
Il 18 ottobre u.s. si è tenuto presso la Sala Artistica del Polo Teologico Torinese il convegno di studi organizzato da ACOS Nazionale, Associazione Cattolica Operatori Sanitari, sul tema “Desistenza Terapeutica: tra diritto e dovere di cura”.
Dopo i saluti delle autorità, tra cui Laura Bussolino, presidente di Acos Nazionale, di Mons. Brunetti il quale riporta i saluti della Conferenza Episcopale Piemontese, di Ivan Buffalo e del dottor Celani, Presidente Nazionale Operatori Cattolici Sanitari, la giornata di studi entra subito nel vivo. Come dobbiamo intendere la desistenza terapeutica? Qual è il confine tra accanimento e abbandono? Uccidere o permettere di morire? Quando un trattamento è definito come sproporzionato? E il ruolo delle DAT e delle cure palliative?
Moderatrice della giornata, il dottor Simone Valerani.
Durante la prima parte della giornata ai microfoni vediamo alternarsi al microfono il dottor Enrico Larghero, medico chirurgo e teologo morale, nonché direttore del Centro Cattolico di Bioetica dell’Arcidiocesi di Torino e il professor Giuseppe Zeppegno, professore di Bioetica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – Sezione Parallela di Torino e presidente del Centro Cattolico di Bioetica.
L’intervento del dottor Larghero, dal titolo “Medicina e desistenza terapeutica, una strada possibile”. fa entrare subito i numerosi astanti nel vivo della questione.
La locuzione desistenza terapeutica nasce in ambito anestesiologico, in un contesto di grosse rivoluzioni tecnologiche in ambito sanitario che hanno portato ad una differente concezione dell’umano in quanto tale. Ci troviamo innanzi a nuovi scenari inediti, quali, per esempio, gli stati vegetativi, scenari che nuovi che presentano problematiche nuove, dove il diritto e il dovere di cura si trova di fronte a scelte non sempre definibili a priori in maniera netta.
Il dottor Larghero cita una frase emblematica di Marcel Proust: “Sembra che la natura sia in grado di darci malattie brevi. La medicina le allunga”. Ci troviamo di fronte ad accanimenti inutili e/o futili? Ma in questo contesto cosa non possiamo evitare? Il tempo che passa, la fragilità e la finitudine… la morte. Viene citato anche Freud: “Non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché fondamentalmente bisogna morire”.
Ma quale può essere una strada possibile? Di certo la sfida va colta e non è affatto semplice portarla avanti. Lo scenario è quello che è, bisogna riflettere bene attingendo dai vasti saperi propri della bioetica, della deontologia professionale medica e dal diritto.
Ci troviamo dinanzi ad un nuovo paradigma di cura e ci troviamo di fronte ad una strada in salita. Questioni quali “dire la verità al malato”, “non infliggere inutili sofferenze”, “non affrontare costi eccessivi”, i cosiddetti “viaggi della speranza e il turismo sanitario” abbisognano di grandi, profondi e feconde riflessioni.
Siamo del parere, continua il dotto Larghero, che all’interno del nuovo codice deontologico andrebbe inserito qualcosa relativamente alla desistenza terapeutica, qualcosa basato sull’evidenza.
Per esempio, mettere la Peg ad un paziente novantenne sofferente di Alzheimer è problematico, in quanto potrebbe staccarsela involontariamente… Questi sono scenari sorti a seguito di una tecnologizzazione estrema delle procedure mediche, e sono stati creati dai sanitari.
Servono nuove linee guida, nuovi protocolli e più sensate procedure. Bisogna pensare alla deprescrizione, ad una nuova appropriatezza delle cure, creare una riconciliazione terapeutica per mantenere sempre alta la dignità del malato.
Il secondo intervento della mattinata è del professor Giuseppe Zeppegno. Titolo della sua relazione: “ Proporzionalità delle cure e desistenza terapeutica”.
Il professore esordisce dicendo che non ci troviamo di fronte ad un problema completamente inedito. In passato si veda il noto esempio di Sparta e del monte Taigeto. Come anche in Ippocrate, il padre fondatore della moderna concezione della medicina, il quale, come è noto, non era d’accordo con pratiche eutanasiche. Anche nel mondo ebraico, con il noto precetto noachita, dove è espressamente vietato lo spargimento di sangue, fino ad arrivare alla concezione cristiana del Christus medicus.
Nel medioevo, il domenicano Francisco di Vittoria, parlava già di non eccedere troppo con i malati terminali, come anche di avere una visione olistica nei confronti del malato e dei suoi familiari e di evitare spese eccessive o inutili.
Anche nel magistero di Pio XII troviamo diversi interventi nei quali è fortemente richiamata una convergenza tra scienza, antropologia e morale, anticipando quelle che saranno le linee guida proprie della futura bioetica.
Proporzionalità delle cure, specie nel fine vita e in altre situazioni emergenziali devono sempre avere come obiettivo quello di migliorare la qualità della vita del malato.
Nel 2008 la Pontificia Accademia per la Vita aveva proposto un intervento costruito attorno a tre fasi. Nella prima fase, ad opera dei sanitari, va valutata la proporzionalità; durante la seconda fase va valutata la ordinarietà o la straordinarietà del trattamento, facendo attenzione alla soggettività del malato per arrivare, infine, alla terza fase, che diviene una sintesi necessaria delle prime due.
Anche per quanto concerne le DAT, continua il professor Zeppegno, un approccio etico e proporzionato diventa necessario. Evitare sia abbandoni tout court che procedure di accanimento. In alcuni casi la deprescizione medica diviene utile e necessaria.
Nell’ambito della terminalità diviene fondamentale un approccio olistico, dove una grande importanza va data ai processi comunicativi, sia con il malato sia coi suoi cari. Fondamentale, tra l’altro, la pianificazione delle cure, ossia le già citate DAT. La legge italiana non è perfetta, ma è già una strada. Tutti hanno il diritto di morire con dignità, con attenzione olistica a 360°, comprendente anche la dimensione spirituale.
Formazione continua e pluridisciplinare, maggiori informazioni sulla palliazione e sulla proporzionalità delle cure. Aiutare nel morire, piuttosto che aiutare a morire.
Durante la seconda parte della giornata ha avuto luogo la tavola rotonda, che ha visto partecipare la professoressa Clara Corbella, filosofa e docente di antropologia ed etica, la dott.ssa Stefania Calcari, presidente OPI ASTI e coordinatrice infermieristico Medicina, Fabio Gaspari, medico oncologo al San Giovanni Bosco di Torino, il dottor Giovanni Bersano, responsabile Struttura Semplice Cure Palliative – UOCP ASL TO4 e Maria Cristina Orsi, già dirigente Infermieristica USL Toscana Nord Ovest e COnsigliera Nazionale ACOS.
Di seguito è possibile scaricare e leggere le relazioni dei vari relatori.
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