Ancora pochi giorni per iscriversi al Master di Bioetica. Scopri i dettagli

News dall'Italia

Fine vita: le sfide all’eutanasia e al suicidio assistito nel prendersi cura delle persone malate terminali Il nuovo documento della Santa Sede, "Samaritanus bonus". Il prendersi cura medico, umano e spirituale

24 Settembre 2020

Si vive in un tempo in cui eutanasia e suicidio assistito sembrano essere ormai nel pensiero di molte persone mentre sono scelte già possibili in alcuni Paesi, unici antidoti, la sola risposta, ad un percorso di vita quando volge sul finire a breve termine o nell’imminenza a seguito di una malattia inguaribile dalla prognosi infausta o di gravissime disabilità che comportano dolore e gravi sofferenze fisiche e psicologiche.  La Congregazione della Dottrina della Fede ha pubblicato un documento nella forma di Lettera, intitolata Samaritanus bonus sull’accompagnamento e sulla cura delle persone malate nelle fasi critiche e terminali della vita in una prospettiva teologica, antropologica e medico-ospedaliera.

Perché la Chiesa riprende un tema su cui il magistero e la Santa Sede sono già intervenuti in numerosi documenti? In Evangelium Vitae (1985), in Iura et bona (1980) della Congregazione della Fede, nella Nuova Carta degli Operatori Sanitari (2016), sono un esempio. L’idea della stesura, approvata da papa Francesco il 25 giugno scorso e pubblicata il mese successivo, 14 luglio, è nata, come spiega il cardinale gesuita Luis F. Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede alla presentazione ai giornalisti di martedì 22 settembre scorso, nel 2018. Voleva pronunciarsi ancora una volta sul fine vita, alla luce delle più recenti innovazioni scientifiche e di un panorama internazionale legislativo orientato verso eutanasia, suicidio assistito e dat, in un linguaggio semplice trattando in modo più esteso e approfondito il prendersi cura dei malati terminali ed esporre alcune considerazioni etiche attinenti alla proporzionalità delle terapie, all’obiezione di coscienza e all’accompagnamento pastorale.

Cure palliative e sacramenti (Unzione degli Infermi, viatico, assoluzione della Penitenza)

Andare oltre l’ascolto, trasmettere nell’altro compassione e comprensione, usare discrezione e attenzione, come il Buon Samaritano fa nella parabola del Vangelo, la cui figura viene ripresa nel titolo della Lettera, sono gli atteggiamenti di chi assume uno sguardo responsabile di una società che non lascia né solo, né abbandona, né dà pregiudizi sulla persona sofferente: «Per questo, per quanto così importanti e cariche di valore, le cure palliative non bastano se non c’è nessuno che “sta” accanto al malato e gli testimonia il suo valore unico e irripetibile», afferma il prefetto Ladaria Ferrer, citando il testo. Precisa poi che sul sacramento dell’Unzione degli Infermi, del viatico e dell’assoluzione della Penitenza in un contesto di scelta eutanasica o di suicidio assistito la posizione della Chiesa rimane chiara: per poterli ricevere «occorre che la persona, eventualmente registrata presso un’associazione deputata a garantirle l’eutanasia o il suicidio assistito, mostri il proposito di retrocedere da tale decisione e di annullare la propria iscrizione presso tale ente». E aggiunge anche, sempre nell’ambito pastorale, che (punto V, 11, pp. 41-42):

Non è ammissibile da parte di coloro che assistono spiritualmente questi infermi alcun gesto esteriore che possa essere interpretato come un’approvazione anche implicita dell’azione eutanasica, come, ad esempio, il rimanere presenti nell’istante della sua realizzazione. Ciò, unitamente all’offerta di un aiuto e di un ascolto sempre possibili, sempre concessi, sempre da perseguire, insieme ad una approfondita spiegazione del contenuto del sacramento, al fine di dare alla persona, fino all’ultimo momento, gli strumenti per poterlo accogliere in piena libertà.

E quando il sacerdote pospone l’assoluzione, in tale contesto, chiarisce che «non implica un giudizio sull’imputabilità della colpa, in quanto la responsabilità personale potrebbe essere diminuita o perfino non sussistere» mentre qualora il paziente si trovasse privo di coscienza «potrebbe amministrare i sacramenti sub condicione se si può presumere il pentimento a partire da qualche segno dato anteriormente dalla persona malata».

