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La sindrome di down tra le gravi disabilità fetali con aborto volontario ammesso fino alla nascita. Una discriminante che va all’Alta Corte di Londra

06 Maggio 2021

Non ci stanno a subire discriminazioni sociali e giuridiche perché persone nate con la sindrome di Down. Non fa certamente a loro bene sapere che chi dovrebbe tutelarle, proteggerle non lo fa. È l’appello da Londra di una ragazza giovane, promotrice per la comunità portatrice della sindrome di Down, Heidi Crowter, nata con tale sindrome, e di una madre Máire Lea-Wilson con un bambino nato con tale disabilità, rivolto all’Alta Corte di Londra nei confronti del Governo britannico in tema di interruzione volontaria di gravidanza su un punto specifico discriminante che riguarda la loro dignità di persona e il cui incontro è stato fissato per il 6 luglio.

«Al momento nel Regno Unito, i bambini possono essere abortiti proprio fino alla nascita se vengono considerati essere “gravemente disabili”. Mi includono in quella definizione di essere gravemente disabile solo perché ho un cromosoma in più! Ve ne rendete conto?», descrive la situazione la stessa Heidi Crowter sul profilo della propria campagna promotrice con raccolta fondi per le spese della causa in crowdjustice.com.

Anche per la signora Lea – Wilson si tratta di avere giustizia: «Come madre, farò tutto quello che potrò per assicurare un trattamento equo e giusto per mio figlio. Da quando ho aderito alla causa, dall’anno scorso, ho compreso sempre più chiaramente che la sezione 1(1) dell’Abortion Act che differenzia il limite di tempo per l’aborto, fissa il tono discriminante verso le persone con la sindrome di down iniziando prima che nascano e continua per tutta la loro vita con conseguenze devastanti» (in Dont’screen us out, 4 maggio 2021).

La legge sull’aborto discrimina sul piano etico e giuridico le persone con sindrome di down mostrandole di valore inferiore a causa di un loro difetto congenito. «Recentemente in Inghilterra, Galles e Scozia, c’è un tempo limite generico di 24 settimane per l’aborto, ma se il nascituro ha una disabilità, inclusa la sindrome di Down, labbro leporino, piede torto, l’aborto è legale fino alla nascita», spiega il movimento attivista per i diritti delle persone con sindrome di down e i loro familiari Don’t Screen us out, in una nota del 4 maggio.


La Commissione per i diritti delle persone con disabilità delle Nazioni Unite aveva posto in evidenza nelle osservazioni conclusive in merito alla Convenzione per i i diritti per le persone con disabilità nel 2017 la questione della stigmatizzazione nei confronti delle persone con disabilità e dell’iniquità della legge britannica nell’interruzione volontaria di gravidanza in qualunque fase sul fondamento di una disabilità fetale. Al riguardo raccomandava, richiamando all’articolo 5 il principio di uguaglianza e non discriminazione di porvi rimedio nel rispetto dei diritti della legge sull’aborto «senza legalizzare l’aborto selettivo sulla base di una deficienza fetale». Una questione su cui «il Governo ha deciso di ignorare la raccomandazione», spiega il movimento Don’t screen us out nella nota citata. Il Governo mantiene lo stesso atteggiamento a distanza di anni nell’introdurre la nuova normativa n.2 del 2020 in tema di aborto nel Nord Irlanda, entrata in forza il 31 marzo 2020, mentre prestava attenzione ad inserire gli obblighi legali al diritto di accesso all’aborto previsti dal Rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW) in Concerning the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland under article 8 of the Optional Protocol to the Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women. Sosteneva nel testo del governo britannico del 31 marzo 2020 intitolato A news legal framework for abortion services in Northern Ireland: «Il CEDAW Report non raccomanda limiti di tempo gestazionali […] ma lascia la questione dei limiti di tempo da determinare da parte dello Stato». E la decisione di non prevedere limiti per la disabilità fetale è anche motivata, come spiega più avanti, perché «rispecchia la fornitura di servizi in Inghilterra, Scozia e Galles dove l’aborto per i casi di SFI – disabilità grave fetale – e FFA – anomalie fetali letali – è disponibile senza limiti temporali. Consideriamo che se noi creassimo un limite di tempo differente per SFI nell’Irlanda del Nord, donne e ragazze verrebbero lasciate certamente senza alcuna scelta se non di viaggiare in altri parti del Regno Unito per l’interruzione di gravidanza».

Nell’Irlanda del Nord la legge così entrata in forza dal 31 marzo 2020 prevede la possibilità di interrompere la gravidanza nei seguenti casi:

  • fino alla 12° settimana di gestazione
  • fino alla 24° settimana nei casi in cui portare avanti la gravidanza comporterebbe un rischio di danno fisico o mentale alla gestante maggiore al rischio di porre fine alla gravidanza
  • disabilità fetale – accesso ai servizi abortivi in caso di disabilità grave fetale (SFI) e anomalie fetali letali (FFA) senza alcun limite di tempo gestazionale; in cui c’è un rischio sostanziale di una condizione fetale ina cui la morte del feto avvenga probabilmente prima, durante o poco dopo la nascita; oppure se il bambino fosse nato, soffrirebbe di una disabilità fisica o mentale tale da essere gravemente disabile
  • rischio per la vita della gestante o di un grave danno permanente

Lo sguardo delle due promotrici dell’iniziativa per la pari dignità delle persone, quindi anche quelle con la sindrome di Down, contro il governo britannico è rivolto agli sviluppi nell’Irlanda del Nord sullo stesso tema. Infatti lì si è tenuta una petizione firmata da persone nate con sindrome di Down e dai loro familiari, che è stata rivolta al primo ministro inglese Boris Johnson perché nell’Irlanda del Nord non vi fosse introdotta «l’interruzione selettiva per la sindrome di Down», spiega la nota di Dont’t screen us out informando su una proposta di legge recente passata alla seconda lettura il 15 marzo 2021 con 48 voti su 12 nell’Assemblea nord-irlandese consistente la modifica alla Abortion Northern Ireland n. 2 Regulations 2020, proponendo di rimuovere il motivo per un aborto in casi di grave disabilità fetale (Severe Fetal Impairement Abortion (Amendment) Bill, presentata il 16 febbraio 2020 in Parlamento). La proposta ha una clausola di sostanza, quella di rifiutare la disposizione dell’aborto sulla base della disabilità non fatale, aveva spiegato nella seconda seduta parlamentare il proponente dell’emendamento Paul Givan: «La proposta chiarisce che non c’è posto per la discriminazione per la disabilità nel Nord Irlanda nel 2021. L’articolo 7 (1) b) della normativa sull’aborto concede l’aborto fino alla fine della gestazione nei casi di disabilità non fatale per le condizioni come sindrome di down, palato leporino e piede torto, il che non è permesso in relazione ai nascituri che non hanno disabilità. Ciò perpetua il mito che le persone con disabilità non fatali come la sindrome di down abbiamo meno da contribuire o spendibile».

(aggiornamento 07 maggio 2021 ore 11.35)

redazione Bioetica News Torino