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121 Marzo - Aprile 2026
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Bioetica e cura integrale

Nutro da sempre una particolare predilezione per l’etimologia. Origine, storia e vita delle parole mi affascinano. Occupandomi di cure palliative, mi sono sempre chiesto per quale motivo si ponga sempre grande attenzione sul significato del termine “palliativo” (il termine deriva dal pallium, ma non ne tratteremo in questa sede) e molto meno sul termine “cura”. Se non sbaglio, palliativo è aggettivo qualificativo. L’aggettivo qualifica una funzione: ma, senza il sostantivo che ne è fondamento, cosa ce ne facciamo del termine palliative? Ebbene, la mia proposta è: questa volta partiamo dal sostantivo, ciò che dà sostanza al discorso. L’aggettivo è il sale: oggi partiamo dall’arrosto. Quindi, seconda domanda: perché non introdurre questa rubrica di “Bioetica e Cura Integrale”, riflettendo innanzitutto sul significato e la ricchezza della parola cura?

Ah, quanto bisogno abbiamo di recuperare l’anima delle parole… Immersi come siamo in una contemporaneità comunicativa fondata su parole perlopiù ridondanti, se non inutili e malefiche, sentiamo – quantomeno, lo sento io- il bisogno di parole educative. Affinché le parole educhino, ovvero conducano, dobbiamo recuperarne il senso, la direzione, il significato. Ogni parola è pietra, parte fondamentale della relazione umana. Ogni parola è storia, mattone narrativo. Paul Ricoeur sottolinea il potere del linguaggio quale dimensione creativa che possiede vero e proprio fondamento ontologico e va ben al di là della semplice capacità espressiva. Dopodiché, meglio tenere presente, come diceva Wittgenstein, che riguardo ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere. Con tutto il dovuto rispetto per l’illustre Ludovico, non è necessario essere filosofi per arrivarci: me lo diceva anche mio papà, quando uscivo un po’ dalle righe. Papa Francesco ha richiamato il mordersi la lingua, prima di proferire maldicenze, come esercizio educativo. Cerco pertanto di tenere sempre presente il simpatico aforisma attribuito a Oscar Wilde, che afferma il principio per cui è meglio rimanere zitti e passare per idioti, piuttosto che aprire bocca e darne la certezza.

La parola è un atto creativo che nasce dal silenzio. YHWH crea l’ADAM con le proprie mani; con il proprio dito scrive il decalogo su tavole di pietra sul Sinai; ma la creazione del mondo nasce dalla Sua parola, non dalle sue dita: “L’ Elohim disse“, non “fece”. Le parole, affermava Carlo Levi, sono pietre. La relazione tra pietra e parola è affascinante. Con le pietre si può sia uccidere, sia edificare. La parola scolpita nella pietra è cuore dell’espressione artistica. Le più antiche esperienze creative umane nascono dalla e nella pietra: si tratta di linee di ocra su pietre ritrovate in Sudafrica, risalenti a 75.000 anni fa. Le cattedrali sono boschi di pietra che cantano e parlano all’uomo; che meraviglia le guglie del duomo di Milano,  l’interno della Sagrada Familia di Gaudì. Le antiche rovine della classicità danno corpo ed eternità ai miti. Simon Pietro, non a caso ribattezzato Cefa, è l’uomo-pietra che la Parola fatta carne elegge a fondamenta del proprio corpo mistico. Quando la mia professoressa di matematica, nel deporre le armi di fronte alla mia  scarsa affinità con i numeri, mi rimandava puntualmente a settembre paragonando i miei neuroni a pietre, affermava una verità scientifica: le cellule del cervello non funzionerebbero senza sali minerali, cioè piccole pietre, a conferma che microcosmo e macrocosmo sussistono non come unità separate, bensì nell’unità di un disegno intelligente, di UNA creazione. L’essere umano, l’A-DAM, nasce dalla terra (ADAMAH’, il “fatto di terra”): ma nel proprio nome contiene DAM, il sangue, la vita. Pietra e vita sono una cosa sola.