Formazione umana e spirituale nei percorsi degli studi accademici e negli ospedali

Alle tante sfide sulla tutela della vita l’educazione svolge un ruolo importante nell’insegnare a porre uno sguardo comprensivo, ad offrire un sostegno, un aiuto nei confronti del prossimo sofferente, spiega il testo, e i luoghi più adatti sono la famiglia, la scuola, le istituzioni. Presso le strutture ospedaliere e assistenziali operatori sanitari e volontari ospedalieri dovrebbero ricevere una formazione spirituale e morale dalle cappellanie ospedaliere per poter dare un’«assistenza umana e psicologica necessaria nelle fasi terminali della vita […] avendo cura di porre al centro il paziente e la sua famiglia». E gli atenei attivare nei percorsi accademici degli operatori sanitari e nei tirocini ospedalieri una formazione sull’assistenza umana e spirituale.

Alimentazione e idratazione, sostegni vitali

Invece monsignor Giacomo Morandi, sempre della Congregazione della Fede, si sofferma sulla questione dell’alimentazione e idratazione, su cui il dibattito è ancora acceso, ribadendo che «non costituiscono una terapia medica in senso proprio, in quanto non contrastano le cause di un processo patologico in atto nel corpo del paziente, ma rappresentano una cura dovuta alla persona del paziente, un’attenzione clinica e umana primaria e ineludibile» (p. 26) e sulle cure palliative quale «simbolo tangibile del compassionevole “stare” accanto a chi soffre».

Prendersi cura del malato: principio etico, di giustizia, di vulnerabilità

Pone l’accento sulla dimensione di giustizia nella relazione di cura Gabriella Gambino, sotto segretario del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita:

l’avere cura dell’altro in stato di bisogno non è solo una questione etica di solidarietà sociale o di beneficialità e non maleficenza, al fine di perseguire il bene e non far danno all’altro, ma è molto di più: è il “dare a ciascuno il suo”, il dovere giuridico, in senso stretto, di riconoscere ad ogni persona ciò che le spetta, in virtù della propria vulnerabilità;

E sul principio di vulnerabilità che dovrebbe costituire un modello diverso da quello contrattualista, sostituendolo in quanto «chi ha cura del malato agisce in virtù di una responsabilità che, a partire dalla propria condizione originaria di vulnerabilità, prende coscienza del suo dover aver cura dell’altro che soffre. Segnando così l’orizzonte etico in cui la responsabilità orienta l’agire umano: l’attenzione, cioè, a non scavalcare mai il limite della protezione della vita umana». Evidenzia ancora la preoccupazione sull’uso delle cure palliative come “cripto eutanasia” nell’Assistenza medica alla morte volontaria, dove legalizzata, perché eutanasia e suicidio assistito possono venire considerate parte delle cure palliative. E specifica che «in ogni caso qualunque forma di rispetto della volontà del paziente – espressa anche tramite dichiarazioni anticipate – o di rinuncia all’accanimento terapeutico deve sempre e comunque escludere qualsiasi atto o intenzione di natura eutanasica o suicidaria e piuttosto accompagnare alla morte naturale.» Infine riguardo ai bambini, all’età prenatale e pediatrica, sottolinea due aspetti: il primo, come per l’adulto anche al bambino spetta la continuità assistenziale e di cura presso gli hospice prenatali; il secondo, il migliore interesse del bambino non può mai essere causa di abbreviargli la vita con azioni o omissioni che possono essere come eutanasiche ma «garantirgli sempre le cure di sostegno vitale fino a l’organismo è in grado di beneficiarne, adottando tutte le misure necessarie perché siano somministrate in maniera personalizzata, dolce, indolore e proporzionata, ossia nel suo vero interesse».

Il senso del morire

Così come Il Buon Samaritano è una figura teologica e antropologica capace di ripristinare uno sguardo umano, così spiega Adriano Pessina, membro direttivo della Pontificia Accademia per la Vita, il nostro sguardo deve essere capace di «non confondere il concetto di inguaribile con il concetto di incurabile, non usare il criterio della “qualità” per abbandonare la persona alla sua disperazione sapendo riconoscere, invece, una qualità intrinseca all’uomo stesso: quella “qualità” che in termini laici si chiama dignità della vita umana e in termini cristiani sacralità della vita umana». Conclude, dicendo che «la Lettera Samaritanus Bonus, non è un semplice trattato o un protocollo, si presenta come un invito preciso all’uomo contemporaneo: l’esortazione a stare accanto alle persone, a farsi prossimi nelle ore della Croce.»

Redazione Bioetica News Torino