruttura o strumento di intervento diretto per una “educazione” attiva delle persone?

Tutto il discorso sulla letteratura, e sulla storia della nostra identità letteraria, è stato infatti uno spazio aperto di riflessione profonda per indagare come oggi il nostro senso critico sia sopito da meccanismi di ignoranza indotta o di disinformazione strategica. Attraverso il dispositivo della scrittura e quindi della lettura, è forse possibile riappropriasi della verità individuale che deve senza dubbio tenere conto del tempo storico in cui si radica, senza però svuotarsi di senso, cioè senza aderire acriticamente a modelli di comportamento “promossi” dai media come efficaci stili di vita.

Nella fiction dunque, sembra aver voluto dire Silvana De Mari, non c’è soltanto finzione, ed anzi questa rappresentazione può diventare talvolta una verità importante, assoluta. Come accade per il mito o per la favola.

La verità nella relazione terapeutica

La seconda parte della giornata è stata dedicata al tema dell’alleanza terapeutica e alla questione del lutto nell’interpretazione contemporanea. L’ apertura della seconda sessione è stata condotta da Enrico Larghero, medico e teologo, che ha trattato in modo chiaro ed equilibrato, il discorso del patto terapeutico e dell’alleanza col malato. Una riflessione, anche di tipo storico, su come questo delicato concetto abbia attraversato la professione clinica. Una lettura interessante, quella di Enrico Larghero, soprattutto per la forza linguistica di alcune revisioni degli snodi cruciali del rapporto medico-paziente: la fiducia, la deontologia, la trasparenza comunicativa, la simmetria di relazione ed infine il grande tema della relazione terapeutica, irriducibile ad un meccanicismo burocratizzato, ad un protocollo di comportamento, o a linee guida di comunicazione rigide e inadeguate ad interpretare l’unicità e irripetibilità di ogni rapporto terapeutico.

Il percorso che è stato proposto attraverso la storia della medicina, riletta alla luce del concetto di alleanza, ha sottolineato alcuni passaggi fondamentali per comprendere il difficile equilibrio che esiste tra malato, malattia e cura.

Il punto di forza si annida nella soggettività di ogni attore della relazione terapeutica: non è possibile infatti stare dentro il patto di fiducia senza agire un’identità, senza esserci. Il concetto di identità diventa pertanto un atto dinamico, che si costituisce e si arricchisce nel corso del tempo, sia all’interno della professione che nella propria dimensione emotiva e affettiva. È quindi fondamentale per il terapeuta entrare in risonanza con questa Alterità affinché possa esistere una efficace e sana relazione di cura. In altri termini la cura non è semplicemente un compito professionale, un mandato istituzionale, ma è il portato del nostro essere nel mondo, della nostra formazione e dei sedimenti di biografia che ci portiamo dietro.

La dimensione terapeutica, in un certo senso, è la nostra rappresentazione diretta, in cui siamo e agiamo in base a come si è strutturata la nostra identità. Qui allora forse può radicarsi la verità della relazione, fondata sulla trasparenza, sulla fiducia e sull’affidamento.

Spirito e verità; c’è una verità nella morte?

Hanno chiuso la giornata due interessanti interventi sul tema del lutto e della fede. Don Maurizio Ticchiati, cappellano dell’ASLTO2, ha riassunto brevemente i momenti più importanti del rapporto tra fede e verità, nella famiglia, nell’amore ed anche nella professione di cura.

In particolare poi la discussione di Marina Sozzi, filosofo e tanatologo, ha puntellato la storia del pensiero moderno secondo alcune riflessioni sul lutto e sulla sua rielaborazione. In particolare Sozzi ha rilevato l’importanza di una narrazione sulla morte in una società in cui il lutto è diventato un tabù, un esercizio di rimozione che frustra però il nostro bisogno di conoscere il mistero, di metterlo e fuoco e reintegrarlo nella vita.  Soprattutto nella relazione di cura la riflessione su questa dimensione deve essere condivisa e accompagnata, in un dialogo simmetrico che consente un confronto e un conforto reciproci, necessari per attingere la nostra autenticità.

(*) Rosa Revellino
Giornalista - linguista
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