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In Italia un bambino su 7 non ha una sana alimentazione: uno studio dell’Università Cattolica

04 Novembre 2020

L’indagine è stata effettuata da gennaio 2017 a dicembre 2018 su un campione di 523 bambini nati in Italia, nella fascia di età compresa tra 1 e 11 anni, con genitori di nazionalità italiana, seguiti presso studi pediatrici di sei regioni italiane, Lombardia (Milano), Lazio (Roma) , Marche (Jesi), Campania (Caserta), Puglia (Brindisi, Lecce), Sicilia (Palermo). Vi hanno aderito 22 pediatri. La selezione dell’età dei bambini è voluta per poter avere una fotografia dell’Insicurezza alimentare (Food Insecurity FI) tra i bambini nati dopo l’ultima crisi economica italiana (2007) mentre l’esclusione dei migranti dipende dal fatto che «possono essere più vulnerabili».

È stata pubblicata alcuni giorni fa su Springer Nature, dal titolo Prevalence, socio-economic predictors and health correlates of food insecurity among Italian children findings from a corss-sectional study (Zaҫe, D., Di Pietro, M.L., Reali, L. et al, 29 oct. 2020, https://doi.org/10.1007/s12571-020-01111-1). Il gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e Sanità Pubblica dell’Università Cattolica, guidati dai professori Walter Ricciardi di Igiene generale e applicata e Maria Luisa Di Pietro di Medicina legale, hanno elaborato due questionari. Uno per i genitori estrapolando informazioni di tipo socio-demografico, economico, sulla salute del bambino e indice di sicurezza alimentare delle famiglie; l’altro indirizzato al pediatra di libera scelta per la raccolta di dati su informazioni antropometriche (peso, statura, dimensione cranica), salute fisica, psicomotoria e relazionale, dentale, e altri riscontri ad esempio difficoltà scolastiche, attività fisica.

L’analisi si prefigge di dare un quadro seppur parziale, limitato ad alcune regioni italiane, rappresentativo della situazione in Italia sull’alimentazione dei bambini. Il rapporto considera il cibo come elemento determinante dello sviluppo di un bambino che ha bisogno di un’alimentazione sana, nutriente e adeguata. E se ne colgono le mancanze attraverso l’analisi degli aspetti socio-economici e salutari del bambino. Un problema di salute pubblica che non appartiene soltanto ai paesi in via di sviluppo. Cita l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) delle Nazioni Unite che rileva che nel mondo 2 miliardi di persone non si alimentano in modo sicuro e adeguato di cui l’8% riguarda la popolazione nordamericana ed europea (The State of Food Security and nutrition 2019).

Dallo studio emerge, spiega Maria Luisa Di Pietro, in una nota dell’Università che:

un quarto dei bambini coinvolti vive in famiglie che non sempre possono permettersi di mangiare pasti bilanciati da un punto di vista nutrizionale. In un terzo dei casi, le famiglie cercano di sopperire alla mancanza di soldi acquistando cibo a basso costo e non variato. Questo comporta che i bambini non hanno disponibilità di tutti i nutrienti di cui hanno bisogno per la crescita.

Uno su sette vive in  una situazione di insicurezza alimentare. E a soffrirne sono soprattutto i bambini che vivono al Sud (57%), in nuclei familiari con tre o più bambini o genitori giovani, con un reddito inferiore ai 20 mila euro (Campania, Lazio, Sicilia) (si veda Tabella 2, Status of food insecurity in relation to socio-economic variables and univariable and multivariable logistic regression assessing the socio-economic variables associated to food insecurity nell’articolo Prevalence cit. 2020).

Si stima una prevalenza del 14.5% di bambini italiani che vivono in condizioni di insicurezza alimentare domestica (HFI che sta per Household Food Insecurity, mancanza di accesso per tutti i componenti familiari a cibo sufficiente per una vita salutare); percentuale che è cresciuta negli anni, infatti arrivava quasi al 10% nei dati dell’Unicef raccolti nel 2015-2016. Le variabili economiche associate agli indicatori di Insicurezza alimentare domestica (HFI) e di Insicurezza alimentare dei Bambini (CFI) sono quelle che incidono maggiormente: il reddito annuale delle famiglie, l’influenza di una crisi economica decennale che incide fortemente sui risparmi, il numero dei figli, 3 o di più.

Si è riscontrata una maggiore frequenza di obesità tra i bambini che hanno fatto emergere più elevati indicatori di HFI e CFI. Di Pietro spiega anche che sia possibile che i risultati ottenuti non fanno emergere la reale situazione: «potrebbero essere una sottostima della situazione reale, anche perché i genitori tendono spesso a nascondere la verità della condizione della famiglia per vergogna. Lo studio non ha, inoltre, coinvolto zone delle città già notoriamente povere in cui senza dubbio l’insicurezza alimentare è più diffusa».

Occorrono certamente ulteriori studi rappresentativi più estesi nel tempo, associati alle variabili socio-economiche e alle implicazioni sulla salute nei diversi contesti ma da quanto già traspare si comprende la necessità, come fa osservare in conclusione Di Pietro:

di intervenire con strategie sociali adeguate finalizzate o alla riduzione della condizione di povertà delle famiglie o alla mitigazione degli effetti negativi del ridotto o basso reddito familiare sui bambini attraverso specifici programmi e interventi di integrazione delle carenze con l’ausilio dei pediatri di libera scelta e delle scuole. Questi interventi sono particolarmente urgenti considerando anche la difficile situazione economica che sta attraversando il Paese a causa della pandemia di Covid-19.

Lo studio mette in evidenza anche alcuni limiti: uno è la fascia di età considerata l’altro è che non è stata esplorata la situazione dei pasti a scuola. E conclude sollecitando sforzi maggiori in Italia e nei paesi ad alto reddito per investire di più nella protezione sociale soprattutto verso i bambini per affrontare il problema dell’insicurezza alimentare, un cibo sicuro, nutriente e accessibile, una sfida odierna che altrimenti rischia di perpetuarsi in futuro.

Redazione Bioetica News Torino