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Conoscere i postumi a lungo termine che il Covid-19 lascia nei pazienti guariti è importante per aiutarli a recuperare la loro qualità di vita, conoscere meglio la malattia e curarla Avviato studio internazionale sugli effetti del Covid-2 nei pazienti guariti da fase acuta dalla Federazione internazionale di reti di ricerca clinica in risposta alle malattie infettive e respiratorie severe ISARIC presso l'Università di Londra in collaborazione con l'Università di Glasgow

14 Settembre 2020

Mentre numerosi e diversi studi scientifici sperimentano farmaci e vaccini per curare e limitare la diffusione del virus Sars-Cov-2 l’attenzione degli esperti è anche ai sintomi, per breve o lungo periodo, che la patologia può lasciare dopo la guarigione e al loro trattamento. La ricerca sta facendo grandi passi nello studio del nuovo coronavirus ma essendo la malattia nuova e sconosciuta occorre conoscere più approfonditamente gli effetti sui diversi tipi di persone in salute e in malattia, per fasce di età, etc. nonché a lungo termine. Su quest’ultimo aspetto il Consorzio internazionale per le infezioni respiratorie acute severe e di emergenza Isaric, insediato presso l’Università di Oxford assieme al centro di ricerca virologica dell’Università di Glasgow ha avviato di recente uno studio clinico per individuare la prevalenza e i fattori di rischio sulla salute e psicosociali a lungo termine – fino a tre o cinque anni, “dipende dalle risorse” – che l’impatto del Covid-19 ha sulle persone guarite nonché utile per conoscerne nel tempo la risposta immunitaria anticorpi e cellulo-mediata al Sars-CoV-2. Si tratta di uno studio multidisciplinare, internazionale e multicentrico osservazionale aperto con invito alle strutture ospedaliere e centri di cura di contribuire alla loro ricerca sulla piattaforma condivisa messa a disposizione.

«Attualmente, si conosce poco sui postumi clinici e psicosociali che possono persistere nei pazienti dopo la guarigione da Covid-19 in forma acuta. Un recente studio italiano di 143 pazienti dopo il ricovero ospedaliero per Covid-19 ha dimostrato che l’87% aveva avuto almeno un sintomo persistente dopo 60 giorni. Sarà interessante vedere quali risultati arrivano da gruppi di pazienti più ampi da popolazioni differenti», ha affermato Louise Sigfrid alla guida di questa ricerca Isaric Global Covid-19 e del Centre Tropical Medicine and Global Health dell’Università di Oxford, in Global consortium launches new study into long-term effects of Covid-19 (University of Oxford, 11 september 2020).

Fa cenno a quanto Angelo Carfi, Francesco Landi e Roberto Bernabei et al. (Persistent Symptoms in Patients After Acute Covid-19, Jama, 9 July 2020; 324 (6): 603-605 – doi10.1001/jama.2020.12603), geriatri della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Ircss e dell’Università Cattolica di Roma hanno pubblicato sulla “sindrome post- Covid-19” che dura per settimane o anche per mesi in ex-pazienti, riportandone i sintomi più frequenti e persistenti. Lo studio, condotto presso il Day Hospital post-Covid al Gemelli Irccs di Roma, ha seguito i 143 pazienti, di età mediana 56,5 anni (tra i 19 e gli 84 anni) dal 21 aprile di quest’anno fino alla fine di maggio, a distanza di oltre due mesi dalla diagnosi di Covid-19, rilevando che solo 1 su 10 non presentava sintomi correlabili alla malattia iniziale. La loro qualità di vita era, in breve, peggiorata: la maggior parte, l’87%, lamentava almeno un sintomo persistente, sopratutto stanchezza intensa e affanno mentre un numero minore soffriva di dolore alle articolazioni e toracico.
Sullo studio eseguito sui pazienti guariti in fase acuta da Covid-19 il professor Landi, responsabile del Day Hospital post-Covid, aveva affermato, in L’insidiosa eredità di Covid-19 e quella stanchezza estrema (Policlinico Gemelli, 13 luglio 2020) che «tutti i pazienti che hanno avuto Covid-19 e soprattutto quelli colpiti dalle forme più gravi, che hanno richiesto un ricovero in rianimazione o che hanno avuto bisogno di ossigenoterapia, devono essere sottoposti a controlli multi-organo nel tempo […] Per fortuna la maggior parte dei pazienti non presenta quei danni d’organo che temevano a livello di polmoni, occhi, cuore, fegato. Quello che stiamo riscontrando è invece una frequente persistenza di sintomi (vedi grafico Patients with Symptoms), anche soggettivi come quello della “stanchezza”, che meritano di essere presi in considerazione». Ad oggi sono conosciuti i sintomi della fase acuta, quali tosse, febbre, dispnea, sintomi muscolo scheletrici come mialgie, dolori articolari, fatigue, sintomi gastrointestinali, disturbi dell’olfatto e del gusto, mentre meno delle sequele a lungo termine, che dal recente studio italiano sono «tuttaltro che rare e soprattutto invalidanti» dimostrando la necessità di un sostegno fisico e psicologico per gli ex-reduci da Covid-19 e dunque di poterli accompagnare con specialisti multidisciplinari nella loro lunga convalescenza.  

Lo studio Isaric/Università di Oxford è internazionale, coinvolge la collaborazione di clinici e ricercatori da diversi Paesi tra i quali anche l’Italia assieme a Brasile, Canada, Francia, Ghana, Norvegia, Pakistan, Russia, Sierra Leone ed esperti in malattie infettive, reumatologia, neurologia, cura intensiva, oncologia, salute pubblica, psicologia e riabilitazione. Il gruppo di lavoro del follow-up è composto da: Louise Sigfrid,John Amuasi, Fernando bozza, Ibrahim Richard Bangura, Anders Benjamin Kildal, Jan Cato Holter, Antonia Ho, Lance Turtle, Clark Russell, Jordi Rello, Daniel Munblit, Anne Margarita Dyrholt-Riise, Carlo Palmieri, Edwin Jesudason, Wei Shen Lim, Muge Cevik, Tom Drake, Katrina Hann, Anna Beltrame, Madiha Hashmi, Sulaiman Lakoh, Jo McPeake, Colin Berry, David Lowe, Natalie Elkheir e  Janet Scott.

«L’individuazione dei fattori di rischio per le conseguenze a lungo termine richiede uno studio longitudinale che colleghi insieme i dati sulle condizioni preesistenti e cura ricevute durante la fase acuta del Covid-19», afferma Janet Scott del MRC Università di Glasgow. I dati del follow-up saranno collegati a quelli riferiti alla fase acuta dai pazienti nella coorte di più di 85mila degenti con Covid-19 documentati nel database dell’Isaric Covid-19.

I ricercatori hanno sviluppato accanto al protocollo di studio un’indagine sui pazienti con Covid-19 dimessi per un’analisi combinata per contribuire all’avanzamento della conoscenza sulla malattia infettiva da Sars-CoV-2.

Redazione Bioetica News Torino