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L’impatto psicologico del Covid-19 sui medici di famiglia in Piemonte Una ricerca dell'Università di Torino e di FIMM sezione Piemonte

02 Gennaio 2021

Condotto dal Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino insieme al gruppo di ricerca RIMeG – Federazione italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) – sezione Piemonte su 246 medici di famiglia che hanno accettato e completato l’indagine on line su un campione di 2049 contattati dei 3100 MMG in Piemonte, lo studio italiano (https://doi.org/10.1016/j.jad.2020.12.008) rileva gli effetti psicologici del Covid-19 nei medici di famiglia. Il campo di ricerca è ristretto alla regione del Piemonte, una tra le aree italiane maggiormente colpite dalla pandemia, e concerne in particolar modo gli stati di ansia (STAIY1), depressione (BDI-II) e sintomi da stress post traumatico (PTSS DSM- PCL), nel periodo che va dal 28 aprile al 10 maggio 2020.

Pubblicato su Elsvier e prossimamente sul Journal of Affective Disorders (2021 – 15 feb; 281: 244-246), l’indagine effettuata da Lorys Castelli, Marialaura Di Tella, Agata Benfante et alî, ha messo in luce «una percentuale estremamente elevata di medici di famiglia che hanno fatto esperienza di sintomi d’ansia e depressivi clinicamente rilevanti come pure di un significativo stress post traumatico a causa della pandemia da Sars-CoV-2». Sono stati soprattutto i più giovani praticanti da pochi anni a soffrire sintomi d’ansia e depressivi, per lo più donne.

L’indagine comprende partecipanti con un’età media di 51 anni; appena più della metà è caratterizzato dal genere femminile (138); la maggioranza ha almeno un figlio (157) e 170 non presentano una condizione medica precedente. In base alle loro risposte è emerso che 79 (32%) medici hanno avuto un quadro di stress post-traumatico, 185 (il 75%) hanno riportato sintomi di ansia e 91 (il 37%) depressivi.

Il questionario riguardava anche domande pertinenti al lavoro: 100 (il 41%) non ha aveva a disposizione i dispositivi protettivi individuali (PPE); 119 (il 48%) non ha ricevuto un’adeguata informazione su come proteggere le loro famiglie; 149 (il 61%) non hanno ricevuto linee guida chiare su diagnosi e terapia durante l’emergenza da Covid-19. Riguardo a quest’ultimo punto la piccola percentuale che invece ha ricevuto chiare informazioni sulla gestione del Covid-19 confermano, come riportano gli Autori, i risultati di un’indagine effettuata in Lombardia (Fiorino et al. 2020). Una corretta informazione sulla gestione del Covid-19 risulta essere un elemento chiave nell’esperienza associata ai sintomi psicopatologici: infatti, ne hanno sofferto di più coloro a cui non è stata data un’adeguata informazione su come proteggere le loro famiglie e gestire i pazienti e inoltre significativi disordini da stress post traumatico possono manifestarsi anche al di là della situazione immediata, per cui, secondo gli Autori è «essenziale sviluppare programmi di screening opportuni per identificare i medici a rischio».

Non è emersa invece una significativa correlazione tra la mancanza di dispositivi protettivi individuali (PPE) o di informazioni chiare su come evitare il contagio nelle loro famiglie e i sintomi psicopatologici. Per gli Autori può essere dovuto alle misure di contenimento che hanno concorso nel ridurre i contatti diretti tra medici e pazienti facendo preferire l’uso della prescrizione in via telematica.

Un’indagine che nonostante sia di piccole dimensioni e ristretta localmente già mostra in generale come i medici di famiglia abbiano dovuto operare professionalmente «in condizioni di forte stress, senza linee guida chiare e in molti casi senza adeguate protezioni individuali; è riflesso nella patologia psicologica clinicamente rilevante».

Redazione Bioetica News Torino