Dopo oltre sette decenni di digiuno epico, Hollywood torna ad abbeverarsi alla fonte originale di ogni narrazione: l’Odissea. A raccogliere la sfida è Christopher Nolan, autore da sempre diviso tra un rigoroso artigianato “vecchia scuola” e un’ossessiva strutturazione formale. Il risultato, presentato nella spettacolarità del formato IMAX, è una cattedrale visiva imponente e tecnicamente impeccabile, dove però il rigore tecnico finisce per soffocare il battito dell’anima umana.
La firma di Nolan emerge con prepotenza nella gestione della timeline. Insieme alla montatrice Jennifer Lame, il regista decostruisce la narrazione lineare per restituire lo smarrimento e la disorientante usura di Ulisse. Non esiste un vero tempo presente; l’intreccio si avviluppa su se stesso come il telaio di Penelope.
Se questa frammentazione rispecchia il trauma della guerra e l’incubo di un naufragio infinito, al contempo sottrae immediatezza al dramma emotivo. Matt Damon incarna un Ulisse stanco, segnato da una tristezza d’incudine che supera la memoria del classico eroe di mantello e spada. John Leguizamo, nei panni del servo Eumeo, offre la nota umana più autentica dell’opera e restituisce con pudore la devozione della casa abbandonata.
I legami familiari appaiono invece sfocati: la Penelope di Anne Hathaway e il Telemaco di Tom Holland rimangono confinati a funzioni teoriche, schiacciati dalla caricatura teatrale di un Robert Pattinson nei panni di Antinoo.
È però nei singoli episodi che la regia ritrova una felicità pura, quasi da maestoso cinema d’attrazione d’altri tempi. L’incontro con Polifemo (restituito grazie al contributo digitale e alla mimica di Bill Irwin) unisce il terrore della mostruosità a un inatteso strato di pietà. L’escursione nell’isola di Circe regala momenti di un’inquietudine grottesca e sensuale inedita per il cinema nolaniano, merito soprattutto di un’allucinata (e credibilissima) Samantha Morton. La sequenza del Cavallo di Troia, introdotta con spietato rigore, orchestra la tensione in modo magistrale.
La fotografia di Hoyte van Hoytema satura i paesaggi di sabbia, roccia e mare fino a renderli elementi cosmici, mentre la partitura elettro-orchestrale di Ludwig Göransson scuote fisicamente la sala.
Insomma, Nolan dimostra ancora una volta di saper maneggiare la materia del kolossal con un coraggio e una maestria formale sconosciuti alla concorrenza. Tuttavia, alla fine delle quasi tre ore di proiezione, la sensazione dominante è quella dell’ammirazione cerebrale più che del coinvolgimento intimo: un’architettura maestosa che avvolge lo spettatore nei sensi e nell’intelletto, lasciando però il cuore al riparo dalle tempeste del mare Egeo.
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