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116 Settembre 2025
Inserto La Vita è sempre un bene

L’amore di Dio per i sofferenti La necessità di dare forma a una pastorale della vita umana rilanciando compassione e missionarietà

Tempus fugit, la locuzione latina tradotta con l’espressione italiana, il tempo vola, ci ricorda la natura fugace del tempo che passa, e quindi, dei costumi che mutano repentinamente. Modulare e declinare i valori del passato nel presente e nel futuro si rivela impresa ardua. Anche l’evangelizzazione in un mondo che cambia è un processo che da sempre accompagna l’opera della Chiesa. La cosiddetta inculturazione è presente sin dalle origini, ma mentre prima era prioritario trasmettere il Verbo in terre lontane, ora la società contemporanea è così profondamente mutata che è doveroso ripensare ad un percorso di rimodulazione del messaggio religioso. Non solo in Italia, ma in generale in tutto l’Occidente. Ciò vale in generale per tutti i temi fondativi del Cristianesimo ed in particolare per quelli legati alla tutela della vita e della dignità della persona. Dove non c’è rispetto per i diritti umani –  sottolineava profeticamente San Giovanni Paolo II – non vi può essere pace.

Enrico Larghero


Il recente sussidio “La vita è sempre un bene”, pubblicato in occasione del XXX anniversario dell’Enciclica Evangelium Vitae, richiama la necessità di dare forma ad una vera e propria Pastorale della Vita umana.

La mia riflessione parte da questa importante affermazione e proverà ad articolarla in base alla specificità della Pastorale Salute.

Manifestare “la tenerezza di Dio verso l’umanità sofferente1”, testimoniare che la vita va preservata, custodita, valorizzata in ogni situazione, sostenere che il malato è “soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza2”: come declinare efficacemente tutto questo nei tempi attuali, a trent’anni dall’Enciclica?

Si tratta di un quesito che, in base alle risposte che sapremo trovare, può rendere più o meno profetica la presenza della Chiesa nel mondo della sofferenza, specialmente nella nostra cultura cosiddetta occidentale, competitiva e ipertecnologizzata, che ci allontana dalle nostre fragilità (e tutti ne abbiamo) sino a nasconderle o sopprimerle, sino a sospingere ai margini delle nostre comunità le persone più fragili; una cultura che tende a negare la dimensione della spiritualità e ancor più della fede, relegandole a un ruolo di semplice supporto al benessere psicofisico o come manifestazione di superati retaggi culturali assimilabili alla superstizione. Come affermato da Papa Leone XIV: “Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti… Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione” (9 maggio 2025).

Lo sguardo tenero della Chiesa si rivolge a tutta l’umanità: “una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana3”. La Chiesa si china da secoli verso i sofferenti, essa si impegna affinché la sua azione consolatrice sappia accogliere e abbracciare tutte le varie forme di povertà e fragilità presenti nel mondo: economiche, relazionali, culturali, spirituali, deserti esistenziali dove la ricerca di senso fatica a trovare risposte. L’azione della Chiesa a sollievo delle ferite umane è giustamente riconosciuta da molti, anche da persone non credenti, che però faticano -a volte per nostra responsabilità- a percepire in queste azioni una “riconsegna” al mondo dolente di un grande dono che abbiamo ricevuto: l’amore di Cristo. 

Compassione e missionarietà: fare Pastorale della Salute nel 2025 alla luce del Vangelo della Vita consiste, credo, nel rilanciare, in forme consone ai tempi e ai bisogni, queste due fondamentali dimensioni.

La compassione, ossia il linguaggio di Dio, citando Papa Francesco; quella compassione che tante volte Gesù ha provato nei Vangeli, che potremmo definire come la capacità di riconoscere la sofferenza come parte dell’umanità e della vita, con approccio empatico, con un ascolto attento e privo di pregiudizi, agendo concretamente per alleviare la sofferenza, a volte innestata in un profondo senso di vuoto spirituale.

La missionarietà: la Pastorale della Salute opera in un luogo di frontiera, un terreno disseminato di sofferenze, dolore, disperazione e carenza di speranza. È un luogo spesso ostile ma potenzialmente molto fertile, ricco di domande sul senso della malattia, della sofferenza e della vita, sulla propria fragilità, sulla spiritualità in relazione ai percorsi di cura. Qui, vi sono spazi ove testimoniare, con la nostra presenza, la speranza nella Buona Novella, la presenza di un Dio che mai ci abbandona, la possibilità di una “guarigione spirituale” se non fisica o psichica. 

Alla base vi è sempre la formazione, sia essa spirituale, relativa al servizio che si svolge o alle modalità di comunicazione e linguaggio, finalizzata a fornire gli strumenti necessari per il delicatissimo compito dell’accompagnamento durante le più pesanti manifestazioni delle fragilità umane, con un forte richiamo alla Parola di Dio quale sorgente e radice dell’operatore in Pastorale della Salute. 

I movimenti migratori mondiali, le crisi climatiche e ambientali, le guerre, le periferie esistenziali (che spesso coincidono con le periferie geografiche), alcune questioni bioetiche relative all’inizio e al fine vita, mostrano quotidianamente quanto la vita sia svilita, considerata degna se soddisfa degli standard di “profittabilità” o efficienza. Insomma, la cultura dello scarto su cui insisteva, giustamente, Papa Francesco. La Chiesa propone un modello alternativo che deriva dall’antropologia cristiana, cioè la visione cristiana dell’uomo: ogni essere umano è dotato di una propria inalienabile dignità, derivante dal fatto di essere creato a immagine di Dio; la sua felicità si realizza attraverso il dialogo con Dio, la comunione con gli altri e l’impegno a costruire una società giusta e fraterna. 

Per concludere: operare nella Pastorale della Salute può e deve essere preziosa opportunità di testimonianza del Vangelo, della sua bellezza e attualità. Attraverso la speranza e la consolazione, possiamo incontrare le persone cercando di essere affidabili compagni di viaggio lungo il sentiero della loro personale sofferenza, corresponsabili della loro salute e della loro salvezza. Possiamo anche avere un ruolo verso le Istituzioni e verso la società tutta, non necessariamente quella più fragile, verso le quali si può testimoniare l’importanza della tutela e promozione della salute e della vita, contrastando le derive individualistiche e nichiliste che tanto colpiscono soprattutto i giovani, assetati di speranza, privati della trascendenza, che spesso con il loro disagio ci provocano e interpellano le nostre carenze.

Ivan Raimondi

Note
  1. La pastorale della salute nella chiesa italiana, Consulta Nazionale della CEI per la pastorale della sanità, p. 7
  2.  Christifideles Laici, n.54
  3.  Dignitas Infinita, n.1

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