Ogni parola è pietra: mattone e unità della creazione. Il discorso è un processo creativo.  Prendiamo la parola “cura”:  essa contiene la radice latina“Cur”, che significa “Perchè”.  Chiedersi il perché di ciò che accade è base della conoscenza. Salmo 8 : se guardo il cielo, la luna e le stelle… Che cosa è l’uomo, perché te ne curi? L’atto del curare è inscritto in una domanda: quella del salmo è una domanda di senso, di significato, eterna quanto l’uomo. In tanti possono essere in grado di dirmi che ho la pressione alta: misurarla è facile. Molti meno sono coloro in grado di dirmi “perché” ho la pressione alta. Meno ancora quelli che riescono ad abbassarmela a livelli accettabili senza togliermi salame e taleggio, e spero che non mi stia leggendo il professor Garattini. Chiedersi il cur, il “perché” delle cose, non a caso è una delle prime ripetitive domande che un bambino pone quando inizia a comprendere il mondo; la domanda è esercizio fondamentale per la crescita dell’essere umano. Senza una domanda di perché all’origine della specie umana, non avremmo le pitture di Altamira e Lascaux. La cura è un processo intimamente legato a una domanda, a richiesta di relazione e di senso. A volte la risposta giace nel silenzio: è impegnativo rispondere al “perché” al dolore innocente, alla sofferenza di una madre che perde un figlio. “Perché Mi hai abbandonato?” è l’avverbio che accompagna l’ultima domanda del Figlio dell’Uomo.

Se accettiamo la parentela tra antico sanscrito e protolatino, ecco risalire la radice “cur” al protoeuropeo “Ku-kaw”, che significa “osservare”. L’osservazione è atto appartenente al senso della vista, correlato alla riflessione. La vista, in quanto organo di senso, è anche organo di significato. Sarà anche vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, ma personalmente ritengo che in realtà, l’essenziale sia perfettamente visibile: il problema è la direzione, il senso dello sguardo. Nel vangelo di Giovanni, una stupefacente progressione dell’uso della vista porta Maria Maddalena e Pietro, davanti al sepolcro vuoto, dapprima a “vedere” (blepo), poi a “osservare” (tzeotein), infine a “comprendere con la vista” (orao). Chiedersi “perché” indirizza il vedere “oltre”. E’ una sequenza che nell’approccio medico-paziente nella relazione di cura, costituisce una delicatezza e una saggezza indispensabile per il buon esito della relazione stessa. “Kawi”, che significa “saggio”, è radice sanscrita affine a Ku-kaw. La saggezza, la phronesis della filosofia classica, è virtù che conduce l’azione pratica: anche l’azione di cura. Si intuisce il ragionamento: saggio è chi osserva e si chiede il perché delle cose; osservare è saggio. L’osservazione, osserva Alexis Carrel, conduce alla verità ben prima del ragionamento.

Lasciare tempo all’ascolto, alla riflessione e al silenzio, dona alla dimensione della cura un significato e un tempo che è diventato difficile ritrovare nelle relazioni umane, e ahimé anche nella moderna relazione medico-paziente. La tecnologia e la fretta giocano sporco e privano la relazione di cura di tempo, pazienza ed equilibrio. Intelligenze artificiali e cattivi maestri  del web, da noi stessi ricercati, ci allontanano dalla relazione; più la desideriamo disperatamente, più la risposta ci sfugge. Quando desideriamo una risposta, una relazione, un perché, dovremmo riflettere sul significato etimologico del de-siderio. Esso ci spiega come, in assenza di relazione, vaghiamo senza meta alla ricerca degli astri celati alla nostra vista. De-sidera: lontani dalle stelle. Stelle che non sono più guida per noi naviganti smarriti nell’immensità del tempo.

Quindi. Cura uguale chiedersi il perché delle cose, e farlo con saggezza, affidando la ricerca della risposta al tempo della riflessione, all’osservazione silenziosa che si fa contemplazione. E’ possibile che la parola contemplazione contenga la radice latina templum, ovvero “porzione di cielo”: il tempo della cura si esercita in uno spazio delimitato, nell’ambito della relazione. Nella relazione, l’Io si confronta in forma dialogica con un Tu. Come la bioetica è ponte verso il futuro, la cura è ponte di relazione tra esseri umani. La cura è un processo, una dimensione relazionale nella quale ci si gioca interamente, esercitando un’etica delle virtù.

Mi fermo qui, anche se molto ci sarebbe da aggiungere. Il mito di Cura di Igino; la differenza tra il curare e il prendersi cura; il modello relazionale del to cure e del to care… Non si finisce mai di curare, o di prendersi cura.

Lasciamo spazio alla riflessione.

Buone letture e buon viaggio a tutti.

© Bioetica News Torino, Aprile 2026 - Riproduzione Vietata

Sugli stessi temi: Cure palliative, Eutanasia, Fine Vita