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Da una revisione di studi in Usa: no alla idrossiclorina per il trattamento Covid-19

01 Settembre 2021

Un gruppo di ricercatori della Florida Atlantic University’s Schmidt College of Medicine richiama l’attenzione sul rischio di reazioni avverse per l’uso dell’idrossiclorochina nella prevenzione e trattamento dell’infezione virale da Covid-19.

Lo stesso ateneo informa del loro studio di meta analisi aggiornata dei trial clinici controllati con placebo in doppio cieco e randomizzati di idrossiclorochina nella profilassi dopo l’esposizione virale e nei pazienti ospedalizzati i cui esiti sono pubblicati nell’editoriale dell’American Journal of Medicine del 23 agosto 2021 da C. H. Hennekens, M. Rane, J. Solano et al . con il titolo Updates on Hydroxycloroquine in prevention and treatment of Covid-19 ( https://doi.org/10.1016/j.amjmed.2021.07.035 ).

Charles H. Hennekens che è il primo Autore, consulente accademico senior e primo professore ad honorem dell’Università, nonché membro dell’American College of preventive Medicine (FACPM) e dell’American College of Cardiology (FACC), osserva che «l’evidenza randomizzata fornisce un sostegno persino più irrobustito per un fermo della prescrizione della idrossiclorochina nella prevenzione o nel trattamento del Covid-19».

Gli stessi avevano chiesto lo scorso anno una moratoria ai medici per la sua prescrizione per l’infezione da Covid-19 in attesa degli esiti dei trials randomizzati. Allora, negli Stati Uniti se ne contavano 890 mila, nove volte superiore agli anni precedenti mentre quest’anno, nel 2021, si arriva, finora a più di 560 mila. Dal 2020 non ne è emersa l’evidenza di alcun significativo beneficio riguardo alla profilassi e all’ospedalizzazione.

Si spiega che riguardo al rischio c’è da decenni di prescrizione per le malattie autoimmuni di maggiore prevalenza nelle giovani e donne di media età un profilo di sicurezza rassicurante con l’uso di questo farmaco, i cui rischi di esiti fatali dovuti al prolungamento di QTc sono molto pochi. Invece, «i rischi associati al Covid-19 sono molto più elevati perché i tassi di mortalità da Covid-19 e gli effetti collaterali da idrossiclorochina sono più elevati nei pazienti anziani e in quelli affetti da comorbidità, entrambi predominanti negli uomini». Fa riferimento alle complicanze cardiovascolari letali.

Conclude infine sostenendo dalla recente totalità di evidenza «la mancanza di efficacia e possibile danno da idrossiclorochina nel trattamento e prevenzione da Covid-19».

Che cosa l’Agenzia americana Food and Drug Administration raccomanda sull’uso della idrossiclorochina per Covid-19?

L’ente regolatorio dei medicinali americano la Food and Drug Administration ne aveva rilasciato l’autorizzazione in via sperimentale in stato di emergenza il 28 marzo 2020 per il trattamento per l’infezione da Covid-19.

Un mese dopo, il 24 aprile, avvisa delle segnalazioni pervenute riguardo a gravi problemi del ritmo cardiaco in pazienti ospedalizzati e non con Covid-19 trattati con idrossiclorochina e clorochina spesso in associazione con azitromicina e altri medicinali che prolungano il Qt, specialmente in pazienti con insufficienza renale. Le reazioni avverse segnalate concernono tachicardia o fibrillazione ventricolare e comprendono alcuni casi fatali. Raccomanda di mantenere l’uso dell’HCQ all’interno di sperimentazioni cliniche o in un contesto ospedaliero che prevede uno stretto monitoraggio.

Il 15 giugno 2020 revoca l’Autorizzazione per uso di emergenza.

In Italia cosa dice l’Aifa?

L’idrossiclorochina è un farmaco antimalarico che viene usato nel trattamento reumatologico ed esiste un’ampia esperienza clinica riguardo alal sua tollerabilità.

A fronte di evidenze cliniche nei soggetti affetti da Sars-CoV-2 derivanti da studi osservazionali o da trial clinici in cui si mostra un aumentato rischio per reazioni avverse rispetto a benefici scarsi e assenti l’Agenzia italiana del Farmaco ha sospeso dal 26 maggio 2020 l’autorizzazione all’uso di idrossiclorochina per il trattamento dell’infezione da Sars-CoV-2, al di fuori degli studi clinici, sia in ambito ospedaliero che domiciliare.

Nell’aggiornamento della scheda del farmaco il 22 dicembre 2020 ritiene che dalla conoscenza acquisita ulteriormente di non raccomandare l’uso nei pazienti con Covid-19 in ospedale e di non autorizzare nuovi studi clinici nei pazienti ricoverati poiché si è rilevata una completa mancanza di efficacia a fronte di un aumento di eventi avversi seppure non gravi. Può essere consentita come uso off label per una eventuale prescrizione per singoli casi in studi clinici randomizzati controllati per poter contribuire alle conclusioni sull’efficacia.

Negli studi clinici ne raccomanda il dosaggio più basso e per il minor tempo possibile (5-7 giorni) a seguito dell’aumento rischio di eventi avversi con dosi elevate.

Tra i rischi menzionati per i quali sono necessari attenti monitoraggi durante gli studi clinici vi sono il prolungamento dell’intervallo QT congenito o acquisito e/o con fattori di rischio noti che possono prolungare tale intervallo come: scompenso cardiaco, Ima, bradicardia (<50 bpm), precedenti aritmie ventricolari, ipokaliemia, e/o ipomagnesemia non corrette; igloglicemia anche in assenza di terapia ipoglicemizzante; isnsufficienza epatica o renale, deficit di glucosio – 6 fosfato deidrogenasi; disturbi psichiatrici.

Nella scheda si osserva che gli studi randomizzati mostrano una sostanziale assenza di qualsiasi beneficio clinico sia nella popolazione ospedalizzata con malattia moderata/grave sia nella popolazione con malattia meno avanzata. Sul piano preventivo virale si sono dimostrati inefficaci.

Dalla revisione e meta analisi aggiornate l’Aifa evince che tale farmaco non apporta benefici significativi nei pazienti ospedalizzati mentre per quelli non ospedalizzati anche a fronte di dati a sfavore di un beneficio il livello di incertezza può giustificare una valutazione ulteriore in studi clinici randomizzati.

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redazione Bioetica News Torino