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L’Alzeihmer: il disturbo del sonno quale fattore di rischio per la malattia

04 Maggio 2021

L’Alzeihmer è tra le malattie mentali che comportano una progressiva perdita della memoria e con essa le funzioni cognitive nello svolgimento delle attività quotidiane: dalla capacità di parlare e di pensare con sbalzi di umore alla capacità di orientamento sul tempo e nello spazio a quella della cura personale, di igiene e di nutrirsi, alla capacità di riconoscere le persone familiari. Per la complessità della malattia come altre neurodegenerative, Parkinson, sclerosi laterale amiotrofica non si conoscono le cause e le possibilità di cura e di prevenzione rappresentano ancora, purtroppo, delle sfide nel poter fermare questa patologia neurodegenerativa devastante; tuttavia esistono terapie per alleviarne i sintomi riuscendo in alcuni casi a rallentarne la progressione.

Nella 73ma Assemblea mondiale della Sanità, tenutasi nel novembre 2020, tra i diversi impegni discussi vi è l’epilessia e i disordini neurologici in quanto principale causa di disabilità nell’aspettativa di vita e seconda di morte nel mondo nonché per il loro impatto sproporzionato in particolar modo sulla vita delle persone nei paesi a basso e medio reddito; si è giunti alla considerazione di uno sviluppo di un piano decennale nella promozione della salute mentale e fisica, nella prevenzione e riabilitazione che include i bisogni economici, sociali e educativi delle persone e delle famiglie che vivono con tali patologie e un rafforzamento del sistema sanitario assistenziale e l’accesso ai medicinali essenziali contro ogni forma di discriminazione e stigma.

Si stima che sono circa un milione le persone che soffrono di Alzeihmer in Italia e 3 milioni le persone impegnate nell’assistenza dei loro cari direttamente o indirettamente.

Diversi studi scientifici hanno reso evidente nei malati di Alzeihmer l’esistenza di specifiche alterazioni neurologiche durante lo stato di veglia riportate dall’esame dell’elettroencefalogramma (EEG). Con quest’ultimo strumento si registrano i cambiamenti dell’attività corticale associata all’Alzeihmer, già nelle prime fasi. Spesso hanno disturbi del sonno ed un’associazione tra questi e la patologia viene presentata negli esiti di uno studio recente condotto da ricercatori dell’Università La Sapienza e dell’Istituto di Ricerca San Raffaele di Roma, Aurora D’Atri, Serena Scarpelli et al. confrontando le alterazioni elettroencefalografiche (EEG) emerse dal sonno di questi pazienti con quelle descritte dell’EEG durante lo stato di veglia e raffrontandole con gli esiti dei pazienti di sano stato mentale.

Quello che poteva sembrare un comune disturbo del sonno nelle persone affette da Alzeihmer invece sembra essere un fattore di rischio per la malattia: dalla letteratura scientifica si apprende che un buon sonno svolge un ruolo protettivo dall’accumulo nelle cellule del cervello della proteina amiloide che si condensa in placche, caratteristica, quest’ultima propria dell’Alzeihmer.

I ricercatori D’Atri e Scarpelli et al. si sono avvalsi della collaborazione con l’Istituto di ricerca della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma e dell’Università dell’Aquila. L’importanza di quanto emerge è il risultato di un progetto decennale come spiegano i coordinatori Luigi De Gennaro e Paolo M. Rossini : « L’idea di base – si potrebbe semplificare – era di verificare se esistessero specifiche alterazioni nel sonno di questi pazienti e se queste presentassero una relazione con quelle già note durante la veglia» registrate nelle diverse ore del giorno. 

I ricercatori spiegano i risultati della ricerca che pare così completare lo studio delle specifiche alterazioni dell’attività cerebrale da stato di veglia al sonno: «abbiamo identificato in entrambi i gruppi clinici (Alzheimer e Mild Cognitive impairement o MCI, uno stadio intermedio tra demenza e invecchiamento normale) un rallentamento dei ritmi cerebrali nel sonno REM (quello in cui si sogna) paragonabile a quello già descritto in veglia; questo fenomeno del sonno REM si correla con il decadimento cognitivo dei pazienti; una drastica diminuzione nell’attività sigma del sonno NREM, sempre in entrambi i gruppi clinici; una consistente riduzione della funzione del sonno nel consentire processi di recupero cerebrale conseguenti alle attività di veglia».

Lo studio è pubblicato con l’intento di una divulgazione pubblica accessibile a tutti (open access) su «Science», EEG alterations during wake and sleep in mild cognitive impairment and Alzeihmer’s disease (D’Atri A. , Scarpelli S. et. , 1 aprile 2021); mostra in una ampia coorte di pazienti affetti da Alzeihmer, MCI e con uno stato di salute mentale sano l’analisi dei dati raccolti durante lo stato di veglia e di sonno per descrivere i cambiamenti topografici attraverso il ciclo di sonno-veglia, nello specifico durante il NREMe Rem sonno. Dalle osservazioni emerge l’ipotesi dell’esistenza di un comune meccanismo neuropatologico che evidenzia questo fenomeno, una correlazione tra il ritardo tra l’EGG durante lo stato di veglia e il fenomeno corrispondente durante il sonno Rem (si veda ad esempio la figura 7 nell’articolo EEG alterations… ,Sintesi degli aspetti topografici e di frequenza specifici dell’EEG dell’attività corticale durante lo stato di veglia e di sonno nelle persone con MCI e con Alzeihmer)
La ricerca rileva gli indici principali di EEG che differenziano l’Alzeihmer e lo stato intermedio MCI Mild Cognitive Impairment dallo stato sano di salute coinvolgendo la riduzione temporo-parietale occipitale di EEG Alfa e sigma sia durante l’attività di Non rem che di sonno Rem.

Questa ricerca può aprire a nuovi orizzonti per i trattamenti specifici delle alterazioni del sonno nelle persone anziane e in particolare quelle affette dall’Alzeihmer e di medio disturbo cognitivo, come spiega l’articolo EEG alterations. Presenta tuttavia dei limiti, uno fra questi è la mancanza dell’esame diagnostico tomografico PET e della terapia innovativa con radioligandi impiegato in oncologia per rilasciare radiazioni a scopo terapeutico nelle cellule tumorali o della valutazione diagnostica CSF (fluido cerebrospinale) della proteina beta miloide come biomarcatori per la malattia dell’Alzeihmer né nell’Alzeihmer né nel disturbo cognitivo medio (MCI). Gli Autori lamentano inoltre la mancanza di un follow-up clinico appropriato o dell’uso di biomarcatori per i podromi alla diagnosi di demenza che non consente di poter distinguere la percentuale dei pazienti in condizioni MCI già affetti da quelli che non ne saranno mai affetti.

Fattori di rischio

Pur essendo ancora conosciute le cause che generano l’atrofia progressiva di aree del cervello pregiudicandone la funzione corretta tuttavia, come già detto, la malattia dell’Alzeihmer è caratterizzata da una presenza eccessiva della proteina amiloide che forma le note “placche” che determinano il malfunzionamento delle cellule neuronali cerebrali e la loro distruzione nel tempo. Dalle ricerche emergono alcuni fattori che possono aumentare il rischio:

  • fattori familiari
  • traumi cranici
  • malattie vascolari in quanto l’Alzeihmer potrebbe sovrapporsi o svilupparsi con il malfunzionamento di piccoli vasi sanguigni del cervello, da alcuni fattori di rischio come fumo, obesità, diabete, pressione e colesterolo alti
  • sindrome di Down, dovuto probabilmente ad una produzione anomala di diverse proteine.

redazione Bioetica News Torino